due parole con
Pino Scaccia
L’intervista che segue è stata realizzata grazie alla partecipazione e al consenso del giornalista Pino Scaccia al quale vanno tutti i nostri ringraziamenti per la disponibilità accordataci. Attraverso una serie di domande abbiamo cercato di conoscerlo meglio, di comprendere la sua visione della vita e il relazionarsi con essa, soffermandoci sulla necessità, oggi, di recuperare una dimensione umana del tempo, della cultura, della comunità e della vita.
- a cura di Katya Madio
- Ci racconti, brevemente il tuo percorso professionale?
“Primissime esperienze in un piccolo giornale sportivo, poi un quotidiano allora importante di Roma, “Momento sera”, varie collaborazioni, quindi il salto ad Ancona. Praticante a “Corriere Adriatico” e poi alla Rai nel 1979 con la nascita della terza rete. Otto anni dopo al Tg1. Quasi subito inviato, eccetera, fino ad oggi”.
- Cosa hai conquistato e cosa perso a causa del tuo lavoro?
“Ho sicuramente perso molto della famiglia. Ho conquistato grandi privilegi, vivendo letteralmente la storia. Non c’è un evento, in Italia e nel mondo, degli ultimi vent’anni che non ho seguito direttamente, sul posto”.
- Fare il giornalista è stato sempre il tuo sogno? Se non avessi avuto questa opportunità quale pensi sarebbe stato il tuo lavoro? Cosa ti sarebbe piaciuto fare?
“Da piccolo sognavo due cose: viaggiare e scrivere. Sono riuscito a fare entrambe contemporaneamente. E mi pagano addirittura. Altro che sogno”.
- Ci sono figure particolari, magari conosciute nel corso degli anni, alle quali ti senti maggiormente legato e riconoscente? Per quale motivo?
“Di maestri ne ho avuti tanti. Sono grato a quelli che mi hanno introdotto nell’ambiente e poi a tutti quelli da cui ho imparato. Sono davvero molti”.
- Il profondo sconvolgimento dovuto all’inserimento, sempre più massiccio delle nuove tecnologie ha secondo te, cambiato il modo di fare informazione e quali secondo te, gli aspetti della comunicazione che rivestono oggi maggiore interesse?
“Sta cambiando tutto. Prima c’erano solo i giornali. Poi anche la televisione. Adesso ci sono giornali, televisione e internet. Ogni strumento non esclude l’altro, è un grande gioco dove spesso ci si morde la coda. Certamente il modo di fare informazione cambia, è velocissimo adesso, forse troppo, a discapito dell’approfondimento”.
- Un detto dice: “Libera informazione in libero Stato”. Alla luce, anche, dell’articolo 21 della Costituzione che definisce la libertà d’espressione, pensi che un giornalista sia veramente libero di fare informazione senza condizionamenti e controlli di alcun genere?
“Impossibile una libertà assoluta. E poi non facciamo confusione. L’articolo 21 non c’entra niente con la professione di informare. Ogni cittadino è libero di esprimere il suo pensiero. Un giornalista deve avere senso di responsabilità. Specie con i nuovi strumenti i rischi di confusione aumentano. La propria libertà non deve mai soffocare la libertà altrui. ”.
- "Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità": questa è la tua frase per eccellenza. Quanto costa dire la Verità? E’ sempre possibile dirla?
“Intanto è possibile dirla quando si conosce. Anche qui cerchiamo di chiarire. Un conto è la verità, un conto sono i fatti. Faccio un esempio: il fatto è che le Torri Gemelle sono crollate. E la verità qual è? Sicuramente, quando la si conosce, è molto scomodo dire la verità”.
- Come molti personaggi famosi anche tu possiedi, un diario on-line condiviso da milioni di utenti nonchè un sito internet. Pensi che l’utilizzo di simili strumenti, implichi un controllo sulla circolazione delle notizie solo da parte delle èlite maggiormente alfabetizzate dal punto di vista informatico o ritieni che internet, essendo una rete mondiale, contribuisca allo sviluppo di un dialogo, addirittura planetario?
“Internet sta facendo passi da gigante. Non è più una nicchia. In Gran Bretagna già ha superato la televisione con fonte di informazione. Ma la Rete, è vero, rappresenta soprattutto un grande strumento di dialogo, sì planetario. Si stabiliscono rapporti con mondi prima irraggiungibili”.
- Quali sono invece i possibili rischi legati a questo nuovo modo di fare informazione?
“Li ho detti prima. Il rischio è che la Rete è così grande e senza controllo che può rappresentare uno strumento pericoloso. Su Internet c’è di tutto, anche il peggio. Capisco che è in gioco la grande forza di Internet che è la libertà, però qualche controllo ci vorrebbe”.
- Secondo te i nuovi media possono soppiantare completamente quelli tradizionali?
“Assolutamente no. Ogni strumento conserva la sua funzione. Un giornale è insostituibile. E la televisione anche. Era stato detto anche alla nascita della televisione e invece i giornali ci sono ancora”.
- Hai scritto recentemente “La torre di Babele. Storie(e paure) di un reporter di guerra”: qual è la tua paura più grande? Quale invece la tua gioia maggiore?
“Molte paure. Certamente la più grande quando in Iraq mi hanno sparato con quattro kalashnikov, li ho visti in faccia, volevano uccidermi. Ancora non so come l’ho scampata. La gioia più grande forse la liberazione del piccolo Farouk”.
- Quando una persona come te ha visto la morte dinanzi agli occhi più volte, cosa apprezza maggiormente della vita?
“I valori veri. Ma non sono perché hai visto la tua morte, soprattutto perché hai visto la morte degli altri e le sofferenze, soprattutto. Quando vedi gente morire di fame capisci che i nostri problemi spesso sono stupidaggini.”
- Tra i libri da te realizzati a quale sei maggiormente affezionato e perché?
“Ne ho scritti quattro. Sicuramente sono affezionato al primo e non solo perché era il primo. Perché attraverso Armir ho scoperto anche di persona storie affascinanti di gente che dopo cinquant’anni cercava ancora il proprio caro”.
- Io francamente considero la scrittura come una serie di segni che al pari dei colori dell’artista può essere facilmente assoggettata alla creatività dello scrittore e come solchi incide la superficie andando oltre il silenzio e l’oscurità che ci pervade: tu che valore dai alla scrittura?
“Fondamentale. Le parole possono essere poesia, come la musica. Anche di più, perché nella musica hai soltanto sette note, con le parole il gioco è infinito”.
- Hai detto in una intervista che l’arte ti da emozione: quale opera è in grado di attrarti completamente, fino a perderti?
“Fin da ragazzo, amo Caravaggio. Incredibile: mi sento soggiogato”.
- Il sociologo Franco Cassano invita a restituire al Sud l’antica dignità di ‘soggetto del pensiero’ ed interrompere una lunga sequenza in cui è stato pensato da altri e l’annosa consuetudine di considerare il Paesi del mondo divisi tra sviluppati e in via di sviluppo, soggiace alla considerazione che spesso i secondi debbano diventare come i primi. Egli sostiene: “Cantare con la voce degli altri è una falsità. Bisogna cantare con la propria e soprattutto rivendicare alcuni elementi che appartengono al Sud”; guardando ciò che accade nel Sud del mondo e considerando la costante minaccia del terrorismo islamico, non pensi che a volte la presunzione occidentale di misurare tutto con il proprio metro di giudizio realizzi un approccio sbagliato nei confronti di quei Paesi, così lontani da noi, esportando un modello di democrazia che, forse, dovrebbe essere solo confrontato e non imposto?
“Assolutamente d’accordo. Basta andare in Africa per capirlo. Quando ho visto in Kenya i guerrieri masai abbandonare la terra arida per andare a morire ai margini della città ho capito che abbiamo fatto molti e gravi errori. Non solo siamo presuntuosi, siamo anche cattivi. Pensiamo di aiutarli regalando pozzi e invece andiamo a prendere quel poco che hanno, inventando nuovi mercati. Bisogna al limite insegnare a costruire pozzi”.
- Il nostro giornale “Liberalia” si ispira al pensiero di Cassano e alle sue considerazioni circa il pensiero meridiano che concerne, anche, l’allonamento dal fondamentalismo della modernità. Egli suggerisce, infatti, di riscoprire la dimensione alternativa alla velocità occidentale: quella della lentezza, l'unica che ci permette di osservare i particolari che solitamente sfuggono al nostro sguardo e di modificare il ritmo del nostro andare, procedendo lenti, per poter costruire insieme un pensiero nuovo, carico di buon senso. Tu che da sempre, per motivi di lavoro, non sei legato mai ad un posto fisso, che usi tecnologie veloci, che sei sempre in lotta per la sopravvivenza che significato dai al tema della lentezza?
“Magari, sarebbe un sogno. Il tempo è il nostro incubo, specie per un cronista televisivo. Ma siamo schiavi del tempo, dimenticando che è solo una convenzione, in realtà il tempo non esiste. Per tornare all’Africa, basta leggere Kapuscinski. Se chiedi a un africano, che so, quando c’è la riunione? ti risponde: quando ci siamo tutti. Un giorno in Sudan si buca la gomma alla nostra auto. L’autista scende. E io istintivamente gli chiedo: quando torni? Lui mi brucia: quando ho trovato la gomma.
- Quando Pino Scaccia è solo, lontano dai fragori delle bombe, dal caos cittadino, magari immerso nel buio della notte, a cosa pensa?
“Penso ai fragori delle bombe. E’ una battuta, voglio dire che penso a tutto quello che ho dentro. Perché tutto ti resta dentro, mica te ne puoi liberare. E io neppure lo voglio”.
- Sei mai stato in Basilicata? Se sì cosa ti ha lasciato questa terra?
“Non molto, cioè di sfuggita. Ricordo una terra selvaggia. Mi piace. Mi piacciono i posti selvaggi, sono veri”.
- Liberalia ti ringrazia moltissimo per la sua disponibilità. Un’ultima battuta per lasciare i nostri lettori: cosa vorresti dire loro?
“Visto che ho un’età in cui posso anche guardare indietro, voglio ricordare che ogni giorno ci sono mille motivi per reagire. Con gli anni diventano cento, poi cinquanta, poi dieci. Arriva un punto in cui i motivi restano tre, quelli fondamentali. Guai a rinunciare a quelli”.
►BIBLIOGRAFIA
Armir, Sulle Tracce Di Un Esercito Perduto
Sequestro Di Persona
Kabul, La Città Che Non C'E'
La Torre Di Babele