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gilda gravina - Pensiero


Raccontare con il pensiero…

…questa la visione di Gilda Gravina

 

Attraverso un linguaggio “quasi fumettistico” l’artista indaga il quotidiano. Gioca con le parole che dialogano con l’immagine, in bilico tra l’ironia e il senso critico…con un tocco di quotidianità…

Tutto nasce da una visione: l’occhio guarda, la mente indaga seguendo una linea che fluida si perde entro la sinuosità dei corpi che si incrociano a corpi e volti che si sovrappongono a volti, sempre uguali a se stessi, contraddistinti da sguardi freddi che incrociano quelli di chi li osserva. Stiamo parlando dei soggetti che popolano le tele dell’artista Gilda Gravina, la quale attraverso l’uso del colore rappresenta i sentimenti come appaiono, in netta contrapposizione con il rappresentare le cose come sono. L’esclusivo ricorso alla ragione non assicura lo sciogliersi di tutti i nodi: gli ambienti sono rarefatti, le prospettive saltano, i soggetti sembrano essere svuotati, le fisionomie perdono il parallelismo dello sguardo. Accade che il pigmento pittorico vale per se stesso come qualità cromatica ed i colori, formati con diversi accordi, parlano a seconda del loro diverso raggruppamento. Il gusto della materia, unito alla precisione della realizzazione, fra geometrie, allusioni simboliche e trasparenze, ne connotano la ricerca stilistica dell’artista. Nelle sue opere il rigore della geometria viene stemperato e ritmato dal morbido movimento impresso alle figure, che viene percepito solo dopo aver superato l’istintivo senso di ieratica immobilità trasmesso dal soggetto bloccato su carta. Tale movimento è possibile dall’opera nel tempo: “le mie figure assomigliano a manichini: hanno una loro simbologia. Rappresentano sentimenti umani; il sentimento traslato in immagine. Per approdare a questo stile ho lavorato tantissimo. All’inizio ho voluto sperimentare tutto, contaminando la mia arte con tutti i materiali possibili (plastica, tela, sabbia, pietre). La sperimentazione ritorna spesso nelle mie opere, perché magari il pennello è troppo pastoso: mi piace di tanto in tanto trovare dei graffi, degli sbalzi, che ci sia, insomma, il senso del movimento”.

Guardando le ultime “fatiche” della Gravina vi è un notevole distacco dalle opere precedenti: se nell’unicità, il libero pensiero, la sacra famiglia, i soggetti non colloquiavano, racchiusi in mondi separati, imprigionati nella loro corporea visione, ora, invece, fluiscono penetrando l’una nell’altra, creando un continum nella visione, mescolandosi, attorcigliandosi quasi per mantenere fede alla sua “voglia di movimento. Vorrei – dice l’artista - che le figure venissero fuori dalla loro staticità, rientrassero in un circuito mai uguale a se stesso: immagini che mi corrispondano che siano come me: poliedrica, attiva. Vederli fermi, sempre bloccati, non mi soddisfa”. Così la linea diventa nervosa, sottile, sensibile tanto da condurre l’artista a inseguire i suoi profili sfuggenti, visi ammalati di solitudine, fino a tradurre se stessa, raccontando e raccontandosi. Il taglio diviene fotografico, le prospettive azzardate, spesso incongruenti, le tinte ora piatte, come i suoi ultimi lavori “talmente bianchi, senza sfumature né incarnato” ora con colorazioni calde, quasi eccessive “il rosso, il dorato, tutta la scala dei rossi, arancio, terre che danno ai miei dipinti un passionalità che mi caratterizza; colori che hanno pari dignità del nero”. Le opere di Gilda tendono a rendere determinante sia l’importanza del segno (marcato, continuo e puro nella sua essenza) sia la capacità di emozione del cupo e tragico nero, elevato a materia luminosa sulla quale perpetuare l’espressione ( proprio come la bianca tela). Ogni opera presenta una immediatezza tanto lineare da far pensare a un veloce bozzetto, ma in realtà è il frutto di una meticolosa analisi che sfocia nell’irrimediabilità della linea che nelle opere dell’artista policorese, si traduce in testo scritto, simile allo slang americano, e che campeggia sovrano sulle teste dei suoi personaggi.

Il luogo in cui si trova il soggetto raffigurato appare, talvolta, così impalpabile e impersonale deformato nella sua stessa visione; allora viene da chiedersi quale sarà il punto di vista di coloro che l’osserveranno, quale l’atteggiamento di fronte agli avvenimenti raffigurati. L’obbiettivo dell’artista è, infatti, quello di attirarlo in una specie di trama: l’immagine ritrae in ogni caso chi le guarda, le immagini sembrano prive di sentimenti, apparentemente assenti le problematiche sociali, fuori campo i drammi, invisibili le espressioni dei volti; i personaggi sembrano essere fuori dal cerchio degli affetti, isolati anche quando in compagnia di altri, quasi affrancati dal magma della emotività – cioè dell’amore, della gelosia, del dolore di vivere – ed interamente affidati all’intelletto; essi si ritrovano però nuovamente bloccati, costretti all’immobilità dalla trappola della logica. Le figure sembrano ferme, quasi impreparate alla rivelazione, prive del coraggio di ammettere la necessità di ciò di cui si sono liberate: i sentimenti. Passato il dolore della loro definitiva e volontaria amputazione, ora incombe il terrore di ritrovarsene privi ed è all’osservatore, allora, che ne viene affidato il compito di farle proprie, di assoggettarle alla propria visione di vita, di sentirle palpitanti anche sotto il loro glaciale aspetto, tenendo a mente che, come sottolinea la Gravina: “tutto ciò che dipingo ha una simbologia. Lo spettatore che vi si trova dinanzi ha bisogno di essere coinvolto, di cadere in uno stato di trance, che esiste e si instaura tra l’opera e il proprio io. Coinvolgerlo, farlo entrare in questa sfera significa farlo entrare in simbiosi con il mio modo di essere, perché io dichiaro me stessa in ciò che realizzo: le figure hanno alcune delle mie espressioni, delle mie fisionomie. I miei lavori parlano di me, sono un pezzo di me…”.

 

 

Katya Madio