IL
FINALE
e L'INIZIO

PARTE PRIMA
Bernalda, li 04 Agosto 1999
Esci dalla zona rossa! Mi suggerisce la mente…
«Hey, ma qual è la zona rossa???»…
Pomeriggio di sole estivo, terra bruciata, tanta tanta sabbia e tanta tanta attesa davanti ai cancelli di un piccolo borgo comunale del Sud.
Ci sono andato, fanculo… nonostante le prevendite schifose e l’astio dell’entourage ignorante.
Nessuno mi dice cosa fare e cosa non fare.
Ho paura di cadere
disse la più bella
di scoprire che i miei voli,
son stati di cartone…
Non è venuto il tempo di smettere di leggere e ascoltare la musica, almeno per ora.
Max Gazzé da poco, ha sceso il palco di Sanremo ed è il 1999, e si dice che sia in volo verso Bari.
E’ Palese l’attesa: bagarini davanti alle biglietterie, pischelli venuti qui solo con l’intenzione di rubare un panino imbottito di wurstel e senape, o pronti a sfasciare le protezioni dell’entrata a metà concerto.
Da queste parti, d’altronde si fa cosi.
«Tempo di finire, e i sopravvissuti non c’erano più!» - e qui si conclude il componimento in prosa che ho intenzione di scrivere o perlomeno abbozzare. E’ un bel finale, no? Lo trovo tranquillo ed eclatante. Un finale come un pugno in un occhio, direi. Adesso però avrei bisogno di dare un senso a questa storia…
Dannazione! E’ una brutta notte insonne ed è anche la prima notte di autunno in cui comincia a sentirsi il freddo. La temperatura è calata e fuori imperversa una bufera di vento che sta soffiando già da un’ora. La serranda della camera da letto dice continuamente di no ai colpi di vento che noi poveri umani del focolare domestico chiamiamo semplicemente spifferi. Dicono che se il vento si leva di notte, non c’è scampo: se ne avrà per almeno tre giorni di fila, cosi. E allora dobbiamo trovarci un diversivo per passare al meglio questa notte di fantasmi e di voci nel buio di fuori.
Ho lasciato che l’estate scorresse via piano piano, giorno dopo giorno, al semplice calore del sole che irradiava la mia sedia-sdraio e che abbronzasse la mia pelle bisognosa di raggi ultravioletti.
Non avevo sinora assolutamente pensato all’idea di concedermi un nuovo giorno su cui sgobbare e rimettere cosi in sesto il mio piano di lavoro, seppellito dall’oscurità di una quantità di polvere incredibile, sotto la celata grigia tela di mia moglie.
Quando sei uno scrittore devi saper cogliere al volo l’idea che ti sta tormentando e solo allora coglierla nella piena maturazione del suo frutto: perché se volessi seguire le tante piccole vocine che, almeno un paio di volte alla settimana fanno sentire la loro presenza nell’ intelletto (e ti dicono di lavorare su un romanzo d’amore o su un racconto gotico), finirei con l’imbastire l’intelaiatura di almeno mille storie che finirei col guardare e riguardare.
E col senno di poi capire che sono pura istintività letteraria.
Maniche corte, una intelligentissima maglietta nera con un sole d’Africa che risveglia non solo il canto delle cavallette…
10.000 lire tutte racchiuse in un biglietto spiegazzato, pieno, a fine concerto di emozioni, di sudore e di spugna alcolica.
Liberi di ascoltare
le ragioni dentro al cuore
e dell'anima…
Voglia di fare di più e caratura artistica: ci vorrebbero queste cose ad un ragazzino che per la prima volta affronta un concerto nella sua vita, … e invece è solo vociare, è solo rumore.
Il rumore di una comitiva di supporters (femmine) di Piacenza scese in Basilicata, perché «Max è fighissimo» - e poi perché - «lo abbiamo visto a Sanremo tutto brillantinato, e poi NOI abbiamo il disco originale qui, vedi, da fargli firmare, dopo nel backstage».
Che me ne frega che voi avete il cd originale, io sono qua per conoscerlo e per capire se è grande quanto Franco Battiato e Fausto Papetti messi assieme o qualcosina in più.
Non è una notte che mi piace, maledizione! Il vento si sta rinforzando e ho i piedi gelidi.
Ho anche sperato che potesse quantomeno piovere: sapete, la pioggia, specialmente quella sottile, leggera ma che si fa comunque sentire sulle ringhiere dei balconi e sul terrazzo sopra la mia testa; l’adoro perché è cosi dolce, cosi terribilmente oziosa, che ti culla e che ti conforta: potrei cosi schiacciare un pisolino se proprio il sonno in stato rem non dovesse arrivare! E poi rialzarmi nel cuore della notte, quando la dolce metà se ne sta coricata su un lato per muovermi quatto quatto alla scrivania e impugnare penna carta e calamaio e fare quello per cui vengo doverosamente pagato.
E invece no continua a soffiare sui vetri delle finestre, noncurante delle mie esigenze di artista.
La sorellonza, da anni ci “massacra” a casa con l’Eros (Ramazzotti) nazionale e Il Masini (Marco) sempre più sull’orlo del suicidio, io invece pesco in una bancarella da saga di paese, delle cassette originali al prezzo di 5.000 l’una, Fausto Papetti, Fausto Papetti Oggi, 40esima Raccolta, Fonit Cetra 1985 e Franco Battiato, Mondi Lontanissimi, EMI Italiana 1985 e mi domando se questo sconosciuto dai capelli folti e ricci (come i miei tra qualche anno) suona difficile e strano come questi due qua ovattati dal tipico fruscio tape, oppure no.
Resto qualche minuto con il volto incollato e “vaporoso” alla finestra a godermi un po’ della città di notte, con le mille lucine dei lampioni che la rendono così magica. Chissà quanti come me in città a quest’ora staranno guardando questa meraviglia in vetro, la stessa che mi rende cosi romantico. I grattacieli, le sagome dei palazzi, quel poco di verde sottostante…
Immobili alti e grigi senza nome, adibiti ad abitazioni, in alto; sotto le mie scarpe, e la vetrata del mio salotto, invece, venti auto ferme all’ingresso dei garage a serranda del cortile del condominio di tutti, parcheggiate, con le gomme raffreddate dal vento notturno della siesta, su un pavimento di mattoni forati grigi.
Ah!
Le cavallette ci stanno saltando addosso e sembra una di quelle piaghe mandate giù al Sud come nel Vecchio Testamento.
E che dannazione terrena!
Intanto stanno cominciando il check, pare che si dica cosi, lassù sul palco.
Vengono trascinati i primi cavi elettrici, si stabilizzano le gigantesche casse qua davanti alla transenna, ci si fuma una sigaretta dopo tanto lavoro e fatica, e intanto il sole, accecante, si sta spostando un po’ più a Est.
Un omino molto sorridente e disponibile alle chiacchiere del pubblico, di nome Giorgio Baldi, per quanto stempiato (ahi-lui!) credo, strimpella in silenzio la sua chitarra acustica (voglio vedere col casino che lentamente si sta trascinando dall’entrata alle prime fine quanto si possa percepire di quel momento che avrei, invece, voluto registrare per tutto l’oro del mondo).
Qualcosa intanto là fuori, sul terrazzo sta rotolando: cosa sarà mai? Un ammasso di roccia? Una antenna satellitare non ben ancorata al soffitto? Un vicino-condomino un po’ troppo avventuroso a quest’ora di notte? Una vecchia bacucca che a caccia del suo gatto, si è forse smarrita? Di certo è un bel rumore, un bel rotolare… sonoro.
Cresce intanto la sofferenza neurologica della mia emicrania. Un bel mal di testa nel pieno della notte, eh vai! e ci siamo giocati anche la carta attenzione!
Ringrazio Dio anche per gli anni senza un Dio.
Al diavolo, mi berrò qualcosa di caldo, forse cosi mi tornerà in mente l’idea per la mia prossima “creatura”!
Giorgio Baldi, scende dal palco, clamoroso e avviene qualcosa che per distrazione mi lascia spettatore passivo: porca miseria!
Le tipe di Piacenza hanno chiesto al chitarrista di Max Gazzè le corde della chitarra con cui ha eseguito il primo check del pomeriggio inoltrato (18:45).
Lui, ha tirato su la mezza cicca di sigaretta che inalava di traverso tra le labbra, ha “scaricato” la chitarra, ha avvolto i laccetti di avorio (forse solo in carbonio)… e con un gesto semplicissimo, gliele ha lanciate.
Dopo 5 minuti, mi son ritrovato al fianco un amico di vecchia data che mi ha fatto cosi con la mano…
Mi ha tirato su il mento, chiudendo la mia bocca rimasta perplessa e imbambolata, non so nemmeno io per quanto tempo.
La città è avvolta nelle tenebre del sonno dei suoi cittadini.
Tempo di capire come usare i fornelli (per un uomo non è sempre cosi facile come potrebbe sembrare) e intanto un bel quarto d’ora è passato, con il resto della casa che dorme nel buio delle stanze non illuminate da stupide lampade da scrivania o neon viola da cucinino; tutti gli altri, d’altronde, credono che anche tu stia dormendo e che non stia invece vegliando per loro come invece potrebbe fare solo un brutto pazzo come me.
Beh, se è per questo, non sanno nemmeno che stai passeggiando indisturbato per la casa senza calze e ciabatte, con una tazza di infuso all’amarena nella mano destra scottante, alla ricerca di una idea per il tuo prossimo “capolavoro” e cercando di fare il meno rumore possibile.
Non sanno… o fanno finta di non sapere?
La bottiglia dell’acqua non porta il tappo, maledetta sicurezza.
Cosa credevano? Avrei potuto mai festeggiare il mio Capodanno estivo sulla tempia di un cantante romano, forse? Stupidaggini da caserma.
Vabbé… da queste parti, d’altronde si fa cosi.
Uff… il tempo non passa mai, e le prime luci di sera stuzzicano le visite inaspettate delle cavallette di campagna (quelle più schifose, quelle grosse, come topi).
Ho visto fiere rondini
bruciare di passione
volando basse e rapide
ridendo piano
e le ho viste, stanche e affrante
posarsi sul mio balcone
le ho sentite parlare, parlare
tenendosi per mano…
L’eccitazione da live act cresce nel vociare che mi è accanto.
E’ il momento delle leggende metropolitane, su Max Gazzè, sulla figlia, sulle sue liaisons dangereuses…
C’è chi dice che ha visto la Madonna, chi invece che Gazzè è atterrato con un elicottero sull’Istituto Tecnico un po’ più in là del campo sportivo, chi invece dice che con Gazzè, ha fatto il bagno al mare a Cervia.
Boh!
Tutto è possibile.
Anche che Max Gazzè abbia scritto a 4 mani con il fantasma di Lucio Battisti, la straziante ballata intitolata Comunque Vada.
All’improvviso penso alla idea che mi è saltata alla mente da qualche giorno: cominciare a scrivere o perlomeno a raccontare qualcosa di sensato, da quel giorno in cui ero solo e la mia casa mi ha tirato dei brutti giochetti sonori che non riesco a dimenticare.
Vedete, tutto quello che vorrei fare stanotte, nasce dalla volontà di spiegare in una mia storia, cosa significhi “fare della letteratura”… cosa peraltro per nulla facile anche in questo momento, di idee vagheggianti e di pochi suggerimenti utili. Devo essere molto attento a fermare l’idea immediatamente sulla carta, prima che possano tirarmi il tiro mancino di finire nella mente di qualche altro scrittore.
Me la sto facendo sotto dalla tensione e dall’infinita attesa, anche perché il concerto tarda a cominciare.
Ah, che schifo! Una cavalletta tra i capelli, un’altra su per le orecchie.
Che due palle!
Di libri ne ho letti tanti e tra un saggetto breve, una composizione su un autore dell’Ottocento e un racconto fantastico, i volumi della mia biblioteca non conoscono affatto cosa significhi la solitudine…
Diventa così facile, direte voi, creare una nuova storia, imbastire una realtà fizionale dal nulla e darle vita come un dio.
Eh…
Beh, no.
Non è semplice scrivere qualcosa di nuovo, qualcosa che ti faccia appassionare, qualcosa di originale e che sia diverso da quanto hai scritto finora e per il quale ti sei fatto conoscere…
E credo che tanti miei colleghi capiscano a cosa stia facendo riferimento…
Urla di pazzia incontrollata, dal fondo del parterre…
Vabbè le cavallette “fanno senso”, ma qua forse qualcuno si sta sentendo male, che un’ambulanza accorra!!!.
Ah no.
Sono calate le luci e il nastro di insipida musica inglese (mi pare) che hanno messo su come sottofondo, finalmente sta sfumando.
Salgono al cielo le mani…
Dal buio vengono fuori le prime, lontanissime luci psichedeliche, floydiane dal palco…
Eppure in quasi 100 siamo sotto al palco a pochi metri dall’asta del microfono.
Un lento e impercettibile suono di basso viene su: la regia alle luci inquadra uno ad uno i componenti della band, a partire dalle tastiere di Gianluca Misiti, che inghiottono, nel silenzio, lo stadio sulle note de Il Bagliore Dato A Questo Sole.
Pietro Monterisi alle percussioni, e Max Gazzè al basso e voce, piano piano escono dal buio.
Ed è magia della musica di qualità.
Ed è magia della musica dal vivo.
E’ storia.
Una sorta di timore che si tramuta in ansia, in tremito o addirittura in febbre. La febbre dello scrittore.
E’ come una presenza che si materializza in prodotto da raccontare, dopo che come nebbiolina scura e fitta, è filtrata, senza impedimenti, oltre l’asse verticale della finestra di legno, serrata da un’antica maniglia d’ottone.
E’ un po’ come lo Straniero del racconto fantastico di Nathalie Charles-Henneberg intitolato Les Anges de Colère[1]: un essere alato, un vero e proprio angelo comparso sulle città di Shadôm e Hamr, figlio di Hérubi, il Proxima Centauro dell’universo, creato dalla mente “squilibrata” di chi immagina come saranno le nostre città del futuro dopo un’adeguata osservazione del reale.
Sto gridando alle tipe con tutto il fiato che ho in gola, quali sono i primi tre magnifici brani dark che Max Gazzè sta eseguendo sul palco e che vorrei tanto poter scaricare da internet, se nel 1999, esistesse un modo per farlo.
Lo scoprirò da solo più tardi: erano Il Bagliore Dato A Questo Sole, Quel Che Fa Paura e Sirio è
Sparita, quando comprerò il mio primo disco originale di Max Gazzè, Contro Un’Onda Del Mare, un disco che ancora oggi, fa battere il cuore.
E questi giorni in bianco e nero
accartocciati dentro fogli da disegno
dove due colori son bastati per guardare
le foto di famiglia
e lì, ho visto tutti i voli
con le ali irrigidite
come fossili di marmo
ci vorrebbe un vento bagnato
che riempia gli spazi,
lasciati all'agonia dell'infinito
che spenga il bagliore dato a questo sole…
Nathalie Charles-Henneberg ha forse riconosciuto che le nostre città hanno bisogno di essere educate a cambiare, a svilupparsi e ad istruire a nuove tecnologie i suoi abitanti?
Non sono in grado di poterlo affermare.
Ciò che invece posso dire è che la materia che ho di fronte ha del fascino: lo stesso fascino che suscita un bel angelo agli occhi di una ragazza di sedici anni; il fascino di sedurre con lo sguardo ma anche di trafiggere, di uccidere, se non sai leggergli esattamente dentro gli occhi e in fondo all’anima.
Registratorino nella mano sinistra, bottiglia d’acqua nella destra, zaino in spalla, quintali di sabbia nelle scarpe, negli occhiali le zampe di una cavalletta che sto quasi per mangiare, e jeans da salvaguardare (se possibile) e non buttare in fondo al secchio dell’immondizia domani mattina.
Tutto questo mentre una voce astrale, morbida e graffiante come unghia su seta, per metà francese e per metà romana, da quel palco a pianta rettangolare butta giù due o tre accordi della main theme di The Pink Panther e poi chissà quale cover dei Police.
La mia, di città, intanto, è una città come tante altre del ventunesimo secolo: pianta ottogonale irregolare, topologia regolare che risale ai tempi dei primi grandi Romani, e mille servizi. Certo a quest’ora le vetrine della mia città saranno tutte blindate, al massimo qualche vetrina trasparente avrà acceso il suo videowall notturno, mostrando il processo di costruzione di una sòla e l’antica tradizione del cuoio che si tramanda di generazione in generazione nella “piccola città” della fabbricazione delle scarpe, laggiù sulla 42esima strada.
Vedo da qui, scie luminose di auto lanciate a più di centosessanta all’ora sui grandi raccordi autostradali della periferia e sulle vie principali del corso si mescolano il buio delle strade svuotate di gente e i mirabolanti colori dei neon di città, che posso unire come i puntini di un cruciverba.
La mia città mi piace proprio e mi piace raccontarla da qui così come mi piace viverla come i tanti cittadini che la popolano.
Un sedicenne a quest’ora dovrebbe essere già di ritorno a casa, ma non è possibile.
Quello lì, quello riccioluto e pieno di orecchini, sta scatenando il pogo sotto il palco, non con un pezzo degli AC/DC, ma con un freschissima e (soprattutto) italianissima Una Musica Può Fare.
Intanto comincia a piovere, proprio come desideravo.
Il signor idraulico delle nuvole però forse si sta divertendo un po’ troppo con quei rubinetti aperti. Eh si!
L’acqua comincia ora a battere insistentemente lungo i “bastioni” del mio appartamento: goccioloni cosi avevano inondato la bella ringhiera color amaranto, pitturata di fresco da poco e adesso enormi secchiate si abbattono sulla serranda e sui battiscopa del mio balcone.
I canali di scolo delle acque del condominio sono in azione per dare un senso di freschezza alle fogne della città.
La quiete è evidentemente turbata e non basta accarezzarsi la barba folta di una settimana e i capelli lunghi dietro il collo, per riportare calma dentro di sé.
Là fuori, laddove e dovunque, impazza la tempesta.
Entro in camera da letto alla ricerca del mio sigaro. Una confezione recentemente acquistata di toscani dovrebbero trovarsi sulla mensola vicino al mappamondo.
Le mie mani invece, sempre alla ricerca di qualcosa e sempre su quella mensola, sbattono contro qualcosa di forma rettangolare. Un libro.
Un altro libro, che è “scappato” fuori dalla biblioteca personale di famiglia, e che vuole che in questo momento sia letto o riletto.
Il concerto si conclude a mezzanotte inoltrata, davanti ad una piacevole pizza, con Max Gazzè a capotavola e come commensali ci siamo io, l’omino della pubblicità della Durbans, il comitato feste patronali, Pippo Baudo e la vicina di ombrellone sempre più “l’avevo-detto-io-che-al-concerto-non-c’era-un-cane”.
E del mio “capolavoro”, non è rimasto che un finale, abbozzato su carta.
“Non sii troppo formale, né informale…attento alla sintassi!” – ma chi è che parla? Cosa vuole questa voce?
Ma vaffanculo, va.
[1] Nathalie Charles-Henneberg, Les anges en colère, in «Fiction et Nathalie Charles-Henneberg», France Hachette 1961

PARTE SECONDA
Un semplice raduno di biciclette è l’input che ha dato vita a questo racconto. I nomi sono puramente casuali e frutto di fantasia. Ogni riferimento a fatti, cose e persone, è puramente casuale.
Tutto quello che qui è scritto, è cantanto. E anche voluto cosi com’è.
Le gaie risatine e le corsette, tintinnano scroscianti inquieti ruscelletti.
Nicole. Francesca. Anna.
Lucilla disperata perché Anna non vuol fare la pace con lei.
Giuseppe con le carte dei Pokémon tra le mani.
Poi c’è lei: Desideria, la ragazzina nuova del gruppo, quella che Francesca vorrebbe conoscere a tutti i costi.
E naturalmente… sei biciclette.
Corviale che prende il volo / e si tiene il cappello con le mani…
«Yooouuuuuu….»
«Yuppie!»
«Vai velocissima!»
«Che bello!»
«Wow!»
«Waaaaaaaaaaaaaaaaa…..»
«Ehi! Non gridate, fate le brave bambine…» - dice Nicole (di anni 6) - «che qua c’è gente che fa il sonnellino pomeridiano».
. Lei è la “maestrina” del gruppo.
Un tranquillo pomeriggio di Pasquetta, sole d’incanto, venticello flebile e amache deserte, scodinzolanti verso gli alberi degli uomini.
Nessuno interviene.
Nell’aria solo qualche cinguettio sommesso e impaurito da tanta gioventù.
L'uomo nasce in natura cordiale
per cui non ha bisogno di essere governato
la cattiveria è figlia dell'istituzione
senza leggi cresce solidarietà…
«Yooouuuuuu…»
«Siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!»
«Più veloce, più veloce!» - noncuranti dei consigli della amica - «Que… stra… non la conosievamo ancora, ve…Anna?» - questa strada non la conoscevamo ancora, vero Anna?.
«…iii…Wowwwww» - Anna si lancia a 50 km/h con la sua mountain bike giù a scavezzacollo per quel sentiero di periferia.
Nicole rallenta e grida con tutto il fiato di una da prima elementare: «Raga-zeeee!!!»…«Ragazze! Ma insomma: lo sapete che qui c’è anche un bambino appena nato?» - si ferma.
«Co…» - (due lanciatissimi giri di isolato)- «…me?» - e Francesca si ferma con una lunga strisciata di gomme della sua bici Estella con cambio shimano, sull’asfalto.
«Ancora uno…» - si!
«Si, ancora uno dai! Fai pace con me, Anna?» - e in corsa, l’altra: «Yooouuuuuu…, no non se ne parla proprio!», - e Giuseppe, intanto, è già seduto sui marciapiedi del viale a parcheggiare la sua bike rossa con il catenaccio.
Le ultime a fermarsi naturalmente sono Anna e Lucilla.
L'astronave ha un sorriso
di panni ancora stesi
s'intrattiene sulla collina
prima del decollo
accensione motori
e qualcuno si gira a vedere…
Vagiti di un neonato in lontananza.
Ancora Nicole: «Avete sentito? Su fate le brave!» - si!.
Il bimbo nel grembo, raduni ovali
vite riflesse in guscio d'uovo, raduni ovali
l'aria che stira i tuoi polmoni un nucleo ovale di elettroni
liquido sparso nel tuo seme, raduni ovali…
In ordine sparso, Anna, Desideria (amica di Giuseppe che da poco si è aggiunta al gruppetto di ragazzini provenienti dalla palazzina est, di viale XX Settembre), poi Francesca e Lucilla, siedono ai marciapiedi di ghiaia e calcinacci; una sola panchina in rame, non basta per tutti.
Sulla panchina siedono soltanto i senatori del gruppo, Nicole (ovvio) e Giuseppe.
Riprende la sua lezione, Nicole: «Che ne dite di fermarci qui?».
Veramente, punta l’indice interrogatore verso Desideria.
L’interrogata risponde, tutta rinchiusa nella timidezza del suo primo incontro con quegli scalmanati:«Si, s..i.» - a dire: per me va bene, hai detto tu che più in là c’è un nascituro che bisogna lasciare tranquillo, no?
Si, infatti dove credevano di andare a disturbare quelli li?
6 sono una tribù.
Anna e Lucilla, distratte, si spintonano più in là: tutta questione di una faida di bambole.
Peggio della mafia, si direbbe, per quanto sono accese in volto.
Andiamo avanti
solo per inerzie
giù per piani inclinati risparmiando le forze
intrappolati tra pretesti e contesti
nell’ufficio dei protesti.
Nicole: «Della bambina (che è nata una settimana fa) me ne ha parlato Giuseppe, vero Giusé?» - mentre il bimbo coi capelli rasati è intento a far scontrare in una terribile lotta di carte fantasy, i suoi miti giurassici venuti espressamente fuori dalla tv.
Giuseppe (più distratto che altro) fa un cenno di assenso con la testa, poi dà voce ai suoi personaggi fittizi ed evade dal circostante conferente.
«E chissà quant’è graziosa!» - esplode in un impeto di gioia Lucilla.
«Dai si!» - ma si dai, cosa?
Riprende Lucilla dicendo: «Io pensavo di andarla a trovare, cosi la vediamo anche noi…che ne dite?».
Un coro di applausi e di assenzi colpiscono vivacemente al cuore. Tutti. Anche quelli che ai balconi si sono affacciati per vedere cosa sta succedendo.
«Fermi! Fermi! Smettetela! Ma dove pensate di andare? Fate silenzio. Vi prego!» - è questo l’invito protestato al quale Nicole aggiunge uno sguardo lanciato verso Giuseppe, alla ricerca di un appoggio morale.
Che non arriva.
Dopo l'imprevisto,
tu fai perno
e stai di schiena
a vomitare questo
rivolo in apnea..
una schiuma
di pensieri
che è in balia
di mostri vicini.
Allora vediamo un po’ che cosa abbiamo qua. Un paio di bambole. Una corda per saltare. Un mazzo di carte. Due gessetti colorati, uno rosso e uno blu. Una confezione di figurine dei Pokémon. Tanta voglia di divertirci in completa libertà. Si c’è tutto.
Io direi che c’è proprio tutto.
Oggi e domani ancora, niente scuola.
«Menomale» - un sospiro di sollievo per tutti si direbbe, da come muovono il diaframma piccolino.
«Ho visto fare un gioco alla tv» - dice Desideria, mentre piano piano prende maggior confidenza col gruppo - «e se mi passate le carte, adesso ve lo mostro».
Giuseppe, pronto, gliele porge.
«Se mi viene bene come a casa…» - riprende Desideria - «vedrete che rimarrete di stucco: roba da non crederci!» - prende maggior confidenza in sé stessa.
Gli altri 5 esclamano a bocca aperta, stupiti: «Dicci dicci…».
«Cosa sai fare?» - chiede impaziente Francesca.
«Mah… non so… vediamo!» - Desideria mescola un po’ le carte e poi riflette un po’, dicendo: «Se sono brava a smazzare bene le carte, forse riesco a materializzare qualcosa» - poi insiste - «Roba che dentro c’ha il trucco, eh? Niente di particolare».
«Allora sai fare le magie…» - chiede Giuseppe, insospettito - «Giusto?»
«Mmm… diciamo di si,… una roba di questo tipo!» - e Desideria sente sempre più di trovarsi al centro dell’attenzione di tutti.
Lucilla comincia a mordersi le unghia delle dita, impaziente.
Anna invece sembra scettica, cosi come la “gregaria” Nicole.
Trascorrono secondi infiniti, prima che Desideria, compia il suo numero, definitivo.
Così, mentre il sole si sposta un po’ ad est, e qualche nuvola rende bigio il pomeriggio del Lunedì dell’Angelo, Desideria guarda un attimo in alto le nuvole che si addensano, poi chiede a Giuseppe di colorare con il gessetto blu e marchiare per terra un tradizionale gioco della campana.
«Ma col blu, non si legge niente!» - protesta il ragazzino rasato.
«Uffa! Devo dirti sempre tutto io, eh?» - lo riprende Nicole - «Se non ci riesci col blu, prova col rosso, no?».
Un cielo torvo, e lo sguardo cupo di Desideria, si addensano sul viso del ragazzino, che cerca, in un gesto dell’amichetta maga, un segno di conferma.
«D’accordo! Vada per il rosso!» - ordina la prestidigitatrice Desideria, che chiede anche che una corda molto lunga, venga disposta intorno a sé, a forma di stella.
Anna e Francesca, finora arrabbiate l’una contro l’altra, firmano per una pace diplomatica, si sorridono (complici in volto) e si prestano per l’esperimento.
Anzi, prese da quella strana atmosfera esoterica, si offrirebbero volontarie, per lievitare, addormentate, in cielo.
Ma questo gioco, non è quello di Desideria.
Io musico te soltanto perché solo fosti vivo
solo quanto adesso chiuso fra parentesi di un rigo
lascia che ti dicano minore o sconosciuto
come fa il minuto quando passano le ore
io musico orfei ed alcesti perché questi hai musicato
perché fanno dire a me con dire delicato
cosa mi è dato a vivere e cosa da morire
qual'è il rischio e qual'è il fine…
Pronunciate ad alta voce, le parole magiche, Desideria sviene all’interno del cerchio, prima ancora che le amiche abbiano ultimato di chiuderla intorno ad una stella.
«Oh mamma! Cosa è successo?» - strilla impaurita Nicole.
«Oddio!» - urla scandalizzata Lucilla.
All’unisono, Francesca e Anna, rivelano che erano lì che stavano preparando il gioco della campana e a tracciare la stella a cinque punte, cosi come Desideria aveva chiesto loro di fare, quando questa si era messa a canticchiare delle parole strane.
Febbricitanti, Anna e Francesca, parlano confusamente di poesia, di orfei, di alcesti, di musiche,… di parole strane insomma.
Le stesse parole che Giuseppe aveva ascoltato con le sue stesse orecchie.
«Porca miseria, che guaio! E mo come si fa?» - risponde agitatissima Nicole.
«Andiamo dalle nostre madri, che dite?» - propone Lucilla.
«Sai che casino che montiamo su!» - nega risolutamente Anna - «Con questa storia, se scoprono quello che stavamo combinando qui e con quelle biciclette» - aggiunge poi, con non poco panico tra i denti battenti, di chi sa che le biciclette dovevano rimanere nella rimessa.
Era pericoloso giocare lì, le avevano detto i loro genitori.
Ma si sa…
«Si, ma la mamma di Desideria, dovrà pur accorgersi prima o poi che la figlia si è allontanata ed ora sarà qui con noi! No?» - e quando scoprirà che la figlia è in catalessi, sembravano aggiungere gli sguardi preoccupati di Giuseppe, Anna e Francesca, chi pensate che possa venire a salvarla, Mago Zurlì?
Si sa. Queste cose vanno sempre cosi, no?
Il demone a volte,
fra voragini in petto
e tu costretto
su quel crepaccio
sei ponte
goffo
ma poveraccio
se cedi al tuffo!
No, non c’è bisogno di Mago Zurlì…
Desideria ha mosso le palpebre tra le braccia di Nicole che l’ha sorretta sinora…
Il suo sguardo è strano: sembra quello di un alieno venuto chissà da dove, nello spazio infinito e siderale.
Nicole, sorpresa della “ripresa”, chiede a Desideria se va tutto bene.
Le chiede anche se vuol camminare con le proprie gambe. Se vuole un bicchiere d’acqua.
Se vuole la mamma.
Si sa.
E in una voce amorfa e meccanica, Desideria esplode in un: «No! Non sono Desideria, e adesso ascoltatemi bene!!!».
I 5 ragazzi, come impietriti di fronte a questa voce da tubo catodico, le si parano innanzi come ipnotizzati da una piacevole voce austera.
«Badate! Non sono più Desideria! Io sono il Professore! L’essere supremo del dettato empirico. E vi ordino… di smetterla con questi giochi» - impartisce la sua lezione - «Voi siete i prescelti!».
Il Giuseppe vero o il Giuseppe che si è impossessato delle facoltà mentali del Giuseppe naziskin, osa a questo punto interrompere la voce maestosa venuta fuori dal nulla: «Santone!» - gli si rivolge - «Perché ci hai radunati attorno a te?» - ma a chi sta parlando?
Non ricorda che lì davanti a sé c’è la sua amica, Desideria?
Ma insomma! Dico!
Anna chiede: «I prescelti? Noi? A fare cosa, nostro sommo?» - anche lei ormai scambia Desideria, per un uomo. Strane e insulse combinazioni di gender, si direbbe.
Perplessità evidente, la mia.
Desideria, intanto, ruota le pupille dei suoi occhi, che finiscono cosi in uno schifosissimo liquido bianco.
E lì sotto
C'è uno scroscio
Brutto
Che ti chiama
Ad essere il rovescio
Di un'idea
Una schiuma
Di pensieri
Che in balia
Di mostri vicini…
Io, che qui scrivo, raccapriccio.
Il liquido schiuma dagli occhi, e comincia a versarlesi/versarglisi dagli occhi, lungo le guancia, rigandogliele, come marchio a fuoco sulla pelle.
Ora vedo meglio anch’io. Non è liquido, sembra colla… no, anzi, tela.
Ma che diavolo sta succedendo?
Ragazzini di quell’età dovrebbero darsela a gambe levate di fronte a tale scempio di natura e invece assistono muti e beati ad una terrificante mutazione genetica.
Desideria si sta lentamente riempiendo (faccia, collo, mani) di quella strana sostanza biancastra.
La gente intanto dai balconi e dalle terrazze sembra essersi volatilizzata.
Gli alberi non ondeggiano più al vento e anche i passerotti hanno smesso di cantare.
Sono fermi anche loro sui rami ad osservare e a urlare (dentro) di follia, come un gufo solo, nella notte.
I cordoni, spessi e liquidi, di quella sostanza, le stanno imbrattando il petto e liquefacendosi in bocca.
Due strane sfere caleidoscopiche le si stanno illuminando intorno agli occhi.
Due vortici, neri e puntuti le stanno risucchiando parte di quella sostanza all’interno dello stesso cavo oculare da cui si sono propagate le prime scie, per finire nel vuoto di uno sguardo che fa gelare.
Anna e Francesca, per niente intimorite da quel mostro, le si avvicinano curiose e desiderose di toccare quella sostanza melmosa e friabile.
Comunque vada darò un sorriso al niente
o ruberò al vento un'acqua di silenzio
amerò le mani tese sui capelli i pugni in testa
il buio ingiusto della mia malinconia
Malgrado tanto io sciolgo ancora idee
come lacci di scarpe inutile follia
non aver badato al mio starnuto al chiasso
dei suoi panni stesi e l'alba rigida nei corridoi…
Quella cosa viscida e ripugnante ormai sembra parlare dentro la mente dei ragazzi.
«Anna, Lucilla, Francesca, Nicole, Giuseppe: ascoltatemi tutti!» - quella “cosa” rimprovera i ragazzi con una mimica sconveniente e goffa.
Mortalmente eccitata, proclama solennemente: «Adesso farete qualcosa di molto importante per me!».
Cosa?
Scusate, io non c’entro.
Ma la tensione si taglia con il coltello.
Anzi si taglierebbe.
Sarebbe meglio tagliarla, insomma.
La poesia non è brandire scettro
non ti ho letto ma cantato
di note senza fiato
rese vive dal ricordo dell'accordo stipulato
fra l'Apollo e le sue rime
io musico te soltanto e mentre canto
la mia pelle sembra frigger come burro
dentro suoni di padelle…
Desideria, sì, cioè il professore, si è trasformata in un ragno e ha fatto filare la tela, ai suoi
“amichetti” giulivi.
Zanne mostruose, come quelle di un vampiro, si sono poggiate sui colli di Anna, Francesca e Giuseppe, per raccattare, il meglio della loro adolescenza furente.
Contemporaneamente, e con la tecnica della moltiplicazione dei vampiri.
E’ stato un attimo: io l’ho visto, nascosto, da dietro la finestra. Ed è stato raccapricciante.
Anna e Francesca per prime si sono divertite ad accarezzare quella sostanza nodosa e profumata come capelli di bambola.
Giuseppe invece, mentre Desideria lo mordeva sul collo, si ritrovava per le mani un raro esemplare di sottomarino US da prima guerra mondiale.
Da contemplare meravigliato.
Visioni.
Allucinazioni.
Deviazioni rifrangenti.
E sono passate due ore, ma il vampiro è ancora là e si sta cibando di loro.
«Ha detto la mamma che verso il professore ci vuole rispetto» - urla, sapientemente Nicole, che non ha più i lobi delle orecchie, ma cartilagini nude - «sempre!».
Il ragno, che nel frattempo sta inondando di sangue la giugulare della dolcissima Lucilla, si volta verso Nicole, e fa un cenno di approvazione, come a dirle che è stata brava.
Cosi si fa. Sempre.
Giusto.
A Giuseppe, che sta giocando con il suo soldatino nuovo, il professore ha mangiato una gamba.
La tela del vampiro intanto ha preso le caviglie di Nicole.
Come radici le stanno montando su, come extensions, a ricoprirle i suoi lunghi capelli bruni.
Non c’è stupore, non c’è ribrezzo negli occhi di Nicole.
C’è solo muta approvazione.
Lei, la maestrina, d’altronde è d’accordo che le si faccia tutto questo.
E’ sempre stata la più saggia del gruppo.
E non c’è niente da fare: il professore, le sta impartendo la lezione che si aspettava.
Da tempo.
Finalmente.
Oh mio Dio! Che scempio.
«Evviva il professore!» - stanno urlando in coro tutti, tanti piccoli dannati sulla terra e il ragno, da vampiro che era, è diventato un enorme e informe groviglio di tentacoli.
Non mi basterà una ciabatta per schiacciarlo.
E nemmeno l’insetticida.
Una farfalla batte le sue ali contro i vetri del mio rifugio e si ferma a “guardare” intontita.
Guarda me o la “cosa” vampiro?
«E se ci allontanassimo da qui?» - strilla (ma non terrorizzata) Lucilla, al sopraggiungere di un’idea innovativa, con mezzo collo squartato - «E andassimo a prendere il mio pallone a casa mia?Giochiamo a pallavolo…» - giochiamo a palla…
Poi uno schiocco macabro e lacerante.
Cielo plumbeo.
Speriamo almeno che non gli piaccia la carne in scatola.
