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the cure just like heaven

Kiss,... kiss me...

 


vincenzo consiglia

Recensione del disco "The Head On The Door" rimpicciolita in formato .jpg e estratta da "Cure: Avventure immaginarie", Giunti Compact Rock 1996, pagg.81-85:

  


impressioni dipressioni di ottobre

Fonte Wikipedia.it: "Contrariamente a ogni album precedente, non è stato estratto nessun singolo commerciale da Bloodflowers. Sono tuttavia usciti in via promozionale per le radio, senza video di accompagnamento o b-sides, Out of This World e Maybe Someday nel gennaio 2000".

  

The Cure - Bloodflowers (Fiction/Polydor/Universal 2000).

La terza immagine (rimpicciolita e .jpeg) contiene i credits finali dell'album e la poesia di Alfred Lord Tennyson, poeta preraffaellita inglese dei primi del 1800. I Cure sono i soliti: ripetitivi e spettacolarmente sperimentatori nel loro unico sound dark-wave. Lo producono in Argentina.

L'album (contrariamente dal titolo) è ricco di colori e sensazioni. A me ha generato una suggestione da ultimi giorni d'estate. Eccola:

Suggestione.

Pero' trentanove, Uff, Uff.

Olio su tela. Moderno.
Approccio rosso di uve grondanti.
Una donna, capelli legati, sonnecchiante, a disagio e di spalle.
Una gonna rosa di traverso, scialle nero sul dorso.
Senso di movimento e trazione.
La sua mano regge un cesto.
Sullo sfondo alcuni alberi fitti, fitti.
Piana di steli d'erba irta e in dissolvenza.
Rilievo in acrilico di cifre 39.
Tinte accese.
Colori pieni di chiarori.
 

La firma è tra le pietre, e si direbbe leggermente accennata, quasi stanca.
 

     

   


per me uno dei fondamentali

http://it.wikipedia.org/wiki/Japanese_Whispers

http://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=1553

La recensione è dello specialista dei darkettoni, Enrico Faggiano, su

     


the cure the top

Recensione di ANTONIO CERRETO SU TUTTIINPIAZZA.IT

   


più innovativi dei radiohead?

http://www.rollingstonemagazine.it/page.php?ID=4864

http://www.myspace.com/thecure

Difficile... pero' loro sul loro Myspace hanno uploadato per intero un loro concerto...

Qui la tracklist (come segnalato da RollingStoneMagazine) di The Cure Live From Secret Shows :

Underneath the Stars
Pictures of You
Lullaby
The Perfect Boy
alt.end
The Reasons Why
The Walk
The End of the World
Lovesong
The Real Snow White
The Hungry Ghost
The Only One
From the Edge of the Deep Green Sea
Sleep When I'm Dead
Wrong Number
Push
Friday I'm in Love
Inbetween Days
Just Like Heaven
Primary
The Scream
One Hundred Years
It's Over
Freakshow
Let's Go to Bed
Close to Me
Why Can't I Be You?
A Forest
Boys Don't Cry
Jumping Someone Else's Train
Grinding Halt
10:15 Saturday Night
Killing Another 


mtvitalia presenta: the cure live in rome


plainsong: un canto gregoriano

 

'I think it's dark and it looks like rain'
You said
'And the wind is blowing like it's the end of the world'
You said
'And it's so cold
It's like the cold if you were dead'
And then you smiled
For a second

'I think I'm old and I'm feeling pain'
You said
'And it's all running out like it's the end of the world'
You said
'And it's so cold it's like the cold if you were dead'
And then you smiled
For a second

Sometimes you make me feel
Like I'm living at the edge of the world
Like I'm living at the edge of the world
'It's just the way I smile'
You said


il nuovo album dei the cure

http://www.deezer.com/#music/album/230407

Il nuovo album dei The Cure intitolato 4:13 Dream è disponibile per l'ascolto gratuito sul sito di Deezer.com.


rigorosamente da MusicMap.it

I "#000000">I The Cure tornano in Italia, l'11 Ottobre, a Roma e al Coca-cola Live @ MTV, e presenteranno qui da noi!!!, il nuovo album! MITICI!


disco-recensione di Enrico Faggiano


L'importante personalità musicale di MusicMap.it, ci fa dono "spontaneo" di un sua ampia recensione sulla vita musicale dei The Cure, dalle origini di Three Imaginary Boys, al clamoroso successo di Pornography e Disintegration.

Lo ringraziamo per la straordinaria disponibilità all'ascolto e per il prezioso contributo che con questa recensione, dà certamente qualità al nostro sito.

Beh, la faccenda dei The Cure...

Loro nascono come gruppo tardopunk, forse perché nell’Inghilterra di fine anni 70 o fai quello o fai il tastierista. Infatti, il loro primo “Three imaginary boys” è il classico lavoro un po’ ingenuo, che loro definirono addirittura “pop”… Tante canzoni di 2-3 minuti, alcuni accenni a quello che sarebbe stato, ma – come si suol dire – un esordio ancora un pochetto infantile, benchè divertente. Da questo ne sarebbe poi uscito “Boys don’t cry”, ovvero la versione americana dell’album. Interessante come il loro primo successo, se così vogliamo definirlo (“Killing an arab”), li mise sotto il mirino di possibili estremisti, anche se in realtà parlavano di un libro di Albert Camus (“L’etranger”).

Il primo segnale di quello che sarebbe stato è “Seventeen seconds”, che non solo comprende il loro primo inno (“A forest”, un must di tutti i concerti live), così come “Play for today”, altra cosa che sarebbe un ottimo rock da stadio. C’è anche una discreta virata verso un certo minimalismo, accordi scarni chitarra-basso-tastiere, poca batteria (si diceva che il batterista, Lol Tolhurst, non fosse un granché: questo dovergli dare partiture semplici, però, dava un marchio di fabbrica al loro suono), e insomma, il primo disco dark, anche se forse più che dark è meravigliosamente loffio, soft…

La seconda parte della trilogia che li porta ad essere paladini del dark è “Faith”, dove inizia ad esserci maggiore claustrofobia, organi quasi religiosi, liriche sempre più oblique e drammatiche, oltre ad una concreta mancanza di “ganci” commerciali… Figurarsi come proporre, in radio, “The funeral party”… Viene estratto “Primary”, ma non stiamo proprio parlando dei Duran Duran (con massimo rispetto, sia chiaro).

L’apice, nel bene e nel male, arriva con “Pornography”, il disco dark per eccellenza. Chitarre distorte, ritmi lenti e incazzati. Il grunge poteva forse dire “non so voi, ma io mi faccio schifo”, il dark diceva “il mondo fa schifo, e io ci sono dentro”. C’è chi lo considera un capolavoro, io personalmente lo ritengo un po’ troppo estremo, anche se ovviamente sempre di The Cure si tratta, e un certo tocco melodico è sempre presente, cosa che magari manca in altra roba dark.
[VINCENZO LO ADORA, NDR]


A questo punto, la corda si spezza. La band – o quel che ne restava, dato che Robert Smith ha sempre ruotato decine di collaboratori – si ferma, Robertino apre una sigla extra-Cure (“The Glove”, insieme a Steve Severin dei Banshees, esce un album chiamato “Blue sunshine”) e schitarra, appunto, per Siouxsie. Sembra tutto finito, quando per caso la casa discografica mette sul mercato una serie di singoli che nulla hanno a che vedere con i The Cure precedenti: sono “Let’s go to bed”, “The walk” e “Lovecats”. Sembra di sentire i New Order (“The walk” ricorda molto “Blue monday”, e le due sono quasi contemporanee), per intenderci, e lo sconcerto della piazza è forte, anche se a sorpresa questa roba finisce, timidamente, nelle classifiche. Ne viene fuori un album, “Japanese whispers”, dove dei vecchi The Cure c’è poco, anche se il tocco, ugualmente, si nota. A me piace molto, forse perché sono più amante del filone elettronico che non di quello chitarristico. Robert Smith dirà «mi faceva schifo, ma mi ha fatto tornare sulla terra dopo che stavo incarnando, anche troppo, il ruolo di dark hero».

Il successivo è “The top”, forse incerto sulla via da seguire: non ci sono New Order, per intenderci, e si vede un primo segnale di quei mischioni che sarebbero apparsi dopo. Un po’ di sinfonie mediterranee, un po’ di schitarrate (“Shake dog shake”), qualche cosa di caoticamente psichedelico (“Bananafishbones”), e in fin dei conti si può dire che sia un bignamino di quello che sarebbe stato.
The head on the door” apre le porte al successo commerciale. “In between days” e “Close to me” vengono sparate su MTV, e l’album è, a tutti gli effetti, molto più digeribile, ai palati poco avvezzi alle cose complicate, di tutti i lavori precedenti. Oh, non stiamo parlando degli A-ha, però si scopre che i The Cure possono essere di facile ascolto pur senza doversi vendere più di tanto. Bene, insomma.
Passati poi da una raccolta (“Standing on a beach”, la cui versione su cassetta porta anche tutti i lati B fino a quel giorno espressi, scoprendo che molto spesso i The Cure regalavano, nelle b-sides, cose ancor più preziose di quelle che entravano nelle discografie ufficiali), si arriva a “Kiss me kiss me kiss me”. Questo è l’apice del meraviglioso caos artistico dei The Cure: 18 brani (nel 1987 erano davvero tanti), ognuno diverso dagli altri, servono davvero decine di ascolti per coglierne tutte le sfumature. E, consiglio mio, sentirlo a rate, è meglio. C’è il commerciale (“Why can’t I be you”, o “Hot hot hot”…, da qui, andarsi a sentire “Ci vuole un fisico bestiale” di Luca Carboni e chiedersi da chi può aver copiato…), il duro (“The kiss”), la love song che tutti vorrebbero avere scritto (“Just like heaven”), e… Magari i puristi non lo amano più di tanto, ma qui ci trovi davvero tutto.

Disintegration”, poi, io me lo porterei nella tomba. Si torna indietro, ad atmosfere più cupe, ma con quintali di sintetizzatori a rendere il tutto più ipnotico, quasi una melassa di cui fare indigestione senza morirne. Si ricollega a “Pornography” smussandone gli angoli più rauchi e, per me, è il miglior disco della storia in assoluto. Meglio sentirselo da soli, io sarei un valido (fin troppo) commentatore in questo.
Qui, diventati eroi da milioni di copie vendute, arriva “Mixed up”: interessante coacervo di extended mix come di nuove versioni di precedenti lavori, comprende “Never enough” come unico inedito.

Wish” arriva dopo un po’, quando ormai tutti si aspettavano il colossale boom commerciale, i The Cure decidono di stare a mezza via. Sonorità da “Disintegration”, ma atmosfere meno cupe: album lungo, tanta roba dentro, forse un po’ ripetitivo alla lunga distanza sebbene ugualmente solido. C’è “Friday I’m in love”, successo radiofonico per eccellenza, altre cose di vario genere. Bene, ma forse è un “Disintegration” con meno incazzo.
Escono poi due dischi dal vivo, e la storia un po’ si sfilaccia. Il successivo “Wild mood swings” è, sinceramente, una cagata pazzesca. Debole, anche se provammo a farci piacere il primo singolo, “The 13th”, ma non c’era verso. Eppure avevano appena fatto una “Burn”, uscita nella colonna sonora de “Il corvo”, ma qui non si capiva da che parte volessero andare. “Mint car” era una versione ancora più teenageriale di “Friday I’m in love”, e a parte qualche episodio, a far capire che la mano era ancora buona (“Want”, per intenderci), fu un brutto scivolone. Semplicemente, poco ispirato.


Si passa poi ad una raccolta, e nel 2000 arriva “Bloodflowers” a rimetterli in piedi. E’ la fine della trilogia Pornography-Disintegration, tanto che uscì anche un DVD di un concerto dove loro riproposero pari pari le scalette di questi tre lavori. L’album non venne letteralmente promosso: no video, no singoli, e questo ne castrò le velleità commerciali. Però è un disco molto compatto, forse non immediato, ma che è un ottimo lavoro dei “Cure”, nel senso che è ciò che ci si aspettava da loro. Molto d’atmosfera e d’impatto, insomma. Merita.
Ormai abituati a manovre quadriennali, nel 2004 arriva “The Cure”. Molto pompato, per produzione ggiovane e perché tanti gruppi ggiovani ammettono di essersi ispirati anche a loro. E’ un lavoro molto duro, quasi hardrock in certi passaggi, ma gli amanti classici non lo hanno molto digerito, come se la durezza del suono fosse più di maniera e non originale e sentita come ai bei tempi. Chiaro, non puoi dopo 25 anni avere ancora tanta fotta, ma forse manca qualcosa che, comunque, ci si poteva aspettare. Come se fosse un castello costruito su sabbia, senza fondamenta.
Più che questo, consiglio spassionato è andare a bussare a “Join the dots”, megalitica raccolta (4 cd, se non sbaglio) con tutta la produzione dei The Cure che non è entrata nella discografia ufficiale: lati B – e, come detto, ce ne sono tanti che fanno sfigurare roba di maggior visibilità -, colonne sonore, varie ed eventuali. Così come, se si va di Mulo, diventa importante cercare le versioni deluxe degli album fino a “Kiss me”: ci sono provini, inediti mai incisi prima (“Ariel”, ad esempio), e altra roba. Qui si scopre una faccia dei The Cure che è fondamentale per avere una opera omnia. Così come  le tante collaborazioni di Robert Smith: sul sito www.thecure.com  c’è una parte dedicata a questo, con tutti quei titoli che poi andrebbero E-Mulati uno a uno. Ma qui si entra nell’ambito del feticismo…

Enrico Faggiano

 
Enrico Faggiano - Ha un suo discreto seguito nel mondo del giornalismo sportivo, anche se i suoi tanti scritti di basket (li trovate su www.bolognabasket.it) non lo hanno ancora portato ad avere uno stuolo di groupies tali da renderlo felice. Lo fanno anche scrivere su un giornale di Bologna ("Il Domani"), sempre di basket, anche se lui vorrebbe avere una rubrica fissa di almeno 4 pagine sugli anni '80. Lo fanno anche parlare in radio ("Palla a spicchi", su Radio Nettuno, ci deve essere lo streaming da qualche parte, ma non funziona mai), sempre di basket, anche se lui vorrebbe parlare meno e sparare nell'etere musica dei Modern Talking e dei Pet Shop Boys. Ricorda a memoria la hit parade del 1984 ma non sa cosa ha mangiato ieri a cena. Dieci anni fa conobbe una fanciulla e le disse "un giorno ci sposeremo e nella nostra casa si sentirà solo Den Harrow", e la predizione si sta avverando. E' anche gran esperto dei The Cure, ma i maligni dicono che li abbia imparati a conoscere scambiandoli per i Cube (andatevi ad ascoltare "Two heads are better than one", sigla di Discoring 1983).