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Autoritratto

Arte come
strumento
d'indagine


Intervista a Claudio Pinto

Comunicare è un’esigenza di tutti, cosa vuole comunicare un artista?
Ho iniziato a comunicare sul piano artistico per gioco, poi ho scoperto di avere anche capacità nel risolvere certi aspetti tecnici e compositivi. Ciò mi indusse, parlo degli anni ’60, ad accostarmi a personalità torinesi Pontecorvo) che poi negli anni ’70-’80 avrebbero primeggiato nel mondo artistico torinese. Conobbi il liceo artistico.

Quali sono i tratti caratteristici degli esordi?
Indirizzai il mio interesse inizialmente verso figure giunoniche e molto materne, quali simboli del mistero della vita in quanto procreatrici di vita; poi alla natura prima come favola del mistero e poi come realtà vilipesa. Divenni sensibile ai mutamenti e al degrado esprimendo per questo angoscia.

Qual è il simbolo dell'angoscia nell'opera di Claudio Pinto?
L'angoscia stessa della direzione e dello sviluppo umano è simboleggiata da un grosso macigno distruttore dei valori e della storia umana. Fu per questi motivi che mi iscrissi alla facoltà di architettura anziché all’Accademia di belle arti.

Professor Pinto, come architetto ha lavorato anche alla Fiat, vero?
Sì, e forse fu un errore perché mi accorsi che il clima alla Fiat, dove prestavo servizio, non apriva certo le porte agli idealisti.
In quell'atmosfera però incontrai altri artisti sacrificati al nulla, come Sergio Scanu, ma servì a comprenderci.

L'insegnamento è stata uno sbocco più consono alle sue qualità di artista?
Fu così che accettai, dopo la laurea, di insegnare proprio quelle materie per cui mi sentivo portato: il segno nella sua forza strutturale, il colore rispecchio della vita forse possono ancora oggi costituire un argine alla barbarie. Un invito a tutti affinché possano servirsene come lente di ingrandimento per osservare e ammirare ciò che resta di straordinario e di bello del mistero. Il mistero del creato induce l’uomo a indagare.

Ma l’indagine non porta alla felicità?
No penso al contrario. L’indagine mette gli uomini l’uno contro l’altro. Perché ciò che gruppi umani scoprono pensano sia l’assoluto, ne fanno un culto, lo ritualizzano, lo difendono con le armi e la violenza contro altri individui che a loro volta indagano e svolgono gli stessi processi. Ecco più indagano e più espandono la profondità del mistero dell’esistenza della vita.

Quindi il suo argomentare tende a formalizzare la profondità di uno stato d’animo angoscioso?
È difficile operare su queste cortine, su tali confini. Indubbio è che l’uomo nel suo divenire tenderà a scardinarsi per avere ragioni e convinzioni sempre più forti e questo lo indurrà o costringerà a calpestare ciò che di elementare presenta il mistero ovvero il nulla.

In che senso?
Il nulla è lo specchio delle cose che abbiamo intorno per cui la loro fatalità di essere e di esistere è la dinamicità del nulla.

Daniele Passanante

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