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Un programma operativo nazionale per la sicurezza del Mezzogiorno

Cos’è il Programma – L’Unione Europea , ormai da alcuni anni,  ha destinato parte delle risorse comunitarie (Fondi Strutturali) allo sviluppo economico e sociale delle Regioni che sono “in ritardo” rispetto alla media europea. A causa di questo ritardo di sviluppo per  alcune regioni del nostro sono state previste dal Governo Italiano e dall’Unione Europea una serie di iniziative ( Programmi Operativi Nazionali e programmi Operativi Regionali ) di cui sono promotori ed attuatori le Amministrazioni centrali e regionali. Tra le iniziative a carattere nazionale riveste un ruolo prioritario il Programma Operativo Nazionale “Sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia” che ha preso il via nel 1998 ed è, in particolare, finalizzato all’innalzamento degli standard di sicurezza delle Regioni italiane dette “obiettivo 1”: Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna, Puglia e Basilicata. Partendo  dalla considerazione che senza sicurezza non può esserci sviluppo, il Programma Operativo si pone come obiettivo principale quello di rafforzare e rendere più efficaci le condizioni di legalità nel Mezzogiorno, uniche garanzie per un progresso sociale, economico e civile che raggiunga presto i parametri europei.

Approvato dalla Commissione Europea, finanziato equamente dal Fondi Europei e dai Fondi Nazionali, il Programma Operativo “Sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia” costituisce una delle più complete e imponenti operazioni sul piano della sicurezza mai effettuate nel nostro Paese: uno sforzo, in termini sia economici che di aree e soggetti coinvolti, che non ha precedenti e che anche per questo rappresenta una sfida decisiva per il nostro Sud. Una sfida che non può e non deve essere persa se si vuole che il Mezzogiorno d’Italia non resti tagliato fuori, ancora una volta, dalle promesse dell'avvenire.  

La prima fase: gli interventi 1994 -1999 – La realizzazione di una rete infrastrutturale di telecomunicazioni in ponte radio, il ricorso a tecnologie satellitari, l'integrazione delle centrali operative interconnesse di Polizia di stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza, l'installazione di sistemi integrati interforze sia sull'asse autostradale Salerno-Reggio Calabria sia in tutte le aree che ospitano o che sono destinate a siti produttivi. Sono solo alcuni degli interventi realizzati nell’ambito della prima fase del Programma Operativo, approvato dalla Commissione Europea nel marzo 1998, che ha individuato in nove province delle regioni Obiettivo 1 (Caltanissetta, Siracusa, Nuoro, Foggia, Brindisi, Napoli, Caserta, Reggio Calabria e Crotone) le aree geografiche prioritarie dalle quali avviare l’operazione Sicurezza Sviluppo Sud. Oltre 560 miliardi (stanziati in ugual misura dai fondi nazionali e  dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale) già investiti in misure di prevenzione e sicurezza, realizzate non solo attraverso un potenziamento tecnologico indispensabile per un controllo più efficace del territorio, ma anche attraverso azioni di sensibilizzazione delle popolazioni locali e nazionali sugli obiettivi del Programma, in un ottica nuova di collaborazione concreta tra le istituzioni, i cittadini ed il mondo socio economico.

La seconda fase: gli interventi 2000-2006 – Sono 2.154 i miliardi da impiegare fino al 2006 nell’attuazione della seconda fase del Programma Operativo, approvato dalla Commissione Europea il 13 settembre del 2000, che amplia ed intensifica gli interventi già eseguiti nel corso della precedente programmazione. In questa seconda fase, infatti, le aree individuate per la realizzazione degli interventi non riguardano più solo alcune province del Mezzogiorno d’Italia ma gli interi territori delle regioni Obiettivo 1: Campania, Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia e Sardegna. Accanto all’intensificazione del controllo del territorio, da realizzare attraverso l’impiego di tecnologie sempre più avanzate per garantire il massimo della sicurezza sia agli imprenditori che ai cittadini comuni, il Programma Operativo prevede l’estensione degli interventi alla gestione di fenomeni di sempre maggiore attualità come quello dell’immigrazione,  che richiede la capacità di coniugare le esigenze di sicurezza con lo spirito di solidarietà, o della tutela delle risorse ambientali e culturali.

Gli attori – Accanto alla Polizia di Stato, all’Arma dei Carabinieri e alla  Guardia di Finanza che operano in un rinnovato scenario di collaborazione, parteciperanno all’attuazione del Programma importanti partner sia tra le Istituzioni (  la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Giustizia, le Regioni, le Province e i Comuni del Meridione) che nel il mondo socio economico ( Confindustria, sindacati ed associazioni non governative). Incentivare l'incontro tra le istituzioni e i cittadini, sensibilizzare la popolazione di oggi ma soprattutto di domani sui temi della legalità, avviare un dialogo sincero con la società civile e le forze produttive del nostro Sud, sono alcuni degli obiettivi principali del Programma Operativo: perché solo coltivando e incrementando la fiducia dei cittadini del Mezzogiorno nelle istituzioni si potrà costruire un’efficace e definitiva alleanza contro la criminalità e sottrarle del tutto il nostro Sud.


 

PON Sicurezza per lo sviluppo: una sfida da vincere insieme

1.1.            Il contesto del Sud

La sicurezza attiene a quell’ordine di fattori sociali destinati, per loro intrinseca natura, a determinare effetti che vanno ben oltre l’ambito specifico di competenza, imprimendo un impatto diretto al complesso di valori e percezioni che una comunità civile  tende ad edificare intorno a se stessa.

L’importanza rivestita da tale tematica nel nostro Paese è testimoniata dal risalto conferitole dalla pubblica opinione[1]: il 55,3% degli italiani individua nella “criminalità” la principale preoccupazione e detta percentuale sale fino all’80,7%  in talune aree delle regioni obiettivo 1.

Oltre che nei consueti indici di criminalità, la percezione di insicurezza trova origine in altri indicatori di (in)vivibilità del territorio: forte presenza di tossicodipendenza, spaccio diffuso, teppismo giovanile, prostituzione. Il complesso di tali elementi crea una grave distonia nel rapporto cittadinanza/territorio, incidendo grandemente anche sul quadro generale sia civile che economico.

In una analisi del contesto socioeconomico finalizzata alla individuazione e gerarchizzazione dei bisogni, la sicurezza riveste pertanto un ruolo primario in particolare nelle regioni del meridione italiano, tutte interessate al fenomeno sia pure con valenze e sensibilità non omogenee.

La situazione attuale è facilmente monitorabile e in qualche misura quantificabile attraverso gli ordinari indicatori di contesto rappresentati dagli indici di delittuosità  e dagli altri indicatori di disagio sociale.

I delitti denunciati all’Autorità giudiziaria dalla Polizia di Stato, dall’Arma dei Carabinieri e dal Corpo della Guardia Di Finanza sono passati da 1.406.214 dell’anno 1986 ai 2.326.170 del 1997, con un incremento di quasi il 66% . Tale incremento, pur distribuito su tutto il territorio nazionale, è stato particolarmente significativo in alcune aree del Mezzogiorno e in particolare in Campania (+ 13% nel solo 1997).

Non può certamente apparire occasionale la constatazione che il persistere o il moltiplicarsi di fenomeni di criminalità si manifesti, per le regioni del Meridione italiano, come una sorta di effetto a latere di una stagnazione economica di tale persistenza da aver assunto, in taluni segmenti territoriali, i connotati della cronicità. Pur senza dimostrare un chiaro nesso di causa-effetto, l’inquinamento del tessuto sociale da fenomeni di criminalità, specialmente di criminalità organizzata, determina congiunture sfavorevoli nel complesso della mappa degli indicatori economici di molti dei territori in argomento: bassi i livelli di produzione e di lavoro, apparentemente inattivati i meccanismi di crescita diffusa del reddito.

 

1.2.       I punti di debolezza

Come è stato autorevolmente sottolineato[2], “all’indomani della nascita dell’Unione economica e monetaria, le regioni del Mezzogiorno presentano i tratti di un’economia in bilico, tra il rischio di un impoverimento indotto dallo spostamento di risorse verso aree più competitive e l’occasione di un balzo dello sviluppo, con il deciso rafforzamento delle tendenze di crescita già visibili in alcune aree e distretti[3]. Agli occhi di chi opera in settori di primaria valenza sociale quali la Giustizia e la Sicurezza, quella meridionale sembra in verità una intera società in bilico, vacillante tra l’eventualità di essere soffocata da antichi e nuovi malesseri che ne determinino la definitiva marginalizzazione e la possibilità di inserire il proprio enorme potenziale di intelligenze nella costruzione di un articolato sociale basato su principi di efficacia e legittimità. Una società pertanto in mezzo al guado che tuttavia conserva intatta la forza e l’opportunità di guadagnare la riva dello sviluppo e della legalità.

I due aspetti sono così connessi che, come non è agevole indicare una prospettiva di sviluppo economico senza effettuare un contestuale riferimento a criteri di legalità (quali, ad esempio, il libero e pieno accesso al lavoro, il contrasto al disagio e alla devianza sociale o la piena garanzia del rispetto delle obbligazioni sottoscritte), non è egualmente facile eseguire una compiuta disamina del quadro complessivo dell’ordine e sicurezza pubblica in un’area specifica senza collegarla a indicatori macroeconomici  (l’occupazione, il lavoro sommerso, il reddito medio procapite). E’ con riguardo pertanto anche a questi e analoghi indicatori che sarà necessario formulare una analisi delle disparità delle Regioni di cui all’obiettivo 1 con particolare riguardo ai punti di forza e di debolezza che emergono con intensità nel confuso agitarsi di talune tipiche contraddizioni.

I numerosi elementi di debolezza del quadro socioeconomico del Mezzogiorno italiano sono connessi alle note disarmonie che sono state riscontrate nelle politiche di coesione nel nostro Paese dall’Unità al secondo dopoguerra. Tra queste è possibile indicare:

·      Una Pubblica Amministrazione non sempre efficiente, ritenuta talvolta di scarso supporto per le esigenze della popolazione.

·      L’insufficienza nella rete dei trasporti, che ha reso ancor più acuta la marginalizzazione geografica di molti territori.

·      L’assenza di infrastrutture in grado di canalizzare lo sviluppo agricolo e industriale (acquedotti, aree portuali attrezzate, ecc.).

·      La mancanza di servizi di base ed innovativi per le aziende, anche a causa di una densità relativamente bassa di imprese.

·      La difficoltà di accedere al credito, anche per i tassi di interesse superiori rispetto a quelli del restante Paese.

·      La scarsa disponibilità di aree industriali attrezzate, con le connesse deficienze strutturali delle reti idriche ed elettriche.

·      La presenza di una capillare criminalità organizzata che ha imposto, in molte regioni, la propria violenza estorsiva e parassitaria.

Termometro fedele di queste ed altre gravi debolezze strutturali è stato il fenomeno emigrativo che si è sviluppato lungo un secolo di storia con destinazione verso il nord industrializzato e verso l’Europa e il Nord America. Sembrava un fenomeno archiviato in un meridione che ormai da qualche tempo è perfino divenuto luogo di accoglienza per migliaia di profughi ed immigrati entrati in Italia; invece, poco meno di centomila meridionali, l’anno scorso, hanno abbandonato le loro regioni di origine e si sono trasferiti altrove a cercare lavoro. Un valore quasi doppio di quello riscontrato a inizio decennio (53mila) e più che triplicato rispetto alla metà degli anni ottanta (27mila). Appare ancor più significativo il fatto che, nonostante questo esodo abbia chiara motivazione occupazionale, il numero dei disoccupati nel Sud sia aumentato dal 22,2% del 1997 al 22,8% dell’anno scorso[4].

Non meno importante, nella analisi sia pur necessariamente sommaria che è possibile svolgere in questa sede, è il punto di debolezza rappresentato nel quadro contestuale  dalla mancata emersione del lavoro sommerso. Il valore del sommerso italiano viene infatti stimato dall’Unione Europea tra il 25% e il 35% del PIL, con percentuali ancora più gravi per quanto concerne il Mezzogiorno, contro un sommerso medio delle economie europee dell’ordine del 15%. Le connessioni tra sicurezza pubblica e contrasto del lavoro sommerso saranno affrontate successivamente, ma è sicuramente già utile sottolineare in quale misura il rispetto diffuso delle norme fiscali, delle regole contrattuali e della normativa a tutela dei lavoratori gioverebbe alla diffusione di una legalità di “sistema” che, come sarà di seguito approfondito, rappresenta uno degli obiettivi specifici del profilo sicurezza per quanto concerne la programmazione in esame.

Segnalato elemento di debolezza contestuale, con forti implicazioni anche nell’ambito della sicurezza, è rappresentato dalla non sempre adeguata efficienza della macchina burocratica.[5] A fronte, infatti, di una sempre più avvertita esigenza di monitoraggio e di controllo delle attività economiche soggette al grave rischio di inquinamento da capitali di origine criminosa e dalla necessità, altrettanto rilevante, di garantire la trasparenza nell’espletamento dei pubblici appalti, si pone la priorità, più volte indicata dal mondo dell’imprenditoria come condizione necessaria di sviluppo, di abbattere il costo degli adempimenti e dei ritardi burocratici, che frenano l'economia del nostro Paese. In tale direzione va, come noto, la legge Bassanini che ha costituito un quadro normativo in grado di garantire importanti semplificazioni burocratiche sulle singole procedure e la creazione di “sportelli unici” per le imprese a livello locale.

1.3.       I punti di forza

Tra gli indicatori in grado di fornire l’esatta misura della vivacità di un sistema economico, individuandone i contesti territoriali maggiormente trainanti e significativi, viene sovente utilizzato l’andamento delle esportazioni. In tale quadro, l’analisi svolta dall’annuale Rapporto ISTAT nei confronti delle imprese unilocalizzate nel Mezzogiorno, sulla base di un semplice indicatore di competitività definito dal rapporto esportazioni su addetti, ha individuato almeno tre tipologie di sistemi locali.

I sistemi locali consolidati, come Isernia, Solofra, Lanciano, Nocera inferiore, Casoli, Castellammare di Stabia, Tricase, Lucera, Venafro, che presentano livelli di competitività superiori alla media nazionale e che possono confrontarsi in condizioni non svantaggiose sul mercato nazionale ed internazionale;

I sistemi locali emergenti, quali Torre Annunziata, Battipaglia, Atri, Caserta, Matera e molti altri, che presentano livelli di competitività superiori alla media del Mezzogiorno ma inferiori alla media nazionale: essi si caratterizzano per la presenza di un tessuto produttivo di imprese unilocalizzate dinamico che riesce a collocare parte della propria produzione sul mercato estero.

I restanti sistemi locali che nel Mezzogiorno presentano livelli di competitività modesti, anche se in taluni casi (Avezzano, Marsala) con valori ormai prossimi alla media delle Regioni obiettivo 1.

Risulta pertanto confermato quanto enunciato nel Rapporto interinale per il settore prioritario “sicurezza” quando si ribadiva che il Sud dell’Italia “ non è privo di tradizioni e risorse produttive (basti pensare, ad esempio, al settore turistico e alberghiero, alla conservazione e commercializzazione industriale di prodotti ortofrutticoli, al settore florovivaistico, alle produzioni vitivinicole, per restare solo nell’ambito di già esistenti e consolidati microsistemi territoriali) e sussistono tutte le condizioni altrove ritenute sufficienti per avviare una politica di incentivazione di nuovi investimenti; tuttavia l’attivazione di nuove ulteriori potenzialità necessita che venga affrontato il nodo di taluni fabbisogni propedeutici (…) con un programma di intervento diretto non solo al consolidamento e all’allargamento della base produttiva bensì alla creazione di condizioni per una riduzione strutturale, e non contingente ed emergenziale, delle primarie motivazioni del mancato sviluppo.”

In effetti, esistono numerose specificità nell’economia meridionale rispetto alla media nazionale: il peso dell’agricoltura e del terziario, in termini sia di prodotto sia di occupazione, risulta elevato, mentre l’industria, che pur fornisce complessivamente  un contributo modesto, presenta comunque molti casi di evidente distrettualizzazione, come quelli precedentemente esemplificati. Si può anche sottolineare una buona incidenza occupazionale nel settore delle costruzioni (l’8,7 per cento delle unità di lavoro a fronte del 7,2 per cento della media nazionale) e enormi margini di miglioramento nel settore turistico, dove nel 1996 il Mezzogiorno assorbiva solo il 19% del flusso complessivo diretto in Italia, che scendeva perfino al solo 13% se si aveva riguardo al turismo straniero.

Tutto ciò non contrasta con le non positive note sul Mezzogiorno espresse in esordio. E’ nel Mezzogiorno infatti che si concentra quel grave spreco di risorse umane che risponde ai nomi di disoccupazione, occupazione sommersa, disagio sociale. Tuttavia non esiste una sola tipologia di Mezzogiorno ma una articolata pluralità di contesti territoriali: ci sono, come si è più volte riferito, aree del Sud che hanno ridotto fortemente il divario rispetto al centro-nord e che possono avere un effetto trainante per far cogliere il desiderato versante alla economia meridionale in bilico.

Non è difficile far emergere differenze tra aree e province del Sud tenendo conto, in luogo di fattori strettamente economici, di indicatori di attività criminale.

Potremo pertanto distinguere[6] in:

Province a forte condizionamento criminoso o a grave rischio: Agrigento, Caltanissetta, Caserta, Catanzaro, Cosenza, Crotone, Enna, Foggia, Lecce,  Messina, Reggio Calabria, Ragusa, Salerno, Trapani, Vibo Valentia. Si tratta di capoluoghi di dimensioni medie o medio-piccole, caratterizzate da una intensa attività criminosa in rapporto alla popolazione residente oppure dall’incrementarsi di fenomeni aventi carattere prodromico (estorsioni, attentati dinamitardi, usura) Molte di queste province fanno inoltre registrare un’elevata mortalità e natalità di imprese, che, in considerazione della debolezza strutturale del locale sistema economico, appare come un probabile sintomo del tentativo di penetrazione nell’economia legale da parte della criminalità organizzata. Tale fenomenologia delinquenziale è talvolta tradizionalmente presente (Agrigento, Caltanissetta, Caserta, Trapani, Reggio Calabria) altre volte (Lecce, Foggia) di recente insediamento, altre ancora ad uno stadio grave ma recuperabile (Messina, Cosenza), in tutte l’andamento della delittuosità è connessa al mancato sviluppo economico e accompagnato da situazioni di disagio sociale e di non adeguata acculturazione.

Città e metropoli caratterizzate da evidenti segni di degrado: Bari, Brindisi, Cagliari, Napoli, Palermo, Siracusa e Taranto. Si tratta di centri di dimensioni grandi o medio grandi, col peculiare connotato di una forte presenza di criminalità diffusa e di delinquenza minorile, anche se in qualche caso (Napoli, Palermo) riferibile al presidio e controllo del territorio operato dalla criminalità organizzata. La maggior parte di queste province manifestano fenomeni di deindustrializzazione; si tratta infatti di aree che un tempo presentavano significativi apparati industriali oggi in via di smantellamento. Questo dato è causa di un forte disagio sociale. Il contrasto alla criminalità deve, in queste città, essere inquadrato in una più ampia strategia di riqualificazione e recupero imprenditoriale onde impedire che l’ulteriore degrado del tessuto economico e l’intensificarsi delle problematiche occupazionali possa fungere da moltiplicatore nella già diffusa “cultura dell’illegalità”.

Città e provincie in espansione o con grandi potenzialità di sviluppo economico: Avellino, Benevento, Campobasso,  Isernia, Nuoro, Oristano, Potenza, Sassari. Si tratta di piccoli o medi centri urbani, caratterizzati da discreti o buoni livelli occupazionali, livelli di reddito superiori a quelli medi del Meridione, significativa crescita economica, discreta presenza di imprese di servizi. Sono contesti non particolarmente afflitti da fenomeni di macrocriminalità (in taluni casi praticamente inesistente, in altri, come nel caso delle provincie campane, molto sotto la media regionale) sui quali bisogna semmai operare per consolidare la sensibilità alla legalità e allo sviluppo socioculturale, contrastare l’incremento della criminalità diffusa e accompagnare il considerevole potenziale di crescita economica.

1.4.       Le opportunità presenti

Paradossalmente le Regioni del Sud d’Italia, essendo quelle dove di massima si presenta maggiore la distanza tra scenari positivi e quelli negativi, sono - nonostante ciò, anzi proprio per questo motivo - i territori dove, in termini di strategia di sviluppo e di crescita economica e occupazionale, ci si può attendere il  più alto rendimento.

Non mancano infatti le opportunità per estendere a tutti i territori meridionali progetti capaci di ricollocare capitali, stimolare il lavoro specializzato, sfruttare adeguatamente le risorse presenti e talvolta tali opportunità possono perfino trovare origine in fattori ritenuti critici: lo stesso sopirsi del cospicuo flusso di trasferimenti pubblici che, in passato, aveva sostenuto i consumi del Mezzogiorno, può divenire, ad esempio, incentivo a riconvertire intelligenze e professionalità in precedenza dedicate prevalentemente ad una attività di mediazione tra risorse e istanze.

Ma perché tutto ciò si realizzi non è sufficiente solo un imponente sforzo di investimento, occorrono condizioni di fiducia nelle istituzioni, di stabilità sociale ed economica, di ordine e sicurezza pubblica.

Tale obiettivo sarà infatti raggiunto solo se, come è stato autorevolmente ribadito dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi[7], saremo in grado di “investire nella costruzione di quel capitale sociale indispensabile allo sviluppo, e cioè la sicurezza del territorio, una più intensa attività di formazione, una amministrazione efficace della giustizia,(…) relazioni di fiducia all’interno delle comunità locali, fra imprenditori, fra capitale e lavoro, fra attori privati e pubblici, fra amministrazioni pubbliche diverse

Sicurezza. Giustizia. Formazione. Collaborazione e Sensibilizzazione. Queste direttive impongono un grande impegno sia di analisi sia operativo. Esse non esauriscono l’ampio ventaglio di opportunità di crescita e sviluppo che si offre al Mezzogiorno d’Italia ma ne rappresentano una significativa e determinante componente. Il presente P.O. va nella direzione indicata.

1.5.       La minaccia criminale

Pur ritenendo, in linea di massima, anche allo scopo di evitare il perpetuarsi di luoghi comuni e pregiudizi sulla questione del difficile sviluppo del Sud, che la presenza della criminalità organizzata non può e non deve assumere il ruolo di spiegazione polivalente e  di alibi onnicomprensivo, è tuttavia necessario  ribadire che la criminalità (non solo quella organizzata) è certamente una concreta e formidabile minaccia per ogni forma di crescita economica e civile.

Come è stato altrove lumeggiato[8], l’impatto negativo della criminalità sull’economia legale col suo effetto depressivo e distorsivo sugli investimenti produttivi è infatti ormai un dato difficilmente controvertibile. Gli esperti concordano sul fatto – si può leggere in un recentissimo rapporto[9] – che tra le varie tipologie di attività illecite che hanno un impatto negativo sull’economia vi sia, in primo luogo, l’attività estorsiva, seguita dall’usura, dal traffico e spaccio di droga e dalle rapine. L’usura è una relativa novità, per molte organizzazioni mafiose. Solo di recente infatti elementi, anche di spicco, si dedicano a questa attività che può anche connettersi ad operazioni di lavaggio di capitali sporchi. Per quanto concerne le forme esplicite di controllo criminale sull’economia, esse si estendono a gran parte del sottosistema economico legale che spesso, peraltro, esercita funzioni di copertura. Il settore più coinvolto è sicuramente quello delle opere pubbliche, anche se in grado molto minore rispetto al passato  a causa della recente politica nazionale di rigore. L’intreccio economia - criminalità organizzata coinvolge anche altri settori produttivi, quali il commercio, l’edilizia e il credito.

Tali considerazioni ci permettono di interpretare in modo corretto l’interazione che corre tra economia e criminalità organizzata nel Meridione, ove quest’ultima deve essere considerata una concausa e non un effetto della situazione di sottosviluppo economico. Come è stato posto in rilievo da un economista[10] studioso di problemi della criminalità, è stata la criminalità organizzata, anche grazie alla sua collusione sistematica con taluni ceti imprenditoriali e politici, a contribuire a determinare in passato una configurazione economica di importanti parti del Mezzogiorno di sostanziale dipendenza da appalti pubblici.

Non vi è alcun dubbio sul fatto che la presenza del crimine organizzato agisca da deterrente allo sviluppo economico e sociale, in particolare limitando le iniziative imprenditoriali, inibendo la formazione di una classe dirigente locale e scoraggiando gli investimenti. Essa, anche per le Regioni attualmente non interessate o interessate solo marginalmente al fenomeno, rappresenta una esiziale minaccia, un rischio gravissimo da prevenire per non vanificare l’ingente sforzo già operato o che l’intero Paese si accinge a produrre.


[1] Il sondaggio è stato reso pubblico dall’ISTAT, “Rapporto annuale sulla situazione del Paese nel 1998.

[2] “Orientamenti per il programma di sviluppo del Mezzogiorno”, DPS, Roma, 30 aprile 1999.

[3] Come nota il Prof. F. BARBAGALLO in “ Problemi dello sviluppo e ceto politico nel Mezzogiorno di Fine Novecento” in Strutture e metodi del consenso nell’Italia Repubblicana, Pisa 1995, “ …il Mezzogiorno rappresenta una opportunità e un vincolo per l’economia italiana. Esso è senz’altro un vincolo e un peso non più sostenibile nelle condizioni attuali del bilancio statale se continuerà ad assorbire risorse per sostenere i suoi traballanti equilibri economici e quel sistema politico e criminale che su di essi si è sviluppato. Ma potrà rappresentare una rilevante opportunità di sviluppo per un’economia e un’industria italiane che non affidino le proprie sorti a fuggevoli vantaggi congiunturali, come quelli offerti dalla svalutazione della lira, o ad improbabili rincorse sul terreno dei costi di lavoro nei mercati e nei prodotti tradizionali.

[4] Fonte ISTAT, Rapporto cit.

[5] Tra le politiche settoriali che compongono la “politica di missione” per il Mezzogiorno, messa in evidenza dai documenti della Nuova programmazione per lo sviluppo delle regioni meridionali, un ruolo importante rivestono le “azioni volte ad accelerare l’attuazione delle riforme dell’amministrazione pubblica – a tutti i livelli di settore e territoriali – ed il miglioramento della sua efficienza: in particolare con il rafforzamento tecnico delle strutture, anche attraverso linee e azioni specifiche di assistenza tecnica dotate di adeguate risorse finanziarie, nonché attraverso interventi di informatizzazione e di integrazione con il Sistema Statistico Nazionale, con la razionalizzazione degli assetti organizzativi, con la semplificazione delle procedure, con la riqualificazione delle risorse umane con la crescente responsabilizzazione della dirigenza, con l’individuazione di meccanismi di promozione e con l’attuazione della contrattazione tali da assicurare condizioni remunerative dei dipendenti pubblici più propriamente legate al merito.” Ministero del Tesoro, Bilancio e Programmazione Economica, Orientamenti per il Programma di Sviluppo del Mezzogiorno, 1999.

[6] La seguente tripartizione è stata parzialmente mutuata dall’ottima analisi Censis “L’intreccio tra sviluppo e criminalità nelle province meridionali”.

[7] C.A. CIAMPI “ Esposizione economico-finanziaria ed esposizione relativa al bilancio di previsione” discorso alla Camera dei Deputati del 1 ottobre 1998.

[8] Programma Operativo “Sicurezza per lo Sviluppo del Mezzogiorno d’Italia” pag. 11.

[9] Fondazione Caesar ”Sicurezza e Legalità per un nuovo ciclo di sviluppo nel Mezzogiorno”, Catania, 29 giugno 1999.

[10] Centorrino, Economia assistita da mafia.

 


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