Materiali / Articoli

 

LOY & ALTOMARE:

COUNTRY ALL'ITALIANA

di Fiorella Gentile (da Ciao 2001 n. 50 del 15 dicembre 1974)

 

 

1969. Londra. Una città talmente più grande di te che ti eccita, eppure, stranamente  è proprio lì che, per la prima volta, trovi una tua identità. Ti stagli chiaro rispetto al “resto” e proprio quando nessuno  – stai certo – te lo chiede, ti senti stimolato verso una tua creatività, una tua definizione precisa.

Nle frattempo ti consola l’anonimato e il grosso stimolo di cose che percepisci intorno. Nei giovani, nelle strade, nei teatri off e non, nei libri di un certo successo (“Naked lunch” va forte), ma, prima che in ogni altra cosa, nel modo di incontrarsi e di cercarsi…

 

FORSE DAVANTI ALLO SHAFTESBURY THEATRE…

Un tizio biondo, capelli lunghissimi biondi, occhi chiari, carnagione da nordico è tutto impegnato a leggere la locandina di un musical che sta riscotendo un incredibile successo: hair… decide di fare la coda per comprare il biglietto meno car. Dietro di lui, qualcuno commenta in italiano; niente di nuovo nella zona di Piccadilly.

Un italiano che incontri a Londra è la noia e la liberazione insieme; uno con cui puoi comunicare con più chiarezza, oltre le frasi standard che sfoggi con più o meno nonchalance, col quale finisci per fare sempre gli stessi discorsi. Uno per il quale sei nato in un preciso luogo, con una determinta estrazione sociale, un corso di studi e che, copo un po’, ti rompe le scatole. Già, perché con lui “che sa” hai il pudore del tuo nuovo io e ti sembra troppo chiaro che stai giocando a fare “un altro”.

“Sei di Roma?” / “Già, e tu?” / “Verona” / “Ehm” / “Che fai?” / “Buh, volevo cambiare aria” / “Certo che in Italia non si può proprio vivere” / “Dove stai?” / “Mi arrangio, lavoro in un ristorante. Si guadagna un sacco di soldi. Non mi pare vero di gustarmi la mia indipendenza. E tu?”. / Checco sembra per un attimo in difficoltà: “Non so bene, ancora. Non ho una lira; vado a vedermi questa cosa, poi si vedrà…”.

 

MUSICA MUSICA MUSICA MUSICA…

Una generazione; quella che ha vissuto le prime emozioni del pop italiano, Equipe 84 compresa; e poi, è logico, i Beatles, i Rolling Stones. Una generazione che si è protata dietro una concezione della musica come fatto emozionale, sempre più dolce, o sempre più aspro, e come preciso mezzo di comunicazione sociale.

Quando si dice Beatles e Rolling Stones si dice tutto: froma e sostanza. Oblio e incavolatura; Gli Scarafaggi, musicisti pulitini e stupendi arrangiatori; le Pietre rotolanti con la loro nuova etica di bellezza. E da queste due scuole siamo usciti tutti, ognuno con la sua scelta di vita e la sua filosofia. La Musica ha funzionato come grosso mass media per un enorme numero di giovani che, in comune, ha avuto ed ha solo l’età.

Altrimenti mi sembra chiaro che Checco (Loy) e Massimo (Altomare), nel loro immaginario incontro londinese non avrebbero dovuto trovarsi d’accordo. Checco, che s’era potuto permettere di non studiare più, perché gli sembrava giusto non ammuffire sui libri fino a trent’anni; e Massimo che, invece, aveva dovuto prendere il suo diploma di elettrotecnico per amore o per forza, perché la madre si sentisse un po’ rassicurata sulle possibilità di guadagno del figlio. Il primo che, pur vivendo senza una lira in tasca, a Londra, si portava dentro la sicurezza acquisita che “si trova sempre qualcosa da mangiare, non c’è problema”; e l’altro, preso dalla paranoia che “se non ci si dà da fare non si mangia”.

Una chitarra suonata “malino” e dei testi pieni di ingenuità: 1969, l’inizio di una collaborazione che ha un sapore d amichevole più di tante altre storie di musicisti.

 

CINQUE ANNI DOPO…

“Se fossi amica nostra da almeno cinque anni capiresti quanto ci è sfuggito di quel che volevamo fare, a livello discografico.

Per il primo lp, avevamo il tipico atteggiamento di chi agisce dall’esterno, senza sapere cosa può accadergli, come deve muoversi. Una cosa che ci interessava moltissimo era rendere determinate atmosfere, un colore, perché avevamo vissuto veramente il primo “beat” e tutto stava diventando molto tecnico, molto freddo. Noi avevamo del materiale da riorganizzare, non conoscevamo molta musica di altri. Siamo approdati al country forse proprio per una affinità spirituale con quel genere: per il legamo che ha con la natura e per quello che stabilisce tra le persone.

“I testi pretendevano di affrontare certi problemi, sessuali ad esempio, forse in maniera un po’ velleitaria.

Oggi il nostro punto di vista è diverso. Il primo album, ad esempio, fu arrangiato da Gizzi; fece un buon lavoro, senza dubbio. Ma ci apparteneva al 50 per cento. Oggi “Chiaro” l’abbiamo fatto da soli, insieme a Fabio Liberatori, Francesco Foggio, Roberto Gardin, Stefan Grossman e Luciano Ferrone. Ci abbiamo lavorato molto, anche troppo. Alla fine si perde in naturalezza.

Affrontare tematiche attuali non è un problema; l’importante è non fare violenza… cioè tu vivi leggi pensi e ti va di scrivere una cosa… a quel punto chi ascolta può interessarsi oppure no, ma non deve esserne colpito, infastidito a tutti i costi.

“Noi crediamo in alcuni valori dell’uomo, imprescindibili. Nel legame che la nostra mente e il nostro corpo ha con il mondo. Non e iste un partito a cui dare il nostro lavoro… la musica, poi, oggi è un’industria impostata su schemi fascisti, del tipo “non ce ne frega niente della dignità di quelli che ascoltano. Che sentano ascoltino capiscano solo quello che gli facciamo capire noi”.

“Noi siamo dei canzonettari, in fondo; se facessimo canzoni con uno spirito diverso non ci vorrebbe molto a prendere in giro la gente. Tu studi una situazione e prepari in laboratorio un prodotto che vende. L’onestà sta nel conservare la propria identità, in modo da essere riconosciuti per quello che si è.

“I Beatles vogliono dire oggi i fantasmi di quel periodo, gli autografi le urla, le stupidaggini, i manifesti: eppure erano più musicisti dei Rolling. Però “Please please me” oggi non significa più niente, se non a livello di nostalgia per alcuni; “Satisfaction” continua a dire quello che gli Stones intendevano dire, proprio perché l’hanno detto con estrema sincerità di scelta”.

 

COUNTRY ALL’ITALIANA

Chi conosce la musica di Checco e Massimo, si aspetti da “Chiaro” la stessa dolcezza dell’album precedente, i delicati cori in cui rivive a tratti il primo beati (specie l’Equipe, come dicevamo), qualche brano più canzonettistico, qualche altro più divertente. In più, c’è la sicurezza di chi può fare della musica semplicemente un altro vocabolario, e quindi scerzare, rifare il verso a certi generi, parlare di rapporti e, infine, avviare anche il discorso tecnico. Infatti “Chiaro” ha dei momenti strumentali veramente felici, spunti di arrangiamenti non del tutto sfruttati e forse proprio per questo più creativi.

Non so perché, Massimo e Checco mi danno l’impressione di due vecchi amici, compagni di banco, o colleghi universitari o forse proprio quei due ragazzi italiani che hai incontrato a Londra da qualche parte ed hanno suonato per te un pomeriggio.

                                                                                                                                                                                  Fiorella Gentile

 

 

Ciao 2001