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"CARONTE" DEI TRIP:

IL NOCCHIERO DELLE ANIME PERDUTE

di Marco Ferranti (da Ciao 2001 n. 46 del 17 novembre 1971)

 

 

L’ambiente italiano della musica pop, nonostante una parziale risveglio avutosi quest’anno, non è certo un mondo di sorprese e di fatti nuovi; ma chi avesse avuto la possibilità di ascoltar un LP di nome “Caronte” non può non aver pensato che proprio questo disco rappresenta uno di quei rari episodi.

Per i contenuti e la presentazione stessa del disco, che si riallacciano alle attuali tendenze anglosassoni, sarà stato difficile ricollegare questa incisione ad un gruppo che, pur se composto di due elementi inglesi, è chiaramente di tradizione nostrana. Per la precisione si tratta dei Trip, gruppo nato dall’unione fra due conterranei di Orazio Nelson e due compaesani di Cristoforo Colombo, era logico che da tanta marineria venisse fuori qualcosa di attinente ad una barca.

Ma stavolta la barca, anzi una nave per il moderno Caronte, è il simbolo del perbenismo odierno che condanna “al di là del fiume” i suoi maledetti; due fratelli morti fra gli Angels nella violenza, Jimi e Janis uccisi dalla propria vita. E i Trip condannano Caronte, con l’affondare della nave tra le note di un piano cadono anche tutti i pregiudizi che si potevano aver riguardo il pop italiano.

Dell’album quello che maggiormente colpisce è l’unitarietà che si è voluta dare a tutti i brani: anche quando la suite musicalmente sembra venir meno, sono i testi a voler riportare il tutto sotto una sola matrice. Tutto questo, naturalmente, non a scapito della ricerca tecnica ed espressiva, che si mantiene sempre ad un livello elevato, anche nelle sezioni vocali, una volta tanto riuscitissime.

Ed è così che alla fine mi sono trovato davanti ad un piatto di spaghetti insieme ai Trip in una simpatica chiacchierata che non ha fatto altro che confermare i piacevoli sospetti avuti nell’ascolto di Caronte: Vedi – ha esordito Joe – il LP è nato praticamente un anno fa: se dovessimo incidere qualcosa oggi essa sarebbe indubbiamente più avanti dello stesso Caronte. Ma manterrebbe inalterata la nostra originalità musicale; infatti l’unica influenza che ammetto nelle mie composizioni è quella di una certa musica classica in special modo quella di Bach che costituisce un po’ il mio bagaglio musicale. Bagaglio musicale che a dire il vero mi si è presentato da una breve indagine molto consistente.

- D’altronde – mi ha detto il batterista – la nostra unica pretesa da quando suoniamo insieme è sempre stata quella di suonare una musica nostra sotto tutti gli aspetti: e questo è un concetto di difficile applicazione in una Italia musicale totalmente priva di quelle infrastrutture tecniche necessarie per avere una resa valida per questo tipo di sound. Se a ciò si assommano le difficoltà che crea l’ambiente così fortemente impregnato di compromessi commerciali, puoi ben vedere come tutto possa costare un’immane fatica.

E bisogna aggiungere che questa chiara, anche se non proprio diplomatica, posizione assunta dai Trip davanti a qualsiasi commercializzazione se da un lato costituisce un grande pregio, dall’altro è stata una specie di calamità: l’ignoranza, se non l’avversità della stampa e della radio per infantile ripicca dopo l’incidente di Viareggio ne sono le prove.

Dall’Italia il discorso dilaga e si arriva fatalmente alle origini: Arvid, simpatico quanto pittoresco bassista racconta delle esperienze che con William ha avuto quando suonavano con Blackmore; poi si porta sullo stile di Tim Bogert; è proprio il nome dei Vacilla quello che sento più frequentemente. – Secondo me – mi ha detto Joe – sono stati i primi a portare questa musica ad un livello concertistico: giocando sui pieni e sui vuoti hanno praticamente creato quella suite che sta diventando un elemento tipicizzante della pop music. Io – ha aggiunto – come si può facilmente prevedere sono un grande ammiratore di Emerson, ma trovo che, pur nella sua impareggiabile perfezione, lui e i suoi compagni non abbiano la stessa carica innovativa che i Vacilla esercitarono ai loro tempi. Da tutti questi discorsi se ne sta un po’ in disparte Willi, il chitarrista; incuriosito da questa meditazione lo stuzzico un po’ e scopro in lui la parte più pura del pop inglese, quella nata dal blues di BB King che ha dati i Clapton e i Rod Stewart e che molto ancora darà.

- A me piace suonare la chitarra in modo limpido, senza inutili distorsioni, non eccedendo in virtuosismi a scapito della melodia: apprezzo molti chitarristi ma in particolar modo il Mike Bloomfield dei tempi della Buttefield Blues Band. Per me la musica oltre che avere una ricchezza tecnica, deve rispondere a dei canoni estetici che la rendano melodiosa, bella in sintesi.

Ma la concezione di Willi va oltre: - Io la musica la interpreto attraverso i colori: per me non è affatto casuale che l’amara musica dei negri si chiami blues, cioè sia blu, un colore cupo e triste; per la stessa ragione il rock così violento e comunicativo lo vedo rosso. Voglio considerare la musica solo come una pura espressione artistica: troppo ad esempio che renda molto la dolcezza dell’arte di Cat Stevens.

 - Io stesso che vivo ed ho vissuto in questo ambiente odio tutte queste forme di materialità e di rozzezza che lo circondano: quando suono nei concerti il mio sogno sarebbe quello di scendere dal cielo, suonare e poi sparire nuovamente tra le nuvole, lontano da tutto ciò che impoverisce l’arte e la poesia musicale. Mi ricordo che quando vivevo a Londra e frequentavo tutte le pop-stars di allora mi trovavo ad odiare per la loro rozzaggine e villania, gente come Jeff Beck che ammiravo molto artisticamente, mentre ricordo ancora con piacere la bontà di Hilton Valentine.

Il vocione di Arvid che sta spiegando come il suo basso possa diventare “meraviglioso” nelle sue mani mi riporta al presente, anzi stando a quanto mi dice Joe, al futuro: - Come per tutti anche a noi è venuto il desiderio di un bel sintetizzatore ma abbiamo preferito pensarci bene: come infatti saprei questo strumento è ancora in fase sperimentale e presenta alcuni inconvenienti, primo fra tutti l’impossibilità di prendervi accordi che costringe spesso a lunghe fatiche di sovrincisione; ma pare prossima la realizzazione di uno strumento che offra questa necessaria possibilità: tra gli altri c’è anche un mio giovane amico di Torino che sta ottenendo degli ottimi risultati.

Ed è proprio quest’ultima nota che sta a dimostrare che veramente c’è anche qui qualcosa che si muove: ne è un’altra prova il fatto che lo stesso Joe Vescovi si stia occupando della produzione di un altro promettente group: l’Era d’Acquario.

Forse proprio così cadranno le assurde barriere che ancor oggi spesso esistono tra i nostri gruppi e così si creerà quell’ambiente che tanto manca al pop italiano. Verrà il giorno che Caronte non rappresenterà più un fenomeno isolato.

                                                                                                                                                                             Marco Ferranti

 

 

Ciao 2001