AVEVAMO IL RADAR E  NON LO USAMMO

 

Le più gravi perdite della nostra marina furono determinate dalla «mancanza» di questo strumento, che uno studioso italiano aveva realizzato fin dal 1939.

 

 
Chiariamo subito una cosa: il radar l'avevamo anche noi. Non lo chiamavamo così, ma l'avevamo. Anche se non funzionava alla perfezione e se non era stato montato sulle navi, dove avrebbe potuto servire. E diciamo anche un'altra cosa: che nel Mediterraneo, il radar gli inglesi l'avevano soltanto sull’incrociatore «Ajax» e sulIe corazzate, per lo meno nei primi mesi di guerra. Fu soltanto dopo lo sfortunato scontro di Capo Matapan che per noi scattò l'allarme, perché gli inglesi «ci vedevano di notte e noi no », ragione per cui « tendevano a impegnarsi in azione sempre verso il tramonto e comunque al calar della sera ». Altro particolare: gli inglesi appena potevano facevano fumo, cioè stendevano cortine di nebbiogeni attraverso le quali sembravano vederci egualmente. Ricordiamo, incidentalmente, che nella battaglia del Rio della Plata, in cui tre incrociatori inglesi ebbero la meglio sulla corazzata tascabile tedesca « Graf Spee », l'incrociatore « Ajax » e la nave tedesca avevano entrambe il radar. Che, a quanto sembra, non fu usato in combattirnento. Almeno da parte britannica, perché il tiro fu osservato da un aereo ricognitore catapultato dall'« Ajax », mentre sembra che nemmeno i tedeschi avessero in funzione il loro impianto, altrimenti il comandante Langsdorff non si sarebbe fatto sorprendere dai tre incrociatori. Forse sperava di metterli fuori combattimento con i suoi pezzi da 280 prima che le torri da 203 dell'« Exeter » riuscissero a colpirlo; gli altri due, l'« Ajax » e l'« Achilles », avevano solo i cannoni da 152.

Difatti l'« Exeter » fu colpito otto minuti dopo l'inizio delio scontro, ebbe la plancia comando devastata e fu quindi, in pochi minuti, letteralmente disarmato dalle salve della « Graf Spee » che distrussero le sue tre torri, e dovette ritirarsi alle Falkland. Ma furono i 152 dei due incrociatori leggeri a devastare con 27 centri la corazzata tascabile. Forse, se avesse usato il radar, Langdorff avrebbe potuto cavarsela meglio.

Il radar (Radio Detector and Ranging: « radiorilevatore e (radio) telemetro ») è stato studiato assieme da scienziati inglesi e tedeschi dal 1928 al 1931. Fra gli inglesi, c'era quel Robert Watson Watt che fù poi considerato l'inventore del radar e norninato baronetto. « Si convenne, » dice un documento  reso pubblico anni fà, « di fare una serie di esperimenti con un localizzatore a raggi catodici, sulla distanza limitata di 50 chilometri ». Quindi doveva essere qualcosa di antiaereo, perché in mare 50 chilometri sono troppi, data la curvatura della superficie terrestre e la portata delle artiglierie. Watson Watt e il collega tedesco SchindeIhauer prepararono una relazione sui lavori, da mandare a Berlino per ottenere un finanziamento dal governo tedesco. Finanziamento che fu regolarmente concesso, ma i lavori furono interrotti nel 1931, due anni prima dell'avvento di HitIer.

 

La prima antenna "RADAR" sperimentata nel 1941 in Italia, a Stresa: l'aveva costruita l'ingegner GNESUTTA.

Le ricerche erano orientate nel campo meteorologico, anche se sia tedeschi sia inglesi avevano capito che l'apparecchio avrebbe potuto funzionare per l'avvistamento di aerei in volo. Al radar, o meglio a un « ecometro elettromagnetico », si pensava anche in Italia, ufficialmente dal 1935, ma probabiImente molto prima. C'è chi dice che esperimenti in merito ne fece anche Marconi, quando effettuò il collegamento con un ponte radio a microonde fra il Vaticano e Castel Gandolfo. Esperimenti forse limitati a pure ricerche scientifiche, dopo aver notato che la fonte di strani  «disturbi » nella trasmissione era dovuta al passaggio di un giardiniere con una falciatrice a rullo nel raggio di trasmissione del l'apparecchio. Naturalmente, non c'era uno schermo radar sul quale vedere un puntino luminoso che fa bip bip, ma il disturbo esisteva; anche se per individuare la falciatrice del giardiniere occorse una ispezione sul posto.

Forse gli esperimenti sul radar vennero travisati come « ricerche sul raggio della morte », di cui si è tanto fantasticato. Quel che è certo è che Marconi dichiarò: « Con un proiettore di microonde orientabile posso individuare la posizione di ogni cosa che si muova, anche nel buio, o dietro le nuvole ». Ma nessuno, apparentemente, gli diede retta. E i proiettori a microonde furono usati per individuare soldati in marcia e automezzi nella zona del Forte Boccea. Inutile dire che la stampa parlò, subito dopo, di « resti di pecore bruciate nella campagna circostante » e si scatenò la storia del raggio « della morte ». Anche perché un autocarro si fermò per un guasto al motore in testa ad una colonna e tutti dissero che era stato Marconi. Le «pecore bruciate » risultarono essere i resti della cena di un gruppo di pastori, che ne avevano arrostita una sola, la sera prima, spostandosi con il  loro gregge.

Comunque, un « radiotachimetro », cioè un misuratore della velocità di spostamento di un mezzo mediante onde radio, fu nella primavera del 1935 ceduto ufficialmente al governo italiano in un modello completo per uso militare campale, in duplice esemplare, e assunto in «carico regolamentare » dal Centro studi ed esperienze del Genio. Lo ha affermato in una intervista a Scienza e Vita il colonnello dei Genio Fernando Pouget, che nel Gennaio 1935 era stato assegnato al Centro studi del servizio specialisti del Genio. Ma prima ancora di Marconi, il 30 Aprile 1904, l'ingegnere Christian HueIsmeyer di Duesseldorf aveva ottenuto dall'ufficio imperiale germanico competente il brevetto n. 165546, relativo a un sistema da lui sviluppato « per annunciare a un osservatore oggetti metallici lontani a mezzo di onde elettriche ». Il 18 Maggio 1904 aveva fatto una prima dimostrazione sul ponte del Reno a Colonia.

Quel che è certo, comunque, è che nel 1935, oltre a Watson Watt in Inghilterra, e addirittura a Breit e Tuwe nel 1926 negli Stati Uniti, ai francesi e ai tedeschi, anche noi italiani lavoravamo attorno al radar. Per esempio il professor Ugo Tiberio, all'università di Pisa, dal 1933. Insegnante di elettrotecnica in quella città e all'istituto militare superiore di Trasmissioni, realizzò nel 1935 un  «radiodetector telemetro», che presentò al generale del Genio Luigi Sacco. Il generale IncoraggIò il giovane studioso e ne agevolò il trasferimento a Livorno, presso l'istituto Elettrotecnico della Marina, con una dotazione di 20.000 lire (alcuni milioni di oggi) per la costruzione d'i un apparecchio segreto.

 

Un rudimentale apparecchio « radar »  costruito in Inghilterra nel 1932.

Tiberio ne realizzò due esemplari, funzionanti rispettivamente su onde di 1,50 metri e 0,70 metri, che furono pronti fra la fine dei 1939 e l'inizio dei 1940. Ma i comandi superiori della marina li considerarono pure e semplici esercitazioni di laboratorio. Tiberio, stanco di andare a sbattere contro un muro di gomma, pubblicò, sulla rivista Alta Frequenza, nei primi mesi dei 1939, un articolo in cui si accennava alla possibilità di usare le onde elettromagnetiche per rilevamenti a distanza. Il mese dopo, sulla rivista specializzata britannica Wireless Engineer, uscì una accurata recensione di quell'articolo, dalla quale traspariva che anche gli inglesi stavano studiando lo stesso problema ed erano giunti alle stesse conclusioni. I tedeschi, che avevano una specie di radar fin dal 1934, montarono un « radiolocalizzatore » sulle loro navi principali, del resto costruite con criteri ultramoderni. Quello stesso che si vede in una famosa foto della « Graf Spee » e che, apparentemente, non fu notato da alcuno degli esperti, se non dopo che si seppe che il radar l'avevano gli inglesi, che « ci vedevano di notte ».

 

Sofisticate apparecchiature nella centrale operativa di combattimento.

Lo stesso Tiberio, nel 1936 aveva scritto, in una sua relazione ufficiale: « Esiste la probabilità che la Marina si trovi, in caso di guerra, di fronte ad un avversario provvisto di mezzi per il tiro notturno delle artiglierie a grande distanza, antiaeree e navali ». Ma era la voce di uno che gridava nel deserto, e non fu ascoltata. Soltanto dopo Matapan il RDT italiano venne tirato fuori dai magazzini di Livorno e montato sulla torpediniera « Carini » dimostrando di funzionare benissimo, soprattutto di notte. Ma era tardi, ormai. E poi c'è la storia dei 500 apparecchi RDT che la ditta Safar di Milano doveva costruire e che non si sa che fine fecero. E’ una questione tecnica: bisognava lavorare su onde centimetriche e occorreva un tipo speciale di valvola termoionica, il magnetron, inventato negli Stati Uniti nel 1940, per avere successo, sia per quanto riguardava la precisione della rilevazione della distanza, sia per l'individuazione. Senza il magnetron, l’ immagine rivelata era confusa.

l tedeschi lavorarono sodo, fra il 1934 e il 1938: nel 1935, il 26 Settembre, fu presentato ufficialmente alla marina, un impianto GEMA Siemens che funzionava sull'onda di 50 centimetri, aveva una antenna rotante, modulazione a impulsi e un tubo di Braun per la riflessione delle radioonde. Poche settimane dopo fu battezzato « Dete », probabile abbreviazione di Detektor, provato sulla nave bersaglio « Welle » in navigazione: percorse la tratta Lubecca Kiel e localizzò grossi bersagli, come isole, fino alla distanza di 20 chilometri. Poi il complesso fu modificato. L'onda salì a 1.80 metri e la portata toccò i 35 chilometri: nacque così il radar « Freya » che sarà perfezionato con un'onda di 2,40 metri, toccherà gli 80 chilometri e sarà usato contro gli aerei. Ma col nome di « Dete » era anche a bordo delle navi. Ne consegnarono uno alla nostra Marina, nel 1942, e lo montammo sul caccia  «Legionario», chiamandolo « Dete », (Detector Tedesco). Funzionava. I tedeschi avevano anche un radar di scoperta chiamato « Seetakt », con onda da 80 centimetri e una portata di 14 chilometri, che montarono sulle unità più grosse.

La corazzata « Bismarck » ne aveva due, uno a prora l'altro a poppa, e in più un terzo impianto destinato a riconoscere gli impulsi radar delI'avversarlo. Si dimostrò utilissimo nella battaglia che culminò con l'affondamento della grande nave in Atlantico, perché consentì ai tedeschi di tenere lontane le siluranti britanniche. I nostri impianti nazionali furono provati sulla « Littorio » ma ebbero un successo limitato e vennero sbarcati. Gli impianti « Gufo », veramente efficienti, cominciarono a essere distribuiti alle nostre unità soltanto verso la fine dei conflitto; troppo pochi e troppo tardi. Mentre il nostro avversario ne aveva in numero sempre maggiore e sempre più efficienti. Vale la pena di ricordare che gli inglesi avevano apparecchi radar anche sugli aerei, con i quali davano la caccia ai sommergibili, alle navi di superficie e agli aerei in volo. E che squadriglie di aerei dotati di impianti di questo tipo erano di stanza a Malta. Furono proprio questi apparecchi a dare un colpo mortale alle nostre navi che tentavano di rifornire i reparti in Africa settentrionale.

 

Da Navi e Marinai