L'attribuzione che Melini fa della tavola a Vincenzo da San Gimignano (alias Vincenzo Tamagni, 1492-1530 circa), per quanto errata, almeno alla luce degli studi critici attuali, è per altro verso interessante. Vincenzo da San Gimignano, seguace del Sodoma, a Roma subì l'influsso di Raffaello (e Melini in effetti parla di "gusto della scuola di Raffaello" e di "arabeschi alla Raffaella", pur riferendosi allo sfondo, o ad elementi decorativi, e non alle figure umane o alle caratteristiche prospettiche o cromatiche); delle opere attribuite al pittore le due principali, e cioè lo Sposalizio della Vergine conservato a Palazzo Venezia a Roma e la Nascita di Maria nella Chiesa di S. Agostino a San Gimignano sono di tema mariano, e dunque la Visitazione si sarebbe potuta inserire in una tematica cara a Vincenzo, anche se assai diffusa. Certo non ci è dato sapere se l'informazione circa il nome del pittore fosse stata raccolta da Melini in loco, e quindi facesse parte della tradizione campigliese, oppure se il nostro cancelliere riportasse una sua personale attribuzione, in base a conoscenze o reminiscenze soggettive.
Un'ultima osservazione: il pregio della relazione del Melini, al di là delle copiose notizie di carattere oggettivo e per certi versi burocratico, sta anche, come già accennato, negli spunti di sincera emozione soggettiva: il cancelliere è particolarmente sensibile alla "grazia" del dipinto (la figura di Maria, in abito bianco, "molto graziosa", le "graziose figure di giovani fanciulle" al seguito della Vergine), così come è colpito, nella visita allo speco di San Filippo, dagli aspetti "orridi" o "sublimi" della natura ("l'eremo denso, ed orrido per gli scogli smisurati", "l'antichissima spelonca", ecc.).
Inoltre egli non manca mai di sottolineare le valenze emotive della predicazione del suo Vescovo (la "tenera e commovente" omelia, la "terribile e spaventosa verità dell'Universale Giudizio... terribile... terribile... terribilissimo", le "dolci lagrime di tenerezza e compunzione" sparse dal "numeroso uditorio"). In altre parole, Melini è "portatore inconsapevole" della sensibilità del ceto colto italiano del suo tempo, che unisce ad un gusto ancora neoclassico per l'aggraziato quello già romantico per sensazioni e commozioni ben più marcate.
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