No Taxes
Without Rappresentation
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"Poiché mi obbligate a pagare le tasse ho diritto al voto, a contribuire cioè a eleggere la rappresentanza della mia comunità".
Così nel 1832 una ricca proprietaria terriera inglese inviava alla Camera dei Comuni una petizione perché le venisse riconosciuto il diritto di voto, in quanto al tempo le donne ne erano ancora eslcuse.
Il principio (appunto "no taxes without rappresentation", cioè niente tasse se non posso avere un rappresentanza), in realtà adottato già precedentemente dai coloni americani in guerra per l'indipendenza degli Stati Uniti d'America dalla madre patria britannica, è uno dei cardini dello sviluppo democratico.
Pago le tasse (dovere) e quindi ho anche il diritto di scegliere a chi fare amministrare i quattrini pubblici.
Tuttavia la globalizzazione e gli spostamenti delle popolazioni (immigrazioni/emigrazioni) ha prodotto un' applicazione ad intermittenza dell'importante principio con effetti complessivamente negativi.
Se prendiamo ad esempio le due situazioni italiane attuali, il voto degli italiani all'estero e la presenza degli stranieri in Italia, la sensazione è che ci si trovi di fronte ad un evidente strabismo.
Dove pagano le loro tasse gli italiani residenti all'estero ? Non in Italia e pertanto è irragionevole concedere loro di votare per dei rappresentanti che non amministreranno mai i loro soldi versati come tasse.
Che interesse possa poi avere per le questioni politiche del nostro Paese un cittadino residente a migliaia di chilometri distanza, è talmente evidente che non ci sarebbe nemmeno la necessità di discutere.
Si aggiunga (era così imprevedibile ?) tutto quello che sta emergendo (ma che in realtà era già stato smascherato pochi giorni dopo la prima votazione degli italiani all'estero) in merito alla compra-vendita dei voti, dati peraltro per corrispondenza (...) e questo da l'idea di come la legge che permette a chi non vive più da noi di esprimere comunque il voto sia una norma da abolire alla svelta.
Prendiamo gli stranieri residenti Qui occorre fare una distinzione tra elezioni amministrative e nazionali.
Se è corretto che a livello nazionale prima deve completarsi il processo per richiedere la cittadinanza (che però non può durare all'infinito, deve essere chiaro e semplice e deve prevedere alcune forme di integrazione culturale che dimostrino la conoscenza minima dello straniero per la forma dello Stato, la lingua etc.), a livello locale la situazione è diversa.
Si parla tanto di integrazione, che è la vera soluzione contro la formazione di situazioni etniche separate dal resto del contesto sociale.
Ebbene, se agli stranieri residenti che versano in loco le tasse diamo loro la possibilità di esprimere il voto in sede di elezioni amministrative, è evidente come si compia un passo nella direzione dell'integrazione.
Prima di votare lo straniero residente potrà conoscere i candidati, partecipare come spettatore alla campagna elettorale, dire la sua, proporre idee utili proprio alla soluzione dei problemi legati alla presenza di immigrati ed eventualmente candidandosi alle elezioni locali.
Certamente gli stranieri residenti hanno molto più diritto di votare visto che pagano qui le loro tasse, che non i cosidetti "italiani all'estero", persone che per lo più hanno completamente dimenticato da anni il loro paese d'origine e che comunque non versano qui da noi le loro tasse.
7/3/2010