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NONANTOLA E CANOSSA - STORIA SOCIALE E RELIGIOSA DI UN BORGO MEDIEVALE SOMMARIO 1 -
L’abbazia di San Silvestro di Nonantola.
1. L’abbazia di San Silvestro di Nonantola San Silvestro di Nonantola visse il periodo del suo massimo splendore durante l’epoca carolingia, quando ai suoi abati erano affidate delicatissime missioni diplomatiche per la corte imperiale, i suoi possedimenti erano disseminati per tutto il Regno italico. Celle(1) monastiche e cappelle intitolate a san Silvestro, o più semplicemente rappresentanze della grande abbazia regia, sono attestate a partire dal IX secolo nelle più importanti città dell’Italia settentrionale: a Cremona, Piacenza, Pavia, Milano e Torino. Presso la casa madre e nelle residenze lombarde e venete tra l’800 e l’820, sotto il governo dell’abate nonantolano Pietro, condussero vita monastica circa 800 religiosi(2). Alla base di tale successo e ricchezza era, sotto l’aspetto culturale, il fortissimo senso religioso secondo il quale erano valutati gli eventi, e quindi anche le istituzioni umane in epoca medievale. L’imperatore riceveva il sommo potere da Dio e quindi del tutto naturalmente s’intrometteva nelle questioni religiose. Gli enti ecclesiastici e coloro che li reggevano, d’altro canto, erano altrettanto naturalmente coinvolti nelle vicende umane, politiche e militari. In tale situazione bene si spiega l’appoggio che re e imperatori, nonché alti funzionari pubblici come marchesi e conti, fornirono ai monasteri, considerati, soprattutto nell’Alto Medioevo, uno dei cardini del potere regio e imperiale. E tramite la donazione di un conte, come in moltissimi altri casi, il monastero di Nonantola giunse in possesso, agli inizi del secolo X, di metà del castello di Nogara. Per questo tutti i documenti del nostro borgo, fin’almeno al secolo XII compreso, con pochissime eccezioni, sono conservati presso il prezioso e ancora in buona parte inesplorato archivio dell’abbazia modenese. NOTE 1 - La cella è un piccolo monastero dipendente da un’abbazia, un organismo autonomo e relativamente autosufficiente. Comprende una chiesa e una residenza con alcune terre e col necessario per il sostentamento dei monaci. 2 - Ricaviamo questo dato da una fonte tanto preziosa quanto affascinante. Si tratta degli elenchi memoriali ritrovati nei necrologi delle abbazie transalpine di San Gallo e di Reichenau, unite a San Silvestro di Nonantola da una sorte di fraternità entro la gran famiglia benedettina. I fratelli delle abbazie tedesche pregavano per gli 800 confratres nonantolani leggendo i loro nomi trascritti sul libro sacro.
2. Le fonti documentarie I documenti medievali di Nogara rivestono un’importanza particolare dal punto di vista storiografico, più che storico. Intendo dire che se ci limitassimo a parlare della storia di Nogara in riferimento agli avvenimenti che qui ebbero luogo o alla storia del borgo intesa come successione dei fatti che determinarono il suo sviluppo, non faremmo un discorso storico molto interessante, o almeno un discorso storico più interessante di quello che potremmo fare a proposito di tanti altri borghi dell'Italia Settentrionale che, come Nogara, nacquero in età medievale e durante l’età medievale acquisirono quelle caratteristiche topografiche e, per dir così, urbanistiche che conservarono pressoché inalterate fin quasi ai nostri giorni. L’eccezionalità del caso Nogara, dal punto di vista storiografico, dunque, risiede piuttosto nella tipologia stessa dei documenti che la riguardano. Documenti particolarmente indicativi per la storia sociale e, in senso più pregnante, per la storia della condizione sociale, economica e giuridica degli abitanti dell’antico castrum, sorto nel 906. Il documento altomedievale, d’altro canto, consente allo storico indagini e riflessioni certo non limitate all’ambito giuridico-notarile che circoscrive una specifica tipologia documentaria nel nostro caso tipicamente patrimoniale e limitata a contratti di vario genere, giudizi o atti pubblici di conferma di beni e poteri: a causa dell’ancora imperfetta codificazione del diritto che si riflette in un formulario notarile sovente bisognoso di precisazioni o di ampie disgressioni esplicative, da questi documenti è al contrario possibile trarre dati, nomi e notizie che gli storici hanno utilizzato per le più varie ricostruzioni e le più disparate conclusioni. Le prime pergamene nogaresi, risalenti al secolo X e all’XI – diplomi regi, ma anche i cosiddetti contratti di livello, cioè specie di contratti di locazione stipulati con uomini liberi, spesso proprietari, relativi a terre o case o ad altri beni – ci sono giunte in una serie davvero cospicua di originali. Questa ricchezza documentaria, rara se non unica rispetto ad altre realtà, e l’oggettivo valore intrinseco dei documenti, hanno fatto di Nogara altomedievale un caso storiografico noto a tutti gli studiosi che si siano occupati del tema della signoria rurale nell’Italia Settentrionale(3). NOTE 3 - Non solo ai pur eccellenti storici veronesi come Luigi Simeoni, Carlo G. Mor, Andrea Castagnetti, ma anche ad altri studiosi di prim’ordine nell’ambito della medievistica italiana ed europea, come Vito Fumagalli, Aldo A. Settia, Gabriella Rossetti, Gina Fasoli, Cinzio Violante.
3. Gli Ungari e l’incastellamento Nei primi documenti nogaresi, dunque, s’incontrano i nomi dei luoghi che identificano il nostro territorio, luoghi e cioè insediamenti umani preesistenti all’erezione del castrum di Nogara. Sono toponimi strettamente legati alla natura della pianura, certo ben più selvaggia d’ora; alle piante, come la corte Duas Robores che preesisteva al nucleo originario di Nogara – la corte della Due querce con riferimento alla quercia farnia, amante dell’acqua e molto diffusa nella nostra pianura -, come la villa Tellidiana – che richiama il tiglio – o come la stessa Nogara, infine, che deriva il nome dall’albero della noce. Le prime attestazioni del castrum di Nogara risalgono agli inizi del secolo X, un’epoca piuttosto oscura e travagliata, il secolo di ferro, come lo definì Marc Bloch, durante il quale l’Europa era percorsa da bande di guerrieri e predoni. I Saraceni nel Sud Italia e in Spagna, i Normanni nel Nord Europa e in Francia all’interno della quale penetravano lungo i fiumi servendosi delle loro agili e veloci imbarcazioni, e infine gli Ungari, in Germania e nell’Italia Settentrionale. Un popolo di stirpe asiatica, della stessa famiglia degli Unni, che proveniva dalle steppe orientali. Un popolo di bellicosi cavalieri che fu domato definitivamente solo all’epoca di Ottone I di Sassonia, dopo la metà del secolo X, quando iniziò a stanziarsi nella regione danubiana che oggi è conosciuta, nell’Europa occidentale, col loro nome. Il 24 agosto 906 il re Berengario I concede al diacono veronese Audiberto di edificare e munire di difesa un castello in Nogara. Non dobbiamo pensare, di fronte alla parola castrum – che appunto si traduce con castello – alla struttura che di solito s’immagina, cioè al grande e poderoso edificio in muratura, coi merli, i posti di guardia, il ponte. I castra altomedievali, diffusi a migliaia per tutta l’Italia, erano costituiti da una struttura semplice, una palizzata in legno e un fossato di cinta. Anche le case, protette dal muro erano probabilmente di legno. Il privilegio del 906 fu concesso da Berengario “ob paganorum incursionem”(4): le razzie degli Ungari, ossia dei pagani, spargevano terrore e distruzione soprattutto ai danni di curtes, ville e casalia, cioè di quelle strutture indifese e isolate nel territorio completamente sguarnite. Anche l’abbazia di Nonantola, nell’anno 900 fu assalita, i monaci furono uccisi, il monastero coi suoi preziosi codici manoscritti fu dato alle fiamme. Ma abbiamo testimonianze realistiche del passaggio degli Ungari anche nei dintorni di Nogara: nel 910 Berengario I dona al conte di Verona Anselmo la cappella di San Zeno in Rovescello (5) “ que ante irruptionem paganorum in eodem loco constructa erat”(6). E ancora, nel 913 – quando ormai l’abbazia di Nonantola era giunta in possesso della metà del castrum di Nogara (7) – l’abate di Nonantola Gregorio impartisce ai suoi sudditi nogaresi di allevare la vigna aggiungendo una curiosa clausola: “si potueritis da iuga pachanorum et causa parita est” (“se ne avete la possibilità nonostante l’oppressione degli Ungari che, però, deve essere dimostrata con evidenza”). Dobbiamo credere che il pericolo di attacchi improvvisi e razzie fosse reale perché nel 913 quei 14 uomini cui si concedeva quest’eccezione al loro duro lavoro coltivavano terre in spazio aperto e forse su di esse, nei casali, nelle coloniciae, avevano la loro modesta casa rurale. Ebbene sette anni dopo, nel 920, essi si dichiaravano “habitaturi infra castro de Nogaria”. Ora chiedevano il permesso di far legna nella selva di San Silvestro, vicino al fortilizio, per non allontanarsi troppo, “propter metum paganorum” (8) e ancora nel 936, in un successivo contratto stipulato da alcuni capifamiglia nogaresi col loro signore, l’abate di Nonantola, s’impegnavano a custodire, vigilare e difendere il castello “fino a che avremo la possibilità di abitarvi, “propter metum paganorum”. La funzione difensiva del nostro castrum è qui evidentemente dichiarata. Naturalmente la paura degli Ungari non basta a giustificare il notevole sviluppo delle forme abitative in questa zona, di antichissimo insediamento, una zona di grande interesse per le comunicazioni, stradali e soprattutto fluviali, verso l’oltrepò. E’ a tutt’oggi segnalata sulle carte topografiche la località Libiola che richiama l’antichissima fossa Olobia, situata vicino al Po, tra Sustinente e Serravalle (MN); il borgo di Libiola deve corrispondere all’estremità meridionale della fossa, ossia del canale artificiale che collegava il Tartaro al Po. Più a est, nella zona di Melara la fossa regia, documentata in placiti dell’827 e dell’833 rivestiva la medesima funzione. Potremmo pensare dunque che Verona e il suo contado avessero assicurato il contatto col Po anche attraverso il Tartaro. Il vico di Ostiglia d’altro canto, a metà strada tra Verona e Modena, all’incrocio del grande fiume con la via di terra Claudia-Augusta, svolgeva già in età romano-imperiale funzioni di raccordo viario più importanti della stessa Mantova. Ma su questo punto gli amici archeologi, certo più competenti di me, possono dire di più e meglio: a me basta rilevare l’importanza della zona in cui sorgeva il sito di Nogara. Non stupisce dunque che il diacono veronese Audiberto potesse erigere nel 906 in Nogara, insieme al castrum, un “mercatum ad suam proprietatem”, con facoltà piena di esigere theloneum, palificturam e ripaticum, ossia i dazi per l’attracco delle barche e lo smercio dei prodotti. Paludi e vegetazione nell’Alto Medioevo resero inservibile la via Claudio Augusta che seguiva il corso del Tartaro in rilievo lungo la riva sinistra fino a Isola della Scala. Sulla riva del Tartaro, “super ripam fluvii qui Tartarum dicitur”, su uno di quei dossi (tumba) per i quali si snodava l’antico tracciato della via romana, dovette sorgere il castrum Nogarie. NOTE 4 - “ A causa delle incursioni dei pagani “ 5 - Nei pressi di Gazzo, probabilmente. 6 - “Che prima dell’irruzione dei pagani in quel luogo era edificata. 7 - Il diacono Audiberto cedette il castello al conte di Verona Anselmo che a sua volta ne donò metà a Nonantola, nel 910. 8 - “Per la paura dei pagani”.
4. Il castrum Il diploma regio di concessione ad Audiberto permette di individuare gli elementi compositivi della primitiva struttura materiale del castrum cintato da “bertiscis, merulorum propugnaculis atque fossatis”, vale a dire da piccole torrette di legno che insieme ai merli, specie di graticci con punte acuminate, erano addossate ai bastioni in terra battuta e materiale alluvionale che costituivano il muro, oltre il fossato. L’incuria, piuttosto che aggressioni nemiche, poteva rapidamente far decadere l’edificio, una semplice struttura formata da una palizzata e da un terrapieno. Nel contratto del 920 i livellari s’impegnano solennemente a “conciare, vigilare et custodire” il castello con ogni cura e sollecitudine, col permesso di “facere capillo”, di tagliare la legna per la manutenzione delle mura del forte, nella vicina selva di San Silvestro. Si osservi che la destinazione di questa legna è ben distinta da quella ad uso di riscaldamento (“in nostros fogos mittendo”): un dovere per gli abitanti quello di mantenere efficiente una struttura che non possedevano, una concessione quella di scaldarsi …. e di cucinare. A fugare ogni dubbio sulla struttura materiale del castrum, cioè sul fatto che le strutture fossero quasi interamente costruite in legno vi è, sempre nel medesimo contratto, la menzione finale del conquestum, ossia della quota di beni in proprietà ai singoli capifamiglia: nella clausola si permette agli abitanti di portare con sé alla scadenza del contratto i mobili, ma non le case e il castello. In effetti si dice proprio così: “anteposito edificio castri et edificiis casis” (9). Via via il castrum, come punto di riferimento del centro demico, acquisisce importanza. L’evoluzione delle strutture materiali procede parallela alla crescita del valore non solo demografico, ma anche istituzionale dell’antico locus. L’esigenza di rendere più stabile e sicuro, forse anche più confortevole l’insediamento e anche di allargare il circuito castrense per fare spazio a nuove famiglie determina le nuove clausole che gli abitanti, pressati dalla costante minaccia ungarica, concordano con l’abate nel 936, quand’essi s’impegnano a custodire e difendere il castello e soprattutto a erigere case e mura cum petras, corredate da una spiciata cioè da uno steccato di recinzione costituito da pali tagliati nel senso della lunghezza. La cinta muraria comprendeva una cappella che con grande probabilità è lo stesso edificio sacro che solo nel 1017 troviamo intitolato a San Silvestro (San Silvestro di Nonantola ovviamente) e che nel 1088 è ubicato “in castrum Nogarie”. In epoca moderna la primitiva struttura dell’edificio sacro fu modificata e la chiesa fu ridotta ad abitazione privata. Due navate, la centrale e una laterale, e parte del coro, nonché qualche residuo di affresco sono tuttavia ben visibili all’interno dell’attuale villa del dott. Betti. Naturalmente l’originario edificio subì successive e radicali ristrutturazioni, ma possiamo affermare con una certa sicurezza che la villa Betti e il cortile che la circonda sorgono nel luogo ove sorse il castello di Nogara nel secolo X. La chiesa fu costruita su un dosso dell’estensione di un paio d’ettari dal punto più elevato del quale è apprezzabile un dislivello di almeno tre metri rispetto all’ampia depressione valliva creata dall’alveo fluviale del Tartaro, che non dobbiamo immaginare arginato, naturalmente. L’antica facciata della chiesa, ormai non più visibile, si volgeva verso il fiume, riproducendo un modello che ritroviamo nella romanica pieve di Gazzo, più a sud, anch’essa col portale d’ingresso volto alla via fluviale. Quella che oggi è la facciata della villa Betti era dunque la navata laterale della chiesa. Proviamo ora a entrare all’interno della cinta muraria castrense e a percepire più immediatamente l’ordine di grandezza e le dimensioni spaziali cui ci troviamo di fronte: nel contratto del 920 ciascuno dei 25 capifamiglia afferma di prendere in locazione un appezzamento al censo di un denaro, dichiarando due misure indicate “in longitudinem et in latitudinem”. Vi risparmio i dettagli per giungere direttamente alla conclusione che agli affittuari sono assegnati appezzamenti casalivi di circa 75 mq in media. L’estensione di metà del castrum – poiché il contratto si riferiva appunto alla metà di proprietà nonantolana – raggiunge dunque 1812 mq. nel contratto del 936 ogni capofamiglia ottiene invece 82 mq che moltiplicati per 36 fanno 2952 mq (82 mq x 36 livellari), con un incremento di 1140 mq corrispondente alle 11 famiglie nuove rispetto al 920possiamo dunque presumere che nel 936 lo spazio abitativo dell’intero castello potesse contare su una superficie complessiva di 5900 mq, ottenuta supponendo di analoga estensione la metà del castello che non apparteneva a Nonantola. A questa vanno aggiunte superfici libere da case od occupate da altre costruzioni come l’edificio del signore che nel contratto del 913 è detto “casa donnica” e la cappella, poi divenuta chiesa di San Silvestro. Da documenti della prima metà del secolo XI, infine, possiamo stabilire la superficie totale del castello in circa 11000 mq. secondo l’indagine condotta da Aldo A. Settia il castrum Nogarie apparterrebbe a quel 40% di castelli di superficie compresa tra il mezzo ettaro e l’ettaro e mezzo: un’estensione piuttosto ridotta dunque che dà ragione del gran numero di questo tipo di insediamenti che proprio nelle forme che abbiamo descritto, caratterizzavano il territorio rurale dell’Italia padana nel secolo X. NOTE 9 - Ovviamente se gli edifici fossero stati in muratura Nonantola non avrebbe avuto necessitò di cautelarsi con un simile divieto.
5. Agricoltura e territorio Ci siamo sinora intrattenuti sulla struttura materiale del castrum, basandoci su documenti che offrono tuttavia la possibilità di acquisire ulteriori informazioni sullo stile e sulla qualità della vita dei nostri “personaggi” i quali erano soprattutto, oltre che allevatori e forse pescatori, contadini. Secondo il contratto del 913, l’abate di Nonantola – il proprietario della terra, si ricordi – imponeva alcuni obblighi di tipo tecnico-agrario, specificati in modo piuttosto dettagliato, a proposito dell’allevamento della vite per la quale i concessionari dovevano arare (zappare, liberare dall’erba infestante il terreno), ablaciare, (scalzare la base della pianta fino a scoprirne le radici) ledaminare (concimare), doctivas et represivas traere (potare). L’attenzione per la vite è nei contratti altomedievali di gran lunga maggiore di quella riservata ad altri tipi di coltivazioni, per ragioni economiche e, per così dire, materiali, legate al buon valore nutritivo del vino, ma anche per la natura sacrale e religiosa propria del vino secondo la liturgia cattolica. Le tecniche di allevamento imposte per le viti di Nogara sono le medesime che si trovano in altri documenti relativi alla pianura e alla collina veronesi, ma in questi casi il canone – cioè la parte del raccolto dovuta dai coltivatori alla proprietà – si attesta in genere sulla metà del raccolto, mentre per Nogara si limita al terzo. Gli affittuari dovevano consegnare al torchio padronale l’orna tercia della vendemmia, ossia un’urna (10) ogni tre del prodotto. E poi ciascuno, monaci e nogaresi, avrebbero fatto il proprio vino. Per ciò che concerne le coltivazioni cerealicole la tradizione documentaria altomedievale riporta la distinzione agronomica tra grani “maggiori” e più pregiati – frumento e segale – detti maiorimmen, e grani “minori” – come sorgo e miglio -, detti menudo. Alla proprietà stava più a cuore il maiorimmen, e infatti la quota del raccolto spettante all’abbazia – il quarto – doveva essere consegnato in campo, conteggiato sui covoni (manipoli), cioè prima della trebbiatura, evidentemente per favorire un controllo più efficace. Il canone relativo al menudo invece doveva essere raccolto in area e computato a moggi che è appunto una misura di capacità per i grani. Come per l’uva le condizioni pedologiche del terreno soggetto a tanto frequenti e rovinose alluvioni, e forse anche la necessità di incoraggiare i rustici a opere di bonifica, fissarono le pretese della proprietà a un livello meno esigente, rispetto ad altre realtà coeve. Ma non si deve pensare tuttavia che le norme imposte ai nostri coloni fossero miti: tuttalpiù esse erano proporzionate alle dure condizioni del lavoro e soprattutto allo scarso rendimento della semente (11). E nemmeno si debbono dimenticare, infine, gli oneri aggiuntivi per i nogaresi: l’obbligo della trebbiatura loro affidata; e i cosiddetti exenia ossia i donativi in polli e uova che, oltre al censo in denaro per la locazione, spettavano al signore come segno di sottomissione. Il tributo doveva essere corrisposto una volta l’anno, il giorno di San Zeno. Per quell’epoca i concessionari potevano forse disporre, dopo i raccolti, del denaro necessario per pagare il signore, perché l'8 dicembre si teneva la grande fiera annuale di Verona e nella stessa Nogara, come forse ricorderete dalla concessione del 906 al diacono veronese Audiberto, era previsto un mercato molto probabilmente collegato al grande mercato cittadino da una rete di “grossisti” intermediari. NOTE 10 - L’urna era un sottomultiplo della botte, detta anfora. 11 - Non era infrequente il caso di un raccolto appena superiore al seminato.
6. Istituzioni e potere nel secolo X. La signoria e i liberi homines Possiamo ora leggere i documenti già utilizzati secondo un altro punto di vista, cercando di porre l’attenzione sulla questione del potere di cui godeva il signore, l’abate di Nonantola, ossia sul grado di libertà, d’autonomia decisionale di cui godevano coloro i quali, si badi, definiscono se stessi liberi homines. Propongo innanzi tutto di ridimensionare certi pregiudizi che hanno di solito distinto l’interpretazione del Medioevo e anche, come nel nostro caso, del Medioevo rurale. Si è tramandata, soprattutto a causa di certa manualistica un’idea troppo rigida del sistema sociale medievale: si pensi solo all’immagine di una piramide gerarchica, con al vertice il sovrano, ove i signori – i feudatari – detenevano poteri assoluti sui propri sudditi, via via verso il basso, sino ad una massa informe di contadini – schiavi ovvero i ben noti servi della gleba. Certo questi ultimi esistettero, così come esisteva il sovrano unto del Signore e i suoi vassalli che, da questo ricevendo in feudo terre, uomini e potere, a questo dovevano prestare ausilium e consilium che poi voleva dire anche denaro, armi, uomini armati. Ma è altrettanto certo, ormai, che la struttura sociale dei livelli più modesti della popolazione era ben più composita, soprattutto nell’Alto Medioevo, di quanto lo sbrigativo concetto di servaggio della gleba possa far credere. La libertà nel Medioevo era connessa alla proprietà e quelli che potremo definire i primi nogaresi, seppure semplici agricoltori, erano però proprietari e uomini liberi, forse potremmo anche dire liberi in quanto proprietari. D’altro lato esisteva l’abbazia che via via andava instaurando su Nogara quella che la storiografia moderna ha definito una signoria rurale: l’abbazia era proprietaria dell’edificio ch’era il simbolo di questa signoria e del potere, cioè il castrum. Era proprietaria anche di una selva, l’abbiamo visto, e pure delle terre che i coloni detenevano in affitto, ma probabilmente quei medesimi coloni possedevano anche terre loro delle quali non è rimasta documentazione, vediamo ora come si esprimeva questa signoria, quali erano i segni che la distinguevano e quali i gravami che essa imponeva a chi risiedeva nel suo raggio d’azione, entro il suo districtum, ossia il territorio all’interno del quale vigevano la giurisdizione e i poteri del signore. Prendiamo come termine di confronto alcuni documenti della vicina Ostiglia, risalenti alla metà del secolo IX, sulla quale Nonantola vantava diritti economici e giurisdizionali. Secondo uno degli otto contratti che ci sono rimasti, ad esempio, l’ostigliese Giovanni del fu Marunto, ottenendo un appezzamento con casa e alberi lungo il Po deve assolvere a vari compiti di carattere agronomico imposti dalla proprietà e corrispondere, oltre naturalmente non retribuiti né da prodotti della terra né tantomeno con denari, presso i poderi direttamente amministrati dal signore (12); doveva accogliere il messo abbaziale e piegarsi, in caso d’infrazione degli obblighi contrattuali, alla sua districtio e pignoratio, cioè sottoporsi al giudizio del tribunale istituito dal signore e alla sua facoltà di pignorargli i beni. Solida e ben affermata doveva essere l’amministrazione di Nonantola sulla cella ostigliese, dove almeno episodicamente risiedeva il massaro dell’abate che di persona amministrava la giustizia minore e infliggeva le pene. A un tale vigile controllo non dovevano essere sottoposti i livellari nogaresi delle coloniciae in Telidiano, più di mezzo secolo dopo. Il messo signorile giungeva in castro, dove i coltivatori dovevano trasportare i canoni, solo per “ipsas vindemias, vel quartas tollere” (13), accolto e ospitato con un pollo, una candela e una mina (forse un decalitro) di vino. Nessun accenno alla iusticia donnica o alla pignoratio, né pare che i livellari nogaresi debbano dedicarsi a opere periodiche di lavoro sulla terra direttamente gestita dall’amministrazione signorile oppure a lavori di dissodamento e bonifica su selve e paludi nonantolane. L’abbazia d’altro canto era giunta in possesso di Nogara solo nel primo decennio del secolo X – mentre aveva proprietà in Ostiglia già agli inizi del IX -, un centro sito in una zona abitata da secoli in cui nemmeno il Regno carolingio, attraverso i suoi conti, aveva potuto estendere un efficiente controllo politico, amministrativo e giudiziario. Può darsi, in conclusione, che gli uomini liberi di Nogara fossero già dotati, per antica tradizione, di una sorte di compattezza che garantiva alla comunità un certo, non spregevole, potere contrattuale e che essi, anche di fronte a un grande signore e proprietario come il monastero di Nonantola, fossero in grado di strappare condizioni relativamente vantaggiose per far valere diritti ormai da tempo acquisiti e stabiliti da quella che i giuristi chiamano la consuetudine. Diritti consuetudinari, dunque, rafforzati e giustificati dalla condizione giuridica di liberi proprietari di cui godevano i nostri uomini. Dal contratto del 920 scopriamo che i livellari nogaresi possono pascolare le loro bestie vicino alla cinta del castello e che possono disporre liberamente del loro mobilio. Forti di questi vantaggi e di una posizione sociale non infima, essi costituiscono un gruppo consortile che, come nota C.G. Mor, stabilisce a priori l’entità della terra da ricevere in locazione, configurando il contratto più come una cartula convenienciae – un accordo – con l’abate che come un semplice livello. Un solido consorzio che era già compatto nel 913, quando i componenti risiedevano sui poderi e che è forse lecito immaginare abbia contribuito alla costruzione del castello che sarebbe servito nei momenti di pericolo, conseguendo così una posizione contrattuale più vantaggiosa nei confronti della proprietà. Numerosi sono i testimoni dei contratti del 913 del 920 e del 936, quasi a confermare l’importanza dell’atto. Alcuni di essi, come il prete Andrea e il prete Aliverto, sanno scrivere. Il vuoto documentario che segue la prima metà del secolo X e che si estende sino al primo decennio dell’ XI ci impedisce di seguire le sorti di questi uomini. Si ha l’impressione tuttavia, pur ex silentio, che la posizione giuridico-economica relativamente buona di cui essi godettero non si rinnovasse, ossia che un ceto di liberi coltivatori e proprietari negli anni a venire non riuscisse più a far valere con tale incisività i propri diritti, dal secolo XI in poi. Le cose andavano via via cambiando. Quelli che erano i luoghi di frontiera, anche per la natura del territorio, si “civilizzavano”. Le campagne venivano bonificate, il castrum, il primitivo borgo, diventava una villa, centro più affollato e importante, più articolato anche nelle strutture abitative. Poteri centralizzati e sempre più solidi andavano affermandosi imponendo le proprie strutture più efficacemente organizzate. La stessa abbazia di Nonantola, naturalmente, ma anche una nuova grande famiglia: i Canossa. NOTE 12 - Le terre amministrate direttamente dalla proprietà, nell’ambito dell’azienda curtense, (un modello di partizione, amministrazione e sfruttamento del territorio molto diffuso in età altomedievale) sono dette dominico e si differenziano dal massaricio costituito invece dalla somma dei singoli lotti ceduti in locazione a coltivatori. 13 - La quarta parte dei raccolti di sua spettanza.
7. Bonifacio di Canossa Il decimo è il secolo in cui inizia l’ascesa dei Canossa, famiglia di origine longobarda che emerge dalla dissoluzione dell’impero carolingio, col determinante appoggio di Ottone I il grande di Sassonia, incoronato imperatore nel 962. Prima Sigifredo, poi Tedaldo e quindi Bonifacio, a mano a mano costruiscono la potenza della dinastia a partire dal comitato reggiano per giungere, con Bonifacio, oltrepò, in una progressiva avanzata “su due fronti”, verso la Lombardia e verso il Veneto. È nota alla storiografia l’espressione con cui Arnolfo, un cronista milanese del secolo XI, definì l’arcivescovo di Milano Ariberto d’Intimiano e il marchese Bonifacio di Canossa: duo lumina Regni, ovvero, oltre la metafora, gli alleati più importanti dell’Impero in Italia, forse gli uomini più potenti del Regno. I due principi si spartiscono le terre, i feudi, le marche, distretti pubblici e signorie rurali, per mezzo di investiture di grande significato politico ricevute dall’imperatore, ma anche tramite investiture di minor rilievo ricevute da signori locali, laici o ecclesiastici. Essi, allargando il controllo su enormi estensioni terriere, accrescono via via il loro potere, non solo politico-funzionale, ma anche economico. Il ruolo delle chiese, entro questo sistema di gestione del potere, è del tutto particolare. Esse conservano ovviamente la loro intima natura di luoghi sacri, la loro vocazione alla spiritualità, al culto e talvolta anche alla cultura, ma sono anche centri amministrativi di immense proprietà terriere, grazie alla loro stabilità, al loro perdurare nel tempo. I possessi delle chiese, almeno secondo il diritto, non corrono il rischio d’essere frantumati tramite le successioni ereditarie; le chiese non possono alienare cioè non possono vendere i loro beni, ma li affittano, li danno in feudo e così facendo ricevono dai laici in donazione perpetua, da grandi signori, ma anche da uomini più comuni, altrettanti beni, per poi magari restituirli appunto in locazione o in feudo ai medesimi che li avevano ceduti in dono, che cioè avevano rinunciato al titolo di proprietà su una determinata terra a beneficio di una chiesa. Le chiese conservando così la piena proprietà, incamerano una parte dei redditi provenienti dalle terre tramite un censo, oppure si garantiscono la protezione e la riconoscenza dei donatori-concessionari. Bonifacio, che seppe sfruttare al meglio e moltiplicare i suoi legami con gli enti ecclesiastici, è conosciuto tuttavia come un grande depredatore di beni delle chiese. Egli riceveva terre in feudo da cattedrali, vescovadi e abbazie, ma poi si comportava su quelle terre come il vero signore, cioè come il titolare della proprietà, non restituendo il dovuto al proprietario eminente e alienando, di fatto, la proprietà dai suoi diritti. Sembra però che Nonantola la quale, come vedremo, ebbe stretti e frequenti rapporti con Bonifacio, abbia tratto grandi benefici dall’alleanza con la dinastia canossiana. Già entro la prima età del secolo XI il monastero riuscì a recuperare proprietà perdute, riaffermò la sua fama in alcune città dell’Italia padana (come a Cremona, ad esempio), tramite la fondazione di nuove chiese dipendenti, e rinsaldò il suo potere entro il distretto nonantolano. Sul versante culturale, poi, l’abbazia produsse e diffuse il suo importante corpus agiografico (14) e si dotò di una preziosa biblioteca. Più avanti, anche grazie alla protezione di Beatrice (15) e Matilde ampliò gli edifici monastici giovandosi del grande ingegno del maestro franco Wiligelmo (16). Oltre che al sostegno dato e ovviamente anche ricevuto dall’impero, Bonifacio dovette il suo potere anche a un’abile strategia politica e pure matrimoniale. Un elemento importante per le abili manovre del conte fu il monastero di Nonantola e un posto non affatto secondario occupò anche Nogara. Tra il 1010 e il 1013 Bonifacio sposa in prime nozze Richilde, una ricca vedova appartenente alla famiglia dei conti di Bergamo. Diciamo subito, con un breve salto temporale che il discorrere di storia ci permette, che la contessa Richilde, “donna assai ricca d’onore”(17), fu poi sepolta proprio a Nogara. Io penso, sulla base di alcuni documenti conservati presso l’archivio abbaziale di Nonantola, che il primo marito di Richilde, del quale non conosciamo esplicitamente il nome e del quale lei stessa si dichiara vedova in un documento del 1010, sia stato tale Riprando, della famiglia piacentina dei Gandolfingi, poi conte di Verona tra il 996 e il 998. Ebbene dalla sua famiglia d’origine e da Riprando, suo primo marito, Richilde ottenne numerose terre in eredità nel Cremonese e nel Veronese, tra cui anche metà del castello di Nogara (18). Risulta abbastanza chiara ora l’importanza che ebbe per Bonifacio questo matrimonio, ossia la dote che incamerò tramite il matrimonio con Richilde, che gli permise di fare un notevole balzo verso nord come proprietario terriero e come detentore di diritti giurisdizionali, sui due fronti cui prima accennavo, nel territorio di Cremona e, seguendo il tracciato dell’Adda, verso Bergamo e nella direzione di Verona (19). Non conosciamo nei particolari le vicende del possesso o meglio dei possessori del castrum Nogarie in questa prima metà del secolo XI, cioè non conosciamo bene il momento in cui la supremazia di Nonantola poté estendersi ufficialmente a tutto il castello. Di certo vi è lo strapotere del marchese Bonifacio che sicuramente si servì del castello di Nogara, presumiamo anche della metà in mano a Nonantola che probabilmente detenne in feudo dall’abate (20), come di un suo territorio, a scopo di sfruttamento economico, ma anche con funzioni militari (21). Bonifacio morì nel 1052 e infatti solo dopo questa data vi è prova della piena “sovranità” di Nonantola su Nogara. Attraverso un esempio piuttosto chiaro – desumibile da un documento nonantolano – possiamo cercare di comprendere come si articolava il sistema feudo-vassallatico, ossia in che cosa consistevano i poteri del signore e quelli del suo vassallo. NOTE 14 - Nei primi anni del secolo XI, sotto la guida dell’abate Rodolfo i monaci nonantolani scrivono le biografie e le storie miracolose dei santi protettori dell’abbazia. 15 - Beatrice di Lorena, seconda moglie di Bonifacio e madre di Matilde. 16 - Lo scultore Wiligelmo e l’architetto Lanfranco furono i progettisti dello splendido duomo di Modena, terminato agli inizi del secolo XII. 17 - Sono parole del monaco Donizone, autore della cosiddetta Vita Mathildis, una sorte di poema agiografico in onore della famiglia dei Canossa. 18 - L’altra metà, lo ricordo, era già in mano a Nonantola dagli inizi del secolo X. 19 - Si noti che Bergamo si trova a nord del Po e che fino alla data del matrimonio i possedimenti di Bonifacio erano per la gran parte limitati all’Emilia. Al più estesi nella zona di Mantova. 20 - Non possediamo documenti a questo proposito perché i rapporti feudali, o vassallatico beneficiari, erano instaurati oralmente. 21 - Bonifacio si approprierà anche di Cerea. In seguito sotto Matilde questi castelli saranno gli avamposti militari nel Veronese della parte del Papa e antiimperiale contro la città filo tedesca di Verona. Truppe enriciane provenienti da Verona parteciparono all’assedio delle milizie matildiche in Nogara nel 1095, ma il borgo resistette agli attacchi.
8. Istituzioni e potere nel secolo XI. Il feudo Intorno al 1056 il conte di Verona Arduino manda un messaggio all’abate di Nonantola, chiedendogli espressamente in feudo il castello di Nogara con la chiesa di San Silvestro e tutte le appendici territoriali a esso pertinenti “come furono donate dal marchese Bonifacio”. Il conte veronese ebbe dissidio con l’abate proprio in merito a questo feudo poiché in esso pare avesse esercitato illecitamente la sua autorità arrestando un tale cacciatore Martinello e di ciò era accusato dal signore, l’abate di Nonantola. In un messaggio diretto appunto all’abate, il conte sostiene in sua difesa, che furono proprio i fedeli dell’abate a consegnargli, evidentemente per punirlo, il reo che si era macchiato non sappiamo di quale colpa e che perciò, per aver esercitato questo diritto, come giudice, non v’era assolutamente intenzione di sminuire la autorità dell’abate sul castello. Ovviamente la vicenda in sé non riveste particolare importanza, ma è però molto significativa per chiarirci il quadro istituzionale dei poteri che reggevano Nogara in quel periodo che gli storici hanno definito della piena età feudale: abbiamo dunque, a partire dal basso i semplici rustici come Martinello, un venator cioè un cacciatore, che vivevano del lavoro della terra ma anche delle molteplici risorse offerte dal generoso territorio – caccia e pesca naturalmente – quindi i fideles del signore – ossia l’abate – che costituiscono la sua curia vassallatica, una sorte di consiglio di uomini privilegiati, certo più ricchi degli altri, possidenti, detentori di rendite della terra e vigili sul rispetto dei diritti e dell’autorità del signore. Quindi il vassallo maggiore, il conte di Verona che deteneva diritti alle rendite, ossia alla sfera patrimoniale. Proprio ora risulta evidente dunque la natura del dissidio: il conte Arduino, in quanto vassallo non poteva esercitare su un uomo del distretto di Nogara (Martinello venator) alcun diritto inerente alla giustizia, come fece invece arrestandolo, nemmeno in qualità di conte di Verona, cioè di alto funzionario amministratore della giustizia. Poiché tale diritto, il diritto di giudicare in un sia pur rudimentale tribunale, spettava al signore, cioè all’abate di Nonantola il quale, rispetto al territorio di Nogara, godeva di diritti sovrani che sottraevano il castrum e il suo distretto alla giurisdizione sul territorio del comitato veronese (22). Alla vigilia dell’età matildica, già affrontata in questa sede da Paolo Golinelli, si conclude il nostro incontro. La morte della contessa, che non lasciò eredi, segna la fine della grande dinastia canossana e con Matilde s’interrompe dunque quel sistema di relazioni che coinvolse Nogara, tra Nonantola e i Canossa. La presenza religiosa dell’abbazia di San Silvestro in Nogara si fece sentire ancora per lungo tempo, ma le forme di amministrazione del potere e i rapporti tra questo e gli uomini di Nogara cambiarono radicalmente, a partire dal secolo XII. Il monastero andò via via perdendo funzioni giurisdizionali a beneficio del comune rurale e quindi del ben più potente e prossimo comune cittadino di Verona. Un capitolo nuovo della storia di Nogara. NOTE 22 - In questo senso la signoria dell’abate di Nonantola su Nogara può definirsi “immunitaria”.
9. Bibliografia Le indicazioni bibliografiche di seguito indicate possono servire da riferimento per ulteriori approfondimenti. Le fonti alla base di questo testo sono agevolmente reperibili in: Girolamo Tiraboschi, Storia dell’augusta badia di San Silvestro di Nonantola aggiuntovi il codice diplomatico della medesima, Modena 1784-1785, Vittorio Carrara, Proprietà e giurisdizioni di San Silvestro di Nonantola a Nogara (VR). Secoli X-XIII, Bologna 1992; ma si possono consultare con profitto anche: Codice diplomatico veronese, a c. di Vittorio Fainelli, Venezia 1940-1963, Egidio Rossini, I livelli di Ostiglia nel secolo IX, in Contributi alla storia della agricoltura veronese, Verona 1979, pp. 9-136 e Vittorio Carrara, Un tentativo di reprobatio personae testis durante un processo nel Duecento, in Nonantola e la Bassa Modenese. Studi in onore di mons. Francesco Gavioli, Nonantola – San Felice sul Panaro (MO) 1997 (=”Quaderni della Bassa Modenese”, 32), pp. 117-139; la fonte storico-letteraria più importante per lo studio dei Canossa è Donizone, Vita di Matilde di Canossa, introduzione Vito Fumagalli, traduzione e note Paolo Golinelli, Milano 1987. Sull’abbazia di Nonantola, oltre alla già citata opera del Tiraboschi, si veda: Vittorio Carrara, Reti monastiche nell’Italia padana. Le chiese di San Silvestro di Nonantola tra Pavia, Piacenza e Cremona. Secc. IX-XIII, Modena, 1998. Sul territorio della Bassa Veronese, le chiese e la signoria rurali, sul fenomeno dell’incastellamento e sulle incursioni degli Ungari, con numerosi riferimenti al caso di Nogara si vedano: Luigi Simeoni, Il comune rurale nel territorio veronese, “Nuovo archivio veneto” 1921, Gina Fasoli, Le incursioni ungare in Europa, Firenze 1945, Carlo Guido Mor, Dalla caduta dell’Impero al comune, in Verona e il suo territorio, II, Verona 1964, pp. 5-246, Gina Fasoli, Castelli e signorie rurali, in Agricoltura e mondo rurale in Occidente nell’Alto Medioevo, Spoleto 1966, pp. 531-567, Gabriella Rossetti, Formazione e caratteri delle signorie di castello e dei poteri territoriali dei vescovi sulle città nella Langobardia del secolo X, “Aevum” 49 (1975), pp. 243-309, Cinzio Violante, Pievi e parrocchie nell’Italia centro settentrionale durante i secoli XI-XII: in Le istituzioni ecclesiastiche della “societas christiana” dei secoli XI-XII: diocesi pievi e parrocchie: atti della sesta Settimana internazionale di studio. Milano, 1-7 settembre 1974, Milano 1977, ora in Id., Ricerche sulle istituzioni ecclesiastiche dell’Italia centro settentrionale nel medioevo, Palermo 1986, pp. 267-447, Vito Fumagalli, Il regno italico, Torino, UTET 1978 (Storia d’Italia,2), Andrea Castagnetti, L’organizzazione del territorio rurale nel Medioevo, Bologna 1982, Aldo A. Settia, Castelli e villaggi nell’Italia padana. Popolamento, potere e sicurezza fra IX e XIII secolo, Napoli 1984; utile per la conoscenza della topografia e del territorio, anche se dedicato a epoca più tarda: Remo Scola Gagliardi, Le corti rurali tra Tartaro e Tione dal XV al XIX secolo, Nogara 1997. Per la storia dell’agricoltura, dell’alimentazione, dell’organizzazione del lavoro e della proprietà agraria nell’Alto Medioevo: Massimo Montanari, L’alimentazione rurale nell’Alto Medioevo, Napoli 1979, Bruno Andreolli-Massimo Montanari, L’azienda curtense in Italia, Bologna 1983. Sulla dinastia dei Canossa prima di Matilde: Vito Fumagalli, Le origini di una grande dinastia feudale. Adalberto-Atto di Canossa, Tübingen 1971; in particolare sul marchese Bonifacio: A. Falce, Bonifacio di Canossa padre di Matilde, Reggio Emilia 1927, Maria Grazia Bertolini, Bonifacio, marchese e duca di Toscana, in Dizionario biografico degli italiani, XII, Roma 1970, pp. 96-113. |
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