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Matilde di Canossa

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MATILDE DI CANOSSA - DONNA DI POTERE NEL MEDIOEVO
Relatore: Prof. Paolo Golinelli (docente Università di Verona)
Nogara, 12/03/1999

Personaggio di primaria importanza nella storia del Medioevo europeo, Matilde di Canossa (1046-1115) è forse la figura storica più interessante del Medioevo nelle terre intorno al Po. Nasce probabilmente a Mantova, dove il padre ha una reggia, poi è costretta a fuggire con la madre, Beatrice di Lorena, perché il padre, Bonifacio di Canossa, viene assassinato e muoiono misteriosamente un fratello ed una sorella. La troviamo a Felonica, poi a Firenze, poi con la madre che si risposa con un vedovo, Goffredo il Barbuto, che ha un figlio, Goffredo il Gobbo, che viene promesso in sposo a Matilde stessa. Alla morte del patrigno, ella sposa il fratellastro in Lorena ed ha una bambina, Beatrice, che muore in fasce. Fugge dal marito e si rifugia dalla madre a Mantova e poi a Pisa, dove Beatrice muore nel 1076. Matilde eredita così un dominio che andava dal Lazio al Lago di Garda, ed era strategico sia per i pontefici, quando dovevano essere insediati a Roma, sia per gli imperatori, quando dovevano essere incoronati. Ella entra così nella lotta in corso tra impero e papato, giocandovi un ruolo prima di pacificatrice (anche perché era cugina di Enrico IV per parte di madre), come dimostra il famoso incontro di Canossa (28 gennaio 1077), poi di aperta sostenitrice del papato e della riforma della Chiesa. In questa scelta, ella mette in gioco i suoi poteri, in gran parte avuti per concessione dagli imperatori, ed il suo stesso dominio: dichiarata traditrice da Enrico IV, le si ribellano le città, ed anche i suoi possedimenti vengono invasi dalle truppe imperiali, restandole fedeli i castelli di Nogara nel Veronese, Piàdena nel Cremonese, Monteveglio nel Bolognese e Canossa nel Reggiano, come racconta il suo biografo, Donizone (Vita Mathildis,II,554).

Donna di potere, controcorrente, al centro di uno scontro epocale, Matilde di Canossa diviene oggetto d’esaltazione da una parte (chiamata figlia di Pietro, ancella del Signore) e di denigrazione dall’altra (accusata di essere una meretrice, amante di Gregorio VII). In questo gioca un ruolo fondamentale l’essere donna: a lei il diritto longobardo assicura l’ereditarietà dei domini, ma ella ha sempre bisogno di un uomo che la sostenga e garantisca (il mundoaldo); da ciò la necessità di risposarsi, con un nuovo matrimonio, anch’esso fallito, con un ragazzino (Guelfo di Baviera), da ciò la nomina di un figlio adottivo nel conte Guido Guerra; da ciò, infine, la resa al nuovo imperatore, Enrico V, con l’accordo di Bianello del 1111, nel quale le viene riconosciuto di nuovo il potere sulla parte dell’Italia settentrionale del dominio canossano, in cambio della nomina dell’imperatore a suo erede, per la nota parentela.

Così, solo alla fine della sua esistenza terrena, Matilde può dedicarsi alla preghiera ed alla meditazione religiosa, verso la quale era portata fin da giovane, ma dalla quale fu sconsigliata addirittura da Gregorio VII di dedicarsi, perché era più prezioso il suo ruolo politico e militare in difesa del papato. Morì a Bondanazzo di Reggiolo il 24 maggio 1115 e venne sepolta nell’amato monastero di San Benedetto Polirone, cluniacense, dove i monaci le eressero un adeguato sepolcro nella cappella di Santa Maria, con i noti mosaici, e la onorarono ogni anno con le loro preghiere.

Il suo ricordo, immortalato da un monaco di Canossa, Donizone, fu rafforzato con una pretesa donazione dei suoi beni alla Chiesa, e con una serie di leggende, anche popolari, che si diffusero fin dal basso Medioevo, e che, continuate sia a livello colto, che popolare sino ai giorni nostri, ne hanno fatto un personaggio mitico, non solo per le terre padane.

Ripercorrere la sua vita diviene così occasione per aprire una finestra su di un periodo cruciale della storia del Medioevo, e sugli uomini e sulle donne che vissero in quel tempo.

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Dal volume Matilde e i Canossa nel cuore del Medioevo, di Paolo Golinelli, sono qui tratte ed adattate alcune delle pagine più significative sulla vita di Matilde di Canossa.

Il cantore Donizone

“L’uomo pensa e propone, ma è Dio che al meglio dispone.
Ho da poco composto un poema in due libri,
che volevo inviare io stesso a Matilde,
perché tratta il primo degli avi di lei,
e il secondo è scritto in sua lode.

Evitai frivolezze, riportai solo ciò che provai esser vero.
Ora mentre in letizia di cuore li rilegavo,
giunse un messo con la notizia per me sconvolgente:
la contessa Matilde è morta.
Mi vennero meno improvvisamente le forze,
il dolce torpore del sonno salì alle palpebre,
un brivido corse lungo tutto il mio corpo,
dalle mani mi cadde il codice a cui lavoravo”.

Così Donizone, nella sua Vita di Matilde di Canossa – che, in verità, egli aveva più opportunamente intitolato: "I Principi di Canossa", in quanto il suo poema tratta di tutta la storia di quella famiglia – racconta di come apprese la notizia della morte della contessa Matilde.

Egli era un monaco del monastero di Sant’Apollonio di Canossa, ma aveva dedicato molto tempo degli ultimi anni a scrivere le gesta di Matilde e dei suoi avi. Avrebbe voluto avere l’arte di Virgilio e l’eloquenza di Cicerone – come scrive ricorrendo ad un tipico espediente retorico: l’affettata modestia -, ma non era digiuno di lettere; aveva studiato alla scuola della cattedrale di Parma, conosceva i classici, la Bibbia e amava moltissimo l’oggetto del suo cantare. Per lui se Canossa era grande, lo era perché un giorno accogliendo insieme nel suo castello il papa e l’imperatore aveva fatto di una rupe sperduta una nuova Roma.

La morte di Matilde era un evento non inatteso, ma paventato e allontanato dal pensiero, nella ostinata speranza che Matilde potesse ancora vincere la malattia, come era accaduto l’anno prima a Montebaranzone, sull’Appennino Modenese.

Il monaco aveva scritto il suo poema per lei, e per convincerla a farsi seppellire a Canossa, dove riposavano i suoi avi, e da poco n’erano state rinnovate le tombe.

La morte improvvisa – poiché è sempre improvvisa la morte di quelli che amiamo – veniva a troncare ogni piano, e Matilde, del resto, aveva già scelto dove essere sepolta: nell’abbazia di San Benedetto, tra il Po e il Lirone, che un suo avo aveva fondato.

Matilde soffriva – come ha diagnosticato uno storico che è anche medico – di gotta: era già stata costretta al letto per tutta l’estate del 1114, a Montebaranzone, e qualcuno aveva diffuso la voce della sua morte. Subito a Mantova la città insorse, rivendicando quella libertà che aveva goduto per oltre vent’anni, quando era passata dalla parte dell’imperatore Enrico IV. Per questo, quando si fu ripresa, la contessa scese in pianura e domò ancora una volta la città, nella quale probabilmente era nata e aveva trascorso la sua infanzia, e, perché la situazione non le sfuggisse di mano, decise di fermarsi in una corte rurale, a Bondeno.

Fu lì che si ammalò di nuovo, al giungere dell’inverno; ricevette l’omaggio di Ponzio, l’abate di Cluny, e fu lì che morì, a luglio avanzato, nella notte che precedeva la festa di San Giacomo, assistita dal vescovo di Reggio Emilia, Bonseniore, immaginiamo tra il pianto delle ancelle vicine e quello, lontano, dei contadini e dei servi

Matilde moriva, infatti, non in un castello munito di torri e circondato da mura e canali, né in un convento, tra il salmodiare delle monache oranti, e nemmeno in un sontuoso palazzo di una delle infide città che lei dominava, ma in una corte rurale, tra i campi d’orzo e di grano, ai bordi di un bosco di cui una parte era stata abbattuta e messa a coltura: un “ronco”. Così si designavano allora i campi strappati alla selva, che si stendeva a macchia su tutta la parte più bassa e più ricca d’acque del bacino del Po.

Le acque che scendevano libere dall’Appennino, o quelle di risorgiva, che zampillavano in pianura, si stemperavano nei punti in cui il declivio del terreno diveniva quasi impercettibile, in una miriade di corsi, che segnavano il terreno, formando confini naturali, dando il nome ai piccoli insediamenti che lambivano. Vicino alla corte nella quale Matilde morì scorreva uno di questi fiumiciattoli, il Bondeno, ed il suo nome era stato dato anche alla corte: Bondeno di Ròncore, perché si trovava in una zona da poco disboscata, e per distinguerla da altre località di nome Bondeno, anche allora presenti: il Bondeno degli Arduini, che ora gli storici hanno identificato con una località denominata Bondanello, nel Comune di Moglia; il Bondeno, frazione di Gonzaga; e Bondeno, ora Comune del FerrareseIl Bondeno di Ròncore, ove Matilde spirò, ora ha preso il nome di Bondonazzo, nel Comune di Reggiolo, assumendo il suffisso “-azzo” (-acium in latino), tipico degli insediamenti antichi lasciati decadere. C’è ancora una corte, rifatta nei secoli e ampliata, ed è lì che dicono Matilde sia morta, tra l’odore delle messi e lo scalpiccio notturno degli animali. Non dunque una corte sontuosa di ricchi signori, ma una corte rurale, un podere più grande, con al centro la casa del signore in pietra, ed accanto quella, più modesta per il massaro e la sua famiglia; più in là le baracche di legno e di fango essiccato coperte di paglia dei servi, i ripari per gli animali e gli attrezzi. Tutt’intorno il broletto, con le piante da frutta e l’orto, richiuso da una siepe di pali incrociati per difendere il raccolto dal cinghiale, sovrano in quell’ambiente selvoso, e dalla volpe che insidiava i pollai, ma anche da cervi e cerbiatti presenti in quei luoghi e dal lupo, stanziale nel Medioevo anche in pianura. La palizzata attorniava tutta quanta la corte, e si apriva soltanto sui campi e sulla strada in terra battuta, che su un dosso portava a Gonzaga. . Un sentiero, voluto dalla contessa Matilde, conduceva al monastero di San Benedetto, il prediletto dei molti cenobi che erano nei suoi territori, e che lei stessa aveva reso importante con le sue donazioni. A San Benedetto aveva pregato l’ultima volta, prima di farsi erigere una cappella in una stanza vicina a quella in cui giaceva malata. Era una cappella dedicata a San Giacomo, il santo dei pellegrini, e per quelle coincidenze che nel Medioevo non sono mai sentite come tali, ma caricate di significati simbolici, proprio nella notte che precedeva la festa del santo Matilde spirò.

A San Benedetto aveva destinato di essere sepolta, per godere per sempre della preghiera dei monaci, che tenevano il suo nome, assieme a quello di tutti i suoi famigliari e dei loro benefattori nel libro dei vangeli sull’altare, e aspettare il suono della tromba di Josaphat. Ma la storia volle diversamente: Urbano VIII, che ammirava la figura della grande contessa, ne comperò nel 1632 le spoglie all’abate Andreasi, in un momento molto difficile per il monastero e per tutto il Mantovano, duramente provato dalla guerra del Monferrato e dalla peste.

Matilde bambina

Matilde era nata a Mantova nel 1046, dove il padre, Bonifacio, aveva fissato la sede della sua stirpe, con un sontuoso palazzo, e lì aveva trascorso la sua infanzia, anche se di lei sappiamo poco.

Innanzi tutto era un’infanzia popolata: accanto a lei c’erano il fratello Federico e la sorella Beatrice, nati probabilmente prima di lei.

Ci piacerebbe trovare segni di un rapporto intimo, di affetto, almeno tra la madre e le figlie, ma le fonti ce lo negano, come ci negano qualsiasi appiglio per immaginare l’infanzia di Matilde, in quella Mantova circondata dai laghi e dai boschi, ove gli inverni erano freddi e nevosi, come quando Simeone andando da San benedetto alla città, incontrò nel bosco un povero infreddolito per la grande nevicata e lo coprì con il suo mantello, giungendo al palazzo di Bonifacio scalzo e semi svestito, ma riscaldato del bene che aveva compiuto, imitando ciò che aveva fatto San Martino sulla porta della città di Amiens. Certo dovette essere una bimba molto particolare e diversa dalle sia pur nobili coetanee. Donizone sottolinea la sua conoscenza delle lingue: “ … ben conosce il linguaggio dei Teutoni e sa anche parlare la garrula lingua dei Franchi “, e non v’è dubbio che, a differenza della generalità delle nobildonne del suo tempo, ella sapeva leggere e scrivere e doveva conoscere e parlare perfettamente il latino, oltre che la lingua dei Longobardi. La sua educazione fu quindi molto curata.

Nella tormenta

Nel 1052 il padre, Bonifacio, veniva assassinato durante una battuta di caccia; la madre, Beatrice di Lorena, si trovava così sola a fronteggiare una situazione molto pericolosa. Chiunque fosse stato ad armare la mano assassina si riprometteva degli scopi che andavano al di là della persona di Bonifacio, e coinvolgevano necessariamente il suo dominio e la sua posizione politica; questi ora cadevano nelle mani di una donna con tre figli in giovane età. Fu così che ella cominciò ad appoggiarsi alla Chiesa, avviando un rapporto di collaborazione e sostegno reciproco tra i Canossa e i pontefici, che sarà decisivo per le sorti della dinastia negli anni seguenti. Questo rapporto, che era facilitato dal fatto che il papa Leone IX era zio di Beatrice, aveva come contropartita la restituzione da parte dei signori di Canossa dei beni sottratti alle chiese da parte di Bonifacio ed altri interventi a favore di canoniche e monasteri.

Ma le disgrazie non erano finite: il 17 dicembre 1053, trovandosi nei pressi del cimitero di S. Maria di Felonica, Beatrice dona al monastero, nel quale è abate Pietro, la chiesa di S. Maria di Badigusala (Raigusa, nel Bolognese), “per rimedio dell’anima di Bonifacio e dell’anima del figlio e della figlia mia”. Il documento non dice i nomi, ma doveva trattarsi di Federico e di Beatrice, fratello e sorella di Matilde, morti entrambi durante quell’anno, se non proprio a Felonica, poco prima che fosse redatto quell’atto – perché viene redatto nei pressi del cimitero? -; non è mancato chi, come lo storico della lotta per le investiture, Bonizone di Sutri, ha parlato di una morte voluta da qualcuno di cui non si sa, per mezzo di un “maleficio”: un avvelenamento, forse. 

Con quale spirito Matilde, che aveva sette anni, assistette a questi avvenimenti, quale riflesso ne subì non è possibile saperlo; certo non dovettero sfuggirle gli sconvolgimenti di quegli anni, il passaggio da un’infanzia tranquilla, quale ella aveva vissuto fino alla morte del padre, ad una fanciullezza travagliata, con gli spostamenti della famiglia, le angosce di una situazione non sicura, il dolore per la morte del fratello e della sorella, con i quali è lecito pensare avesse comunità di vita, comunanza di giochi, complicità di pensieri.

Ma altri importanti cambiamenti l’attendevano nell’anno 1054: la madre aveva ormai compreso che non le sarebbe stato possibile continuare a governare da sola il suo dominio, e se fino a quando suo figlio era in vita era suo preciso dovere mantenerlo integro per assicurargliene la successione, ora che anche Federico era morto occorreva trovare una soluzione che desse sicurezza a lei ed all’unica figlia che le era rimasta, ed alla quale è da presumere – e qualche fonte ce ne fornisce il destro, come vedremo più avanti – si attaccasse sempre di più, in un rapporto di crescente affetto reciproco.

Il patrigno

Tra i parenti lorenesi di Beatrice spiccava per temperamento ed ambizione Goffredo, detto il Barbuto, anch’egli rimasto vedovo dal primo matrimonio. I due si unirono, non senza una certa diffidenza sia da parte dell’imperatore, Enrico III, che si vedeva minacciato dal grande potere che finiva nelle mani di Goffredo il Barbuto, che da parte del papa, per la consanguineità dei coniugi.

Quanto alla successione, il matrimonio politico tra i due comportò anche una definizione di quello che doveva stare maggiormente a cuore a Beatrice: la sorte del suo marchesato e della figlia Matilde. I due, infatti, si accordarono nella promessa matrimoniale tra la piccola figlia di Bonifacio, di appena otto anni, ed il figlio di Goffredo, Goffredo il Gobbo. In questo modo l’unione che si avviava con il matrimonio tra i due sarebbe continuata anche con i rispettivi figli, consolidando la dinastia ed il suo dominio, che in questo momento diveniva doppio, nel cuore del Regno Italico e nel cuore stesso dell’impero, con l’alta Lorena.

Il primo marito

Il matrimonio di Matilde con il fratellastro Goffredo il Gobbo era così già stato deciso da tempo. I due ragazzi si saranno probabilmente incontrati in più di un’occasione, ed è da presumere che abbiano anche giocato insieme, anche se nel pensare all’infanzia della nobiltà del Medioevo, dobbiamo riflettere ai limiti che il ruolo sociale e le convenzioni imponevano alla spontaneità infantile, ed all’influenza che gli ecclesiastici avevano nell’educazione dei fanciulli: un’influenza che, se nei nobili maschi era temperata dalla presenza di altre figure, come i maestri di arti marziali, di equitazione e così via, per le ragazze era quasi esclusiva. Ma la formalità dei rapporti aumentava col passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza, perciò sarà da cancellare nella nostra mente qualsiasi idea di fidanzamento tra i due: con la promessa fatta dai genitori, essi erano, in effetti, già uniti in matrimonio, per realizzare il quale non mancava che la maturità (ma per le ragazze non era nemmeno richiesta) e l’occasione propizia.

L’occasione non tardò a presentarsi, con la malattia del duca Goffredo il Barbuto, poi seguita dalla sua morte alla fine del 1069. Goffredo il Barbuto, malato, si rifugia nei suoi territori lorenesi, prima a Bouillon poi a Verdun; con l’aggravarsi della malattia dispone di farsi raggiungere da tutta la sua famiglia, nei due rami italiano e lorenese, e mentre sono presso di lui il figlio Goffredo e la figliastra Matilde fa celebrare le nozze, per poter vedere sistemata la sua successione nei due territori lorenese e tosco-padano, prima di morire, forse temendo che dopo la sua morte la promessa di matrimonio non venisse mantenuta. E non senza ragione. Dispone anche di far fondare due monasteri per realizzare un ordine di papa Alessandro II, che non aveva gradito il matrimonio dei due vedovi: in Lorena fu fondata l’abbazia d’Orval ed in Italia quella di Frassinoro. La vigilia di Natale del 1069 il marchese muore; il figlio Goffredo il Gobbo ne eredita le ricchezze ed il potere. E per consolidare la sua posizione si ferma in Lorena a controllare quei possessi e quelle giurisdizioni; così, mentre Beatrice ritorna in Italia ad occuparsi degli affari della sua casata, Matilde resta presso il marito. Nel corso del 1070 Matilde restò con ogni probabilità incinta, e l’evento ebbe risonanza anche negli ambienti imperiali; in un diploma di Enrico IV del 9 maggio 1071 si legge: “Se non ci sarà il duca (Goffredo), allora il figlio ereditario”. A quella data, dunque, si presupponeva che egli avrebbe avuto un erede, a meno che non si trattasse semplicemente di una formula notarile.

Il 29 agosto di quello stesso anno, la madre di Matilde, Beatrice, fonda il monastero di Frassinoro, nell’Appennino modenese, dotandolo di un notevole patrimonio, “per il bene della mia anima, di quella del defunto marchese e duca Bonifacio, un tempo mio marito, e per l’incolumità e l’anima di Matilde, diletta figlia mia, e per la grazia dell’anima del defunto duca Goffredo, mio marito, e per la grazia dell’anima della defunta Beatrice mia nipote”. Questa nipote, già defunta alla fine d’agosto del 1071 era figlia della figlia, Matilde, morta appena nata. Quanto Matilde abbia sofferto in quella circostanza lo si può capire dalla preoccupazione per la stessa incolumità della figlia che sentiva Beatrice mentre fondava Frassinoro. E’ un termine insolito in un documento medievale, che invece qui ritorna con insistenza, a testimoniare un’apprensione reale per la sorte di una figlia lontana in un ambiente che Beatrice stessa avrà sentito nella sua permanenza in Lorena ostile. Matilde in quel momento era in pericolo: in pericolo per la sua salute, per le probabili conseguenze di un parto difficile e sfortunato; in pericolo per non essere riuscita a dare al marito quell’erede che avrebbe garantito la continuazione della stirpe, e che era il compito principale di una moglie nel Medioevo, soprattutto nelle famiglie signorili. Un figlio ereditario che, come abbiamo visto nel documento imperiale, Goffredo il Gobbo dava per sicuro ancor prima che nascesse e sul quale contava. Matilde soffrì questo momento come uno dei più tremendi della sua vita e, appena le circostanze gliene offrirono la possibilità, fuggì via dal marito rifugiandosi presso la madre, con la quale la troviamo il 19 gennaio 1072, a Mantova. Dopo il ritorno di Matilde presso la madre, in Toscana, Goffredo aveva fatto di tutto per riconciliarsi con lei, ma senza successo. Era venuto in Italia nel 1072 con doni; aveva fatto persino intervenire il papa Gregorio VII in suo favore presso la contessa, ma l’atteggiamento di Matilde, nemmeno trentenne, fu molto fermo, addirittura rigido. Nel 1076 Goffredo veniva orribilmente assassinato, il 26 febbraio; il 18 aprile moriva anche la madre di Matilde, Beatrice.

Matilde aveva ora su di sé sola il peso del governo di un territorio vastissimo, su più nazioni, e di un ruolo politico assai delicato, nel momento più vivo del conflitto tra un imperatore al quale era legata da una stretta parentela, oltre che dagli obblighi di fedeltà propri del sistema vassallatico-beneficiario, ed un pontefice al quale era vicina non solo per figliolanza spirituale e per averne sposato gli ideali riformatori, ma per profondi sentimenti di sincero affetto, oltre che dalla necessità del reciproco sostegno.

L'incontro di Canossa (1077)

La lotta si era inasprita tra il 1075 e il 1076 prima con un sinodo quaresimale, nella quale il papa aveva accentuato l’illiceità delle ordinazioni simoniache e scomunicato tutti i vescovi investiti dall’imperatore. Era quindi seguita un sinodo a Worms dei vescovi tedeschi nella quale Enrico IV aveva fatto dichiarare Gregorio VII illegittimo, perché non eletto secondo le norme canoniche, che dal 1059 vietavano ogni ingerenza dei laici nell’elezione pontificia, ma per acclamazione popolare, quindi dai laici. Gregorio aveva risposto facendo, emanando il Dictatus Papae (del 1076 e non del 1075, come scrivono i manuali), e sulla base di esso scomunicando l’imperatore, che avrebbe dovuto presentarsi penitente ad Augusta per la festa della purificazione di Maria, il 2 febbraio 1077.

L’inverno tra il 1076 ed il 1077 fu uno dei più freddi del secolo.

All’inizio di dicembre Gregorio VII partiva da Roma, scortato dalle truppe di Matilde, alla volta di Augusta: era deciso a porre fine alla questione, ottenendo una penitenza da Enrico IV o, in caso contrario, l’elezione di un nuovo imperatore a lui fedele. Si trattava per lui di concludere una vicenda che non poteva protrarsi troppo a lungo, e non oltre un anno dall’anatema. Per la riconciliazione stavano probabilmente già lavorando l’abate Ugo di Cluny, legato sia al papato, per la stretta dipendenza del famoso monastero borgognone da Roma e per il suo indirizzo riformatore, sia all’impero per legami personali con Enrico IV, che tenne a battesimo, e Matilde di Canossa.

Nel suo viaggio verso la Germania Gregorio raccolse i suoi sostenitori, attraversando il cuore dei domini canossani: Siena, Marturi, Firenze, alla fine di dicembre è a Lucca, presso il suo fedele Anselmo; l’otto di gennaio a Mantova, nell’attesa che gli giunga dalla Germania la scorta dei principi tedeschi per attraversare le Alpi e arrivare ad Augusta per l’appuntamento del 2 febbraio. Ma invece delle truppe fedeli gli giunge la notizia che Enrico IV si sta dirigendo verso l’Italia.

E’ una mossa inattesa e pericolosa, perché l’imperatore può ritrovare proprio in Italia, ed in particolare da parte dei vescovi lombardi, avversi a Gregorio VII ed alla nuova politica romana, quel sostegno che gli era venuto a mancare in Germania.

“Il re celebrò il natale a Besançon in Borgogna, fermandovisi nemmeno un giorno. Poi, presa la moglie e il figlio, e con tutto il suo seguito e l’apparato, come già aveva deciso, passato il Rodano a Ginevra, affrontò con una durissima marcia le Alpi, ed entrò rapidamente in Italia attraverso il vescovado di Torino. Quindi, riuniti tutti quelli che poté, a Pavia legò a sé da ogni parte la turba dei vescovi scomunicati, e, quasi che fosse munito di una qualche dignità di difendere la loro causa, egli promise loro di andare a trattare col papa non tanto della sentenza che lo riguardava, ma piuttosto della loro così ingiuriosa scomunica”, scrive l’annalista Bertoldo di Reichenau.

Non era quindi per mostrarsi penitente di fronte al pontefice che Enrico scendeva in Italia, ma per rilanciare la lotta appoggiandosi proprio ai vescovi lombardi scomunicati da Gregorio VII, ma ancora ben saldi nelle loro sedi. Con questa mossa Enrico IV prendeva l’iniziativa sconvolgendo i piani del papa e dei suoi sostenitori. C’è un momento di smarrimento: Gregorio VII lascia Mantova e si rifugia nella rocca di Canossa, molto meglio protetta e difendibile. Fervono insieme dall’una e dall’altra parte i preparativi militari e le trattative di pace.

Sono giorni febbrili, sentiti anche dai contemporanei come eccezionali: per la prima volta un imperatore ed un papa in lotta di fronte l’uno all’altro, sui quali ogni cronista o storico o poeta contemporaneo ha voluto dare una sua versione, e molto spesso una versione influenzata dal senno di poi, o dagli interessi e dalle prese di posizione di ciascuno. L’epica e la storiografia hanno prevalso, l’andare a Canossa è divenuto simbolo dell’umiliazione di chi è costretto a pentirsi e a ravvedersi.

In effetti, se ci atteniamo solamente ai fatti e li colleghiamo a quanto precedette ed a quel che seguì il famoso incontro del 28 gennaio 1077, quel preteso pentimento non fu che il mezzo meno indolore per Enrico IV di ottenere ciò che stava cercando, cioè la reintegrazione nel suo potere.

Sia chiaro, che se penitenza avesse dovuto esserci essa sarebbe dovuta avvenire ad Augusta, come stabilito, e come Enrico era sembrato accettare; venendo in Italia e ricompattando gli avversari di Gregorio VII, fino alla formazione di un forte esercito, egli mostrava non solo di non accettare personalmente quella logica, ma di essere in grado di imporne un’altra, la sua.

Con la rapidità e la decisione della sua scelta di scendere in Italia, e col favore delle avversità stagionali, egli spezzava nei fatti l’alleanza che si era costituita ad Ulm ed a Tribur tra l’alta feudalità germanica e il “partito” gregoriano, e ne ricostruiva un’altra, quella che aveva dato luogo a Worms alla deposizione di Gregorio VII. Se non che egli era troppo intelligente per non comprendere che non poteva tornare indietro: in quel momento aveva bisogno di agire con tempestività, perché il 2 febbraio si sarebbe in ogni caso riunito il “tribunale” di Augusta.

Condurre una guerra sarebbe stato difficile, lungo e rischioso, tanto valeva allora accettare la mediazione di potentati sui quali avrebbe potuto in seguito contare: Ugo di Cluny, Matilde, Adelaide di Torino, e sottoporsi alla penitenza necessaria per ottenere il perdono dal papa.

Ma fino all’ultimo egli usa l’esercito come mezzo di pressione per far cedere Gregorio VII: il 20 gennaio egli porta, infatti, il suo esercito nelle vicinanze di Canossa, poi s’incontra con Matilde ed Ugo di Cluny a Montezane, una delle quattro cime che costituiscono l’incantevole insieme delle Quattro Castella, a poche miglia da Canossa, e solo dopo quell’incontro è da presumere che abbia vestito l’abito del penitente, e, lasciato l’accampamento di Bianello, si sia recato con un piccolo seguito a Canossa per quella che con tanta retorica è stata chiamata la sua “umiliazione”. Il 25 gennaio è alle porte del borgo fortificato nel qual è alloggiato Gregorio VII a compiere, certo con la sofferenza e il disagio del momento – il freddo intenso, l’essere scalzo, vestito di sola lana e non di pelli – e la rabbia di essersi dovuto prestare a tale ruolo, la parte del penitente, sicuro però dell’esito. Gregorio VII, infatti, come ha giustamente rilevato Ovidio Capitani, non poteva negare l’assoluzione ad un peccatore, una volta accertatosi della sincerità del suo pentimento: in quel momento egli era un sacerdote e doveva agire come tale, anche se è evidente che assolvendo l’imperatore dal suo peccato di ribellione alla Chiesa, non lo reintegrava automaticamente nelle sue funzioni di sovrano. Ma ad Enrico bastava essere riammesso nella Comunione dei santi, dal quale la scomunica lo aveva allontanato, rendendo nulli – e peccaminosi – tutti i giuramenti di fedeltà a lui prestati; al resto avrebbe pensato da sé.

Per Gregorio VII e i suoi sostenitori l’unico modo per non dover ammettere lo scacco subito era quello di ampliare al massimo la risonanza di quella penitenza e di quel pentimento, poi risultato finto. Ma che si trattasse di una riconciliazione fittizia fu subito chiaro. Ecco come racconta la scena del pranzo di riconciliazione il vescovo di Lucca Rangerio:

“Sta silenzioso il re, gli occhi fissi, pensando:
ha in odio il cibo, e chino a mensa trattien l’artiglio.
Gregorio il vede e già si pente,
e lo ammonisce di comportarsi sapientemente.
Ma tane han volpi e nidi uccelli
e l’uom di Cristo non ha riposo in alcun luogo.”

Dopo quindici giorni l’imperatore riprese la guerra contro i filogregoriani. E di questa guerra, dopo Gregorio VII, costretto ad abbandonare Roma e a rifugiarsi presso i Normanni di Roberto il Guiscardo, morendo a Salerno nel 1085, Matilde fu la vittima più illustre.

“Tanto perdette Matilde, sedendo nel chiostro
che per raccontarlo non mi basta l’inchiostro”.

Così il cronista antipapale Benzone d’Alba sintetizza la situazione di Matilde in questa fase della guerra contro Enrico IV, quando questi volse contro di lei la sua forza.

Matilde nella lotta per le investiture

A Lucca nel luglio del 1081 Enrico proclamava Matilde rea di lesa maestà, con la conseguenza immediata della decadenza da tutte le funzioni pubbliche da lei detenute e della confisca di tutti i suoi beni. Era un provvedimento gravissimo che solo in pochi casi era stato preso degli imperatori, nei confronti di loro vassalli ribelli ed irriducibili. Matilde aveva, per altro, già abbandonato la Toscana e si era rifugiata nei suoi munitissimi castelli appenninici, seguita dai suoi fedeli, mentre già alcuni suoi conti passavano al seguito dell’imperatore.

Alle sue fedeli Pisa e Lucca frattanto Enrico concedeva ampi privilegi di autonomia, giungendo a promettere ai Pisani che non avrebbe nominato un nuovo marchese di Toscana, senza il loro consenso; e nei documenti successivi, il primo dei quali dato da Siena il 10 luglio nominava Matilde senza alcun titolo, perché ormai per lui destituita di ogni giurisdizione.

Nessuno si è curato di narrarci come Matilde vivesse quei difficili momenti; una tradizione storiografica improntata soprattutto da Donizone, insiste sul coraggio della contessa, sulla sua forza d’animo, su di lei come “virago”, donna dai sentimenti mascolini, inflessibile e decisa nella difesa della Chiesa. Entrando, per ciò che lo consentono le fonti, nel succedersi degli avvenimenti, più volte Matilde appare incerta, costringesse a svolgere un ruolo che lei forse non desiderava. Era questo lo stato d’animo con cui scriveva a Gregorio VII durante il periodo difficile dell’abbandono del marito, dopo quel travagliato matrimonio e lo sfortunato parto; sono questi i sentimenti che dovette provare dopo la sconfitta di Volta Mantovana, quando si era trovata contro tutta la feudalità lombarda e la maggior parte dei vescovi dell’Italia settentrionale, e quando era risultato evidente che ella sarebbe stata incapace di assumere su di sé, da sola, tutto il peso della guerra contro l’imperatore e l’antipapa. L’aveva del resto compreso anche Gregorio VII, quando invitava i suoi fedeli di Germania a farle avere un aiuto militare. Dopo il bando di Lucca Matilde si trovava ancora più sola, separata fisicamente dal pontefice che ella sosteneva, costretta a difendersi nei suoi castelli appenninici, col solo conforto della presenza e del consiglio di Anselmo da Lucca, mentre Enrico IV scorrazzava liberamente nelle sue terre ed il suo dominio era stato privato della parte più prestigiosa, la marca di Toscana. Occorreva mettere in atto una strategia che da un lato le consentisse di rompere il pericoloso isolamento nel quale si trovava, dall’altro di portare un aiuto consistente a Gregorio VII, quale fu la prima donazione dei suoi beni alla Chiesa.

Il secondo matrimonio

Dopo la morte di Gregorio VII e il breve pontificato di Vittore III, il nuovo pontefice Urbano II eletto mentre a Roma vi era un antipapa filoimperiale, cercò di puntare su di una decantazione della lotta che stava travagliando la cristianità. Matilde nel 1088 si trovò ad affrontare una nuova discesa di Enrico IV in Italia, e, si pensa su suggerimento proprio di Urbano II, si preparò al peggio con una scelta politica e personale piuttosto delicata: quella di un nuovo matrimonio.

La scelta cadde su un rampollo della stirpe più avversa ad Enrico IV in Germania: quella dei duchi di Baviera. Si univano così i nemici dell’imperatore, a tutto vantaggio della causa pontificia.

Fu un matrimonio indubbiamente anomalo: nel 1089 il giovane Guelfo aveva appena raggiunto la maggiore età e si trovava a quindici o sedici anni marito di una donna matura, di quarantadue o quarantatré anni, dal carattere forte e deciso, provata da una vita intensa, piena di avvenimenti fuori dell’ordinario. Matilde si espose così alla derisione dei suoi avversari che diffusero la leggenda della sua prima notte di matrimonio con un ragazzino, pingue, impotente.

 Il nuovo matrimonio suscitò la reazione di Enrico IV che fece una nuova spedizione contro Matilde: solo quattro castelli le rimasero fedeli: Canossa, Monteveglio, Piadena e Nogara, mentre le città (Mantova per prima) passavano dalla parte dell’imperatore. Successivamente problemi si posero anche all’interno della famiglia imperiale, con le ribellioni dei figli Corrado (che morì a Firenze) ed Enrico V, che giunse ad imprigionare il padre, che morì di crepacuore.

Enrico V poi giunse nel 1111 ad un accordo con Matilde a Bianello, reintegrandola del dominio sul nord Italia, ma non sulla Toscana.

L’accordo con Enrico V

Su quest’accordo si sono fatte molte illazioni: dopo aver approfonditamente studiato le fonti, ritengo che Enrico abbia preteso da Matilde l’abbandono dell’adozione e la destinazione a sé degli allodi della contessa dopo la sua morte, assicurando in cambio la pace ed il suo personale sostegno ad essa, già cugina del suo terribile padre, e di cui egli riconosce la parentela, quasi una madre ideale, vorrebbe far crederci Donizone. Così per desiderio di pace deve aver avuto da lei l’assicurazione di non intervenire sulle cose romane, compensandola con l’annullamento del bando imperiale di Lucca e la reinfeudazione di cui s’è detto.

Dopo questo atto Enrico V poteva riprendere la via della Germania e da Verona, il 21 maggio 1111, concedeva un ampio diploma di conferma e protezione dei beni dell’abbazia di Polirone, la prediletta dai Canossa. Tra le clausole dell’accordo tra lui e Matilde doveva esserci anche l’abbandono da parte dell’imperatore del sostegno fino ad allora dato a Mantova ed ai Mantovani, per cui la contessa poté riconquistarla nel 1114, dopo di che, ormai gravemente ammalata, si ritirò per passare l’estate nei suoi castelli appenninici, e si trattenne a Montebaranzone, nei dintorni di Pavullo nel Frignano.

A Mantova si diffuse la falsa notizia della sua morte e di nuovo la città si scrollò di dosso il giogo dei Canossa. Ma, rimessasi, Matilde costrinse subito alla resa la città in cui era nata: era la fine di ottobre del 1114, un anno strano, che si era annunciato con presagi di morte: una pioggia di sangue, ricordano i cronisti, che interessò tutta la Lombardia fino a Cittanova, poco ad ovest di Modena.

Nuovamente ammalatasi, moriva a Bondeno di Roncore nella notte del 24 luglio 1115; l’anno dopo Enrico V scendeva nuovamente in Italia per prendere possesso dei beni privati della contessa e della sua famiglia. Quel potere e quella ricchezza che erano cresciuti con l’appoggio degli imperatori, ora tornavano in parte alla stessa istituzione che li aveva generati e favoriti, anche se Enrico V li rivendicava non come imperatore, ma come il più stretto parente di una dinastia tanto gloriosa, che così tristemente scompariva. Lo “stato” canossano, quell’organismo politico così ampio e complesso, che gli storici hanno variamente definito come “potenza incoativa”( Tabacco) o “stato incoativo” (Capitani) o “principato in fieri” (Nobili), costruito pezzo per pezzo tanto abilmente da più generazioni di abili tessitori, con un dosaggio sapiente di alleanze, aggressività, pietà religiosa, e difeso nel turbine della lotta per le investiture, finiva con lo sgretolarsi per la mancanza di una discendenza e la parte maggiore la rivendicavano quelle stesse potenze, papato ed impero, destreggiandosi tra le quali esso era stato costruito. Sembrava una nemesi della storia, anche se poi altre realtà storiche sorsero dalla sua disgregazione: i liberi Comuni cittadini ed alcune delle maggiori Signorie padane.

Conclusione

C’è una circolarità nella storia della dinastia dei Canossa che si impone prepotentemente allo storico: quel ritorno a Polirone, ai luoghi sui quali per primi i suoi avi avevano messo gli occhi quando si affacciarono sulla Pianura Padana, sembra quasi un ripiegarsi della storia su se stessa. La parabola veramente è finita, anche se il suo tracciato non è stato inutile.

All’apice di essa, certamente, sta Canossa, con quell’incontro così particolare del 28 gennaio 1077: fino a quel momento la storia della dinastia – pur con momenti di crisi e ripiegamenti – è una crescita continua; dopo quel momento è invece un continuo arretrare e rinunciare, un dibattersi di Matilde alla ricerca di un appoggio, di una soluzione ad una crisi che era fatalmente dinastica, per l’assenza di un erede.

Se Matilde vinse come politica, restando a galla negli sconvolgimenti di un quarantennio, se ella riuscì a mostrarsi anche abile guerriera, fallì però come donna, in quello che è la specificità femminile – e tanto più lo era nel Medioevo -: il divenire madre, il dare continuità alla vita, alla sua famiglia, al suo nome.

Donizone le attribuisce il triplice frutto della vita cristiana, secondo Matteo, XIII, 8: sposa, vedova e vergine; ma non fu sposa amorosa e feconda, non fu vedova fedele, e non fu vergine; soprattutto nello spirito mascolino che gli scrittori ecclesiastici tanto esaltarono in lei ebbe quasi come necessaria contropartita la sua sterilità: e le mitiche amazzoni, com’è noto, non generavano.

Così nell’impossibilità di avere una successione non le restava che affidare le ricchezze di cui poteva disporre ai monasteri ed a quegli enti ecclesiastici che avrebbero potuto assicurarle la preghiera e il ricordo, “fino alla fine del mondo”. Ed è bello osservare come allora si potesse avere un senso così vivo della continuità e dell’eternità, oggi che ci sembra tutto così precario, effimero, di breve durata. Avere la percezione di quest’eternità, sull’onda della quale una Matilde stanca e sconfitta si poneva negli ultimi anni della sua esistenza terrena, è andare oltre il nostro modo di vedere, per attingere a quell’alterità del passato che sola ci può permettere, non razionalmente, ma con quelle mille capacità di comprensione che va al di là della mente, di cogliere per un attimo il livello profondo della storia e giungere, forse, al cuore del Medioevo.

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Per saperne di più: DONIZONE, Vita di Matilde di Canossa, Introduzione di V. Fumagalli, Traduzione e note di P. Golinelli, Milano, Jaca Book, 1987 (“Complementi alla Storia della Chiesa. Testi”; collana “Già e non ancora”, n. 157); P. GOLINELLI, Matilde e i Canossa nel cuore del Medioevo, Firenze, Camunia/Giunti, 1996; V. FUMAGALLI, Matilde di Canossa. Potenza e solitudine di una donna del Medioevo, Bologna, Il Mulino, 1996; P. GOLINELLI, Matilde di Canossa nella letteratura italiana, Reggio E., Diabasis, 1997; Matilde di Canossa nelle culture europee del II Millennio. Dalla storia al mito, Bologna, Pàtron, 1999.

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