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Il Giubileo del 1300

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IL GIUBILEO DEL 1300: SIGNIFICATI ORIGINARI E REALIZZAZIONE STORICA
Relatore: Prof. Paolo Golinelli (docente Università di Verona)
Nogara, 31/03/2000

“Mentre ormai s’avvicina il terzo millennio della nuova era, il pensiero va spontaneamente alle parole dell’apostolo Paolo: "Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo figlio, nato da donna.(Gal.,IV, 4 ). La pienezza del tempo s’identifica con il mistero dell’Incarnazione del Verbo”. Con queste parole si apre l’enciclica Tertio millennio adveniente, con la quale il 10 novembre 1994 papa Giovanni Paolo II proclamò il giubileo dell’anno 2000. Al centro dell’enciclica vi è il significato del tempo nel cristianesimo: “Nel cristianesimo il tempo ha un’importanza fondamentale. Dentro la sua dimensione viene creato il mondo, al suo interno si svolge la storia della salvezza, che ha il suo culmine nella pienezza del tempo dell’Incarnazione e il suo traguardo nel ritorno glorioso del Figlio di Dio alla fine dei tempi.(…) Da questo rapporto di Dio col tempo nasce il dovere di santificarlo” (§ 10). La tradizione del giubileo cristiano s’inserisce in questo concetto del tempo, che appartiene a Dio, come ogni cosa creata gli appartiene, ed in esso ogni attività umana trova spazio. “Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo, ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia” (Lev. XXV, 10) è scritto nel libro del Levitico, dopo che si è parlato dell’anno sabbatico, nel quale ancor oggi il popolo ebraico fa riposare la terra (l’ultimo è stato nel 1983). Il giubileo è l’anno che segue sette cicli sabbatici, ed è un anno sabbatico speciale, al quadrato, nel quale si sarebbe dovuto ridistribuire la terra, liberare gli schiavi, annullare i debiti, ricomporre l’equilibrio della società originaria rotto dall’egoismo umano. Era questa una pratica non originale del popolo ebraico, ma diffusa anche nelle civiltà mesopotamiche a partire dal III millennio a.C. e sino ai regni neo-assiri e neo-babilonesi della prima metà del I millennio a.C. Anticamente consiste nell’annullamento dei contratti tra privati, come le compravendite di terra, i prestiti e le schiavitù per debiti; poi si limitano ad una sorte d’esonero del pagamento di tasse. Essa era uno strumento delle antiche società patriarcali per tenere unito il clan, rafforzando il potere del sovrano. E nel Levitico, il cui capitolo XXV fu scritto durante l’esilio del popolo ebraico a Babilonia (586-539 a.C.), è chiara la dimensione del popolo ebraico come popolo governato direttamente da Dio, che detta le sue regole: “La terra non sarà venduta per sempre, perché mia è la terra, perché residenti e ospiti voi siete presso di me” (Lev. XXV, 23). Difficile è stabilire se e in quale misura esse venivano messe in pratica. Di sicuro non vennero mai a cadere, se ne fa menzione anche nel Nuovo Testamento, e se su di esse abbiamo una testimonianza dettagliata di Giuseppe Flavio (36-100 d.C.), che nelle Antichità giudaiche (III, 281-283) così scrive: “Il cinquantesimo anno è chiamato dagli Ebrei giubileo, in occasione del quale i debitori sono liberati dai loro debiti e gli schiavi sono posti in libertà. (…) In occasione di quest’anno essi restituiscono la terra agli antichi proprietari….”. Nel Nuovo Testamento il giubileo come riscatto terreno di cose e di persone ricorre solo due volte: in un detto di Gesù (Mc. X, 45 / Mt. XX, 28) e nella I epistola paolina a Timoteo (I Tim. II, 6), mentre assume una dimensione spirituale: così il “rimetti a noi i nostri debiti” del Padre Nostro (Mt. VI, 12) non è che una metafora, un riferimento ad una dimensione umana conosciuta, quell’economica, per descrivere una realtà teologico-spirituale. In questo senso il giubileo è interpretato anche dai primi padri della Chiesa, e la spiritualizzazione del giubileo continua negli scrittori medievali, come attesta Giovanni Scoto Eriugena (metà sec. IX), che glossa iubeleus con misericors, e iubel con misericordia vel revelatio, spiritualizzandolo però lo allontana dalla pratica storica, e di celebrazione di giubilei non si parlò più, in ambito cristiano, per tutto il medioevo, sino al 1300. Il giubileo del 1300 sorse spontaneamente, non su preciso disegno del papa. Chi si recò la mattina del primo gennaio dell’anno 1300, un venerdì, alla messa solenne che si teneva nella basilica di San Pietro, sul colle Vaticano, non sapeva di assistere all’inizio di un anno speciale. Se ne rese conto durante la celebrazione, quando, all’omelia, il cardinale celebrante, canonico di San Pietro, uscì con un sermone sull’anno centesimo ovvero l’anno del giubileo. Immediatamente la notizia si sparse in tutta la città ed alla sera era già una folla quella che si accalcava intorno all’altare del principe degli apostoli, e fino a notte inoltrata continuò l’accorrere dei romani. Nessuno voleva perdere l’occasione per la remissione completa dei suoi peccati. Questo ci racconta lo Stefaneschi, cardinale, canonico di San Pietro, nel pieno della sua maturità, che fu tra i protagonisti di quell’anno memorabile, e che diversi indizi ci portano a pensare sia stato addirittura lui a tenere quella predica in San Pietro durante la messa solenne del mattino, e questo per valorizzare la basilica di San Pietro, una basilica certamente in ascesa nella Roma della seconda metà del XIII secolo, ma non ancora la prima della città e del papato, tant’è vero che, mentre in S. Pietro cominciava l’afflusso dei pellegrini, il papa risiedeva nella basilica di S. Giovanni in Laterano. Tuttavia l’immediata risposta dei romani prima e dei pellegrini che già normalmente affluivano nella città eterna, poi, fu talmente grande ed entusiastica che probabilmente sorprese lo stesso predicatore, e mostrò come quell’evento, al di là di chi l’avesse scatenato, fosse atteso dalla cristianità, si situasse in un clima spirituale appropriato, si avvantaggiasse di un momento storico estremamente favorevole. L’anno santo univa in sé tre elementi caratteristici della spiritualità medievale: il pellegrinaggio ed il culto dei loca sanctorum, l’indulgenza, la celebrazione anniversaria. La concessione di un’indulgenza plenaria legata alla visita di un particolare edificio sacro in un giorno specifico dell’anno nel 1300 non era una novità: si erano avuti infatti nel corso del Duecento due precedenti: l’indulgenza della Porziuncola e quella di Collemaggio. Non vi fu nessun atto ufficiale (almeno che sia giunto a noi), ma, secondo la tradizione francescana, papa Onorio III avrebbe concesso direttamente a S. Francesco, nel 1216, un’indulgenza plenaria per coloro che avessero visitato la chiesa di S. Maria degli Angeli, detta la Porziuncola, ad Assisi, nel giorno della ricorrenza della sua consacrazione (2 agosto 1215): prese allora avvio un pellegrinaggio spontaneo che, inizialmente limitato agli immediati dintorni, non comportò particolari problemi giuridici. I problemi sorsero invece quando, a partire dal 1260, la pratica dell’indulgenza francescana cominciò a diffondersi in tutta l’Italia centrale. Senza voler entrare nel merito della questione dell’effettivo inizio di questa pratica dallo stesso S. Francesco, sul quale storici anche importanti hanno sollevato dubbi non lievi, è per me importante sottolineare come questa indulgenza fosse incontestabilmente diffusa sul finire del Duecento, il che dimostra, alla vigilia del primo anno santo, la presenza di una sensibilità religiosa sempre più alla ricerca di grandi e solenni perdoni, unitamente ad enti religiosi che, offrendone concretamente l’occasione, intendevano porsi in una posizione di rilievo rispetto agli altri. Queste due componenti si possono cogliere anche nel secondo, immediato antecedente del giubileo romano del 1300: l’indulgenza plenaria concessa da papa Celestino V il 29 settembre 1294 a coloro che avessero visitato, in occasione dell’anniversario della sua consacrazione pontificia, il 29 agosto, festa della decollazione di S. Giovanni Battista, la chiesa di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila. Con quest’atto Celestino V intendeva probabilmente valorizzare la festa di S. Giovanni, al quale era particolarmente devoto, ed insieme la chiesa del suo ordine, e la sua stessa consacrazione pontificia, elevata così a momento mitico da ricordare liturgicamente ogni anno; ma finiva anche con l’elevare la nuova città dell’Aquila al livello delle grandi mete di pellegrinaggio, ponendo le basi per il suo decollo economico. La sua stagione fu però troppo breve perché quell’indulgenza potesse radicarsi tranquillamente, ma nonostante l’opposizione di Bonifacio VIII la perdonanza si radicò e continua tuttora. Così, mentre sul finire del 1299 dalla Provenza vi erano gruppi di eterodossi che venivano in pellegrinaggio a Roma per eleggere un nuovo pontefice nella persona del francescano Matteo de Bosicis, ed altri erano attratti alla città santa dal cadere del XIII° centenario della nascita di Gesù, Bonifacio comprendeva che non poteva più opporsi al dilagare della pratica dell’indulgenza e tanto valeva farla propria e farne il nucleo per una nuova conciliazione con gli ambienti spiritualistici e l’occasione di una ripresa di prestigio della sede romana. “Da troppo tempo i credenti avevano disimparate le vie che conducevano a Roma”, scriveva il Duprè Theseider, e aggiungeva: “Di Roma si parlava molto, ma per dirne male, ed il pastore delle genti era ormai colui che non curava più le pecorelle, ma le tosava soltanto”, per questo occorreva fare di nuovo della città santa il centro della cristianità. Quando la notizia dell’accorrere dei fedeli in S. Pietro, e dell’idea del giubileo che vi era stata predicata, giunse a Bonifacio, egli ebbe non poche esitazioni: la sua preparazione canonistica gli impediva di accedere immediatamente a quanto gli veniva proposto da un movimento spontaneo, e nemmeno un prelato quale lo Stefaneschi dovette riuscire a convincerlo facilmente: occorreva documentarsi, vedere se esso era stato celebrato nei secoli precedenti, cercare le auctoritates per una tale solennità. Consigliarono il pontefice lo stesso Stefaneschi e lo scrittore pontificio Silvestro; furono certamente d’accordo anche i cardinali di curia, colpiti il primo gennaio del 1300 dalla morte del cardinale francescano Giacomo Tommassini Caetani, nipote per parte di sorella del pontefice. Ci fu poi un concistoro, durante il quale i cardinali vennero invitati ad esprimersi e Bonifacio presentò il testo della bolla con la quale avrebbe proclamato il giubileo. Tutti furono d’accordo. Corroborato da questi pareri Bonifacio VIII era pronto a proclamare solennemente il giubileo. Trascorso il giorno dell’inizio, con il Natale o il primo dell’anno; passata anche la festività del Velo della Veronica, che aveva attirato a Roma una folla superiore a quella degli anni precedenti e seguenti, c’era un’occasione che non andava perduta: la festa della Cattedra di S. Pietro. Era una festa antica, che era però stata rinnovata nel corso del Duecento con la trasformazione della cattedra lignea di S. Pietro da suppellettile di chiesa a reliquia, e che ben simboleggiava l’autorità del sommo pontefice. Nella basilica di S. Giovanni in Laterano, Bonifacio VIII annunciò l’anno giubilare. La scena era quella delle grandi celebrazioni: il pontefice al centro della balaustra, circondato dai cardinali e, sotto, la folla dei fedeli, come la immortalò, in un famoso affresco in S. Giovanni in Laterano, Giotto, chiamato a Roma proprio dallo Stefaneschi; e la solennità degli atti che restano nella storia permea tutta la bolla del pontefice, che venne poi incisa su di una lastra di marmo e murata nel portico della antica basilica Vaticana, dove è ancora (dopo diversi spostamenti), presso la Porta Santa, in alto. Eccone il testo: “Bonifacio vescovo, servo dei servi di Dio, per la certezza dei presenti e la memoria di coloro che verranno. Sulla fede degli antichi si è tramandato che a coloro che si recano alla onorevole basilica del Principe degli Apostoli in Roma, furono concesse grandi indulgenze e remissioni dei peccati. (…) Noi, affidandoci alla misericordia di Dio onnipotente, ed ai meriti e all’autorità dei Suoi apostoli Pietro e Paolo, confortati dal consiglio dei nostri confratelli, nella pienezza del potere apostolico, a tutti coloro che in questo anno Mille e trecento, appena iniziato, a partire dalla festa della natività del nostro Signore Gesù Cristo, ed in ogni anno centesimo che seguirà, entreranno con riverenza nelle basiliche dei santi Pietro e Paolo in Roma, sinceramente pentiti e confessati, o che sinceramente si confesseranno e pentiranno, in questo presente e in ogni centesimo anno a venire, concediamo non solo un'indulgenza piena e più ampia, ma l’indulgenza plenaria di tutti i loro peccati, stabiliamo che, se vorranno usufruire di questa indulgenza da noi concessa, visitino le medesime basiliche se Romani non meno di trenta giorni, anche intercalati, almeno una volta al giorno, se invece pellegrini o del contado romano facciano allo stesso modo per quindici giorni. (…). Dato a Roma, in S. Pietro, il 22 febbraio, anno VI del suo pontificato”. In quello stesso giorno, Bonifacio VIII emanava una bolla che escludeva dai benefici del giubileo i suoi nemici: gli empi cristiani che commerciano con i Saraceni, i Siciliani ribelli al papato – ricordiamo solo che era ancora in corso la guerra del vespro – e, soprattutto, i Colonna: anche in quella circostanza egli non si spogliava della sua personalità sanguigna, né rinunciava ai suoi odi, per un gesto di pace. L’anno gli era particolarmente favorevole: sconfitti due anni prima i Colonna, Bonifacio era impegnato in una importante mediazione internazionale tra Francia ed Inghilterra, e doveva incontrare nell’aprile re Edoardo a Sgurgola, presso Anagni, un possesso recentemente acquisito alla sua famiglia, mentre durava la tregua col suo maggiore avversario, Filippo il Bello, rafforzata nell’agosto del 1297 con la canonizzazione di Luigi IX. Anche Roma attraversava un momento positivo: Bonifacio deteneva anche il titolo di Senatore romano, ma delegò ai membri delle maggiori famiglie a lui legate (Savelli,Orsini,Annibaldi) l’amministrazione dell’Urbe; e se non sembra che la guerra coi Colonna abbia disturbato più di tanto la città, essa godeva delle feste e della magnificenza che Bonifacio VIII amava promuovere, favorendo così anche le attività artigianali e commerciali cittadine. E un cronista modenese poteva scrivere che “tanta pace e tranquillità vi fu per l’Italia intera, che tutti da qualsiasi luogo provenissero, andavano sicuri a Roma, e vi fu una grande produzione di ogni genere di prodotti alimentari nell’anno V del pontificato di Bonifacio”. La realtà probabilmente non era del tutto così rosea: molte questioni (prima di tutte quella della Sicilia) erano rimaste in sospeso; in altre, come nella Firenze tormentata dalle lotte interne tra Guelfi Neri e Bianchi, il pontefice intervenne direttamente, portando alla cacciata di questi ultimi, e fu in quell’anno di pace che cominciò l’esilio di Dante e di molti altri. A Bologna, a Parma, a Ferrara ed in altre città l’Inquisizione era al lavoro e non mancarono nemmeno in quell’anno di remissione i roghi dei dissidenti religiosi. A Roma il giubileo poneva problemi d’ordine pratico: prima di tutto la disponibilità ed il costo delle derrate alimentari, per le quali il Ventura segnala il buon prezzo di pane, vino, carni, pesci ed avena, mentre erano carissimi il fieno e l’alloggio; poi i problemi che un così alto e protratto affollamento comportavano, anche per l’ordine pubblico. Benché non ci siano stati disordini gravi, gli incidenti non mancarono. Un testimone al processo contro Bonifacio VIII, nel 1310, raccontò che durante un’uscita solenne del papa, che dal Laterano si portava in S. Pietro, le sue guardie infierirono sui pellegrini, uccidendone più di cinquanta, e sarebbe stato addirittura il pontefice ad incitarle a ciò. Si tratta di una testimonianza data in un contesto fortemente polemico, e non sappiamo fino a qual punto vi sia da credervi, ma, come sempre, in occasioni di grandi assembramenti momenti di tensione ed anche incidenti mortali non dovettero mancare. Le autorità si adoperarono per regolare il flusso dei pellegrini, in una città estremamente vasta, anche se non molto popolosa, tra le basiliche di S. Pietro e di S. Paolo, il che comportava uno spostamento giornaliero di sei-sette chilometri per qualche migliaia di persone, soprattutto a piedi, alcuni a cavallo, altri su carri, dovendole obbligatoriamente visitare ogni giorno, per 15 gli stranieri e 30 giorni i residenti. Venne perciò aperto un nuovo varco nelle mura di Roma, tra il monumento di Romolo e la porta vecchia, abbreviando così la strada per S. Pietro, mentre per regolare il flusso delle persone vennero disposti i banchi del mercato, che erano sul ponte di S. Pietro ed uno in uscita, come ricorda Dante. Tre furono i giorni di particolare solennità: il giorno della dedicazione, 22 febbraio, poi il giovedì santo, che nel 1300 cadeva il 7 aprile, e, infine, il natale, col quale si chiudeva l’anno del giubileo. Una lapide di Firenze ci fornisce un’interessante testimonianza su chi andò a lucrare l’indulgenza plenaria: ”andovvi Ugolino con la moglie”. E’ una testimonianza questa estremamente preziosa, perché ci permette di guardare in faccia qualcuno di questi pellegrini, che si perdono nella folla. Ugolino e sua moglie sono artigiani fiorentini, godono di un reddito discreto, che permette loro di avere una casetta e di spendere anche il superfluo. Forse non hanno figli, perché non vengono ricordati. Forse sono stati oggetto di pubblica condanna per i loro affari: l’andare a Roma nell’anno del giubileo consente loro di riscattarsi dalla colpa; il renderne pubblica notizia con l’affissione della lapide non è solo un atto di riverenza e di imitazione dell’epigrafe già esposta in S. Pietro con la bolla bonifaciana (di cui sono a conoscenza e che citano nella loro iscrizione), ma è il modo più solenne per riacquistare la fama di giusti nella loro città, nella loro insula. Un problema di immagine, diremmo oggi. Altre epigrafi testimoniano, come abbiamo visto, il passaggio dei pellegrini lungo la via Francigena-Romea. Ma chi erano allora i pellegrini? Definire un’origine sociale precisa è sicuramente fuorviante, perché in questi fenomeni partecipano un po’ tutti; né ci aiutano le fonti narrative, sempre generiche in questi casi; alcune discriminanti vanno comunque, a mio parere, messe in conto: di ordine ideale – si misero in viaggio coloro che ritenevano importante farlo, perché erano spinti da un particolare fervore religioso – e di ordine economico. Mentre per i romani o gli abitanti del contado quest’ultimo poteva risultare di secondaria importanza, chi veniva da lontano doveva lasciare ad altri la sua occupazione anche per un periodo lungo, affrontare spese non indifferenti, anche superiori a quelle di un pellegrinaggio normale, per cui è nei ceti che maggiormente disponevano di risorse monetarie che si riscontrano i testimoni di quella speciale romeria: intellettuali, notai, artigiani. I più interessati erano naturalmente i chierici, e la nobiltà non dovette mancare, mentre mancarono, e lo notò con dispiacere lo Stefaneschi, i sovrani dell’Europa, restii a tributare un omaggio che poteva significare subordinazione ad un pontefice che intendeva ripristinare proprio l’ideale teocratico del più forte – e ormai superato – pontificato romano. Difficile è anche fare un conto di quanti siano stati i pellegrini del giubileo del 1300. Abbiamo visto le cifre portate dal Villani e dal Ventura. Devo notare che 200.000 è il numero indicato da Tolomeo da Lucca, che vi fu presente, anche per indicare la grande folla presente all’Aquila al momento dell’incoronazione di papa Celestino V, nel 1294, quasi si intendesse con quella cifra nel trecento un numero enorme di persone. Il numero portato dal Ventura, da interpretare non come contemporanea presenza, ma come complesso dei pellegrini giunti a Roma per il giubileo, e riferito sulla base dei conti compiuti dai Romani, pur scritto nel contesto di un’iperbole, non pare così esagerato, dal momento che non si discosta molto dai 5.000 arrivi giornalieri riferiti per il giubileo del 1350 da un biografo di Clemente VI. Non mancarono gruppi di pellegrini stranieri, come sottolinea lo Stefaneschi, ma furono, a mio parere, limitati; scarsi per via di terra e di ridotte dimensioni per via di mare, stante l’oggettiva impossibilità di trasportare masse. Per questo a Roma, a parte qualche momento, il cibo non venne a mancare: non solo perché chi vi giungeva, venendo da non troppo lontano, portava con sé di che mangiare, mentre non poteva portarne per il cavallo (da qui l’aumento di prezzo del fieno), né aveva con sé dove dormire. Che fossero saliti alle stelle i prezzi degli alloggi è cosa più che comprensibile, dato l’alto affollamento delle persone, rispetto ad una popolazione residente tuttora difficilmente calcolabile, ma non superiore a qualche decina di migliaia. Quello dell’alloggio fu il problema di tutti i giubilei, ed il cronista aquilano Buccio di Ranallo riferisce, a proposito del giubileo del 1350, che i padroni di casa romani erano angeli al momento dell’accoglienza, si mostravano poi cani alla fine, per cui se promettevano il letto a tre o quattro persone, poi ve ne collocavano sette o otto, e occorreva portare pazienza, “per non fare questione”. In tutta Roma, nel 1300, sembra non vi fossero più di quattro alberghi ufficiali, nel rione di Parione (intorno a Campo dei Fiori) e nel rione Ponte, tenuti da donne di non specchiata virtù; ad essi si aggiungevano le camere private e gli ospizi per i pellegrini delle Istituzioni religiose, oggetto di frequenti donazioni. ”L’uso di far dormire varie persone in uno stesso locale era corrente; sacconi pieni di paglia o rozzi materassi sistemati su assi sostenute da cavalletti erano i giacigli più comodi, ma in caso di necessità erano ben accetti anche coltroni stesi a terra”. Rare, benché già conosciute ed in uso, erano le lenzuola, le coperte erano quel che si trovava, in stanze con le finestre prive di vetri, solo a volte riscaldate con camini. Molti pellegrini dormivano nei porticati, anche perché il periodo di maggiore afflusso erano i mesi primaverili e l’inizio dell’autunno. D’inverno le strade, prevalentemente in terra battuta, erano difficilmente percorribili; d’estate il caldo, gli insetti e le malattie sconsigliavano dall’affrontare lunghi viaggi. Dal punto di vista economico il giubileo comportò un notevole spostamento di risorse a vantaggio di Roma, delle basiliche di S. Pietro e di S. Paolo e della curia pontificia. Il Ventura narra di due chierici che rastrellavano la “pecuniam infinitam” che i pellegrini gettavano sulla tomba di S. Pietro; ed il domenicano Tolomeo da Lucca, parla di un provento giornaliero di mille libbre di provisini, corrispondenti a 1700 fiorini, ma sembra una cifra scritta più per stupire, che per fornire un’effettiva testimonianza. Il cardinale Stefaneschi attesta le somme di 30.000 fiorini raccolti in tutto l’anno sulla tomba di S. Pietro e di 21.000 su quella di S. Paolo, soprattutto da monetine di non elevato valore, corrispondenti a 180 chilogrammi d’oro. Di fronte a queste e ad altre entrate (in lasciti, donazioni, offerte alle varie chiese), la Camera Apostolica dovette affrontare uscite per più di 100.000 fiorini nel 1299-1300 (scesi a circa 90.000 nel 1302-1303), per interventi edilizi, come la grande loggia per le benedizioni, costruita sul palazzo pontificio del Laterano, ed opere urbanistiche (la nuova porta, di cui s’è detto, e molto altro, soprattutto su strade e portici), e per investimenti in case e terreni, dal reddito dei quali trarre quanto serviva alla manutenzione della basilica Vaticana. Un insieme di opere finanziate dal giubileo, che poi restarono nella città eterna, che certamente si avvantaggiò di questo grande fluire di gente, anche se non si può certo dire che il giubileo fosse sorto con scopi speculativi.

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Conclusione

All’origine del primo anno santo non vi fu né un calcolo economico, né una speculazione politica, e se è vero che esso rappresentò uno dei momenti maggiori della vita religiosa della civiltà medievale al tramonto, e, assieme alla enciclica Unam Sanctam, il più grande avvenimento del pontificato di Bonifacio VIII, non si può dire che egli ne sia stato il promotore, né che vi sia lasciato coinvolgere più di tanto. Basti pensare che egli trascorse gran parte dell’anno 1300 ad Anagni, trattenuto probabilmente da problemi di salute(1), ove ricevette oltre agli invitati dei re di Inghilterra e Francia, anche quelli del re di Persia, Ghazan, che lo invitava ad indire la crociata, dopo che con la caduta di San Giovanni d’Acri (1291) non era rimasto più nessun baluardo cristiano in Terrasanta. La grande romeria del 1300 nasceva come movimento popolare, promosso da quella chiesa spirituale che l’aveva in odio e che egli cercava di controllare; per questo solo dopo che l’intero concistoro e, probabilmente, la canonica di S. Pietro, si erano impegnati a gestirlo Bonifacio VIII l’aveva fatto suo e proclamato solennemente, ma senza identificarsi mai completamente con esso, se non, forse, nel momento finale, quando fu chiaro il grande successo dell’iniziativa ed il prestigio che ne poteva derivare anche al papa ed alla sua concezione del corpo mistico e del ruolo del pontefice nella cristianità. Per il papa il giubileo rappresentava il momento in cui egli esercitava nel modo più ampio e solenne la sua “plenitudo potestatis”, il diritto alla remissione dei peccati che all’interno del corpo mistico gli spettava in quanto vicario di Cristo, come scrisse poi, nel 1302, nell’Unam Sanctam. Dal punto di vista della storia religiosa esso rappresentò una svolta: nel momento stesso in cui la predicazione giubilare, muovendo le folle, sembrava segnare il punto più alto della religiosità popolare bassomedievale, essa veniva imbrigliata e costretta in cerimonie ed in pratiche che finivano per negarne la spontaneità e la sua stessa ispirazione al rinnovamento, se non in una dimensione personale, individuale. Questo successo su vasta scala rafforzava infatti le strutture di controllo e repressione di ogni altra forma di religiosità, come dimostra il fatto che proprio il 1300, anno di pace e di pellegrinaggio, fu anche l’anno in cui Gerardo Segarelli, fondatore nel 1260 del movimento degli Apostolici, venne mandato al rogo (a Parma, il 18 luglio), e in cui Bonifacio VIII dispose gli accertamenti (il 20 dicembre) per la verifica dell’ortodossia del ferrarese Armanno Pongilupo, morto nel 1269 ed oggetto di culto in città, poi giudicato eretico e fatto oggetto della dispersione delle sue ceneri nel 1301. Nel 1300 vennero disperse anche le ceneri di Guglielma Boema, morta vent’anni prima a Chiravalle milanese ed anch’essa oggetto di culto popolare. Con Bonifacio VIII no sembra esserci più spazio per una religiosità popolare spontanea, e con lui sono i “nuovi Farisei” (Inf. XXVII, 85), i nuovi “dottori della legge, cioè i decretalisti, che anteponevano la conoscenza dei testi canonistici, come l’Ostiense, a quello della Scrittura e dei Padri”. Era l’accondiscendere al trend ormai consolidato dell’individualismo, sia economico, che politico, che religioso; ma era anche una scelta letale per una Chiesa che, invece, si proponeva l’ambizioso ruolo di prima autorità della terra, e che, per renderlo effettivo avrebbe avuto bisogno di affidarsi, ben più che a vanitosi scrittori di curia, ai carismatici, che pure pullulavano(2), ed ai modelli di vita evangelici che essi proponevano. Solo se l’anno di remissione generale dei peccati fosse stato l’inizio di tempi nuovi, l’avvento di una nuova età, l’ideale teocratico avrebbe potuto affermarsi, se non altro sulla base di un’alta autorità morale; così invece restava l’ultima espressione di un’ambizione pontificia ormai fine a se stessa, che, proprio nel momento in cui veniva affermata, mostrava tutta la sua debolezza. E i secoli che seguirono il primo giubileo furono tra i più tristi del papato, segnati dall’oltraggio di Anagni (1303), dalla “cattività” avignonese (1309-1377), e dal Grande Scisma d’Occidente (1379-1449). Nella storia della Chiesa del Trecento il giubileo di Bonifacio VIII segnò dunque un’occasione perduta; ma nella storia generale della Cristianità quell’evento fu l’inizio di una consuetudine che si è ripetuta e rinnovata nei secoli, che ha coinvolto milioni di anime, ed alla quale ancor oggi si guarda con fiducia da parte non solo di credenti, alla ricerca di una remissione che avvicini alla vita eterna, ma di tutti gli uomini di buona volontà che nel giubileo ripongono la speranza di una vera riconciliazione dell’uomo con Dio e con i suoi fratelli, un’occasione di pace, per ripartire daccapo per un mondo che tutti vorremmo migliore.

NOTE

1 - Duprè Theseider, Bonifacio VIII, cit., p. 156.

2 - “L’ultimo quarto del secolo XIII ed i primi decenni del XIV sono caratterizzati dalla presenza di un buon numero di escatologi di elevata classe. Ne sono noti i nomi: Pietro di Giovanni Olivi, Gherardo di Borgo San Donnino, Ubertino da Casale, Angelo Clareno, fra Dolcino, Arnaldo da Villanova: una eccezionale fioritura di notevoli e talora grandi personalità”: E. Duprè Theseider ,Mondo cittadino e movimenti ereticali nel Medioevo, Bologna, 1978, p. 410.

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Queste sono le fonti principali per il Giubileo del 1300

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Iacopo Stefaneschi: Iacopo Stefaneschi Gaetani Stefaneschi nacque intorno al 1261, da Pietro Stefaneschi, nobile romano divenne suddiacono e canonico di Rouen, Reims, Sens, Paris, Laon, Amiens, Bayeux e Auxerre, oltre che di S. Pietro a Roma. Studiò a Parigi, con Egidio Romano, e si dedicò alla filosofia ed alle arti liberali. Tornò a Roma, durante il pontificato di Nicolò IV e seguì da vicino l’elezione dell’eremita Pietro del Morrone a papa Celestino V, che egli narra nel suo Opus metricum. Bonifacio VIII lo nominò cardinale diacono di S. Giorgio al Velabro. Mecenate delle lettere e delle arti (chiamò a Roma Giotto), fedelissimo di Bonifacio VIII, seguì il papa nei suoi vari e turbolenti spostamenti. Dal 1305 si spostò ad Avignone, dove morì ottantenne il 22 giugno 1341. Si occupò di liturgia, di vite di santi e papi e, soprattutto, di cerimoniali pontifici: egli è essenzialmente un cerimonialista. In questo quadro trova un rilievo particolare il suo De centesimo seu iubileo liber, scritto per fornire la storia, le basi scritturali, le motivazioni teologiche e le bolli papali del primo giubileo. In esso dunque la cronaca degli avvenimenti è intrecciata alle questioni teologiche che il grande perdono poneva.

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La Lettera di Silvestro, scrittore pontificio: Silvestro fu uno dei tanti scrittori della cancelleria pontificia del 1300, di cui si sa poco: è indicato come magister Silvester de Adria; nel 1303 rinuncia ad un beneficio nella chiesa di S. Pietro in Formis della diocesi di Albano, ottenendo altri beni da papa Benedetto XI. Il 22 febbraio 1300, al momento stesso della proclamazione del giubileo da parte di papa Bonifacio VIII, viene incaricato di diffonderne la notizia con la lettera, comprensiva dello slogan del giubileo, e seguita dal testa della bolla di indizione. questa lettera ci è pervenuta così sia nell’originale, sia in numerose copie in Italia e all’estero, a testimonianza della diffusione dell’annuncio e dell’accoglienza avuta in tutta Europa. Essa è pervasa dalla gioia per l’avvenimento che voleva propagandare e termina appunto con le bolle di indizione di Bonifacio VIII e con lo slogan: 

Annus centenus Rome semper est iubilenus
Crimina laxantur cui penitet ista donantur
Hoc declaravit Bonifacius et roboravit.
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Nell’anno centesimo a Roma sempr’è giubilesimo
Le colpe si cassano, a chi si pente queste si lassano
Ciò dichiarò Bonifacio e corroborò.

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Maestro Bonaiuto da Casentino, Carme giubilare: Poche sono le notizie in nostro possesso su questo scrittore, sicuramente chierico, dotato di buona cultura letteraria come denota l’appellativo “magister”: egli è documentato a Roma dal 1291 al 1309, dopo di che si ritirò a Bologna dove possedeva una casa e delle terre che donò alla chiesa alla sua morte, avvenuta probabilmente nei primi masi del 1312. Scrittore e poeta di una certa eleganza, il maestro Bonaiuto da Casentino fu autore di una serie di poemetti e trattatelli raccolti in un bel manoscritto della Biblioteca Vaticana, il Vat. Lat. 2854, col titolo di Diversiloquium Bonaiuti, scritti tra il 1292 e il 1279. Oltre a questi altri poemetti (peciolae) erano sparsi in altre collezioni: il più noto è senza dubbio il Carme giubilare conservato nel ms. Forlì, Bibl. Comunale, Raccolta Piancastelli, O, III/10, della seconda metà del trecento, contenente gli Annales Caesenates, che lo riporta alle cc. 30v-31v. In questo poemetto si è voluto vedere “un embrione della Commedia dantesca” (V. Cian), per la presenza dei tre regni e per alcune assonanze stilistiche e lessicali, ma si tratta piuttosto di un componimento di genere encomiastico, teso ad esaltare la figura di Bonifacio VIII, al quale il maestro Bonaiuto, autore anche di un “carmen compositum ad laudem domini Bonifacii Pape VIII”, pare particolarmente legato. Il Carme è composto nell’originale latino di 33 versi, suddivisi in base ai destinatari, scritti in stile ricercato. Al di là del valore poetico si tratta di una testimonianza dell’entusiasmo che il Giubileo del 1300 incontrò anche negli ambienti intellettuali.

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Epigrafi sul Primo Giubileo:
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Epigrafe di Casara o di Roccalanzone, ora al Museo Civico di Parma: Ritrovata nell’aprile del 1834 a Roccalanzona, nel comune di Varano Meleagri, sull’Appennino Parmense, spezzata in due frammenti costituenti le parti laterali, quest’epigrafe era utilizzata come soglia di un pozzo che si trovava lungo una mulattiera che portava a Fornovo, una delle stazioni di passaggio della via Romea. La lapide attesta il desiderio di lasciare un ricordo dell’anno del primo giubileo ai pellegrini che attraversavano questa vallata.

NEL NOME DEL SIGNORE. NEL 1300, NEL’INDIZIONE XIII
FU FATTO QUESTO LAVORO DAL MAESTRO
DODONE PER VOLONTA’ DI DON GIACOMO
ALENTI DELLA SANTA CHIESA DI CASARA, CHE FECE QUESTA
BREVE MEMORIA DELLA PIENISSIMA INDULGENZA
CHE CI FU IN ROMA QUEST’ANNO E CHE CI SARA’ IN CISCUN CENTENARIO
FUTURO. E PERCIO’ SI DICE: L’ANNO CENTESIMO
A ROMA SEMPR’E’ GIUBILESIMO. LE COLPE SI CASSANO, A CHI
SI PENTE ESSE SI LASSANO. CIO’ DICHIARO' 
BONIFACIO E CORROBORO’.

 
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Epigrafe del Duomo di Siena: Si trova sull’architrave di destra della facciata del Duomo di Siena. Riporta lo slogan del primo giubileo, secondo la formula consueta, poi storpiata dai successivi trascrittori, che hanno letto ironicamente taxantur (si tassano) al posto di laxantur (si lassano).

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Epigrafe di Firenze: Posta su di una casetta in via della Fogna al numero 4 (ora via Giovanni da Verazzano), nei pressi di piazza Santa Croce, quest’epigrafe attesta la partecipazione al giubileo del 1300 di una coppia fiorentina. Interessante il riferimento al Santo Sepolcro e ai Tartari, presente nelle cronache toscane a quella data.

PER MEMORIA PERPETUA SIA MANIFESTO
A CHIUNQUE CHE OSSERVERA’ QUESTA SCRITTURA
AFFISSA CHE NELL’ANNO DEL SIGNOR NOSTRO
GESU’ CRISTO MCCC DIO ONNIPOTENTE CONFERI’
UNA GRAZIA SPECIALE AI CRISTIANI, GIACCHE’ IL SANTO SEPOLCRO CHE
RESTAVA OCCUPATO DAI SARACENI
FU RIACQUISTATO DAI TARTARI E RESTITUITO
AI CRISTIANI, ED ESSENDO IN QUELLO STESSO ANNO
STATA CONCESSA DA PAPA BONIFACIO UNA SOLENNE
REMISSIONE DI TUTTI I PECCATI, CIOE’
E DELLA COLPA E DELLE PENE PER CHIUNQUE
ANDASSE A ROMA, MOLTI DI QUESTI TARTARI
ANDARONO A ROMA PER LA DETTA INDULGENZA
E ANDOVVI UGOLINO
CON LA MOGLIE

 

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I cronisti: Il ricordo del primo giubileo è presente in molte cronache del Trecento, in Italia e all’estero; in alcune si tratta della semplice menzione dell’avvenimento; altre sono un po’ più diffuse e talvolta forniscono una testimonianza diretta del cronista, che vi partecipò di persona, come Guglielmo Ventura di Asti.
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Dino Compagni - Per scrittori anche importanti, come Dante e Dino Compagni, il pellegrinaggio giubilare fu l’occasione per iniziare la loro opera. Dante, com’è noto, immaginò di iniziare il suo pellegrinaggio ultraterreno l’anno stesso del giubileo, creando un collegamento diretto tra la pratica dell’indulgenza plenaria e la sua personale purificazione attraverso i tre regni. Dino Compagni, nato a Firenze verso il 1260, da antica famiglia popolana, esercitante il commercio dei panni forestieri e indigeni, attivo nella vita politica fiorentina dell’ultimo Duecento, poi ritiratosi nella sua bottega di Por Santa Maria, ove morì nel 1324, pur avendo scritto la sua Cronica tra il 1310 e il 1312, ci narra d’averla concepita proprio in occasione della sua romeria giubilare. “Le ricordanze dell’antiche istorie lungamente ànno stimolata la mia mente a scrivere i pericolosi advenimenti non prosperevoli, i quali ha sostenuti la nobile città figliuola di Roma, molti anni, e spezialmente nel tempo del giubileo dell’anno MCCC.”.

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Giovanni Villani - Giovanni Villani, mercante e figlio di mercanti, nacque a Firenze verso il 1280, fu a Roma per il giubileo del 1300 e poi in Fiandra, dove risiedette senza continuità dal 1302 al 1307, dopo di che si dedicò ad un’attivo impegno politico come Guelfo nero, di tendenza moderata, nella sua città, non senza amarezze e delusioni. Morì di peste nel 1348. “ Negli anni di Cristo MCCC, scondo la Nativitade di Cristo, con ciò fosse cosa che si dicesse per molti che per adietro ogni centesimo d’anni della Natività di Cristo il papa ch’era in que’ tempi facie grande indulgenza, papa Bonifacio VIII, che allora era appostolico, nel detto anno a reverenza della Natività di Cristo fece somma e grande indulgenza in questo modo: che qualunque Romano visitasse infra tutto il detto anno, continuando XXX di, le chiese de’ beati appostoli santo Pietro e santo Paolo, e per XV dì l’altra universale gente che non fossono Romani, a tutti fece piena e intera perdonanza di tutti gli suoi peccati, essendo confesso o si confessasse, di colpa e di pena. E per consolazione de’ Cristiani pellegrini ogni venerdì o dì solenne di festa si mostrava in Santo Piero la Veronica del sudario di Cristo. Per la qual cosa gran parte de’ Cristiani ch’allora viveano feciono il detto pellegrinaggio così femmine come uomini, di lontani e diversi paesi, e di lungi e d’apresso. E fue la più mirabile cosa che mai si vedesse, ch’al continuo in tutto l’anno durante avea in Roma oltre al popolo romano CCM pellegrini, sanza quelli ch’erano per gli cammini andando e tornando, e tutti erano forniti e contenti di vittuaglia giustamente, così i cavagli come le persone, e con molta pazienza, e sanza romori o zuffe: ed io il posso testimoniare, che vi fui presente e vidi. E de la offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe a la Chiesa e a’ Romani: per le loro derrate furono tutti ricchi. E trovandomi io in quello benedetto pellegrinaggio ne la santa città di Roma, veggendo le grandi e antiche cose di quella, e leggendo le storie e’ grandi fatti de’ Romani, scritti per Virgilio, e per Sallustio, e Lucano, e Paulo Orosio, e Valerio, e Tito Livio, e altri maestri d’istorie, li quali così e piccole cose come le grandi de le geste e fatti de’ Romani scrissono, e eziando degli strani dell’universo mondo, per dar memoria e esemplo a quelli che sono a venire presi lo stile e forma da lloro, tutto sì come piccolo discepolo non fossi degno a tanta opera fare. Ma considerando che la nostra città di Firenze, figliuola e fattura di Roma, era nel suo montare e seguire grandi cose, sì come Roma nel suo calare, mi parve convenevole di recare in questo volume e nuova cronica tutti i fatti e cominciamenti della città di Firenze, in quanto m’è istato possibile a ricogliere, e ritrovare, e seguire per innanzi istesamente in fatti de’ Fiorentini e dell’altre notabili cose dell’universo in brieve, infino che fia piacere a Dio, a la cui speranza per la sua grazia feci la detta impresa, più che per la mia povera scienza. E così negli anni MCCC tornato da Roma, cominciai a compilare questo libro a reverenza di Dio e del beato Giovanni, e commendazione della nostra città di Firenze”.

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Bonifacio Morano (Modena) - Giudice e notaio di Modena, Bonifacio da Morano ci ha lasciato una cronaca della sua città dal 1188 al 1347 (egli morì di peste nel 1349), con inserimento anche di passi editi da L. A. Muratori col titolo di Annales Veteres Mutinensium. Tra essi vi è il passo sul giubileo.

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Guglielmo Ventura da Asti - Il cronista astigiano fu tra i pellegrini che andarono al giubileo del 1300 e ne ricavò un’impressione vivissima, come si legge nel suo Memoriale.

Cap. XXVI
Indulgenza fatta a Roma nell’anno 1300 sotto Bonifacio papa.

Rendo noto a tutti i fedeli cristiani che l’anno 1300 dall’Oriente così come dall’Occidente, sia uomini che donne, da tutto il genere cristiano venendo veloci in quantità enorme a Roma, dissero a Bonifacio, allora sommo pontefice: “Dacci la tua benedizione prima che moriamo. Abbiamo infatti udito dagli antichi. Che qualunque cristiano ogni anno centesimo visiterà i corpi dei beati apostoli Pietro e Paolo, sarà liberato e dalla colpa e dalla pena”. Allora il detto Bonifacio ed i suoi cardinali, riunito il concistoro per cercare nei loro canoni, non rinvennero alcuna notizia delle cose predette, per cui stabilirono, ordinarono ed emanarono un apposito decreto, che qualunque cristiano in quello stesso anno e per tutta la sua durata star in Roma per quindici giorni, visitando ogni giorno le basiliche dei beati apostoli Pietro e Paolo, sia libero da ogni peccato da lui commesso dal giorno del battesimo, sia dalla colpa che dalla pena; e questa indulgenza fu confermata dal medesimo Bonifacio e dai suoi cardinali per ogni centesimo anno. Fa meraviglia quanti uomini e donne da ogni parte in quell’anno andarono a Roma, poiché io vi andai e vi stetti per quindici giorni. Vi era una buona disponibilità sul mercato di pane, vino, carni, pesci ed avena; il fieno invece era carissimo; gli alberghi carissimi, tale che il mio letto e quello del mio cavallo oltre al fieno ed all’avena mi costavano un grosso tornese. Uscendo da Roma la vigilia di Natale, vidi una folla così grande che nessuno poteva contare, e correva voce tra i Romani, che ivi vi furono più di due milioni di uomini e donne. Più di una volta mi è capitato di vedere là tanto uomini che donne schiacciati sotto i piedi degli altri, ed io stesso più volte sfuggii al medesimo pericolo. Il papa ricavò da essi una somma enorme di denaro, poiché giorno e notte due chierici stavano all’altare di san Paolo con in mano due rastrelli che rastrellavano una quantità infinita di monete. Sappiano pertanto i cristiani che verranno, che il predetto Bonifacio ed i suoi cardinali hanno confermato la predetta indulgenza in eterno in ogni centesimo anno, e ne fecero una bolla, copia della quale io, portai ad Asti, e feci copiare in fine a questo libro. Ed ero io, Guglielmo, allorché andai a Roma, di anni quaranta e più. Si ricordi dunque e si lodi da parte di tutti i fedeli cristiani che ogni prossimo anno centesimo facciano la stessa cosa”.

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