Il testo che segue è stato pubblicato contemporaneamente, nei primi mesi del 2.000, da una piccola rivista scolastica genovese che si occupa d'arte e dalla webzine "Hozro". Lo proponiamo anche noi.

Carlo Romano

noblesse n'oblige pas

testimonianza per servire la storia segreta di me stesso, di una società da nulla e dell’ipotetica controcultura a Genova, trent’anni fa e oltre.

Da quando è uscito il libro di Pablo Echaurren dedicato alla "controcultura" in Italia dove sono menzionato quale attivo membro di una società che più che fantomatica non è stata (benché la si ritenga ancora in vita) c’è chi si mostra curioso di lumi che solo in parte sono in grado di accendere. C’è da dire che quanto mi viene chiesto non va oltre la personale testimonianza, e dunque non mi devo impegnare in quei pedanti studi che sono contrari alla mia indole, pur tuttavia qualificandosi quella società, che si chiamava Nobiltà Indiscussa, come "società dei segreti", è evidente che un qualche problema mi si potrebbe porre. D’altra parte potrei anche decidere di superarlo ed ottenere dai miei sodali d’un tempo la licenza per farlo in tranquillità. L’essenziale di cosa fu Nobiltà Indiscussa è del resto già accessibile nel libro di Echaurren e quando più avanti affronterò la questione nulla che non sia già noto verrà dunque svelato, così, nel caso che la fantomatica società, come succede ad altre analoghe, si fosse messa, come si suol dire, "in sonno", niente le impedirà un sereno riposo.

Mi si chiede piuttosto di delineare un ambiente di fatti autobiograficamente formativi dei quali, scarsa o meno che sia la voglia di metterli per iscritto, non so francamente bene quanto sia in grado di rendergli giustizia l’ aspettativa culturologica, o peggio, generazionale, che sta dietro a questo genere di confessioni. Ho seguito –e, devo ammettere, con regolare curiosità settimanale- ciò che molti miei coetanei oggi famosi hanno detto agli intervistatori del supplemento illustrato del "Corriere della Sera" a proposito della loro gioventù ribelle. Devo dire che nulla di quanto ho letto -nemmeno gli sfocati bozzetti d’epoca- mi ha toccato intimamente o ha carezzato quel lato sentimentale che, in definitiva, era quello che volevo fosse sollecitato. Contribuisce forse il fatto che non ho quei ricordi di studente nei quali si trastullano i più. Riconosco però che negli anni sessanta ci fu probabilmente un momento in cui la musica, Hug Hefner, Bertrand Russel, Phoebe Zeist Geist, l’eskimo, il deputato Loris Fortuna, Allen Ginsberg, la pillola Pincus, il Velosolex, la Pop Art, Lorenza Guerrieri e quant’altro, compreso il Dr. Spock, sembravano partecipare di una nuova sensibilità della quale noi giovani dovevamo essere i portatori. Se fu così, durò comunque poco. Quanto fosse esaltante lo lascio dire agli altri.

La gioia e il malessere di allora non ebbi ad esprimerli nelle assemblee universitarie e le loro premesse non erano nella scuola, che in ogni caso avevo odiato e abbandonato. Con questo non voglio senz’altro alludere a una qualche vicenda sul genere dei racconti di Massimo Gorki e dire che la mia università la scoprii all’albergo dei poveri. Per fortuna (o sfortuna) niente di tutto questo mi è successo. Più semplicemente (ma con forse una non minore componente drammatica) un brutto incidente mi offese per la vita. Non ne uscì alcun piagnisteo, in compenso le attenzioni dei miei genitori -che pure erano tutt’altro che ricchi- si fecero tali da potermi permettere qualunque cosa. A me interessava far niente e fui accontentato, ebbi cioè il tempo di riuscire ad inventare un’occupazione che mi fosse gradita. Ad ogni modo cose da imparare ce n’erano in abbondanza.

Nel mio quartiere, nel centro di Genova, era fresco il ricordo delle imprese dei nostri fratelli maggiori (e nel mio caso in senso proprio). C’era stata l’epoca dei cosiddetti "teddy boys" i quali, ovviamente, non avevano niente di "edoardiano". I giornali indicavano in quel modo scorretto le imprese dei giovani che avevano scoperto Elvis Presley, Little Richard, Bill Haley, Gene Vincent (gli unici veramente popolari in Italia a ridosso del 1960). Per via di una sua tournée (che gli fruttò, peraltro, qualche particina a Cinecittà) divenne da noi una celebrità anche il fratello di Tommy Steele, Colin Hicks, scarsamente reputato in patria. Buona accoglienza questi ragazzi diedero anche ad un altro, ma più pittoresco, cantante inglese (a un suo concerto partecipò anche mio fratello) che si presentava sul palcoscenico avvolto da una pelliccia di leopardo: We Willy Harris. Piuttosto che un cattivo esempio, i locali "teddy boys" erano per noi un traguardo. Nel quartiere aveva attecchito una "banda" formatasi originariamente dalle parti di Marassi. Il tramite credo fosse stato il cugino di un mio amico che lavorava ad una pompa di benzina situata in quel posto oggi impensabile (anche perché serviva i grandi camions) che è via Tollot. Aveva un nome che sapeva di poesia, aedico e assai impegnativo, dal momento che si chiamava Omero ("Omar" per gli amici). Viceversa, il nome della combriccola era decisamente meno ispirato -"la banda del monco", come veniva chiamato il suo capo- ma dava la giusta impressione di teppa auspicata da questi giovani -i quali si atteggiavano forse più a Richard Widmark che non a Marlon Brando (ma Omero e i membri del mio quartiere avevano un’impostazione decisamente "brandiana"). L’unica loro temeraria impresa, a parte l’aria strafottente che assumevano andando per la strada, ebbe teatro in un negozio di via Galata. Accadde che una notte, volendo rubare un sacco di caffè alla drogheria Gallino, uscirono nel parco retrostante con un sacco di ceci (o forse di fagioli secchi). L’indomani gli incauti finirono allineati su una foto dei giornali, in blue jeans e giubbotto bianco. Tutto si spense rapidamente, salvo la leggenda.

Quando poco dopo iniziai ad appassionarmi alle motociclette, erano i loro atteggiamenti che avevo in testa. Non tardai molto ad associarmi ad altri con le mie stesse idee. Insieme a Nando, Bruno, Gulash, Ilvo, Gino, Coppetta, Giorgio, Dario, Pelo, Nino e altri, più saltuari, si formò in poche parole una "banda". Fu un periodo molto istruttivo. Non si fece niente di troppo diverso da quello che facevano altri bravi ragazzi, in compenso avemmo modo di girare in lungo e in largo le riviere e l’entroterra. La cosa era lontana dal venirci a noia (io provo tuttora qualcosa di sensuale nel girare la Liguria) ciò nondimeno gli stimoli paesistici dovevano spartirsi la torta della nostra gioventù con altri. Senza dover scendere nei particolari –non sempre ghiotti e felici del resto- per l’ambito di questa testimonianza riveste un ruolo assai importante la spinta all’incontro coi "capelloni" che si riunivano in Piazza Tommaseo.

Alcuni di noi motociclisti, me compreso, si erano già sottoposti ai conflitti casalinghi e alla pubblica disapprovazione –che era d’altra parte uno degli elementi che ci soddisfaceva proprio in quanto "banda"- facendosi crescere i capelli. Negli anni precedenti si era lavorato soprattutto intorno alle basette e nella generazione che era uscita adolescente dalla guerra si notava ancora qualcuno che aveva l’abitudine di raccogliere dietro la nuca, a forma di "culo d’uccello", tenuti con la brillantina, lunghi per l’epoca, i capelli. Quello che si preparava a metà degli anni sessanta era tuttavia qualcosa di infinitamente più dirompente, benché il clima pacifista e idealistico che l’avvolgeva lo rendesse tollerabile a una parte dell’opinione pubblica e fossero venute via via a ridursi le considerazioni in termini di patologia che l’avevano caratterizzata riguardo ai fenomeni giovanili di poco tempo prima.

In piazza Tommaseo conoscemmo Ringo, Breakdown, Apache, Poeta, il Duca e altri. Una sorta di "capo", che ancora incontro in giro per Genova, veniva chiamato Papà. Il personaggio di gran lunga più pittoresco era comunque un genitore. Avendo una figlia scappata di casa, costui –un infermiere, se non sbaglio- si aggirava intorno alla piazza con una parrucca femminile in testa nella speranza di ottenere notizie della congiunta. Una volta ritrovata, non perse l’abitudine (o il gusto: nel frattempo era finito su tutti i giornali) e probabilmente giustificava il fatto con la necessità di poterla tenere almeno controllata. Per quel che riguarda la nostra "banda", questo contatto segnò l’inizio della fine. In altre parole ci si divise fra chi lo voleva approfondire e chi invece era poco interessato a farlo. Chi, come me, rimase (Gino e Pelo sostanzialmente) si accontentò più che altro di fare da osservatore -sebbene ormai conoscesse tutti- e solo saltuariamente, e solo con alcuni, partecipava all’intimità del gruppo originario. Col tempo, imparammo che altri gruppetti di giovani si incontravano da quelle parti alla nostra stessa maniera. Fare amicizia non fu difficile. Conoscemmo Giorgio, il quale per un po’ di tempo collaborò alla rivista anarchica, oggi defunta, "l’Internazionale", credo anche con delle poesie; Valerio, che aveva diffuso nella sua scuola un cilostilato pacifista; Franchino, un ragazzo assai delicato, omosessuale, fanatico di Rimbaud, diventato successivamente Franchina; Barba, assai più grande di noi. L’incontro di gran lunga più importante, almeno per me, fu quello con Daniele e Pier Luigi.

I due si notavano per il gran pacco di libri e riviste che avevano sempre sotto il braccio. Il primo aveva un’aria "pavesiana", distaccata ma, come presto imparai, ironica. Il secondo era più intonato all’ambiente per quanto mostrasse una spiccata vena intellettualoide e fosse iscritto allo PSIUP. Sto parlando di amici e vorrei che nessuno di loro si offendesse se affermo quanto decisiva sia stata per me l’amicizia con Daniele. Giorgio (che fu il primo ad aprire a Genova un negozietto di artigianato hippies) e Franchina (che divenne una delle figure più caratteristiche dell’underground genovese e molti anni dopo, in una insospettata veste di cantante, aprì addirittura un concerto dei Damned) oggi, purtroppo, non sono più fra noi. In ogni caso ci si perse di vista, anche se ho ragione di credere che il nostro breve sodalizio qualche traccia l’avesse lasciata, perlomeno nel cuore. Barba , così più grande di noi, intraprese strade dove era difficile seguirlo e, a un certo punto, non lo si vide più. Non voglio togliere nulla a Valerio, a Pier Luigi o a Pelo con la mia affermazione a proposito di Daniele, d’altra parte sono anche gli unici sinceramente in grado di capirla e non intendo dunque travestire le parole: Daniele fu per me un autentico maestro. Di qual tipo è difficile da spiegare, ma lo fu. Certo mi stimolò a leggere Il Ramo d’Oro e favorì un mio approfondimento della psicanalisi (che avevo affrontato prevalentemente in modo indiretto o attraverso un libricino di Antonio Miotto e i Tre Saggi sulla Sessualità di Freud, considernadola compiuta ne la Rivoluzione Sessuale di Reich) ma il suo insegnamento più vero consisteva in ben altro che nelle letture consigliate. In fondo nemmeno io, come lui autodidatta (Pier Luigi, viceversa, si apprestava ad iscriversi alla famigerata facoltà di sociologia di Trento) ero del tutto sprovveduto.

La lettura mi ha tenuto occupato fin dall’infanzia, senza per questo sottrarmi alla strada e agli impegni di un bambino con molti amici. Dei classici della letteratura per quell’età –da I Ragazzi della via Paal a Pinocchio, da Senza Famiglia a Tom Sawyer, da Sussi e Biribissi a Oliver Twist- non me ne persi uno. Un ricordo speciale porto alla collezione completa del ciclo di Oz e con mio fratello mi trovo qualche volta a rimpiangerla, anche perché nessuno dei due sa esattamente che fine abbiano fatto i vari volumi. Lessi naturalmente Salgari, ma non il ciclo della "Giungla" –che pure mi aveva entusiasmato al cinema nelle pellicole di Gian Paolo Callegari- piuttosto quello dei "Corsari", e solo più tardi qualcosa del "Riff" e dei "Chirghisi" -a meno di non includere anche il ciclo western de "la Scotennatrice" letto e riletto in una versione a fumetti. Ero decisamente un "verniano" e L’Isola misteriosa fu probabilmente il libro che più mi impressionò. Da grande lessi I Gioielli della Begum e mi vidi confermato nella passione infantile. Un’autentica miniera di erudizione fu l’ "enciclopedia per ragazzi" Il mio Amico, della Garzanti. Vi trovavo, oltre alla storia delle diverse branche culturali, le riduzioni dei miti, dei grandi poemi (compresi il Gilgamesh, quelli indiani e i Nibelunghi) e dei classici della letteratura. Quello delle riduzioni è un capitolo comprensibilmente trascurato dalle storie letterarie, tuttavia è attraverso loro che mi sono avvicinato a capolavori come i Tre Moschettieri o l’Ultimo dei Mohicani (che però mi parve ostico). Nelle cartolerie si trovava con facilità una vasta collana approntata allo scopo e i cui volumi avevano il pregio di costare relativamente poco, l’editore era il Carroccio. In ogni caso sulle bancarelle di libri usati si accedeva facilmente a collezioni diventate oggi rare e ricercate dai bibliofili come "la Scala d’Oro" della Utet (Dumas lo lessi giusto lì). C’era inoltre la possibilità, presso alcuni bancarellai, di scambiare giornaletti con libri, cosa che facevo, benché ogni volta mi sentissi un po’ "rapinato". Restano indimenticabili le riduzioni illustrate dei classici (in sostanza dei fumetti che sostituivano "la nuvola" con le didascalie) che le farmacie regalavano per far pubblicità alla Magnesia San Pellegrino. Erano nel formato "a striscia" dei giornaletti, lo stesso nel quale si reperivano i classici della letteratura americana (nelle famose traduzioni dei nostri scrittori) a suo tempo distribuiti gratuitamente dagli organismi statunitensi che si occupavano degli aiuti al nostro paese. Attraverso la "nefasta propaganda americana" giunse nelle mie mani, fra l’altro, anche la biografia di Tom Paine scritta da Howard Fast (che, finii con l’apprendere, era uno scrittore comunista). Tutto questo materiale, conservato, mi tornò alquanto utile appena un po’ più grande, ma l’ illustratissima Breve Storia degli Stati Uniti, analogamente distribuita, fu tra i primi reperti bibliografici che suscitarono in me una frenesia compulsatoria. La vedevo come il contraltare "scientifico" del cinema Western che tanto amavo (fui entusiasta quando uscì in edicola "True West", una rivista che traduceva gli articoli di "American Heritage". Purtroppo finì presto).

Non sto qui a raccontare tutto il resto, né peraltro mi sono state richieste delle spurie elencazioni in grado, eventualmente, di commuovere soltanto me. Una curiosità la posso aggiungere, che trovai su una bancarella l’edizione Frassinelli di Huck Finn la quale, stranamente, mi convinse di avere a che fare con una collana per ragazzi e presi dunque anche il libro che le stava a fianco: Dedalus di Joyce. Mi preme invece ricordare la mia amicizia con Dino. Insieme girovagavamo in lungo e in largo per Genova, visitavamo le Chiese, scoprivamo gli angoli panoramici, ci addentravamo nei vicoli più malfamati. Ci interessavamo anche di archeologia e la nostra base furono due volumi pubblicati dalla Editrice Italiana di Cultura che erano sì divulgativi, ma non "per ragazzi". A questo genere di confini imparammo del resto a non badare. Più avanti ci convincemmo di essere stati i primi a Genova a comprare (in società) un disco dei Beatles (io rimanevo in ogni caso ferocemente Elvisiano) e più avanti ancora, all’epoca del primo motorino, ci dividemmo. Insieme ad altri amici, Dino diede vita ad un sodalizio letterario, "i novatoristi", che si riuniva per la lettura dei rispettivi testi. Capitava comunque di vederci e con lui ebbi modo ancora per un po’ di parlare delle nuove acquisizioni.

Assai stimolanti, verso gli undici anni, furono per me i romanzi gialli –i quali entravano in casa attraverso mio padre- e, in sottordine, la fantascienza, che però guardavo con sospetto per via dei troppi "bidoni" subiti (diventai più accanito dopo aver conosciuto Daniele che ne era un lettore regolare). L’ansia di arrivare alla soluzione dei diversi casi e di conoscere il colpevole mi spingeva, soprattutto nei romanzi che avevano personaggi per me poco appassionanti, a saltare alle ultime trenta pagine dopo aver letto le prime quaranta-cinquanta. Anche prima saltavo dei brani o delle intere pagine, ma il senso di incompiutezza (o di colpa) mi ingenerava un non sempre momentaneo disagio. Coi romanzi polizieschi, pur senza fugare del tutto queste preoccupazioni, riuscii sostanzialmente ad indovinare un metodo per trarre dai libri ciò che più mi interessava. Di fatto imparai nuovamente a leggere. Ciò mi permise di avvicinare tutto quanto capitasse a tiro, da la Saga dei Forsythe a la Via del Tabacco. Il nuovo materiale era in gran parte di mio fratello e consisteva prevalentemente di volumi de la Medusa e de i libri del Pavone, l’allora collana economica della Mondadori. Con una qualche promessa di "libro proibito" provai perfino a leggere il Mimì Cafiero di Mario La Cava, che mio fratello aveva acquistato presumo sedotto da identiche lusinghe. Un’altra succulenta fonte era costituita da una cugina che frequentava per lunghi periodi casa nostra. Fu lei, una delle primissime associate, ad iscrivermi al Club degli Editori e divenni anch’io uno dei soci del suo primo anno di esistenza (era il 1961, di anni ne avevo tredici). Il primo libro che ricevetti fu Un Delitto di Bernanos e il secondo Buio sulla Spagna di Norman (poi libri di Mario Soldati, Carson Mc Cullers, Mario Tobino, Ivo Andric …). Contemporaneamente facevo man bassa dei libretti della BUR e, per i libri "istruttivi", della collana Saper Tutto nella quale Garzanti collocava prevalentemente traduzioni dai francesi Que sais-je?. Una certa attenzione (ricordo quante esitazioni ebbi prima di acquistare il Dio Invitto di Franz Altheim, che supponevo oltremodo fuori della mia portata intellettuale) destinavo anche all’Universale Economica di Feltrinelli, erede di quei "canguri" che i librai delle bancarelle trattavano ormai con sufficienza. Un trattamento non diverso (per fortuna, in un certo senso) i bouquinistes lo riservavano anche ai vecchi volumi marx-engelsiani (Rinascita) e alle logore edizioni di Nietzche e di Stirner (Bocca). Il libro che più mi commosse e che in qualche modo costituì la tappa fondamentale di questo mio confuso Bildung-roman, fu comunque l’antologia del Surrealismo curata da Fortini nel Saper Tutto. Cosa vi scoprii, e quanto scoprii di me stesso, richiederebbe un linguaggio che saprebbe a un tempo di religione e di cattiva poesia, e dunque lo evito, ciò nondimeno è da quella lontana esperienza spirituale che continuo a credermi un surrealista dell’ultima generazione, ragionevolmente revisionista (risparmio Poe e sotto sotto preferisco Wilde a Rimbaud) e non dei peggiori.

Per farla più breve che posso, a un certo punto, si fece forte l’esigenza di tener dietro anche a ciò che la mia epoca offriva come attualità. Per quanto possibile, quindi saltuariamente, cominciavo a concedermi la lettura di qualche settimanale, principalmente "l’Espresso" (e, quando nacque, "Panorama", a cominciare dal mensile), ma godevo, tramite mio padre che ne era lettore, dell’approvvigionamento continuo di "ABC", un giornale che mi era particolarmente caro, e non solo per le aperture masturbatorie che esibiva (se è per questo divenni dal primo momento un seguace della coppia Balsamo-Tattilo con "Men" e "Playmen"). Un’altra opportunità me la procurava uno zio comunista il quale mi passava i numeri smessi di "Vie Nuove", il settimanale "popolare" del PCI, e de "Il Calendario del Popolo", il mensile "educativo", che mi tornavano assai utili. Allineavano peraltro le firme di Alfonso Gatto, Carlo Salinari, Pier Paolo Pasolini, seppure la loro fama non fosse il motivo del mio profitto (piuttosto, ricordo con tenerezza le risposte di Lorenza Mazzetti alle domande dei lettori anche se ho in mente di andarmi a rileggere i ritagli di qualche critica cinematografica di Gatto che devo aver conservato). Non posso infine trascurare Dante, un operaio anarchico che lavorava con mio padre in porto, il quale puntualmente recapitava a casa la copia letta di "Umanità Nova". E’ sul giornale di Errico Malatesta che scovai l’indirizzo, a Genova, della biblioteca della Federazione Anarchica Italiana. Mi ci recai e un signore guercio e cordiale, probabilmente felice di aver aperto la porta ad un ragazzo desideroso di apprendere, per poche lire mi riempì di opuscoli e vecchi numeri di "Volontà" e de "L’Adunata dei Refrattari", il foglio italo-americano degli individualisti. Quando, anni dopo, quel signore cordiale morì, il suo feretro venne seguito dalle bandiere rosse e nere di mezzo mondo. Roba da lacrime agli occhi..

A metà degli anni sessanta avvenne pure che le edicole dei giornali cominciassero a riempirsi di libri. Era la famosa "rivoluzione degli Oscar" di Mondadori, seguito da numerosi altri editori. Per trecentocinquanta lire c’era la disponibilità di scegliere in edizione economica fra disparati successi letterari degli anni passati. C’era anche chi, come Mursia, Sansoni e Garzanti (affiancandoli alla serie centrale, più "popolare") portava in edicola, in versioni prefate e assai ben curate, anche molti classici. Per quanto questi volumetti in edicola fossero attraenti, e ne facessi uso (in particolare dei "Pocket" di Longanesi), la collana economica più allettante era quella de "I Gabbiani" del Saggiatore , indice di percorsi più ambiziosi. Infatti avevo ormai preso a far attenzione alle collane maggiori, potendomi, di fatto, permettere assai poco di tutto quello che suscitava interesse. Ammetto che in alcuni casi, nonostante il desiderio di procurarmi certi libri conosciuti attraverso sollecitanti letture, capitava poi di privilegiarne altri convinto da una assimilazione più gradevole. Prima di dedicarmi ad Eros e Civiltà di Marcuse o a La Vita contro la Morte di Norman O. Brown (che infatti non lessi nell’edizione Adelphi ma in quella economica successiva del Saggiatore) avevo, ad esempio, avuto modo di affrontare, Wilhelm Reich a parte, un paio di storie dei costumi sessuali. Da bambino ero stato chierichetto, pur essendomi innamorato precocemente della parola "ateo". Provavo come un toccasana nel leggere cose sul tipo di "dove la Chiesa riuscì ad imporre il suo regime di astinenza, provocò numerosi casi di malattia mentale". Ero dunque pronto per Sade, e per questo tenero poeta di libertà provai le più acute sofferenze intellettuali quando, anni dopo, lessi la Dialettica dell’Illuminismo di Horckeimer e Adorno. Le edizioni correnti erano la bella antologia di Zolla (Longanesi) e sparse versioni dozzinali (fra l’altro, alcuni dialoghi li avevano pubblicati anche gli anarchici). Assai più tardi uscirono i bei volumi di Sugar (i Crimes me li ero procurati in francese senza leggerli) e già un po’ avanti negli anni, conobbi un loro traduttore, Aurelio, lirico eccelso e probabilmente il più autentico bohémien genovese di tutta questa metà del secolo. Ma tralascio ulteriori divagazioni. Per concludere, e tornare finalmente a Daniele, aggiungo che mi avventuravo ormai fra le riviste letterarie, seguivo "Quindici", mi ero procurato qualche numero di "Marcatré", compravo a fine anno l’ "Almanacco Bompiani" e via di questo passo. Una rivista che ricordo con particolare affetto è "Carte Segrete" –siamo già nel 1967- che scoprii dal numero 2 (annunciava in copertina Il Manifesto dei Provos). Rispetto alla produzione della "neoavanguardia", cui perversamente conducevano gli effetti di una certa intimidazione culturale, questa rivista mi parve soddisfacente tanto nella spigliatezza che nel gusto antiquario, favorevole a nuove scoperte.

Daniele, dunque. Ho detto che la sua benefica influenza non si estrinsecava principalmente nell’imprimere un indirizzo o nel dare dei consigli, anche se su questo piano era tutt’altro che avaro. Di lui mi conquistava l’atteggiamento. Fondamentalmente era uno scettico, cosa rara in un giovane, ma preziosa in un giovane che non rinuncia a vivere appieno la propria gioventù e trova nello scetticismo il modo paradossale per riempirla. A questo proposito, ricordo che Pier Luigi, il quale in ogni caso lo apprezzava quale amico da lungo tempo, era una fonte di equivoci. Propendeva a valutare la Joie de vivre nei suoi termini esteriori e, su questo piano, Daniele poteva sembrare piuttosto un puritano. Blaterava che fosse un reazionario, il che aveva del comico dal momento che sua madre accusava Daniele di averlo fatto diventare "comunista". D’altra parte Daniele non era "comunista", almeno non nel senso in cui intendeva la signora. Di suo, Pier Luigi mostrava una debolezza nei confronti della malavita (fino a un certo punto condivisa da tutti noi). Non so dire, a meno di non buttarla nella grossolanità psico-sociologica, se ciò dipendesse dal fatto che era il rampollo di una famiglia "bene", si dà il caso che con gli anni, la debolezza venisse a farsi tentazione e, sempre con esagerata allegria, mostrasse di coltivare l’intenzione di raggiungere il rango d’un genio del male. Ancora qualche anno fa, incontrandolo, si diceva entusiasta d’ aver conosciuto in Francia il "vice" di Spaggiari (il capo del "clan dei marsigliesi"). All’epoca, del nostro gruppetto di ormai ex motociclisti, sembrava trovare l’accordo soprattutto con Gino, benché abbia ragione di credere che poi questi lo deludesse alquanto. Alla pericolosa mania, come è stato detto più sopra, univa la perspicacia di una non meno vistosa inclinazione intellettuale, guastata talvolta da un tono un po’ troppo saccente, per quanto generalmente acuto. A diciotto anni aveva già una rispettabile biblioteca ricca di tomi impegnativi. Di noi, per limitarci a qualcosa di caratteristico del tempo, fu il primo a comprare, appena uscito, L’Uomo a una Dimensione, che commentò da par suo riscontrando, per quel che mi riguarda, l’adeguata attenzione. Nei limiti della buona educazione, quella di Daniele era invece più distratta e credo che quel famoso, quanto obbligatorio, libro non l’abbia mai letto e nemmeno abbia mai preso in considerazione di poterlo leggere. Dunque, nel momento in cui i giornali dell’epoca –una volta tanto con qualche ragione- cominciavano a cucire addosso alla gioventù l’abito autorevole di Herbert Marcuse, Daniele aveva altro per la testa. Questo faceva parte, ai miei occhi, della sua originalità. Quando si commentava qualcosa, aveva la straordinaria capacità di fissarsi unicamente sui particolari grotteschi. Di fatto, si sapeva a malapena quale insegnamento ne avesse tratto, ma si sapeva sempre che cosa l’avesse fatto ridere. Fu per me una lezione duratura e non ho ancor smesso di apprezzarne la conversazione, anche se tipi come Gino lo trovavano irritante –e non so darmene ragione dal momento che Daniele poteva esser tutto fuorché un’invadente sputasentenze. Ciò nondimeno i suoi percorsi erano del tutto espliciti.

All’epoca, l’autore che Daniele citava con più gusto era nientemeno che Ernesto Rossi. C’è da dubitare che al mondo ci fossero degli altri diciotto-ventenni interessati alla figura di questo implacabile liberale, del resto scarsamente frequentato anche dagli adulti. Il Partito Radicale, che di fatto era ancora un circoletto, non aveva modo di strombazzarne il nome a destra e a manca come avrebbe potuto fare più tardi. A onor del vero, nel 1966, nelle edizioni Samonà e Savelli, miracolo dell’editoria bolscevica, erano apparse le Pagine Anticlericali, un libro straordinario (l’educazione cattolica vi veniva definita "coltivazione intensiva di finocchi") che però difficilmente si poteva immaginare in mano a un giovane di quei tempi. Daniele in ogni caso non si fermava lì. Le sue citazioni si spingevano ai vecchi volumi laterziani che raccoglievano gli articoli nei quali Rossi accomunava sindacati operai e organizzazioni padronali in una stessa minaccia alla libertà. Fra le preferenze di Daniele non era comunque questa la più sorprendente. Quando, ad esempio, gli avevo sottoposto le mie banalissime scelte in fatto di poesia, era riuscito a confondermi con la sua tranquillità. Né Montale, o Ginsberg o Eliot suscitavano in lui la prevedibile devozione che circonda gli autori dei grandi capolavori. I testi del suo poeta prediletto non si trovavano in libreria. Lui ne possedeva una vecchia edizione che, prestata, mi deliziò. Il poeta, rimasto oscuro anche quando molti anni dopo ne venne pubblicata, avventurosamente è il caso di dire, un’antologia negli Oscar Mondadori si chiamava Ernesto Ragazzoni (la "garzantina" di letteratura manco lo nomina) e la sua poesia, oltre che buona, era rivelatrice della personalità di chi me lo faceva conoscere. Inoltre, le opere poetiche che Daniele citava con più gusto erano l’Ifigonia in Culide e il Processo di Sculacciabuchi, che possedeva in versioni ciclostilate (non ne esistevano ancora edizioni a stampa) e gli sarò sempre grato per avermi passato (nelle indimenticabili edizioni Sanpietro) il Re Bischerone di Domenico Battacchi. La ciliegina sulla torta era infine la sua personale opera poetica. Molti di noi si erano dedicati, con risultati immaginabili, a questa attività (io, fra l’altro, con risultati ancora peggiori, ero stato perfino "pittore"), ma le poesie di Daniele erano veramente un’altra cosa. Pier Luigi, con lo spiccato senso del disordine che l’ha sempre contraddistinto, riuscì a perdere le uniche copie esistenti di questi capolavori (le sue e le mie) e ormai non abbiamo da ammettere che la dissoluzione d’un altro bene dell’umanità, purtroppo del tutto indifferente al suo autore.

La vivacità artistica e letteraria della Genova del tempo è stata più volte raccontata e più volte rimpianta. Nell’ambiente giovanile se ne avvertiva il sentore e non mancavano i contatti, anche se soltanto individuali. Da quello stesso ambiente non venne tuttavia niente di analogo al tanto celebrato "Mondo Beat". Io sono dell’opinione che a Genova, nel caso, avrebbe avuto caratteristiche diverse, senza alcuna concessione al lamentoso vittimismo dei "capelloni". La voglia di "fare qualcosa" di certo non mancava, ma l’idea prevalente era quella di "lasciarsi vivere". Fra gli elementi che conferivano una sufficiente coesione al gruppo di Piazza Tommaseo c’era quello di darsi alle "rovine", vale a dire a piccole e innocenti provocazioni. Ricordo che il "vecchio" Barba aveva tutto un suo repertorio che sapeva di stantio e avanspettacolo: "Signora, signora, faccia attenzione, non lo calpesti, le è caduto il grilletto"! Fu Barba a farci da prestanome (si diventava maggiorenni a ventun’anni) quando noi decidemmo di "far qualcosa". Si può dire che fossimo allora un gruppo anarchico (ma non esattamente bakunista) con una netta propensione al "sessual-libertario" (a Genova esisteva fra l’altro una "Comune" informata da quel genere di dottrina). Affittammo così una soffitta nel centro storico che divenne un piccolo e discreto centro di discussione.

Nel corso di un mio viaggio a Roma in autostop, conobbi un giovane di Sestri Ponente che mi informò dell’esistenza colà di un agguerrito gruppo di "Provos". Al mio ritorno non fu difficile prendere contatto (per quanto mi venga da pensare come mai se era tanto agguerrito non ne fossimo venuti a conoscenza prima). Incontrammo in questo modo Giuliano, col quale scoprii di avere in comune un certo interesse nei confronti dell’esoterismo. Gran barbuto, con un’aria segnatamente ginsberghiana, Giuliano, di formazione comunista, era più di noi (salvo forse Pier Luigi) proiettato sul recupero della classica esperienza rivoluzionaria. Ciò nondimeno aveva dei gustosissimi aneddoti da raccontare su un personaggio del quale già mi aveva parlato Daniele, un cui amico, prima di diventare Rosacruciano, ne era stato discepolo. Successivamente lo conobbi anch’io. Questo signore, oltremodo gentile e disponibile, aveva dato vita negli anni cinquanta ad un gruppo di astrofili che si riuniva ad osservare il cielo in quel posto incredibile e meravigliosamente elegante che è il sottotetto dell’ascensore che porta alla spianata di Castelletto. Col tempo, il gruppo prese ad elaborare delle teorie paranoiche a carattere ufologico. Quelle precipue del signore in questione (profuse in migliaia di pagine) si accordavano in svariati punti alla teoria orgonica reichiana, ciò che ai nostri occhi le rendeva una curiosità.

Contemporaneamente alla scelta della soffitta, la tenuta di Piazza Tommaseo cominciava ad allentarsi. Molti ragazzi s’incontravano ora intorno ai giardinetti di Piazza Verdi, davanti alla Stazione Brignole, luogo da tempo deputato alle "marchette" omosessuali. In questa fase, un equivoco ascendente, o almeno così pareva a me, lo esercitava un sedicente pittore e antiquario svizzero munito di automobile. Pochi altri, invece, fra i quali il Duca e Franchina, si stabilirono provvisoriamente in un piccolo bar di via Galata. Sembrava che la tendenza fosse quella di risalire il lungo rettilineo che da Tommaseo porta a piazza De Ferrari per rientrare nei luoghi tradizionali della scapigliatura genovese, fra le cantine Giavotto e i locali di Galleria Mazzini. E’ quel che avvenne. Alla fine del 1967 il processo si poteva dire concluso. Nel corso della diaspora avvicinammo per la prima volta "l’erba" (ma Daniele rimase sempre un ferreo assertore del vino) che ci venne offerta da un "beatnick" il cui profilo gli aveva fatto guadagnare, poveretto, il nomignolo di "Cita" (e in fatto di soprannomi quella dei "capelloni" pacifisti, anti-razzisti e amici dell’umanità era una vena di inesauribile crudeltà. Una ragazza si era rassegnata a sentirsi chiamare "Africa Addio").

Alla fine del ’67 moriva Che Guevara ma l’opinione pubblica accolse la notizia con minor enfasi di quel che si può credere oggi. Il mito, naturalmente, poco dopo esplose. Anche noi ne restammo contagiati, né poteva andare diversamente, benché riuscissimo a tenerci immuni dalle tendenze che in qualche modo favoriva. Il nostro "sessantotto" fu fieramente libertario, individualista (nel senso soprattutto di privilegiare l’amicizia all’organizzazione) e antipolitico. I partiti, e il Partito Comunista in modo particolare, erano per noi della razza dei nemici, pergiunta di quelli peggiori. Ciò valeva, e con particolare accanimento, anche per Pier Luigi, nonostante l’iscrizione (esito a definirla militanza) allo PSIUP. Il partito, com’è noto, era figlio di una recente scissione socialista foraggiata da Mosca, tuttavia non vi erano confluiti soltanto i famigerati "carristi". Pier Luigi, eventualmente, portava simpatia a Lelio Basso (seguiva infatti "Problemi del socialismo") e tutt’al più lo si poteva definire "luxemburghiano", il che ai nostri occhi risultava in ogni caso encomiabile (in proposito, credo che, come al solito, fosse sua la nostra prima copia di Storia e Coscienza di Classe di Lukacs, la mia soltanto la seconda). Chi si mantenne assolutamente all’altezza di un impareggiabile stile, fu naturalmente Daniele. Nel 1968 cadevano in Italia le elezioni politiche. Fra di noi si avviò la discussione su cosa avessimo votato se avessimo potuto (ricordo che non eravamo ancora maggiorenni) e voluto (in nome di una qualche forma di realismo) votare. Molto a malincuore tutti affermammo che avremmo votato PSIUP (come fece mio fratello), tutti eccetto Daniele. Con molta serenità e freddezza se ne uscì fuori sostenendo che il voto lo avrebbe dato al PSU (socialisti nenniani e saragatiani unificati), cosa che accrebbe notevolmente la sua fama di "reazionario". Viceversa, in quel contesto, fu, il suo, un piccolo capolavoro di stravaganza e indipendenza oltre che una preziosa lezione che purtroppo colsi con qualche ritardo.

Partecipavamo, col gusto della scoperta, a cortei, riunioni, assemblee. Era molto facile fare amicizia, soffermarsi a parlare con degli sconosciuti e con gli sconosciuti condividere le passioni. Una prima brusca interruzione a quella che sembrava la progressione ineluttabile della gioia, la subii sotto il palco di un sindacalista francese venuto a commentare gli avvenimenti di Maggio per conto del PCI. Fui strapazzato e buttato di peso in mezzo ad un’aiuola. Reagì mio fratello e gli energumeni, preoccupati di aver malmenato un invalido, si avvicinarono ipocritamente per scusarsi. Non mi restò da fargli osservare che la loro eloquenza era coerente con quella dell’oratore. A fine agosto, in occasione di una dimostrazione contro l’invasione della Cecoslovacchia, ebbi nuovamente la sfortuna di fare da bersaglio. Questa volta era in corso il corteo delle persone per bene. Mi ero portato in piazza De Ferrari e mi ero unito al gruppetto capitanato da un noto esponente dell’Università. Io e Pier Luigi ne avevamo avvicinato qualche iniziativa ed ho ancora in mente quando alcuni suoi membri misero bonariamente a tacere un neofita nostro coetaneo, col quale capitava di intrattenersi, Ido, colpevole di aver inneggiato alla "libera espressione", tema sicuramente confuso che sarebbe stato meglio tuttavia non sopravvalutare. Tra i gruppi che, diversamente dal nostro, erano in qualche misura strutturati o che, perlomeno, ottenevano una pubblica visibilità, era in ogni caso questo quello che con maggior baldanza incarnava l’aria del tempo. Si cominciava allora a definire impropriamente "situazionisti" coloro che ne facevano parte. Di fatto essi si rifacevano al comunismo di sinistra -in specie alla corrente "consiliare" tedesco-olandese- il quale, se anche costituiva una fonte comune con la critica situazionista, non portava necessariamente ad una del tutto fuori luogo e, a modo di vedere degli stessi situazionisti, avvilente, categoria di "seguaci". Vero è piuttosto che da quei ranghi uscì chi con mezzi non sempre all’altezza del compito (come la pubblicazione in ciclostile dei testi della rivista situazionista fatta dal mio amico The Gambler) ha svolto un eccellente e pionieristico lavoro di diffusione. Ricordo Sergio, con l’antologia pubblicata da la Salamandra -ma una primissima e del tutto insufficiente raccolta l’aveva pubblicata giusto nel 1968 la milanese ED912- e soprattutto Mario, il cui ragguardevole lavoro fa spicco per accuratezza e caparbietà. E’ il caso di ricordare anche Giovanni che nel 1968 aveva portato a Genova notizie di prima mano su quanto avveniva a Parigi. Da quello stesso ambiente, sviluppato in soluzioni ulteriormente radicali, proveniva anche Alfredo col quale anni dopo (nel 1973) insieme ad un paio di amici (Rolando, Marco), avrei dato vita ad un’altra società, questa volta palese, l’Atelier Bizzarro. Per riprendere il filo del discorso, in quella fine estate del 1968, le persone per bene che transitando a De Ferrari assaporavano, pure loro, l’emozione del corteo di protesta, dimostrarono di mal tollerare che qualcuno condannasse gli stessi lugubri avvenimenti sostando sotto le bandiere rosse. Alla testa del corteo riconobbi un giovane, particolarmente inquieto e vociante, che mi era stato presentato a suo tempo da Valerio. Diceva di essere "nazi-maoista" e, se non sbaglio, militava in Avanguardia Nazionale. Una volta ho idea che si fosse presentato "in soffitta", e comunque non ci facevamo scrupolo di discorrere con chicchessia ci venisse a cercare. Fu lui, inaspettatamente, ad uscire dalla testa del corteo, seguito ovviamente da altri, e a cominciare ad agitarsi. Il buffo è che se le sue mani andavano a colpire qualcosa colpivano me. Se ne restai stupito non so, nemmeno fui amareggiato, imparai soltanto che con certi "amici" è bene mostrar giudizio.

L’amarezza, viceversa, si presentò da lì a poco. Non so dire esattamente quando, ma la fine dell’estate è sempre un efficace argomento retorico per spiegare la fine di qualcos’altro. E ciò che sentivo finire era il mio "sessantotto". Le buone cose che per qualche mese erano state come accantonate in vista di altre più succose ed autentiche, ritornavano adesso urgenti quanto prive di innocenza. Il caso dei libri è emblematico: si comincia ad accumularne con propositi liberatori ed emancipativi per finire poi bibliofili gelosi La stessa cosa, a ben guardare, succede alla ribellione così che quando si sente sfuggire la coerenza con quella degli altri si prende a considerare oltremodo la propria. La novità ha il pregio di riuscire a dissolvere gli umori peggiori. Spiro T. Agnew –vice del Presidente degli stati Uniti eletto proprio nell’autunno del 1968, Nixon- avrebbe tratteggiato l’ipotetico decalogo dei contestatori di quegli anni nel seguente modo:

" -Non permettere al tuo oppositore di parlare!

-Non portare avanti un tuo programma!

-Non ti fidare di nessuno al di sopra dei trenta!

-Non onorare tuo padre e tua madre!

-Non badare alle lezioni della storia!

-Non scrivere nulla più di uno slogan!

-Non presentare richieste accettabili!

-Non accettare nulla di definitivo

-Non riverire nessuno salvo gli eroi totalitari!

-Non chiedere perdono per le tue trasgressioni! ".

 

Con un equilibrio, fra le singole parti, non sempre uguale per tutti e raramente vissuto con la stessa perentorietà (la forma era d’altronde quella dei "dieci comandamenti"), l’uomo politico del Maryland in questo modo raggiungeva tuttavia, a mio parere, una buona approssimazione. L’enfasi negativa che si percepisce anche fuori dal contesto nel quale era inserito il decalogo, la ritengo tutto sommato opportuna sia per il fatto che conferisce senso alla ribellione, sia perché fa la differenza con i politici italiani generalmente interessati più alle blandizie che al parlar chiaro. Penso, come tanti altri immagino, di poter riconoscere in quello schizzo qualcosa di me anche oggi. Certo non mi tocca il primo dei comandamenti -a meno che si riferisca alle ordinarie conversazioni nelle quali solo i ghiaccioli non rischiano di alzare la voce- e se sono oggi assai più lontano dal quarto di quanto non lo fossi nel 1968, devo sì ammettere che ai miei poveri genitori avrò dato più preoccupazioni che affetto, ma l’affetto c’era. Il terzo, poi, non mi riguarda più da un pezzo e quanto al nono credo di esser stato fin qui chiaro. Per il prossimo paragrafo credo viceversa di esserlo meno.

Ho detto che sono diventato ateo da chierichetto, e posso aggiungere che da ateo sono rimasto superstizioso e da superstizioso, in una maniera personale e feticista, pure devoto alla Madonna. Ciò che divenni nel 1969 è così in aperto contrasto con quello che ero stato prima –come del resto con quello che sarei stato immediatamente dopo- che, diversamente dalle bizzarrie della mia personalità, c’è ancora oggi chi me lo rinfaccia. Fu una scelta dettata dalla "logica del peggio", una sorta di artificio per potermi illudere di esser perennemente esposto alla disapprovazione dei benpensanti d’ogni tipo (anche "sessantottini") come un cattivo soggetto. Per farla breve, divenni "stalinista". Si dirà che se volevo esser "cattivo" lo ero, a questo punto, soprattutto con me stesso. Certi errori sono davvero imperdonabili e non saprei veramente cosa inventare a mia discolpa. Posso dire che in qualche mese riuscii a compiere quei ben più lunghi, tormentati, coraggiosi e degni itinerari che, risalendo agli anni Trenta, si erano drammaticamente scompaginati nei fatti del 1956. In certi casi si può sempre metter di mezzo qualche cattivo maestro e avrei dunque da rammentare che proprio all’inizio di quell’annata opaca usciva in italiano il Per Marx di Louis Althusser, aggiungendo perfino che, senza avere niente di paragonabile ad una Elsa alla quale immolare il mio cervello, mi vedevo come un Aragon inebetito "dallo stesso fulmine" che avrebbe dovuto far crollare "uomini e mura". Immagino che, davanti a un cosiddetto analista della psiche,. quanto più si andassero a sciorinare pretesti, tanto più essi diventerebbero "significativi" come associazioni. Non sarà questa mia testimonianza (confessione?) ad appagare chi vuol scoprire, ammesso che ci sia, tutto quel che c’è da scoprire. Arriverò, credo, ad accontentare coloro che si pasciano delle ciance, ammettendo il segreto piacere che provai nell’adottare un misero repertorio di luoghi comuni per oltraggiare perfino ciò che ancora mi avvinceva. Solo gli ingenui credono che certe sciagure generino soltanto dolore. Immoralismo? Sia pure, benchè nell’affibbiare del "piccolo borghese" ad un regista venerato, dell’ "opportunista" a chiunque intoni una canzonetta e del "traditore" ad ogni persona onesta, riesca a vedere, purtroppo, soltanto della parodia. Di parodia, e in alcuni casi soprattutto di mimetismo, presumo si nutrissero anche altri. Alcuni me li feci amici. Uno in particolare, Vittorio –col quale mi avventurai in alcuni "viaggi" all’acido lisergico- a un certo punto manifestò insieme a me insofferenza e ci escludemmo infine da quello che poi altro non era che un gruppo di discussione

In quel periodo così vergognoso, acquisii una conoscenza storico-politica del comunismo bolscevico e bolscevizzante che non esito a definire buona, di molto superiore a quella che riscontravo, e ancor più avrei riscontrato in seguito, fra tanti partigiani dell’anticomunismo, comunisti nell’impostazione mentale e, spesso e volentieri, anche in un farraginoso sottofondo di idee "sociali". Se, col tempo, avrei definitivamente (un avverbio da prendere sempre con le pinze) vaccinato me stesso, dei dubbi mi sarebbero rimasti su un anticomunismo attento solo alle questioni di principio e insensibile, di fatto, alle vicende dell’animo umano, sul quale soltanto a parole dice di non farsi alcuna illusione. Le mie letture in campo bolscevico, per quanto assai vaste, non mi erano comunque di intralcio nel proseguimento di altri, ed incongrui, interessi. Così, mentre attorno a me vedevo gente d’ogni tipo indaffarata a commentare l’uscita dei nuovi volumi della storia del PCI di Paolo Spriano, che non mi esimevo dal leggere, trovavo di gran lunga più allettante (e utile) l’uscita da Sugar del La Bas di Huysmans. Ed è in quel periodo che incrociai, con largo anticipo sui lettori adelphiani (che quando vennero mi trovarono già vicino alla saturazione) gli scritti di René Guenon, pubblicati dalle piuttosto misteriose (e anche un po’ snobistiche) Edizioni di Studi Tradizionali. Altrettanto posso dire di Julius Evola, che le edizioni Mediterranee, prendevano a riproporre quasi integralmente (ne ero rimasto stuzzicato perfino da un servizio pubblicato su "Playmen") e del quale già possedevo, in una vecchia edizione laterziana, Il Mistero del Graal. Tali percorsi, benché all’apparenza bislacchi, avevo comunque modo di inserirli in un alveo di studi di antropologia e storia delle religioni. Quanto ad incongruenze, desterà viceversa stupore che Nobiltà Indiscussa nascesse proprio a fianco della militanza stalinista, come d’altra parte non mancherà di suscitare disapprovazione morale il fatto che, nei miei assidui incontri con Daniele, non esitassi ad ironizzare pesantemente sulla mia disgraziata esperienza. Un caso, evidentemente, di patologia schizoide o, se si vuole, di togliattiana doppiezza, il cui superamento lo potrei dire connesso al superamento di un’equivoca doppia militanza.

Il fondamento di Nobiltà indiscussa -lo dico soprattutto per chi non avesse letto l’accurata esposizione di Echaurren- era antiegualitario. Prendevamo le mosse dalle opinioni marxiste sulla giustizia. Finanche in un testo di critica politica come quello sul Programma di Gotha, Marx aveva svillaneggiato il diritto osservando che per essere ugualitario, dal momento che gli uomini erano diversi l’uno dall’altro, esso sarebbe dovuto diventare "diritto diseguale". Condividendo questa considerazione (che faccio mia sadianamente, come allora, anche oggi) passavamo al vero e proprio azzardo di ritenere opportuno, per impadronirci rapidamente del naturale ambiente umano, di far fuori fisicamente chi, disgraziato, era ridotto a riprodurre forzatamente la tirrannia dei rapporti sociali. L’ironia del proposito veniva colta, se lo veniva, con molta circospezione. Io mi ero dato da fare nel trascrivere "gli statuti" della società in uno stile di calligrafia che ricordava i vecchi diplomi (mi ero procurato anche un pennino per il gotico) i quali fruivano in ogni caso di un uso rigorosamente interno al gruppo. Venne redatto anche un volantino (riprodotto manualmente anche questo) ma le uscite pubbliche più cospicue consistevano nel manifestare i nostri propositi di "aristocratici per vocazione" nei momenti che ritenevamo più opportuni, affidandoci all’estro. Nostro bersaglio preferito erano quelli che Daniele chiamava "gli imbacuccati", politici in genere e politici di sinistra e "gruppettari" in particolare, ma non solo, sebbene questa ricostruzione, sommaria oltreché personale, tenga ovviamente conto soltanto di ciò che era saliente a quel tempo.

Da lì a poco (e direi proprio dal n° 2, quello stesso che riportava il disegno riprodotto sulla copertina de libro di Echaurren) Pier Luigi avrebbe scelto di fare il diffusore genovese di "Re Nudo". La rivista era lontana dall’entusiasmarci (e dall’entusiasmare lo stesso Pier Luigi) in quanto vi scorgevamo una sorta di contraltare hippies a Lotta Continua (assai rigida nei confronti di chi "fumava erba") sebbene non ci nascondessimo le sue potenzialità d’attacco nei confronti di certi moralismi. Ciò nondimeno, l’avventura era tutta appannaggio di Pier Luigi, che in questo ruolo aveva mitigato e riconvertito in un intelligente sarcasmo le passate spigolosità da saputello. Ad un attento esame, egli è stato la figura di maggior rilevanza -e anche la più pittoresca dal momento che offriva una straordinaria somiglianza con uno dei personaggi dei Freaks Brothers- di tutta la controcultura genovese. Fu Pier Luigi ad adoperarsi oltre misura per far convergere sul quartiere del Carmine l’interesse della boheme (Pelo, fra l’altro, vi andò ad abitare) e si può aver modo di accertare che le nuove fortune della zona Canneto-Erbe hanno trovato in lui un attivo precursore. Con un equipaggiamento quanto basta eclettico per adattarsi alle più disparate situazioni, per quanto il ventaglio delle nostre relazioni fosse limitato, eravamo armati a sufficienza per far sì che l’intrinseco dadaismo di qualche tempo prima riprendesse forma. Era un gioco abbastanza facile. Dei "gruppetti" si aveva ragione solo nel dirsi, come Daniele nel ’68, socialisti. Il socialismo italiano racchiudeva però una storia tanto ampia, contraddittoria e generosa, che un po’ ti risucchiava trasformando (al pari dell’anarchia) il gioco in un legame sentimentale. I risultati migliori li ottenevo a questo punto proclamandomi monarchico (talvolta esibivo all’occhiello anche il "nodo Savoia") riuscendo a guadagnare l’epiteto fatale di "fascista". Il vecchio "intellettuale di sinistra" aveva acquisito, dopo il famoso "autunno caldo" del 1969, le sinistre sembianza del giovane sindacalista. Questi voleva generalmente mostrarsi aperto fino al cinismo, ma nei fatti era tanto più sprovveduto quanto più lasciava ad intendere di essere smaliziato. Cattivo lettore di sociologia e di pessimi economisti, pesantemente meno colto dell’intellettuale vecchio stile, del quale non aveva vissuto i tormenti, come bersaglio era di poca soddisfazione. Non erano tuttavia i bersagli a mancare in quei primi, e già significativi, vagiti degli anni settanta. Noi si era nuovamente contro tutto e tutti, e pur senza poter godere di quel coro felice che era stato il sessantotto, provavamo gusto ad esser giovani e nello stesso tempo veterani di qualcosa che aveva coinvolto meravigliosamente i nostri sensi.

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