Carlo Romano

comunismopoli

Eric J. Hobsbawm: COME CAMBIARE IL MONDO. Perché riscoprire l'eredità del marxismo. Rizzoli, 2011 | Pier Paolo Poggio (a cura di): L'ALTRONOVECENTO. Comunismo eretico e pensiero critico. Vol. II, Il sistema e i movimenti. Europa 1945-1989. Jaka Book-Fondazione Micheletti, 2011 | Pier Paolo Poggio (a cura di): L'ALTRONOVECENTO. Comunismo eretico e pensiero critico. Vol.I, L’età del comunismo sovietico (Europa 1900-1945). Jaka Book-Fondazione Micheletti, 2010

Lo si è annunciato come la lieta novella di Hobsbawn sull'attualità di Marx, la felice orazione di uno storico che non rinuncia a capire il nostro tempo, la straordinaria e commovente prova di coerenza di un vecchio militante, il libro che riaprirà perfino nei più scettici spiragli di interpretazione troppo repentinamente dati per spacciati. A dire il vero, se si esclude forse il per altro breve, occasionale e di scarso interesse primo capitolo, Cambiare il Mondo non è niente di tutto questo. È invece una solida raccolta di vecchi e conosciuti saggi, in parte ritoccati, poco o niente addentro (compreso quello su Gramsci, l'unico centrato per intero su una grande personalità del marxismo) alle questioni teoriche cui pure direttamente o indirettamente alludono. Hobsbawm si occupa di fatto, con lo scrupolo e la brillantezza di storico che tutti gli riconoscono, dell’influenza di Marx sul socialismo e sugli uomini di cultura in termini difficili da definire altrimenti che bibliografici - ovviamente in un senso ampio, sempre vicini a sfiorare la storia delle idee.

Da vivo Marx fu quasi del tutto ignorato. Si era comunque lontani dall'avvertire l'imponente impresa intellettuale alla quale si era dedicato. Quando i suoi scritti (ma soltanto alcuni) presero a diffondersi, studiosi e letterati di vario orientamento - radicali non meno che conservatori - ne furono, in diversa ma pur sempre sensibile misura, influenzati. Da Vilfredo Pareto a George Bernard Shaw, da Georges Sorel a Werner Sombart, da William Morris a Max Weber, da Benedetto Croce a Nicolaj A. Berdjaev, per dire solo di alcuni noti, venne quantomeno il riconoscimento di una profonda visione della storia e della società. In alcuni casi profondo fu anche il coinvolgimento personale. L'autorevolezza andò poi approfondendosi lungo il XX secolo, nel corso del quale migliorò la conoscenza a tutto tondo del pensatore Marx, ormai assurto a inalienabile protagonista delle discipline accademiche, attraverso la pubblicazione - in cui si distinse David Rjazanov - delle tante e fondamentali opere rimaste inedite.

Tutto ciò è continuato fino ai nostri giorni ancorché  - per una comprensibile crisi da assuefazione nell'opinione pubblica e l’opportuna rarefazione di non poco ciarpame - sembrasse deteriorarsi improvvisamente col crollo dei regimi che nel nome di Marx avevano rivendicato le loro criminali aberrazioni totalitarie. Casomai a questo punto era più facile rifarsi a Marx proprio contro quegli stessi regimi e la loro ideologia. Se questo è avvenuto non è tuttavia facile stabilire quanto ciò lo si debba alla memoria -  quantunque non abbia mai smesso di trovarsi coltivata in studiosi e gruppi - delle formazioni culturali che si collocarono in alternativa all'edificazione dei partiti e, soprattutto, degli stati  "socialisti". Posizioni che si ritrovano nell'opportuno prospetto fornito dai due volumi curati da Pier Paolo Poggio per la bresciana Fondazione Micheletti.

Detto questo non si può tacere del rapporto, ovvio del resto, intercorso in qualunque modo fra le  componenti ideologiche strumentali all'edificazione statuale totalitaria e l'opera di Marx, anche perché ne risulta coinvolta, dopo la sua morte, la formazione stessa del "marxismo". Hobsbawm, pur nel suo rigore di storico, sembra guardare tutto con indulgenza, o perlomeno con una neutralità lontana dal chiarire quello che si è veramente agitato in questa storia complessa. Di fatto, benché non la escluda del tutto, presta scarsa attenzione al ruolo della dissidenza che poi, va ammesso, in certi casi  si avvaleva soltanto di varianti dell'ideologia ufficiale e spesso politicamente si collocava in una posizione ancillare, ancorché fuori dai partiti dominanti. La neutralità assicura a Hobsbawm un’assennata visuale sul ruolo del marxismo nei vecchi partiti socialisti ma nel contempo l’indulgenza lo porta, per esempio, a trattare Togliatti su un piano di originalità che non merita (al di là della sua indubbia intelligenza politica) o a usare un riguardo del tutto fuori luogo nei confronti del famigerato Breve Corso (Storia del Partito Comunista –b- dell’Urss) il quale, per altri versi, meriterebbe di essere valutato non solo come il fardello pedagogico che fu ma anche come la probabile fonte di tanti esperti di “marxismo” negli anni della Guerra Fredda.

Ai tempi di Marx, se si escludono le sette più o meno carbonare, "il partito" era la vasta e composita moltitudine che, subendo la dominazione economica e politica, si riconosceva in non sempre chiari motivi di riscatto, ciò non di meno convinta che l'emancipazione del proletariato dovesse avvenire per opera dello stesso, come avvertiva l'Internazionale, la rappresentazione più vicina a un coordinamento globale. Lo sviluppo della Socialdemocrazia tedesca, nella quale convenivano elementi di socialismo prussiano e lassaliani, portò alla risoluzione organizzativa di un partito moderno, replicata su basi nazionali in tutti i paesi. Fu in questa cerchia - con la complicità, si è soliti ribadire, del vecchio Engels - che nacque "il marxismo".  Presto, in un dibattito dalle dimensioni internazionali, agli "ortodossi" si contrapposero i "revionisti", ma le diverse impostazioni metodologiche non comportarono dirette fratture nei partiti, che quando avvennero si dovettero prima alla decisione di alcuni membri inclini ad inserirsi nelle compagini governative e poi alla rivendicazione dell'ortodossia, per cui l'accusa di revisionismo si estese indistintamente a tutti i vecchi compagni, da parte di chi, per distinguersi, riprese a chiamarsi "comunista", forte dell'emozione suscitata dalla rivoluzione in Russia.

I partiti socialisti erano dunque uno spazio di discussione anche accesa ma non pregiudiziale, malgrado la forza del “marxismo ortodosso”. Temi che in seguito (quando ormai la partecipazione ai governi venne accettata) sembrarono esserne caratteristici,  come le "nazionalizzazioni", non vi trovavano in realtà corso, salvo che in poche componenti corporative le quali poi, negli anni Venti e Trenta del XX secolo, furono definite "neo-socialismo, quando, accettandone in diversi casi l'abbraccio, i temi della programmazione economica e delle nazionalizzazioni erano per giunta patrimonio di prestigiosi conservatori inglesi non meno che di presidenti americani e dittatori fascisti,.

Nei partiti socialisti dell'Europa meridionale - ma non solo, in quello olandese per esempio - il confronto ideale fra le varie componenti si contornava di un eclettismo ancora più vario. Lo stesso "revisionismo" vi assunse, specialmente sotto l'influenza degli scritti di Sorel, un carattere eversivo attraverso il "sindacalismo rivoluzionario" che ebbe, per altro,  una certa influenza sull'analogo movimento americano. L'ambito stesso della socialdemocrazia tedesca era comunque tutt'altro che pietrificato dall'influsso del "marxismo ortodosso". La figura di Rosa Luxemburg riportava a un'idea di movimento che rammentava i tempi della vecchia Internazionale.  Negli stessi giorni delle sommosse berlinesi del 1919 che le furono fatali, combatté con ogni mezzo, privilegiando il puro e semplice fatto insurrezionale, la diffusa tentazione militarista di chi voleva fare come in Russia. Quando inoltre si approssimava la fondazione del partito comunista, assertrice delle prime profonde critiche al bolscevismo leninista, si adoperò inutilmente affinché lo si potesse chiamare "socialista". È interessante notare, a questo proposito, come figure meno ricordate ma altrettanto significative culturalmente quali Anton Pannekoek e Otto Rhule, dopo il fatale fervore per le vicende russe, pensassero di tornare a operare nell'ambito delle loro vecchie case  socialiste.

Non meno significativo, ma per ragioni diverse - in un certo senso capovolte - rispetto agli esempi precedenti, è che Amadeo Bordiga, vale a dire il più accanito fautore dell'ortodossia nel campo dei nuovi partiti comunisti seguiti all'ottobre bolscevico (ma del tutto autonomo, checché se ne dica, rispetto al leninismo e ignorato da Hobsbawm) ritenesse più marxista il vecchio Turati di Antonio Gramsci. Ancora più interessante, perché in qualche modo ci riporta alle ragioni che portarono tanti militanti a mettere in discussione la socialdemocrazia, fino a separarsene, all'epoca delle prima guerra mondiale,  è che quando infuriava la guerra in Spagna nel 1938 Bordiga potesse scrivere che "donne, fanciulli sono travolti nell’ecatombe e si resta vinti dal raccapriccio davanti simile risultato dell’opera combinata del fascismo e dell’ «antifascismo»." Dicendo questo Bordiga intendeva ribadire il primato della lotta all'oppressione capitalista rispetto a un conflitto istituzionale, certamente sottovalutando tutta la reale posta in gioco e la varietà delle posizioni che vi si esprimevano (sulla Spagna si concentrarono alcune analisi di "Bilan", testata di "bordighisti" emigrati). Ma la pura intenzione di Bordiga era la difesa nella sua interezza, dunque dalle contaminazioni, del pensiero crtitico ("scientifico") che risaliva al "Manifesto comunista" del 1848 e a testi successivi, non solo di Marx e Engels (la "lettera agli amici di Romagna" di Andrea Costa, per esempio). Dopo il 1945, con la ripresa cartacea "dell'organo rivoluzionario" ciò si manifestò in modo ancora più evidente, chiarendo nel contempo come la sua concezione del "partito" affondasse nell'Internazionale ottocentesca, quantunque sulla base di ragionamenti diversi rispetto a quelli dei malgiudicati "spontaneisti". 

Il XX secolo dei marxisti è stato ad ogni modo caratterizzato anche da altri soggetti e questioni, trasversali ai grandi movimenti politici organizzati. Si sono via via presentati dei marxismi puntellati da elementi che li volevano in accordo con le vertenze culturali che vi si sono succedute. Ci sono stati marxismi etici neo-kantiani, storicisti neo-hegeliani, marxismi fenomenologici, freudiani, heideggeriani, spinoziani, nietzschiani, sadiani, sartriani, strutturalisti, post-moderni, perfino marxismi "analitici". E c'è stata contemporaneamente una messe di interpreti più o meno indipendenti - dai Korsh ai Panzieri, dai Mattick ai Castoriadis, dai Della Volpe agli Adorno, dai Rubel ai Krahl - legata che fosse alla pubblicistica sociale piuttosto che a quella universitaria. Tutto questo - compreso quell'organismo apparentemente bizzarro che va sotto il nome di Internazionale Situazionista, del quale si occupa Gianfranco Marelli nel secondo volume dell'opera curata da Poggio - era cementato dal marxismo. Allargare la visione da antica ufficialità di Hobsbawn (o anche quella di Poggio che trascura Gramsci forse perché considerato troppo ufficiale) per recuperare il marxismo, non vedo a cosa possa portare di diverso da una farsa. Ma da recuperare c'è molto, a partire (come già ai suoi tempi predicava Sorel) dal nucleo filosofico che col suo impareggiabile acume Marx sviluppava nella critica dell'economia-politica. “Fogli di Via”, novembre 2011