Carlo Luigi Lagomarsino

Budd Boetticher, 1916-2001

 

 

“Uno dei più grandi registi americani è morto la settimana scorsa all’età di 85 anni”. Così cominciava l’articolo di Michael Wilmington – critico cinematografico del “Chicago Tribune” – pubblicato il 7 dicembre in onore di Budd Boetticher, d’altra parte “Chicagoan”, come anche Walt Disney, di cui quest’anno è corso il centenario della nascita. Il Torino Film festival, da poco concluso, aveva organizzato una rassegna dei suoi film – compreso I  sette assassini (seven men from now, 1956), assai raro in Italia nonché latitante in TV – e curato l’edizione italiana (distribuita dalla UTET) della sua autobiografia, celebre fra gli appassionati. A suo tempo, Jean-Pierre Coursodon e Bertrand Tavernier  avevano paragonato Boetticher a Howard Hawks: “uno dei pochi della sua generazione” che ne poteva  reggere il confronto, “per il suo tonificante umorismo, una presenza sensibile anche nei momenti drammatici, per la sua acuta intelligenza, la netta volontà di lasciar completa libertà ai personaggi” (Trente ans de cinema americain, ed. CIB, Paris 1970). Ciò che ha fatto “ottimamente”  Boetticher, diceva invece Tullio Kezich nel 1957, è di ritrovare “qualcuna delle componenti fondamentali” del cinema western “e offrirne un’orchestrazione moderna”. Vent’anni dopo, stroncando Missouri di Penn avrebbe esclamato: “verrebbe voglia di mandare l’intellettualissimo Arthur Penn alla scuola di Budd Boetticher” (la recensione, del ’76, è raccolta in Il mito del Far West, il Formichiere, Milano 1980). André Bazin considerava a sua volta I sette assassini come il più semplice e bello degli western del dopoguerra.

Nato a Chicago nel 1916, giocatore professionista di football, appassionato di corride e toreador (volle dedicare un film anche all’amico matador Carlos Arruba, ma le riprese si protrassero per anni e nel frattempo l’amico morì in un incidente d’auto), cominciò a far cinema come aiuto regista di Mamoulian in Sangue e Arena (blood and sand). Inizialmente intraprese la sua attività registica firmandosi come Oscar Boetticher Jr.: 10 pellicole che detesterà. Come Budd Boetticher esordirà nel 1951 con un film dedicato alla tauromachia, L’amante del torero ( the bullfighter and the lady). Aveva consuetudine col “clan” fordiano” e lo stesso John Ford, colpito dalla pellicola,  aiutò Boetticher nel montaggio. Il film era prodotto da John Wayne che alla fine delle riprese dette un party: “mi passò una bottiglia di tequila mezza vuota e dai suoi occhi non feci fatica a capire chi si era scolato il resto”, racconta il regista nell’autobiografia. Lo sceneggiatore dei film di Boetticher era poi Burt Kennedy, anche lui del “clan”, più tardi a sua volta regista.

Girò film di guerra, di avventura e noir, ma il suo ricordo è legato innanzitutto agli western interpretati (e prodotti) da Randolph Scott (pellicole dove peraltro si fecero le ossa, fra gli altri,  Richard Boone, James Coburn e Lee Marvin, indimenticabile proprio ne I sette assassini). Scott, nato nel 1903 in Virginia (osservando questo gentiluomo, diceva  il regista, “si capisce che “i sudisti avrebbero dovuto vincere la guerra civile”),  lavorò nell’anteguerra con Hathaway, Mamoulian, King Vidor, Fritz Lang, Curtiz ecc., ma la vera popolarità la raggiunse con gli western del dopoguerra, spesso prodotti da lui stesso e firmati da registi come Ray Enright, Gordon Douglas, E.L. Marin, Lesley Selander, Joseph H. Lewis, André de Toth. Si trattava  di film che, pur tradizionali, attraverso una certa dose di secchezza, raggiungevano insoliti toni drammatici ben assecondati dalla tesa maschera di Scott (la sua famosa “impassibilità”) appena rilassata da qualche accenno di ironia. Erano western in una certa  misura, per quanto sia concesso al genere, “urbani”. Non sarebbe stato improbabile vedervi una delle prime automobili e Scott dava l’impressione di aver sempre la piega ai pantaloni. Il dramma si tingeva largamente di mistero e vi aleggiava un sentore di colpa a tinte nere. Questi elementi sembrano raggiungere l’equilibrio ottimale proprio negli ultimi film di Scott, per l'appunto quelli girati da Boetticher

(film che fra l’altro non superano mai gli 80 minuti) come Decisione al tramonto (decision at sundown,1957) o Comanche Station (l’albero della vendetta, 1959) da alcuni giudicato il migliore. L’ultimo film di Randolph Scott, Sfida nell’alta sierra di Sam Peckimpah (ride the high country, 1962), interpretato al fianco di un'altra vecchia colonna del cinema western, Joel McCrea, è generalmente considerato il prototipo dell’western finale e “decadente”. Per molti versi è invece nei film di Boetticher – benché privi di toni malinconici - che la saga dell’ovest americano viene portata ai suoi estremi naturali oltre i quali il genere si dissolverebbe privo delle sue ragioni storiche.