Pubblichiamo l'articolo di Felice Accame su Leda Rafanelli apparso sul numero di febbraio di "A" e il successivo scambio di lettere fra l'autore e Maurizio Antonioli.

Felice Accame

per Leda Rafanelli

Laddove Arrigo Petacco, ne L'archivio segreto di Mussolini (Milano 1997), si sofferma sulle aspirazioni letterarie del giovane Mussolini, aggiunge che di queste aspirazioni aveva messo a parte pochissime persone, forse una sola. E si riferisce esplicitamente a Leda Rafanelli, un'anarchica dalle "pose da rivoluzionaria snob" che sarebbe stata "una delle sue amanti" (pp. 195-196). Anche per altri particolari, Petacco dimostra chiaramente di aver letto Una donna e Mussolini di Leda Rafanelli medesima. Ma ne ha tratto un giudizio diametralmente opposto al mio.
Leda come racconta Masini nell'Introduzione alla seconda edizione del volume era nata a Pistoia nel 1880, ma, nei primi mesi del 1900, era finita in Egitto, ad Alessandria, da dove tornò tenacemente convinta di due idee difficilmente compatibili, l'islamismo e l'anarchismo. Si sposò a Firenze e, con il marito Luigi Polli, diede vita alla prima delle sue frenetiche imprese editoriali. Cambiò presto il compagno della sua vita con un altro tipografo, Giuseppe Monanni, mise su una nuova impresa e si trasferì a Milano. Il suo nome è legato a riviste come "VIR", "Sciarpa Nera", "La Libertà" sul quarto numero della quale comparirà un articolo su Mussolini che sarà esca per l'approccio dell'allora direttore dell' "Avanti!".
Il libro pubblicato una prima volta nel 1946 e poi nel 1975, quattro anni dopo la morte dell'autrice è ben costruito tutt'intorno alle quaranta lettere che Mussolini le scrisse tra il 19 marzo 1913 e il 7 ottobre 1914. Si tratta di quaranta lettere salvatesi grazie alla lungimirante sagacia di Leda e nonostante le successive numerose perquisizioni della polizia fascista. Detto molto in breve, si va da un momento di "rispetto" fra Mussolini e alcuni anarchici, fino a quel tragico momentaccio in cui fu chiaro che da Mussolini non ci si poteva attendere nulla di buono, ma in cui, purtuttavia, qualcuno non ci vide affatto chiaro, come Maria Rygier e altri compagni rivoluzionari, che nell'interventismo individuarono una soluzione inderogabile, compagni per i quali Leda ha parole di rammaricato e intenso affetto.
Dal carteggio e dai ricordi di Leda, a mio avviso, vien fuori una storia del genere seguente. Lei scrive un articolo su di lui, il tono è positivo e lui che magari ha chiesto in giro, chi è e com'è invia il solito bigliettino di ringraziamento. Lei gli fa sapere che vorrebbe conoscerlo e lui non si tira certo indietro. "Anch'io desidero conoscervi", le scrive subito, ma "a un patto": "che io faccia solo la vostra conoscenza e non quella di altri". È chiaro già in partenza, dunque, che Mussolini non vuole "compromettersi" in nessuno dei due lati della questione, né in quello dell'evidenza sociale dei rapporti intimi, né in quello dell'evidenza dei rapporti politici. Ma la sua argomentazione cerca di nascondere il presupposto: "ho una strana repugnanza ad allargare il cerchio delle mie conoscenze personali", scrive, infatti, preferendo battere il sentiero della tortuosità ai limiti della patologia. Se il 4 aprile firma "Vi saluto. B. Mussolini", cinque giorni dopo senza che si siano ancora incontrati , firma "Con amicizia. B." e, soprattutto, mette il carro davanti ai buoi: "sento che fra noi è cominciato qualche cosa", "aspettatemi" e, subito dopo (facendo tutto lui), "anch'io vi aspetto" con una "trepidazione" che, come sempre quando vuol risultare fascinoso (come quel personaggio di Verdone, in Viaggi di nozze (1995), non potrà che essere "strana".
Poi, finalmente, si incontrano. A casa di lei. Chiacchierano per ore, bevono caffè e quindi lui se ne va. Già nella lettera successiva Mussolini butta lì l'assicurazione non richiesta che del bel pomeriggio trascorso non parlerà "ad anima viva". E man mano che il rapporto prosegue, dalle lettere che lo contrappuntano continuano ad emergere elementi incongrui rispetto ai fatti come narrati da Leda: "sarò puntuale e discreto", "ho ancora nell'anima tutto il turbamento del nostro ultimo convegno", fino alle fatidiche domande "già finito questo nostro amore che s'annunciava meraviglioso?" e "perché vuoi dimenticare ciò che avvenne fra noi?". Ora, a detta di Leda, fra loro non avvenne un fico secco. L'unico contatto fisico che intercorse fra loro fu un bacio non "reso" che lui, più fuori di testa del solito, le rifilò una sera verso la fine di giugno del 1913.
Leda Rafanelli, beninteso, non fu un modello del pensiero anarchico. Il fatto stesso che si convertisse all'islamismo e che, attribuendosi speciali facoltà, "leggesse la mano" (pag. 40) non testimoniano di una teoria e di una pratica anarchica indiscutibili. Già Gino Cerrito, in L'antimilitarismo anarchico in Italia nel primo ventennio del secolo (Pistoia 1968), dice che Leda aveva teorie "peregrine", come quella secondo la quale "l'anarchico dovrebbe essere un individuo superiore per natura" e conseguentemente "nessuna educazione può cambiare il sentimento intimo che dà la personalità all'individuo" (pag. 13, in nota 23. La citazione è tratta da L. Rafanelli, Educazione e sentimenti, in "Rivolta", Milano 30 aprile 1910). E, giustamente, non le perdona una lettura pressoché "mussoliniana" di Nietzsche. Ma Leda fu pura d'animo, votata alla causa degli oppressi disinteressatamente e intelligente alcune sue pagine sulla natura della prima guerra mondiale sono belle e acute. E, se può pentirsi di aver nutrito speranze nel Mussolini politico, non ha nulla da rimproverarsi per la diffidenza che le ha sempre indotto il Mussolini persona.
Petacco potrebbe sostenere che Leda racconta balle e che Mussolini dice il vero. Che quando Mussolini le scrive alludendo ad intimità pregresse lo fa a ragion veduta. Leda, tuttavia, non avrebbe alcun motivo per dire bugie. Scrive dopo la guerra e si riferisce ad un Mussolini socialista, pre-interventista. Pur da anarchica avrebbe ben poco di cui doversi vergognare. Senza contare il fatto, non di poco conto, che è lei stessa ad esibire le lettere che volendo, avrebbero potuto essere qualcuna in meno. Che Mussolini, invece, fosse pieno di sé, cialtrone e bugiardo, è ampiamente documentato dalla storia che conosciamo e di cui è stato imputato. Perché ritenerlo integro e sincero prima che questa storia abbia inizio? La matrice di quell'insieme di patologie comportamentali cui diamo il nome di psicologia del dittatore si costituisce ben prima del potere raggiunto ed a prescindere dal fatto che lo si raggiunga o meno.
Dunque, in mancanza di una documentazione più convincente, per me, Leda Rafanelli non è stata affatto "una delle amanti" di Mussolini. È stato, piuttosto, Mussolini "uno dei tanti" che a Leda hanno cercato di rovinare la vita
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P.S.: Nello stesso 1913, Gabriele D'Annunzio scrive la Leda senza cigno. Racconta di una poveretta costretta al suicidio da un sordido individuo. Così come va rilevata la casualità dell'accostamento, va rilevato come Leda Rafanelli che dal "cigno" ha saputo ben guardarsi è andata meglio.

(A-rivista anarchica, febbraio 2001)

>la lettera di Maurizio Antonioli

a proposito di Leda Rafanelli

Cari amici di A,
ho letto il pezzo di Accame su Leda Rafanelli e credo sia opportuno fare alcune precisazioni.
Ho conosciuto Leda nel 1970. Andai a trovarla a casa sua con Pier Carlo Masini e Maria Molaschi. Di quell'incontro conservo un ricordo indimenticabile e una registrazione che non ho nessuna intenzione di rendere pubblica. Con Leda avviai anche una corrispondenza ed ho perciò alcune sue lettere.
Le informazioni che ho sono quindi di prima mano. Ho avuto modo di porre a Leda domande esplicite e di avere risposte altrettanto esplicite. Leda era una donna straordinariamente trasparente.
Ma andiamo con ordine. Le lettere di Una donna e Mussolini non furono pubblicate da Leda ma da Giuseppe Monanni nell'immediato dopoguerra. Fu Monanni e non Leda a conservarle, anzi a nasconderle, durante il fascismo. Monanni lavorava alla Libreria Rizzoli ed offrì all'editore la pubblicazione. Ma per motivi comprensibili, che però fanno inorridire lo storico, censurò le lettere tagliando quelle parti che illustravano chiaramente come la relazione tra i due non fosse stata semplicemente platonica. Leda disse a Masini e a me (Maria Molaschi sapeva ma era troppo discreta per parlarne) che gli incontri avvenivano in alberghi e che Mussolini dava il nome di Lorenzo Ardévi. Masini citò questo particolare nella prefazione alla nuova edizione di Una donna e Mussolini (p. 20) e, anche se preferì non essere del tutto esplicito, a me - forse perché ero al corrente della cosa - l'accenno sembra anche oggi piuttosto chiaro.
Purtroppo non possediamo gli originali delle lettere, come molto altro materiale di Leda. La figlia di Monanni, infatti, mi raccontò che il padre aveva un baule con giornali, lettere e materiali vari di Leda (mi disse che c'erano giornali annotati da Mussolini) e che il tutto venne distrutto da sua madre (cioè dalla donna che Monanni aveva sposata, lasciata Leda) per gelosia .
A parte le sciocchezze dei giornalisti pseudostorici come Petacco, qual è il problema? Che Leda, come ammise, abbia amato Mussolini? Voglio citare la frase di una lettera scritta da Leda a Carlo Molaschi il 5 settembre 1915 (le lettere, di cui ho copia da più di 30 anni, verranno presto pubblicate ma non sarò io a curarle):
"se Dio darà la forza di respingere [la lettera è strappata] amore (ammesso che ancora lui lo senta!) o di non invocarlo, sarà solo per rinunziare alla più atroce sofferenza. Perché Lui, ormai, è troppo lontano da me; è un mio nemico, superiore a tutti gli altri nemici, come lo sei tu; ma nemico, nemico, 33 volte nemico, perché con lui non è possibile nemmeno l'amicizia che è stata possibile tra me e te, che non ci siamo mai amati, perché tra noi due non è nato il desiderio che è stato invece, per me e lui, la febbre e il tormento ". E quel lui non era altri che Mussolini.
Fu a Leda per prima che Mussolini, pallido ed emozionato, confessò che si sarebbe pronunciato per l'intervento, sapendo già che questo avrebbe portato alla rottura. Da allora non si videro più.
Ci sono cose di cui non mi è mai parso necessario parlare. Ho ritenuto opportuno farlo ora perché non trovo giuste certe affermazioni retrospettive. All'epoca Mussolini era il direttore dell'"Avanti!" e molti giovani socialisti avevano sviluppato una sorta di culto per quella figura che sembrava incarnare le energie nuove del socialismo. Alcuni lo seguirono nell'intervento e nel fascismo. Molti altri ruppero e divennero suoi avversari. Certo era uomo capace di suscitare profonde passioni, in un senso o nell'altro.
Perciò non mi stupisco affatto che Leda abbia potuto amarlo. E non capisco come si possa parlare di "diffidenza" nei confronti di "Mussolini persona". È possibile che Mussolini fosse "cialtrone e bugiardo" anche con Leda, ma ciò non toglie che lei vedesse le cose diversamente. Del resto, non possiamo guardare tutto con gli occhi rivolti al fascismo.
Nel '14-'15 il fascismo non c'era. E se è vero che la scelta interventista poteva provocare rotture, questo non significava che ingenerasse disprezzo o diffidenza. Nella Giacomelli, che aveva disperatamente amato Oberdan Gigli fino al punto di pensare al suicidio (anche qui ho una lettera che non renderò nota), ruppe i rapporti con lui quando diventò interventista. Anni dopo li riprese insieme con tutta la famiglia Molinari.
In ogni caso ho sempre nutrito un grande rispetto per i sentimenti e le scelte di una donna come Leda. Anche per quanto riguarda l'Islam, che per Leda fu una questione del tutto personale che non influenzò i suoi comportamenti politici ("Il velo mussulmano - quando lo metterò - sarà una sapiente astuzia per... fingermi più giovane"). Del resto tutti gli anarchici che frequentava, a partire da Carlo Molaschi, conoscevano la sua scelta islamica e non consideravano affatto la sua "teoria" e la sua "pratica" discutibili. Certo, Leda faceva la chiromante. A me volle leggere quelle che lei chiamava le pietre egiziane. Splendide predizioni, debbo dire (sicuramente per farmi piacere). Per anni, dopo la morte del figlio Aini, che aveva lasciato la moglie e quattro figli/e, contribuì al mantenimento della famiglia predicendo il futuro soprattutto ai marinai genovesi. Anche per questo la nuora e i nipoti le erano molto legati.
Quanto al giudizio un po' ingeneroso di un altro amico scomparso, Gino Cerrito, che mi piacerebbe vedere un po' più ricordato per le sue qualità umane che non per qualche discutibile valutazione storiografica, Leda era una individualista ma, a parer mio, ben poco influenzata da Nietzsche, amato peraltro da Monanni (che ne pubblicò pure le opere) e da Molaschi. I due non erano affatto influenzati dalle letture di Mussolini e ho la convinzione che, sotto quel profilo, ne capissero ben più di lui. Il fatto è che talvolta il buon Gino era, come spesso sono i militanti, un po' tendenzioso e non riusciva a liberarsi della sua antipatia per gli individualisti. Del resto, gli misero nella bara le foto del nipotino e di Malatesta.
Capisco che Accame abbia voluto in qualche modo difendere Leda dalle stupidaggini di qualche pseudostorico. Ma credo che la limpidezza del percorso di Leda non ne abbia bisogno. Non c'è niente di offensivo nel dire di Leda che era stata una delle amanti di Mussolini. Del resto, il discorso potrebbe anche essere rovesciato. Potremmo dire che Mussolini era stato uno degli amanti di Leda (e anche qui so quello che dico). Offensivo è definirla "rivoluzionaria snob". Rivoluzionaria lo era a modo suo, ma snob per niente affatto. Aveva pensieri troppo nobili per essere "sine nobilitate".
Qui forse mi tradisce un po' il ricordo affettuoso. Ma vedo ancora quella piccola donna novantenne dallo spirito indicibilmente vivo, che mangiava solo noci e grissini, seduta sotto la sua grande bandiera verde con i 99 nomi di Allah, che mi dice "tu ti costruirai una casa d'avorio".

Maurizio Antonioli (Milano)

>la risposta di Felice Accame

Risposta a Maurizio Antonioli

Qualcosa non mi quadra. Scrivo che, "in mancanza di una documentazione più convincente", non ci sono motivi sufficienti per annoverare - come fa Petacco - Leda Rafanelli fra le "amanti di Mussolini". Antonioli questa documentazione dice di averla e, dunque, mi viene in soccorso. Bene, e grazie. Si fosse limitato a ciò.
Invece aggiunge quanto segue:
a) Le lettere nel volume in questione non furono pubblicate dalla Rafanelli, ma dal Monanni. Da ciò, mutilazioni a iosa. Non ho la prima edizione del libro, ma posso assicurare i lettori sia che, nella seconda edizione, l'autrice (che all'epoca era viva) è indicata esplicitamente in copertina, sia che tutto il racconto è effettuato in prima persona, al femminile.
b) Che la coppia frequentava alberghi, dove Lui firmava "Lorenzo Ardévi". Masini nell'Introduzione evita di correlare la conoscenza da parte della Rafanelli di tal "pseudonimo" - conoscenza che poi si traduce nella scelta del nome di un personaggio di un suo racconto - al fatto che ne potesse rendere testimonianza diretta. Il dottor Watson ne avrebbe subito sospettato, ma io - che di Masini avevo fiducia, perché non riesco neppure ora a comprendere le ragioni di sua eventuale "discrezione" -, io no.
c) Allora Petacco aveva ragione. E tuttavia farebbe parte della categoria dei "giornalisti pseudostorici". Non invidio Antonioli che sa distinguere fra "storici" e "pseudostorici". A me basta che uno parli coniugando un verbo qualsiasi al passato per avere tutto il diritto di essere definito "storico". Poi, se mai, vedrò se è uno storico che racconta balle o uno storico che mette assieme una storia che stia in piedi.
d) Non capisce, poi, come io possa parlare di "diffidenza" della Rafanelli per Mussolini. Pensa, addirittura, che io mi sia fatto condizionare dal senno di poi. Lo capirebbe benissimo se leggesse il libro di cui si parla. Per esempio: "Istintivamente sentivo che egli potesse tradire? Non so" (pag. 37). "Leda, ditemi la verità, voi diffidate di me", "Infatti... Ma no, permettete, devo spiegarmi. Come uomo politico vi credo sincero, ché sarebbe offensivo credere il contrario senza una ragione. Ma, non so, sento in voi qualche cosa di oscuro, di sotterraneo che certo sfugge a voi stesso. Non si può leggere nel vostro sguardo... Mi pare, perdonatemi, che voi, a volte, mentite inconsciamente, ed anche a voi stesso" (dialogo fra Leda e Mussolini, pag. 57, mentre per Antonioli, se non ho capito male, sarebbe fra Monanni e Mussolini...). "Mi sentivo a disagio e sentivo pure, sempre più, il senso di lontananza, di diversità, di distacco totale" (pag. 63). Bastano ?
e) Tutti gli anarchici che frequentava la Rafanelli si guardavano bene dal ritenere "discutibile" un anarchismo composto di letture della mano e di conversioni islamiche. Peggio per loro e per l'anarchismo. Buon per Antonioli se, da storico non pseudo presumo, crede di aver usufruito di "splendide predizioni" che lo concernevano.
f) Gino Cerrito sarebbe stato "ingeneroso" nei suoi giudizi sulla Rafanelli e meriterebbe di essere ricordato per le "qualità umane" - non per "qualche discutibile valutazione storiografica" di cui quella sulla Rafanelli costituirebbe un esempio. Non invidio Antonioli che sa distinguere "qualità umane" e giudizi. Io non so farlo e non voglio saperlo fare. Come non voglio imparare a gettare discredito su qualcuno, dopo averne tessuto gli elogi: magari aggiungendo che "gli misero nella bara le foto del nipotino e di Malatesta" (neretti miei).
g) Sarebbe "offensivo" definire la Rafanelli una "rivoluzionaria snob". Lo penso anch'io. Ed è per questo che metto in guardia il lettore dalla particolare costruzione della frase di Antonioli in grazia della quale potrebbe sembrare che a dirlo sia il sottoscritto. Come risultava chiaro dal mio articolo, a dirlo, è Petacco (che, a dire il vero, parlava più sfumatamente di "pose da rivoluzionaria snob").

Felice Accame (Milano)

(A-rivista anarchica, marzo 2001)