Atonia Pozzi
( 1912-1938) Nasce a Milano nel 1912 da una importante
famiglia lombarda. Vive nella elegante casa milanese di via Mascheroni. I suoi possiedono una casa a Pasturo, in Valsassina, la
settecentesca villa dei Marchiondi, lei ne fa con la famiglia la residenza estiva,
dove ama appartarsi e ricevere gli amici più cari, accanto alla Grigna, il suo Monte
Ventoso, nel suo piccolo studio appartato che guarda i monti. La sua educazione è
completa: le migliori scuole, il pianoforte, larte applicata, lo sport (sci, nuoto,
scalate in montagna, equitazione).
Frequenta il
liceo classico Manzoni, parla correttamente francese, inglese e tedesco ed ama i classici. Ha capacità intellettuali fuori dal comune, ma è
inquieta. Si lega con un intenso legame al
suo professore di greco e latino , Antonio M. Cervi, ma la relazione è contrastata dalla
famiglia ; lei lotta disperatamente, si oppone al rifiuto della famiglia ed il padre fa
trasferire il professore a Roma in modo da allontanarlo definitivamente.
Nel 1930 si
iscrive alla facoltà di lettere delluniversità statale di Milano, chiederà la
tesi in estetica ad A. Banfi. Tra gli amici e compagni universitari: Luciano Anceschi,
Giancarlo Vigorelli, Mario Monicelli, Alberto Mondadori, Enzo Paci, Remo Cantoni, Vittorio
Sereni, i fratelli Treves, Dino Formaggio. La
sua disponibilità economica permette loro di avere dallestero i migliori frutti
della cultura europea e americana, i libri allindice
proibiti dal fascismo.
La sua tesi sarà Flaubert. La formazione letteraria.. Seguono
lunghi viaggi e vacanze in Europa ,
appassionate letture di Goethe e Mann.
Nel 1938 su
invito di Banfi tiene due conversazioni su Aldous Huxley, traduce Manfred Hausmann.
La
salute è malferma, la raggiunge la notizia della guerra imminente, delle leggi razziali e
della censura. Il 2 dicembre del 38 il suo corpo viene trovato a Milano, verso
Chiaravalle. Il suo testamento è distrutto e ritrascritto <a memoria> dal padre.Le
sue poesie saranno pubblicate, ma ancora una volta con interventi censori paterni.
La
sua è una delle voci femminili più intense della poesia italiana del Novecento. Il suo
suicidio più che ad un atteggiamento romantico-crepuscolare sembra legato al naufragio
della personalità, alla difficoltà creatale
dalla coincidenza della sua natura appassionata, femminile, con la sua anima
aristocratica, di intellettuale e poeta, chiusa e rifiutata da un mondo che non trova
spazio per una donna che rinuncia al suo ruolo tradizionale. Le sue sconfitte personali si
inseriscono in quelle più ampie della crisi del buio
periodo storico che lItalia sta vivendo e che condurrà alla seconda guerra
mondiale. Vive un naufragio in cui perde ogni illusione damore e maturerà la
consapevolezza di non essere stata amata mai per
sé, ma solo e sempre per unimmagine, una maschera che ha dovuto in qualche modo
indossare per essere accettata.
Le lettere di A. Pozzi - Letà delle parole
è finita - 1927-1938. Ed R. Archinto
Le vicende
dellepistolario sono alquanto
intricate e complesse, alcune lettere sono state corrette, presumibilmente dal padre,
altre sono scomparse; sono scomparse del tutto alcune lettere indirizzate a Cervi e
qualche altra è a carattere di stralcio e per di più in fotocopia.
Sono
indirizzate ai familiari e alla nonna Nena, alle amiche
Lucia Bozzi, Alba Binda, Elvira Gandini
agli amici del tempo universitario
come V. Sereni, R. Cantoni, i fratelli Treves e
Tullio Gadenz.
Il suo amore
doloroso per Cervi, il suo professore ,emerge nella lettera alla nonna dellagosto 1928 ( a 16 anni). Il professore
è stato trasferito a Roma. Scrive. Ho imparato che cosa sia il dolore. Tu non
immagini che cosa fosse lui per me. Io avevo avuto la fortuna di incontrarlo
nelletà inquieta in cui tutto il nostro essere sboccia e anela alla vita, in
cui ogni influenza esterna lascia nellanima uninfluenza indelebile, in cui ci
torturiamo ricercando linizio della nostra via e lindirizzo del nostro cammino
nel mondo
. Con la parola e con lesempio egli
mi ha dato uno scopo e una fede: mi ha insegnato a guardare più in alto e più
lontano; mi ha additato la via per diventare più buona.. (p.21)
A Cervi, nel maggio del 1929: .. Le voglio bene, sì:
che importa? Lei è la mia vita: il pensiero di lei mi accarezza lanima,
continuamente. Ma che cosa vuol dire, questo, se io non conosco nemmeno il suo Dio; se non
so nemmeno pregare per il suo fratello caduto? E
meglio che lei mi lasci andare per la mia strada, con la mia incoscienza. Io galleggio
come un pezzo di sughero: non posso scendere alla minima profondità.. Io = sonno +
effervescenza. Mi lasci andare. Non so
nemmeno chiederle perdono di quel che faccio. Non piango neanche: non sono neanche triste.
Me ne vado pian
pianino, come un pezzo di carne insensibile. Mi lasci andare; e non sia triste, perché
non val la pena.
A testimonianza
delle difficoltà familiari incontrate quando diventa esplicita la storia damore scrive: 11 gennaio
1930-
Nessuno, sai io penso nessuno, nemmeno il padre e la madre, hanno il diritto di
troncare le strade di due anime: e se queste due strade si congiungono , se queste due
anime non sono che una vita, nessuno ha il diritto, nessuno deve avere il potere di
dividerle (p.31)
Sono evidenti i
contrasti con la famiglia, in particolare con il padre, il cui ritratto è tentato in una
lettera seguente:
(26-4-1930) Io non ti ho mai parlato del
mio papà, Antonello. Ma è tanto buono, sai: anche se non vive come te, anche se la vita
gli ha imposto una professione diversa da quella per la quale egli era nato. E
unanima immensamente forte, entusiasta, onesta: di uninfinita rettitudine.
Io ho tante
colpe verso di lui: non gli ho mai voluto abbastanza bene; ne ho sempre avuto
terribilmente paura.
Ora
soltanto mi sembra di capirlo.. Confidenza non ne ho mai avuta, neppure in lui: nessuno
dei miei conosce la mia anima. Non posso cominciare ora: non è più possibile, ormai. Ma
bene gliene voglio, questo si, un bene immenso.
Da Repton 9 luglio 1931, dove è stata mandata per un
soggiorno studio con lintento di allontanarla da Cervi. Da cinque giorni
sono qui e mi sembra che sia tanto tempo, un incalcolabile tempo. Tutte le cose che ho
lasciato sono lontane lontane; non sono più presenti e non sono ancora diventate ricordo.
Di vivo, di concreto, non ho che te, nel cuore
Nel 32
comincia la fase del distacco, e si avvia alla fine di questamore:
ti
sono apparsa come la primavera e invece ho tutta la povertà dellinverno nella mia
anima grigia. (13-2-32)
.Io non credo a quello che credi tu, lo sai
.Io
non cerco Dio perché non sento il bisogno di cercarlo; perché credo che la mia vita può
essere moralissima anche se io faccio le cose per se stesse e non perché Dio lo
vuole
..dove io tengo le cose più sacre tu non sei mai, mai penetrato e non hai
nemmeno veduto che per me è sacro tutto quello che è sacro per te
Non avere un
Dio/ non avere una tomba/non avere nulla di fermo/ ma solo cose che fuggono-/ essere senza
ieri/ essere senza domani/ ed accecarsi nel nulla-/ aiuto-/ per la miseria/ che non ha
fine - (1-3-32)
..non
sono più il tuo giaggiolo, la tua primavera
Matura
intanto la sua consapevolezza di essere poeta.
Scrive al
poeta Tullio Gadenz, che ha conosciuto in un
soggiorno in montagna, a S. Martino di Castrozza :.. la poesia ha questo compito
sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia
e ci romba nellanima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dellarte,
così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare. La poesia è una catarsi del
dolore, come limmensità della morte è una catarsi della vita
. Per chi ai
suoi giorni non vede più che un colore di tramonto e sente, attraverso il suo cielo,
salire lestremo pallore; per chi ancora beve, con occhi allucinati, lincanto
delle cose, ma non sa, non può
tradurlo più in parole, ah, Tullio, è come rivivere
trovare unanima giovane che sprigiona il nostro stesso canto inespresso
(11-1-33),
ed ancora: Io ho tanto sofferto
.Dentro me è tutto un giardino di fiori
morti, dalberi uccisi:e i fiori morti mi fanno vigile e triste come una vecchia
mamma presso la tomba del suo unico bimbo. Eppure, mi creda: se un raggio di sole, tra la
nebbia, può ancora farsi strada, esso nasce là dove io sento che il mio cuore ha toccato
un altro cuore, che lora greve è stata da me ad unaltra vita.. Ed anche nasce là dove riesco ad evocare con occhi intenti
lanima delle cose ed a far sì che le cose versino il loro pianto intorno e sopra il
mio stesso dolore.(29-1-33)
Io scesi
molto in basso e traversai tanta palude: e mentre pensavo ai nuovi problemi di cui
ignoravo fin lì lesistenza (la società, la politica, lindividualismo ed il
collettivismo) perdevo il mio vero essere, il tono e lequilibrio della mia
personalità: crollato il regno dei sogni e delle poesie, dimenticato il mondo dove si
parla di sempre e di mai dove si commisura alleterno il valore di ogni atto
compiuto
.Ma ora voglio tornare sulle alte rupi, dissetare alle sorgenti la bocca in
cui è rimasto tanto amaro: la mia nuova salita spirituale è
cominciata
(8-maggio 34)
Le
pare anche di poter di nuovo amare.
Scrive a V. Sereni, lamico di sempre: ..Sono
qui, in questa pausa di silenzio, come un velo dacqua sospeso su di un masso
in mezzo a una cascata, che aspetta di precipitare ancora
. Io non so quanto abbia
ragione Remo ( Cantoni) dicendo che vuole fare di me una vera donna: io credo e temo che
una vera donna non sarò mai, che anzi, cercando malamente di esserlo, finirei col perdere
la parte più vera e meno banale di me. Forse il mio destino sarà davvero di scrivere dei
bei libri di fiabe per i bambini che non avrò avuto.(20 giugno 35)
Anche
questo amore è infatti destinato alla fine.
Ancora a V. Sereni
Antonia confida: Le basi del
sentimento di Remo erano una gran compassione e una grande tenerezza che, sommate, non si
possono chiamare amore
Io so di rappresentare per lui solo un aspetto - e un aspetto
non grande - della vita. So.. chegli desidera di mantenere solo unamicizia e
non altro: ma non gliene faccio un rimprovero. Se lui è stato ed è ancora
lassoluto per me, non posso pretendere di essere lassoluto per lui
Non
domando niente: so che non ho il diritto di domandare niente. Ecco tutto.
(16 agosto 35)
PAROLE: poesie
di A. Pozzi.
Presentiamo due contributi critici:
-E. Montale-
Prefazione a Parole ( articolo
pubblicato su Mondo di Firenze), 1-12-1945.
< Antonia
Pozzi ci ha lasciati nel 38. Aveva appena 26 anni. Nel 39 era uscita una prima
scelta delle sue poesie
.
Anima
musicale e facile a perdersi nellonda sonora delle sensazioni, la Pozzi stava già
superando lo scoglio della poesia femminile
e alludiamo appunto ai
rischi della cosiddetta spontaneità
aiutiamo il felice-infelice destino
di Antonia dicendo che neppure in lei si attua vera poesia senza lavoro di penetrazione e
di stile, e che se il libro si legge con una agevolezza che non è di tanti altri, ciò
avviene perché le fratture e le resistenze sono dissimulate
Ci sono due
modi per capire questo libro: si può leggerlo come il diario di unanima e si
può leggerlo come un libro di poesia
. Nel secondo caso cessa di
essere facile e ovvia
Si avverte in
lei il desiderio di ridurre al minimo il peso delle parole, dalla generica gratuità
femminile che è il sogno di tanti critici maschi.
Tecnicamente
la sua lirica deriva dal versliberisme del
principio del secolo (Ungaretti).. Unarea di uniformità era il suo limite più
evidente: la purezza del suono e la nettezza dellimmagine il suo dono
nativo
>
-Prefazione
di Alessandra Cenni a La vita sognata e altre poesie inedite,
ediz.Schewiller, 1986
La
poesia della Pozzi è insieme <personale e generazionale>, appartiene infatti
alla generazione allevata sotto la <campana di vetro> di uneducazione
idealista infrantasi contro la realtà del fascismo e che dalla sua crisi faceva motore
dincessante rinnovamento.
Il
nodo problematico di molti intellettuali di allora era se la creazione artistica
possa divenire <redenzione> della rinuncia ai godimenti materiali e se questa
rinuncia non confonda il fine della vita in funzione di una verità mai posseduta..
Di fronte a una dottrina estetica che, con
lassoluta preponderanza data allelaborazione stilistica, sembra sfiorare in
pratica il rischio del geroglifico e del tecnicismo, mi sono chiesta: che cosa fa sì che
lopera darte ci dia, oltre lemozione della sua bellezza, tanta profonda
commozione umana? Che cosa crea allinterno dellopera stessa,
quellincessante tensione trattenuta che la colloca come in unatmosfera vibrata
di vetta, di spigolo, dove ogni passo è una conquista esatta e la fatica si rastrema in
levità attenta, come per un gioco mortale? E che qui tutto è impegnato, e la
stesura di una pagina non implica soltanto la risoluzione di un problema letterario, ma
rappresenta di per se stessa la risoluzione vivente di
un problema di vita. (A.P.
Flaubert, p.204)-
(p.34).
Per
A. P. la riflessione si esprime nel Diario, 12-3-1935, così: <..Ci vuole un rifiuto
a Tonio Kröger, o perlomeno bisognerebbe vedere laltra faccia : la riuscita nella
vita, nel ritmo
della vita
. Tonio Kröger, nella tempesta, quando il suo cuore
batte allunisono con le onde sconvolto, non sa formulare alcun canto
. A Tonio
K. mancano le pagine della ricostruzione, della gioia creatrice, della fertilità
operosa
Ha voluto mostrare a costo di che sangue ci si fa chiamare
poeti..>(p.34)
Per
lei essere poeti significa saper cogliere lesperienza delloriginario, del
fondo, lunità.
Oggi
tutto vuol essere mobile, convertibile, aperto; siamo come in una matassa di fili sciolti
intersecantisi che vanno, certamente, verso
una meta compatta, un gomitolo solo, ma nessuno può e vuole vedere dove esso
sia ( p.15, Flaubert, p.223).
Lintento è quello di prendere le distanze
dallermetismo, non per restaurare un ordine nuovo, o per adeguarsi ai
classicisti rondisti, ma per unire purezza e narratività, obiettivo condiviso
dallamico V. Sereni. La realtà estetica è il veicolo che le realtà interiori
sottraggono alla decadenza del tempo.
I
richiami ad altri poeti sono come un filo rosso nella sua ricerca: Lo stile narrativo
richiama Rilke, il verso breve, talvolta spezzato, presenta echi gozzaniani e corazziniani
( Ritorni- Largo), pur senza manipolazione
ironica della lingua. I temi gli occhi il riflesso dei cieli lacqua di
questi cieli, le fontane, pioggia, lacrime fino allaccecante neve e ghiacciaio, mare
,lago - avvicinano la P. alla sensibilità della Dickinson.
La
sua è la fondazione di una poetica di soglia:
di porta socchiusa e infine serrata sulluniverso delle cose che tornano mute, dopo
aver parlato una prima e unica volta. Sospesa su questa voragine di silenzio il dialogo di
A. P. è ormai per sempre con lombra del non finito ( Oh, non voler seminare il
grano in questa mia vita, Sterilità). Il suo
suicidio non è stato deliberato a freddo, è un accogliere lillimite in un unico
raccolto movimento di ribellione versus la vita e non contro la vita.
Imprigionata
nel fondo del suo tetro silenzio, la sua personalità ne viene distorta oscurando
laltro volto di lei: il suo sensuale amore per la vita.
A partire dal
34 sembra apparire una decisa volontà di rinnovamento: la riaffermata esperienza
damore, il secondo amore (Rinascere- Secondo
amore- Tre sere) Sono il segno di unampia attesa e il codice lirico si carica di
cifre erotiche (Pan). Cerca di affermare il
positivo, pur senza esclamatività. Nuovi spazi dilatati che rappresentano sempre però il
deserto delluomo contemporaneo e la sua angoscia metropolitana ( Periferia-
Preghiera alla poesia )
Vicina
allesperienza di Emily Dickinson ( Lettere, pag.161, Torino,1982) che scrive:<
Mattie nasconderà questo piccolo fiore nella mano della sua amica. Nel caso che lei
chiedesse chi glielo ha mandato, ditele come disse Desdemona quando le chiesero chi
lavesse assassinata: Nessuno- io stessa>(p. 32- prefazione di A.
Cenni a La vita sognata)
Poesie:
PRIMI
QUADERNI
|
PUDORE |
PRESAGI0 Esita
lultima luce fra le dita
congiunte dei pioppi Lombra
trema di freddo e dattesa dietro di noi e lenta muove
intorno la braccia per farci più
soli. Cade
lultima luce sulle chiome
dei tigli- In cielo le
dita dei pioppi sinanellano
di stelle. Qualcosa dal
cielo discende verso
lombra che trema- Qualcosa passa nella tenebra
nostra come un
biancore- forse qualcosa
che ancora non è forse qualcuno
che sarà domani- forse una
creatura del nostro
pianto. RISVEGLIO Riemersa da
chissà che ombre, a pena recuperi
il senso del tuo peso del tuo calore e la notte non
ha, per la tua fatica, se non questo
scroscio pazzo di pioggia nera e lurlo
del vento ai vetri. Dovera
Dio? LIMITI
Tante volte
ripenso alla mia
cinghia di scuola grigia,
imbrattata, che tutta me
co miei libri serrava in un unico
nodo sicuro- Né cera
allora questo
trascendere ansante questo
sconfinamento senza traccia questo perdersi che non è
ancora morire- Tante volte
piango, pensando alla mia
cinghia di scuola. INVERNO
Fili di pioppi- fili neri di
nubi sul cielo
rosso- e questa prima
erba libera dalla
neve chiara che fa pensare
alla primavera e guardare se ad una
svolta nascano le
primule. Ma il ghiaccio
inazzurra i sentieri- la nebbia
addormenta i fossati- Un lento
pallore devasta i colori del
cielo. Scende la
notte- nessun fiore è
nato- è inverno
-anima- è inverno. Da LA VITA
SOGNATA VENEZIA. Venezia.
Silenzio. Il passo Di un bimbo
scalzo Sulle
fondamenta Empie
dechi Il canale. Venezia.
Lentezza. Agli angoli Dei muri
sbocciano Alberi e fiori: come durasse unintera
stagione il viaggio, come se maggio ora li sdipanasse per me. Al pozzo di un
campiello Il tempo Trova un filo
derba tra i sassi: lega con quello il suo battito
allala di un colombo,
al tonfo dei remi. Sterilità.1933
Oh, non voler
chio torni Per la mia vita A penare: non lo sai che
sarebbe come voler
seminare del grano in un
cimitero? E chi vuoi che
ne mangi Domani Di un tal pane? Nemmeno un
bimbo affamato. Credimi, nemmeno un cane percosso. Perché non
cè vivo Che la sua vita
non senta Avvelenata Dallodore
della morte. Oh, lascia Che solo le
smorte Erbe Coronino le
tombe- Lascia Che solo
qualche inodora margherita Imbianchi Il deserto
viale- Oh, non voler
seminare Di grano In questa mia
vita! NUOVI QUADERNI
1934-38 BELLEZZA. Ti do me
stessa, le mie notti
insonni, i lunghi sorsi di cielo e di
stelle- bevuti sulle montagne, la brezza dei
mari percorsi vero albe
remote. Ti do me
stessa, il sole vergine
dei miei mattini su favolose
rive tra superstite
colonne e ulive e
spighe. Ti do me
stessa, i meriggi sul ciglio
delle cascate, i tramonti ai piedi delle
statue, sulle colline, fra tronchi di
cipressi animati di nidi- E tu accogli la
mia meraviglia Di creatura, il mio tremito
di stelo vivo nel
cerchio degli
orizzonti, piegato al
vento limpido- della
bellezza; e tu lascia
chio guardi questi occhi che Dio ti ha
dati, così densi di
cielo- profondi come
secoli di luce inabissati al
di là delle vette.- STANCHEZZA Svenata di
sogni ti desti: ti è pallida
coltre il cielo
mattinale. Come ad un
mortale pericolo
scampata, con gesto
umile- i gridi delle campane
scosti: debolmente, preghi nel poco
sole un silenzio. ALTURA. La glicine
sfiorì Lentamente Su noi. E lultimo
battello Attraversava il
lago in fondo ai monti. Petali viola Mi raccoglievi
in grembo A sera. Quando battè
il cancello E fu oscura La via al
ritorno. LARGO. Titolo
primitivo: Vagabondaggio crepuscolare O lasciate
lasciate che io sia Una cosa di
nessuno Per queste
vecchie strade In cui la sera
affonda- O lasciate
lasciate chio mi perda Ombra
nellombra- Gli occhi Due coppe
alzate Verso
lultima luce- E non
chiedetemi- non chiedetemi quello che
voglio e quello che
sono se per me nella
folla è il vuoto e nel vuoto
larcana folla dei miei
fantasmi- e non cercate-
non cercate quello
chio cerco se
lestremo pallore del cielo millumina
la porta di una chiesa e mi sospinge
ad entrare- Non domandatemi
se prego E chi prego E perché
prego- Io entro
soltanto Per avere un
po di tregua E una panca e
il silenzio In cui parlino
le cose sorelle- Poi chio
sono una cosa- Una cosa di
nessuno Che va per le
vecchie vie del mondo- Gli occhi Due coppe
alzate Verso
lultima luce. |
Se qualcuna
delle mie parole ti piace e tu me lo dici sia pur solo
con gli occhi io mi spalanco in un riso
beato- ma tremo come una mamma
piccola giovane che perfino
arrossisce se un passante
le dice che il suo
bambino è bello. CANZONETTA
Ciascuno la
propria tristezza se la compra
dove vuole- anche in una
bottega nera austera tra libri
impolverati che si
liquidano a prezzi dimezzati- libri inutili- tutti i Tragici Greci ma se il greco
non lo sai più- mi sai dire
perché li hai comprati? Libri inutili- Poesie
per i bambini
Coi fantoccini Colorati- Ma se non hai
bambini tu mi sai dire
perché li hai comprati? Se non avrai
dei bimbi mai più mi sai dire per
chi li hai sciupati i tuoi soldi così? Ciascuno la
propria tristezza se la compra
dove vuole- come vuole anche qui. LA VITA SOGNATA. MATTINO. A lungo dalla
luna infranto Or ricompone il
lago La sua
incolumità Cerulea. Presso
lisola inferma un cipresso Trae dalle
nebbie le bende Per le ferite
nascoste: tacito prega,
votando il nuovo
giorno- al cielo. SFIDUCIA. Tristezza di
queste mie mani troppo pesanti per non aprire
piaghe, troppo leggere per lasciare
unimpronta.- tristezza di
questa mia bocca che dice le
stesse parole tue altre cose
intendendo- e questo è il
modo della più
disperata lontananza. NAUFRAGHI
Naufraghi sugli
scogli, ognuno narra a sé solo
la storia di una dolce
casa perduta, sé solo
ascolta parlare forte sul deserto
pianto del mare.- Triste orto
abbandonato lanima Si cinge di
selvaggi siepi Di amori: morire è
questo ricoprirsi di
rovi nati in noi. NUOVI QUADERNI- ATENE
Con lalba dal mare salivo per alte
scalee: si piegavano cieli
dattesa ai margini della pietra. E traboccò per
la spianata il sole. Trepidi fiotti
corsero nei fusti delle colonne, dense vene si
aprirono di linfa
bionda: si levarono i
templi nella luce con mani vive e misuravo tra
le aeree dita gli spazi di un eterno
mattino. LIEVE OFFERTA. Vorrei che la
mia anima ti fosse Leggera Come le estreme
foglie Dei pioppi, che
saccendono al sole In cima ai
tronchi fasciati Di nebbia. Vorrei condurti
con le mie parole per un deserto
viale, segnato desili
ombre fino a una
valle derboso silenzio, al lago- ove tinnisce
per un fiato daria il canneto e le libellule
si trastullano con
lacqua non profonda. Vorrei che la
mia anima ti fosse Leggera, che la mia
poesia ti fosse un ponte, sottile e
saldo, bianco- sulle oscure
voragini della terra. ASSENZA. Il tuo volto
cercai dietro i
cancelli. Ma
sancorava in golfo di silenzi la casa, safflosciavano
le tende tra i loggiati
deserti, morte vele. Al largo, a sbocchi
dirreali monti fuggiva il
lago, onde verdi e
grige su scale
ritraendosi di pietra. Lenta vagò la
barca sotto
lassorto cielo, in rosso
cerchio vedemmo
crescere alla riva le azalee,
cespi muti. Secondo amore,1934 Piansi bambina,
per un mondo Più grande del
mio cuore, dentro il mio
cuore rinchiuso-
morto; piansi con
occhi giovani, penosamente
arsi arrossati- e sola vicina
alla terra domandavo agli
oggetti muti, alle ali degli
insetti caduti, il perché del morire. Mi rispondeva
la terra, fedele, prima ancora
che fosse primavera
colma, da anni e
secoli-sotto un arbusto con una pallida
primula rifiorita. E in essa era
la linfa, era il respiro-
di tutte le primavere
perdute, in ogni fiore
vivo la bellezza degli innumeri
fiori spenti. Oh grazia- ora
dico- Del secondo
amore, giovinezza
profonda intessuta di vinte
vecchiezze, di esistenze percosse- -
ed ogni
esistenza, una ricchezza conquisa , ogni
pianto deterso un sorriso più
lungo imparato, ogni percossa,
una carezza più lieve che si vorrebbe
donare- oh benedetto il
mio pianto -ora dico- benedetti i mie
occhi di bimba,
arrossati riarsi- benedetto il
soffrire, il morire di tutti i
mondi che portai nel cuore- se dalla morte
si rinasce un giorno, se dalla morte
io rinasco oggi- per te, me stessa
offrendo alle tue mani-
come una corolla di dissepolte
vite. PAN.,1938 Mi danzava una
macchia di sole Tepida sulla
fronte, cera
ancora un frusciare di vento tra foglie
lontanissime. Poi venne Solo: la
schiuma i queste onde di sangue E un martellio
di campane al buio, giù nel buio
per vortici intensi, per rossi colpi
di silenzio- allo schianto. Dopo
Riallacciavano
le formiche Nere file di
vita tra lerba Vicino ai
capelli E sul mio- sul
tuo volto sudato Una farfalla
batteva le ali. |