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Alessandro Martinelli
IL PRIMATO DEL CUORE
IL SIGNIFICATO
DELLA LITURGIA NELL'ORIENTE CRISTIANO
tra valorizzazione del passato e crisi rispetto alle esigenze del mondo
contemporaneo

"Siamo andati dai Greci che ci condussero là dove rendono il culto al loro Dio. E non sapevamo più se eravamo in cielo o sulla terra. Poiché sulla terra non vi è un tale spettacolo o una tale bellezza; noi siamo incapaci di esprimerlo. Ma sappiamo soltanto che è là che Dio abita con gli uomini e che il loro culto supera quello degli altri paesi. No, non possiamo dimenticare questa bellezza, perché ogni uomo che ha gustato qualche cosa di dolce, in seguito non sopporta più l’amaro" (aneddoto dalle prime cronache russe).
"Molto si è investito sui canti, sulle icone, sui riti, sulla simbologia, tentando di trasformare la celebrazione in una sorta di Vangelo per tutti. Ma oggi, nel momento in cui la Chiesa si ritrova a dialogare con il mondo, fatto di problemi, di esigenze, di emergenze, cioè di vita, manca un substrato di dialogo quotidiano nel vissuto. A forza di abbellire il fascinoso sistema, si è perso terreno sul cammino quotidiano del popolo. E oggi il mistero, il fascino non basta. La Chiesa ha bisogno di condividere, non di sopravvivere".
Questo leggendario racconto porta in sé tutti gli aspetti caratteristici della Liturgia nell’Oriente cristiano; quell’Oriente che ha già superato la soglia del primo millennio di evangelizzazione, avvenuta nel 988 sulle rive del fiume Dniepr ad opera dei missionari giunti da Costantinopoli. Era stato il principe Vladimir ad inviare dieci messi, nel mondo di allora, col compito di cercare una formula di preghiera pubblica particolarmente significativa e coinvolgente. Una Formula che, ancora oggi, racchiude i tratti fondamentali e caratteristici della preghiera liturgica della Grande Chiesa Bizantina: la Chiesa che nel corso dei secoli successivi si identificò con il termine ortodossa, cioè retta da una fede salda. E sono aspetti che la rendono ben distinta dal resto delle Confessioni cristiane; come pure aspetti che forse la mettono in contraddizione con se stessa, soprattutto in quest’ultimo periodo storico.
Dobbiamo innanzitutto precisare che parlare di Oriente cristiano significa affrontare la dimensione, certamente non unitaria, della Chiesa che ha le sue origini e fonti principali in Bisanzio, con un Rito che appare nella sua formulazione tra i due Concili Ecumenici di Costantinopoli, del 381, e di Efeso, del 413, quando, soprattutto per opera di personalità come Gregorio di Nazianzo (379-381) e Giovanni Crisostomo (398-404), vengono codificati i primi testi, selezionate le formule orazionali, introdotti i primi codici: la più importante di queste raccolte rimane ancora oggi l’Eucologio - cioè una raccolta di orazioni liturgiche per il vescovo o il presbitero - detto Barberini, databile attorno all’ottavo secolo.
Con l’avvento del cristianesimo quale religione di stato, la preghiera pubblica diventa, oltre che pura espressione di fede, anche un modo per sostenere la socializzazione dei credenti, vivendo insieme la propria esperienza e testimoniandola pubblicamente con coraggio. Le indicazioni proprie della struttura liturgica orientale rimangono così immutate, sino ai nostri giorni, da quelle prime formulazioni di Giovanni Crisostomo, che qualcuno ora riterrebbe opportuno rivedere e riadattare alle esigenze dei nostri tempi. Nella Chiesa ortodossa russa, per esempio, si conosce un primo tentativo di adattare la Liturgia alla Comunità - una sorta di riforma - nei primi anni del Novecento. Con l’avvento del comunismo, dal 1917 in poi, tutto però venne insabbiato. Attualmente, si avverte sempre più, da un lato, l’esigenza di portare una riforma alla Liturgia, dall’altro la paura che una riforma simile porti ad una ancor maggiore disgregazione sociale e perdita di un qualche potere da parte della gerarchia.
Il canto, la lingua, i simboli
Ancora oggi, quindi, alcuni caratteri sono tipici e riconoscibili nella Chiesa orientale; e tra questi il canto, la lingua, la ricca simbologia.
La preghiera, il momento di intercessione,
la mediazione tra Dio e l’uomo, al contrario di altre espressioni cristiane nate
da figure come Giovanni Calvino, Ulrico Zwingli o lo stesso Martin Lutero,
avviene sempre in canto, sempre con la sola forma espressiva permessa all’uomo:
l’utilizzo delle sue potenzialità umane, le corde vocali. Non è ammesso
alcun strumento - non per desacralizzazione degli strumenti musicali o peggio
dell’organo - ma solo perché nessuno strumento riesce ad eguagliare lo
strumento per eccellenza, dono di Dio, che è la voce umana. E se il
parlato serve per comunicare tra gli uomini - tra uomo e uomo - ecco che il
canto diventa la formula di riferimento per il linguaggio con il
Sovrannaturale. Si tratta di un canto particolare - "semplice, serio, sereno",
secondo la definizione di padre Ludwig Pichler - perché deve garantire la
possibilità di lodare Dio a tutti i presenti: non vi può essere la delega ad un
gruppo di eletti, di prescelti, anche se per evidenti situazioni logistiche -
vedi la durata del rito vissuto in tempi non sempre adatti alla normalità della
vita, l’abbondanza stessa dei canti, le esecuzioni particolarmente difficili -
vi è sempre la necessità di un gruppo guida. Tutto questo ha fatto sì
che, nella stessa struttura ecclesiale, vi sia tuttora uno sviluppo notevole
della vocalità e della coralità.
La preghiera è cantata utilizzando l’idioma antico, ciò che rappresenta il
forte legame con la tradizione delle origini. Anche se un primo passaggio
linguistico avvenne al momento stesso del battesimo della Rus’, le esigenze
di inculturazione trasformarono l’idioma classico degli evangelizzatori di
Bisanzio nella più vicina terminologia paleoslava. Oggi si sente con
forza la necessità di un ulteriore passo: la traduzione dei testi liturgici
nella lingua caratteristica dei singoli patriarcati, cosicché ogni Chiesa locale
possa esprimersi nella liturgia con il linguaggio corrente più consono ai tempi
e più vicino alle esigenze e al sentire dei fedeli.
La rivelazione si annuncia in modo adeguato e si fa pienamente comprensibile quando Cristo parla la lingua dei vari popoli, e questi possono leggere la Scrittura e cantare la liturgia nella lingua e con le espressioni che sono loro proprie, quasi rinnovando i prodigi della Pentecoste. (...) L’annuncio del Vangelo deve essere, ad un tempo, profondamente radicato nella specificità delle culture ed aperto a confluire in una universalità che è scambio per il comune arricchimento (Orientale Lumen, 7).
Tutta la Divina Liturgia, ogni preghiera, ogni ectenia, ogni invocazione, sia personale che comunitaria, racchiude una simbologia particolarmente ricca, rimasta intatta nel corso dei secoli. Una simbologia che vorrebbe parlare, leggere, annunciare il cristianesimo attraverso i segni, ben visibili:
- pensiamo innanzitutto al grande patrimonio delle icone, tentativo di riprodurre - anche se in altra dimensione - la presenza di Dio nella storia quotidiana dell’uomo;
- e ancora la costruzione stessa del luogo di culto, separato nelle due parti principali, altare e navata, da una cortina di luce e di splendore che è l’iconostasi, una parete divisoria che traccia la linea di demarcazione tra il regno dei sacerdoti - il santuario, il luogo della mediazione sacerdotale - e il resto della chiesa, la navata dei fedeli; con la conseguente apertura e chiusura delle porte, dalle quali, unico spiraglio, si intravede in determinati momenti l’azione del celebrante;
- e ancora la triplice esperienza della Trinità, dal segno della croce alle triplici antifone e orazioni. Un elemento, quello della Trinità, che compare costantemente: Trinità che non significa successione di eventi, di concetti, di simboli, ma piena relazione tra essi. E mentre il Rito Romano sembra insistere sul sacrificio, la preghiera di s. Basilio si sofferma molto più intensamente sulla manifestazione trinitaria. "Le tre parti della Divina Liturgia non sono simili, anzi, vi sono molte differenze; ma sono una cosa sola. Questo è il mistero della Trinità, a partire dalla Liturgia" (Ludwig Pichler);
- pensiamo inoltre a tutti i numerosi segni ancora più legati alla Celebrazione: l’evangeliario rappresentante il Cristo che, attraverso l’umanità/navata, entra nel santuario; la lancia, il disco, il cucchiaio per tagliare e ricevere il pane; il velo, agitato nel corso del canto del Credo in ricordo dell’azione dello Spirito santo sui padri conciliari; la croce, la benedizione, l’incenso, le candele...
Il fascino e il pericolo del mistero
Tutto questo porta all’aspetto, forse più
caratteristico e appariscente della Liturgia orientale rispetto alle altre
azioni liturgiche della variegata esperienza e tradizione cristiana: il
fascino del mistero, del non comprensibile, dell’irrazionale, forse dello
spersonale. Il fascino di ciò che non è classificabile nei concetti
razionali umani. Pensiamo alla diversità tra gli elementi liturgici scaturiti
dalla riforma del XVI secolo e quanti sono rimasti immutati per secoli: da un
lato avviene l’esigenza di intuire, comprendere, capire, ogni singola azione e
conseguentemente di mettere in secondo piano o eliminare totalmente ciò che non
è comprensibile, dall’altro si manifesta un atteggiamento di rispetto, di
venerazione, di attesa, di stupore, per un qualcosa che non è classificabile
razionalmente e che quindi rimane totalmente nel mistero. Si tratta di un
alone impenetrabile che si nota immediatamente partecipando alle celebrazioni:
oggi, in un tempo che sembra abbia già sperimentato tutto il potenziale umano,
sembra che queste formule non possano più mettersi in discussione. Sembra quasi
vi sia la necessità di rifugiarsi in queste forme di spersonalizzazione.
Una necessità, secondo un teologo ortodosso, letta come una sorta di parentesi
umana, per concedersi uno spazio al silenzio, alla preghiera segreta, alla
contemplazione. Ma questo porta al pericoloso rischio presente oggi nella
Liturgia: si evita di personalizzare, di dare significato,
quindi di dare vita. In fondo, l’esperienza dell’Incarnazione è al
centro della Liturgia. Dopo aver letto la Parola, i cristiani fanno memoria
dello spezzare il Pane e il Vino: questo gesto vitale rimane al centro
dell’azione liturgica cristiana, pur nelle sue diversità.
La crisi che si può leggere in questi schemi è la crisi di un popolo che, tolti
i principi ideologici, le certezze imposte, si ritrova sì nel fascino, ma anche
nel vuoto, nella paura. E prima conseguenza della paura è il proteggersi dal
pensare, dal liberare la mente, chiudendosi in una difesa strenua degli
elementi del passato che hanno costituito, almeno esteriormente, una qualche
certezza.
É la crisi della Chiesa che dà adito ad altre forme di religiosità popolare:
nuove, come i gruppi evangelici autogestiti o esoterici, o vecchie, come le
lacrimazioni o i conservatorismi.
É la crisi della distinzione - della separazione fisica - tra il sacerdote e il
fedele; tra l’unico mediatore e colui che, solo grazie all’intercessione, gode
della mediazione.
É la crisi della lingua, che mantiene in vita una tradizione non più viva ma
distante dalla quotidianità, simbolo di una Chiesa che non cammina nel
mondo ma sopra il mondo, o talvolta sotto.
É una crisi che investe la Liturgia come unico momento pubblico della Chiesa per
secoli, unico incontro con la comunità, con il popolo.
Molto si è investito sui canti, sulle icone, sui riti, sulla simbologia,
tentando di trasformare la celebrazione in una sorta di Vangelo per tutti. Ma
oggi, nel momento in cui la Chiesa si ritrova a dialogare con il mondo, fatto di
problemi, di esigenze, di emergenze, cioè di vita, manca un
substrato di dialogo quotidiano nel vissuto. A forza di abbellire il fascinoso
sistema, si è perso terreno sul cammino quotidiano del popolo. E oggi il
mistero, il fascino non basta. La Chiesa ha bisogno di condividere, non
di sopravvivere.
La Liturgia dell’Oriente è la Liturgia del cuore, mentre la Liturgia dell’Occidente è la Liturgia della mente, affermano ancora gli orientali. Ma il punto interrogativo riguarda proprio l’esperienza trinitaria degli elementi: tutto l’uomo deve partecipare all’evento della Salvezza, con il cuore e con il pensiero, cioè con la vita. Nella personalizzazione quindi, nel dare un significato vivo, dinamico, sta la conoscenza del cuore, l’aspetto fondamentale perché la celebrazione del Mistero accompagni la vita del credente.