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Sergio De Carli
L'UOMO DEL
DUBBIO E LA TENSIONE SPIRITUALE DELL'ORIENTE
Riflessioni sulla spiritualità
e la santità in Russia

In
un recente passato, la Russia ha visto i viandanti percorrere distanze immense
alla ricerca di se stessi e della propria interiorità. Vladimir Sutiaghin, un
fotografo del nostro tempo, ha pedalato lungo percorsi simili con la bicicletta
per fotografare squarci panoramici splendidi e volti umani di grande profondità
interiore.
Queste foto rimandano agli spazi immensi dell’infinito e all’intimità più
nascosta della coscienza. Sono rimandi caratteristici dell’uomo russo, e della
Russia Bianca in particolare. Ma sono anche un modo per provocare, nel senso
letterale di “chiamare fuori”, indicare un oltre di significato, al quale l’uomo
occidentale è – da qualche tempo – molto attento. Ed è interessante che tali
provocazioni giungano da quella terra, la Bielorussia appunto (o Russia Bianca),
descritta come “territorio aperto, senza limiti naturali definiti […] un paese
piatto, coperto da vaste foreste e parzialmente da zone paludose”
[1]. Una terra, in genere tollerante, con la presenza di ortodossi e
cattolici, e di minoranze protestanti ed ebraiche. Un paese nel quale “è la
campagna che diviene il serbatoio dal quale zampilla l’identità bielorussa”
[2]. Un territorio, però, anche segnato dalla prova e dal dolore, nel quale
la conquista della serenità è conquista a caro prezzo, anzitutto interiore.
L’Occidente
Errare per gli spazi infiniti del senso è ormai un dato di fatto per l’uomo
occidentale, smarrito e sperduto nella vastità senza confini della realtà
virtuale. Il viaggio nei luoghi immensi della ricerca di significati diviene
troppo spesso discesa nei baratri infernali delle sostanze che non forniscono se
non palliativi, sostituti incapaci di rispondere alle domande dell’uomo.
D’altra parte, questo è anche il tempo di una grande, profonda e radicale,
domanda di interiorità. Non è solo il ritorno alla lettura dei poeti ad
indicarlo. È – forse soprattutto – la radicale ricerca di spiritualità
documentata dalla presenza sempre in crescita di uomini e donne, credenti e non
credenti, nelle foresterie dei monasteri, alla ricerca di silenzio e pace per
ritrovarsi e ricostruire una identità capace di difendere il proprio sé in
questa società impazzita.
Se, per il cristianesimo, la spiritualità è “una presenza continua davanti a
Dio”
[3] unita alla cooperazione dell’anima con la grazia
[4] divina, più in generale, è la ricerca di quella forza interiore che
aiuta e permette di essere se stessi sempre, in qualunque situazione e di fronte
a chiunque. Anche in un contesto che si modifica continuamente, con confini
sempre più labili e senza riferimenti che consentano di collocarsi e di
riconoscersi come uomo o donna nel tempo e nello spazio, nella storia che
fluisce. Il mondo occidentale riconosce come centrali le scoperte della scienza
e le conquiste della tecnica. La corsa verso lo spazio e la ricerca medica e
tecnologica affascinano le persone perché consentono di vivere meglio. Quando –
assolutizzate – vogliono sostituire la ricerca di senso che – sola – riesce a
restituire alla persona dubbiosa un significato complessivo per la vita,
divengono esplosive. Confondere la parte con il tutto, la singolarità con la
totalità, impedisce di dare valore compiuto alla propria esistenza, e porta a
riconoscersi poteri quasi divini che, ahimè, si sfaldano al momento della prova.
Le tragedie dello spazio, anche recenti, e l’esplosione della centrale atomica
di Chernobyl, hanno mostrato con evidenza la debolezza dell’uomo; lo hanno – in
qualche modo – ricondotto alle sue misure. Intelligente, più intraprendente e
creativo di qualsiasi altro essere vivente, ma debole, forzatamente debole, se
non riesce a unificare la sua esistenza attorno a un centro. In questa
prospettiva la ricerca spirituale svolge un ruolo di primissimo piano e di
grande rilevanza.
La frammentazione, unita alla sempre maggiore apertura a culture e religioni
altre rispetto a quelle tradizionali dell’Occidente, spinge verso la signoria
delle procedure, l’assolutizzazione del mezzo rispetto al fine. L’uomo diviene
così il vagabondo, non più il viandante che cammina alla ricerca di ciò che
riempirà di senso la sua esistenza. Non cerca, vaga sperduto lungo percorsi
casuali e privi di logica. Smarrito nonostante tutta la conoscenza che possiede.
Perduto grazie all’overdose di informazione.
La nostalgia di percorsi che attraversino il mistero, capaci di coniugare
intelligenza e sapienza, cuore e mente, si fa sempre più evidente ed esigente. E
allora l’Oriente si fa più vicino. Non a caso, proprio in terra russa, si sono
percorsi i sentieri di una “conoscenza integrale”
[5] che ha elaborato una “filosofia della persona che intende rinsaldare
quel nesso vitale tra idea e ragione, tra conoscenza razionale e conoscenza
simbolica, persona e simbolo, persona e libertà, conoscenza e amore; tra verità,
bene e bellezza”
[6].
L’oriente
ortodosso
Nell’Oriente cristiano le chiese ortodosse “appaiono come un mondo omogeneo, a
causa della loro fedeltà alla tradizione della Chiesa antica, di cui conservano
l’eredità nei riti, nelle usanze, nelle letture e nell’insegnamento”
[7]. Sono chiese sorelle, tutte di eguale dignità anche se, dopo la caduta
di Costantinopoli, quella russa ha assunto un ruolo – in qualche modo – di
guida.
Per l’occidente è un mondo ancora in parte da scoprire. Soprattutto è poco
conosciuta la sua spiritualità, che invita a cogliere i semi che hanno provocato
– e provocano – l’edificazione di persone dolci eppure combattive, deboli e
insieme forti, di una robustezza costruita anzitutto nell’interiorità personale.
Il rimando al passato è scavo nelle radici dalle quali giunge il nutrimento
essenziale, è recupero del passato come premessa per edificare il “qui e ora”
insieme al futuro che verrà. È punto di partenza per costruire la storia
sentendosi attori protagonisti in una scena – la storia appunto – nella quale a
ciascuno è riservata una parte importante. Da qui la centralità della
Tradizione, degli scritti dei santi Padri, cioè dei grandi mistici, dove
sentirsi parte della chiesa significa essere espressione di una storia di
popolo: è il superamento di quella solitudine che tanto spaventa l’Occidente.
“Il monachesimo si presenta […] in Russia come il custode della grande
tradizione spirituale dell’Oriente”
[8]. Non è quindi un caso che, nel primo testo scritto che narra le vicende
dei monaci russi, si fissi come criterio fondamentale “l’amore alla povertà,
fondato su una grande fiducia in Dio […] l’abbandono alla Provvidenza divina”[9].
Questa prospettiva è a sua volta fondata sull’affermazione evangelica: “cercate
prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in
aggiunta” (Matteo 6,33).
La
spiritualità ortodossa
Grande fiducia viene riservata alla mistica, alla ricerca di esperienze di
comunione profonde con Dio difficilmente esprimibili con parole umane. È quindi
ovvio affermare che “per la spiritualità dell’Oriente cristiano il "cuore" è un
termine chiave”
[10]. Questa fiducia nel buon cuore dei contadini esprime l’antica (non
vecchia!) "anima russa" che custodisce la fede e i tesori di un glorioso passato
ed è difesa contro il razionalismo (non la ragione) tipico del mondo
occidentale. Non è una svalutazione del pensiero perché, come ha notato Teofane
il Recluso, un famoso e stimato padre spirituale, “la capacità di pensare
comincia nell’anima, con il fatto, appunto, di porre queste domande. Nascono i
pensieri come risposte ad esse […]. La facoltà dell’anima, nella quale tali
domande nascono e nella quale, cercandosi, suscitano i pensieri come risposte ad
esse chiamano in causa la ragione, la cui opera è di ragionare, riflettere e
trovare soluzioni dovute”
[11]. Da qui la preferenza per la categoria di “cuore”, anche se ciò che con
essa si percepisce è difficilmente esprimibile perché “alla nostra lingua
mancano le parole”
[12]. Ci sono però le immagini, le icone (che si dipingono attraverso un
atto di preghiera). E le fotografie.
L’occupazione principale del monaco era ed è la preghiera. Nella tradizione
russa occupa un posto del tutto speciale la
Filocalia
[13], una grande antologia di testi di Padri antichi e di scrittori
bizantini che insiste molto sulla necessità di pregare con la bocca, la mente e
il cuore insieme.
L’esicasmo, la corrente spirituale che ebbe origine nel Monte Athos, in Grecia,
afferma che la pace interiore si conquista nella totale solitudine della vita
eremitica. Si raggiunge così anche una grande libertà di spirito che presuppone
“la lotta contro il peccato attraverso la purificazione e la custodia del cuore,
la vigilanza, il perpetuo ricordo di Dio, la preghiera incessante, il dono delle
lacrime e la compunzione del cuore”
[14]. Rispetto ai monaci greci, quelli russi accentuarono maggiormente le
implicazioni sociali. Non nel senso dell’assumere su di sé responsabilità
pubbliche (anche se alcuni svolsero incarichi diplomatici), bensì facendosi
carico delle sofferenze e delle ansie delle persone. Il padre spirituale era
infatti colui che ascoltava, sosteneva spiritualmente, e consigliava indicando
le grandi prospettive che davano senso alle scelte umane nel mondo.
Notava N. Berdjaev che “la liberazione spirituale è la realizzazione della
persona, dell’integrità umana. Essa è nello stesso tempo una continua lotta”
[15]. La spiritualità ortodossa non è comprensibile se non a partire dalla
coscienza dello scontro profondo e radicale con le stanchezze e le paure umane,
con i limiti intrinseci alla persona. L’uomo – e il monaco – diviene libero
attraverso questo conflitto.
La santità
russa di Kiev
“L’ambito della santità è colmo di mistero”
[16]: è realtà complessa, per cui qualche riferimento storico torna utile.
Gli inizi della storia della Santa Russia, dopo il battesimo di Vladimir del
988, coincidono con le vicende del ducato di Kiev. La città, che è attualmente
la capitale dell’Ucraina ed è collocata a est della Polonia e a Sud della
Bielorussia, era allora il centro politico e culturale della Russia. Vladimir,
che muore povero e facendo distribuire tutti i suoi pochi beni personali agli
amici e agli indigenti, aveva due figli cadetti, Boris e Gleb. Le usanze
prevedevano che le terre fossero suddivise tra gli eredi: da qui la lotta
interna alla famiglia. Il fratello maggiore cercò di ucciderli. Boris, venuto a
conoscenza della cosa, rilasciò la milizia che lo serviva e attese la morte
pregando. Il fratello Gleb, di poco più giovane, venne ucciso poco dopo sul
fiume Dnieper, tradito – secondo la leggenda – dal proprio cuoco. I loro corpi,
che non si erano corrotti, furono trasportati cinque anni dopo in una chiesa e
divennero subito meta di pellegrinaggio da tutta la Russia. Furono canonizzati,
dopo che il popolo li aveva venerati, per il distacco ascetico dal mondo e la
sofferenza innocente: non avevano cercato in alcun modo di resistere al malvagio
confessando la loro fede a costo della vita.
Ha notato Elizabeth Behr-Sigel che “Kiev, dove nacque la santità dei principi
della Russia, fu anche la culla della santità monastica”
[17]. Spesso sperduti nelle foreste del Nord o appartati in territori
isolati dalle città e dai villaggi, i santi furono il risultato di una esistenza
condotta nella sobrietà e nella purezza di cuore: spiriti liberi pur se
obbedientissimi al proprio padre spirituale.
San Sergio di
Radone
Tra i tanti consideriamo san Sergio di Radone, considerato l’iniziatore del
movimento dei pustynniki (da pustyn che significa deserto), che portò alla
costituzione di numerosi centri di vita monastica in luoghi lontani dai centri
abitati, per fuggire dalla civilizzazione delle città e vivere nella solitudine
delle foreste vergini del Nord. Nato nel 1328, nel 1340 comincia, con dodici
compagni, l’esperienza che porterà alla fondazione del monastero della Trinità.
Quindici anni dopo fonderà a Mosca il monastero del Salvatore, per abbandonarlo
e dedicarsi alla vita solitaria e ritornare alla comunità della Trinità nel
1362.
Come igumeno (superiore del monastero) vigila sulla vita dei fratelli con grande
dolcezza, che a volte viene intesa come debolezza. Nasconde invece una grande
forza interiore che finisce per vincere tutte le resistenze. Alcune sua scelte
sono sconcertanti per la mentalità occidentale: quando i monaci si rivoltano
contro di lui, egli preferisce andarsene senza esercitare alcuna costrizione.
Furono poi essi stessi a chiedergli perdono supplicandolo di ritornare. La
stessa delicatezza e dolcezza usava con i laici. Si comprende come fosse
inevitabile che venisse amato da tutti: il suo atteggiamento era disarmante e
richiamava visitatori da tutta la Russia.
Sergio voleva che i monaci non accumulassero ricchezze o provviste: dovevano
vivere del solo loro lavoro. La loro santità è spesso descritta come fondata sul
digiuno, sul distacco dal mondo, sulla preghiera continua, sulle meditazioni
intorno alla parola di Dio, sulla vittoria contro gli istinti. Soprattutto
questa ultima caratteristica non deve esse intesa come fuga dalle passioni,
paura di un confronto con dimensioni profondamente umane della vita. È invece
segnale forte di vigore interiore e umano che riesce a fare spazio a Dio. Se è
vero che la letteratura ascetica descrive lotte durissime contro il Male e il
Maligno, visioni terrificanti, per san Sergio si narrano solo visioni gioiose,
della Madre di Dio come creatura beata e trasfigurata nella luce celeste.
Svolte alcune missioni diplomatiche, nel 1378, gli viene chiesto dal metropolita
Aleksij di succedergli nella guida della chiesa di Mosca: Sergio rifiuta.
Intanto i tartari avevano invaso il paese e nel 1380 incontra il principe russo
prima della battaglia decisiva di Kulikovo. Muore nel 1392 e viene subito
venerato dal popolo.
I “pazzi di
Cristo”
Anche i laici, cioè coloro che erano parte della chiesa solo in forza del
battesimo, non essendo espressione del clero e nemmeno della vita monastica,
espressero esempi di santità. Furono gli jurodivye, i “pazzi per Cristo”, cioè
coloro che vivevano in totale povertà, camminando di giorno e pregando di notte,
tanto da essere considerati speso “insensati”. Svolsero un ruolo fondamentale
nel denunciare il formalismo morale e religioso insieme alle ingiustizie sociali
e politiche. Imprudenti (perché santi?), denunciarono apertamente i vizi dei
nobili e pagarono – a volte – prezzi molto alti. Ma il costo più alto era una
ascesi severa, l’assoluta rinuncia al mondo che li rendeva rispettabili, a volte
sacri, anche per i loro avversari.
Nel testo anonimo dei Racconti del pellegrino russo, pubblicato per la prima
volta intorno al 1860, si evidenzia una fedeltà totale all’esicasmo e alla
Filocalia. Come notava Cristina Campo nell’introduzione a una traduzione
italiana, “sembra il rovescio perfetto dell’"uscire dall’io" della mistica
occidentale, del suo "gettare il cuore e la mente in Dio" dimenticando il corpo
dietro di sé come una casa deserta”
[18].
L’apertura è di una forza poetica insuperata: “Per grazia di Dio sono uomo e
cristiano, per azioni grande peccatore, per vocazione pellegrino della specie
più misera, errante di luogo in luogo. I miei beni terrestri sono una bisaccia
sul dorso con un po’ di pan secco e, nella tasca interna del camiciotto, la
Sacra Bibbia. Null’altro”
[19]. La ricerca spirituale è presentata come quella del viandante che
cammina in continuazione, che cerca senza fermarsi, che non è mai pago di ciò
che ha trovato perché la meta è sempre oltre, al di là, verso l’orizzonte
infinito delle foreste sconfinate della Russia. Nelle tentazioni, la salvezza
sta nella fiducia in Dio, che consente la libertà dell’uomo e gli dona la forza
per superare anche queste prove. La tentazione diviene un modo– anche per il
pellegrino che vive di quasi nulla – quanto è realmente importante ed essenziale
per vivere, e per vivere sereni e contenti. Una provocazione non da poco per
uomini e donne occidentali.
In seguito si precisa che “senza credere non si può amare, senza convincersi non
si può credere, e per convincersi bisogna acquisire la piena ed esatta
conoscenza della materia che si ha di fronte”
[20]. In altri termini, senza motivazioni non si va lontano. O – che è la
stessa cosa – si vive male, senza ragioni e quindi senza senso. Rinnegare se
stesso non è dimenticarsi, quanto invece fare spazio al riconoscimento di quello
che effettivamente si è. Se credenti, è scoprirsi creati da un Dio che ama gli
uomini sino a mandare il proprio figlio per la loro salvezza. Così “l’orazione
rigenera l’uomo”
[21] perché porta a contatto con l’amore. Infatti “nel momento in cui
l’asceta domina le passioni terrene, anche se è già venerato come un santo, deve
ridiscendere sulla terra per venire in aiuto di questa stessa terra, al suo
simile, al suo prossimo. Questo è il fine supremo di ogni autentica ascesi”
[22]. Se non si è credenti, è scoprire la verità della propria esistenza, un
senso compiuto per la vita.
Teofane il
Recluso
Un altro esempio è costituito da Teofane il Recluso. Nato nel 1815, si formò nel
monastero di Kiev, sotto la guida dello starec Partenio (1790-1855). Divenne poi
insegnante e rettore, prima a Kiev e poi a Novgorod e all’accademia di San
Pietroburgo, sino a che non si trasferì, per quasi cinque anni, alla missione
russa di Gerusalemme. Tornato in patria, dopo un breve soggiorno a Mosca,
durante il quale svolse anche incarichi diplomatici a Costantinopoli, fu
consacrato vescovo. Nel 1866 ottenne il permesso di ritirarsi in un eremo e dal
1872 si chiuse in un locale, al cui interno aveva eretto un altare, e visse da
recluso (da cui il “titolo” con il quale è ricordato) mantenendo una fitta
corrispondenza con coloro che cercavano la sua guida spirituale. In ventidue
anni di volontario isolamento, scrisse le sue numerose opere, oltre a
fondamentali traduzioni in russo, tra le quali la monumentale Filocalia, per la
quale fece “un’edizione più completa”
[23] di quelle pubblicate in precedenza. Visse semplicemente: “al mattino
una tazza di te con del pane, a mezzogiorno un uovo e un bicchiere di latte,
tranne che nei giorni di digiuno; alla sera di nuovo una tazza di te e del pane.
Lavorava quasi ininterrottamente per tutta la giornata al suo compito di
scrittore. I rari momenti di distensione che si concedeva erano occupati dal
lavoro manuale: tornitura di oggetti, pittura di icone e di immagini, e tutto
ciò senza smettere di pregare. […] pregava sino a notte inoltrata davanti alle
icone fiocamente illuminate dalle fiammelle delle lampade e più di una volta il
fratello addetto al servizio della cella lo trovava in preghiera prima
dell’alba”
[24]. Cosciente del fatto che la preghiera è dell’ordine dei “mezzi”
[25], non è il fine. Morì nel 1894.
I santi russi
Tenendo conto di queste esperienze particolari, è possibile affermare che
“l’originalità della figura del santo monaco russo sta […] nel fatto che non
rimane confinato nella sua cella, che non si limita ad iniziare qualche monaco
alla vita contemplativa, ma che esce nel mondo, o piuttosto lascia che questo
venga a lui per servirlo, divenendo il consigliere di una moltitudine di uomini”
[26]. D’altra parte, “lo starec era l’uomo della situazione. Come i profeti
dell’Antico Testamento, chiamava al rinnovamento spirituale senza provocare né
querelare alcuno”
[27].
I santi russi riconosciuti dalla chiesa sono solo le cime di montagne solide e
grandi, vaste come le distese immense del Nord e della Siberia, sulle quali
poggia l’idea stessa di santità che è insieme appannaggio di tutti e di nessuno.
Era il popolo povero, infatti, che viveva di poche cose e che – forse proprio
per questo – riconosceva quasi d’istinto coloro che erano santi. Spesso fu
proprio da questo riconoscimento che nacque (successivamente) quello canonico.
La santità canonica non è – per l’ortodossia – un dato di valore assoluto: il
giudizio degli organi ecclesiastici che si pronunciano sulla canonizzazione non
è mai infallibile, tanto che la chiesa russa ha rivisto molte volte sentenze
precedenti. In qualche caso si è addirittura verificato che alcune persone siano
state canonizzate, successivamente decanonizzate, e in seguito nuovamente
canonizzate.
Pavel
Florenskij e la sofferenza
Il dolore svolge un ruolo fondamentale nella spiritualità russa. Con Berdjaev
possiamo dire: “Soffro, dunque sono”
[28]. Nelle icone russe che rappresentano la Natività di Cristo, al centro
appare la Theotokos, la Madre di Dio, mentre il Figlio è messo in una culla che
ha forma di sepolcro, in una grotta che indica la discesa agli inferi. La morte
e la sofferenza sono generatrici della vita, se vengono vissuti attraverso la
mediazione del Cristo in Croce. Infatti, notava N. Berdjaev: “Il cammino
dell’uomo passa attraverso la sofferenza, la croce e la morte, ma conduce alla
risurrezione”[29].
Anche il martirio esprime la vita negli altri. È un sacrificio nel quale la
paura della morte non intimidisce ma genera forza: i martiri sono persone che
“hanno tenuto duro, che sono rimaste al proprio posto, e, nella loro debolezza,
hanno rivelato una forza incredibile”[30].
Così la sofferenza ha maturato Pavel Florenskij, prete, teologo, scienziato,
ingegnere, fucilato nei pressi di Leningrado l’8 dicembre del 1937, dopo alcuni
anni di confino nel lager delle isole Solovki, dove un vecchio e antico
monastero era stato adattato a gulag. Un luogo di pace e preghiera trasformato
in sede della sofferenza più brutale. Egli affermava che “la Verità assoluta si
conosce nell’amore”[31].
Mentre era recluso in Siberia notava che “i dispiaceri sopportati
consapevolmente e alla luce degli avvenimenti generali ci educano e
arricchiscono e, in seguito, portano i loro frutti positivi”
[32]. Un mistico italiano, Carlo Carretto, ha scritto: “L’uomo è libero di
gozzovigliare e di vivere sovvertendo l’ordine delle cose, ma incontrerà sulla
strada puntualmente la sofferenza che lo atterrerà”
[33]. Il dolore genera il bene. È lo scandalo della croce che porta il
Cristo alla resurrezione. È chiaro, allora, come l’intelligenza non sia
sufficiente per capire: secondo la prospettiva russa, occorre il cuore. Una
provocazione per l’Occidente.
Spiritualità
e fotografia
Coerentemente con al spiritualità ortodossa, la forza interiore che anima l’uomo
russo si esprime anche attraverso le immagini delle icone. Si comunica anche
attraverso altre immagini, come le foto di Vladimir Sutiaghin. Gli spazi
sconfinati richiamano quell’apertura all’infinito che l’uomo contemporaneo, non
solo orientale, sente come proprio. La necessità di luoghi aperti, quel
procedere sempre oltre, come avviene anche nei viaggi stellari, è domanda sul
senso del tutto. Esprime la necessità e l’urgenza di trovare quel filo che
consenta di raccogliere i brandelli della propria vita e ricucirli intorno a
qualcosa/qualcuno per cui valga la pena vivere. Anche la sofferenza, che
traspare dalle tante rovine fotografate, insieme alla pace che i volti e le
persone comunicano, è questione di fondo per la vita dell’uomo. Nascondersi,
oppure occultare il problema, non è possibile, e nemmeno serve. Meglio
affrontarlo con la schiena diritta, fissandolo negli occhi. Superare i confini
dell’Occidente consente, all’uomo che si interroga, di incontrare percorsi
ricchi di senso. Queste foto sono una occasione preziosa lungo tale prospettiva.
Una “sfida”
[34]per il futuro.
NOTE
|
Bruno Drweski, La Biélorussie, Puf, Paris 1993, p. 3. |
|
|
Ivi, pp. 50-51. |
|
|
Raymond Darricau, Bernard Peyrous, La Spiritualité, Puf, Paris 1994, p. 52. |
|
|
Cfr. Ivi, p. 47. |
|
|
Natalino Valentini, Nascosta bellezza del cuore, “il Regno-attualità”, n. 2/2004, p. 62. |
|
|
Ivi, p. 64. |
|
|
Thomas Spidlik, La spiritualità russa, Studium, Roma 1981, p. 12. |
|
|
Elizabeth Behr-Sigel, Preghiera e santità nella Chiesa russa, Ancora, Milano 1984, p. 193. |
|
|
Adalberto Piovano, Santità e monachesimo in Russia, La Casa di Matriona, Milano 1990, p. 28. |
|
|
Ivi, pp. 50-51. |
|
|
Raymond Darricau, Bernard Peyrous, La Spiritualité, Puf, Paris 1994, p. 52. |
|
|
Cfr. Ivi, p. 47. |
|
|
Natalino Valentini, Nascosta bellezza del cuore, “il Regno-attualità”, n. 2/2004, p. 62. |
|
|
Ivi, p. 64. |
|
|
Thomas Spidlik, La spiritualità russa, Studium, Roma 1981, p. 12. |
|
|
Elizabeth Behr-Sigel, Preghiera e santità nella Chiesa russa, Ancora, Milano 1984, p. 193. |
|
|
Bruno Drweski, La Biélorussie, Puf, Paris 1993, p. 3. |
|
|
Ivi, pp. 50-51. |
|
|
Raymond Darricau, Bernard Peyrous, La Spiritualité, Puf, Paris 1994, p. 52. |
|
|
Cfr. Ivi, p. 47. |
|
|
Natalino Valentini, Nascosta bellezza del cuore, “il Regno-attualità”, n. 2/2004, p. 62. |
|
|
Ivi, p. 64. |
|
|
Thomas Spidlik, La spiritualità russa, Studium, Roma 1981, p. 12. |
|
|
Elizabeth Behr-Sigel, Preghiera e santità nella Chiesa russa, Ancora, Milano 1984, p. 193. |
|
|
Bruno Drweski, La Biélorussie, Puf, Paris 1993, p. 3. |
|
|
Ivi, pp. 50-51. |
|
|
Raymond Darricau, Bernard Peyrous, La Spiritualité, Puf, Paris 1994, p. 52. |
|
|
Cfr. Ivi, p. 47. |
|
|
Natalino Valentini, Nascosta bellezza del cuore, “il Regno-attualità”, n. 2/2004, p. 62. |
|
|
Ivi, p. 64. |
|
|
Thomas Spidlik, La spiritualità russa, Studium, Roma 1981, p. 12. |
|
|
Elizabeth Behr-Sigel, Preghiera e santità nella Chiesa russa, Ancora, Milano 1984, p. 193. |
|
|
Elizabeth Behr-Sigel, Preghiera e santità nella Chiesa russa, Ancora, Milano 1984, p. 193. |
|
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Elizabeth Behr-Sigel, Preghiera e santità nella Chiesa russa, Ancora, Milano 1984, p. 193. |
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