Intervista al Patriarca di Antiochia Ignazio IV

Le voglio porre qualche domanda proprio su Antiochia. Se lei dovesse dire qual’è il genius loci di questa città così antica per la storia cristiana cosa direbbe?
Sì, se lei vuol sapere cosa sia Antiochia basta leggere gli Atti degli Apostoli. Antiochia è il luogo in cui i cristiani sono stati detti cristiani per la prima volta. E’ antica ma non è vecchia. Noi non siamo una città, benché vi si trovino degli ortodossi, almeno una decina di migliaia di ortodossi legati alla sede di Antiochia, vorrei si sapesse che il grande Patriarcato era la seconda chiesa dopo Roma. Al secondo posto vi era la seconda Roma, ovvero Costantinopoli – Istanbul –, la terza chiesa era Alessandria dove si trovavano scuole di teologia, la grande biblioteca, la grande tradizione filosofica. E poi Antiochia è stato un luogo storico. Da lì partì Pietro alla volta di Roma. Possiamo ben dire allora che Antiochia è la prima chiesa petrina. E che Roma è la seconda! Sì, lo possiamo dire con molto rigore veramente!
In questo momento la chiesa di Antiochia, come tante chiese, in particolare proprio per il luogo in cui si trova, deve affrontare un duplice ordine di problemi. Ecco, da un lato il problema di tutte le chiese nel mondo, cioè della secolarizzazione, della globalizzazione, chiamiamola così, ma dall’altro il problema del rapporto con il mondo arabo, con il mondo arabo non cristiano. Allora partiamo proprio con il mondo arabo non cristiano, quali i punti di contatto, quali le divergenze più profonde?
I fedeli della sede di Antiochia sono tutti arabi, appartengono al mondo arabo. Sicuramente adesso abbiamo degli inglesi che sono venuti, degli americani, dei tedeschi, genti di tutte le lingue, ma il cuore della sede di Antiochia è arabo. Sono questi arabi, siamo noi stessi, cioè, che crediamo che la nostra missione sia quella di portare il messaggio cristiano nel mondo musulmano. Perché abbiamo le stesse origini, parliamo la stessa lingua, e continuiamo una tradizione cominciata con nostro Signore, una tradizione che non ha fine e che non si è mai interrotta. Ecco detto in sintesi ciò che si può dire sulla nostra responsabilità. Il cristianesimo viene, come in altre chiese orientali, da noi stessi. In un certo senso è anche occidentale, straniero, importato. Quando gli arabi, i musulmani parlano del cristianesimo in generale, spesso dimenticano che il cristianesimo è locale e guardano ai movimenti cristiani venuti dall’Occidente. Si parla allora delle crociate, delle azioni dei musulmani, dei protestanti e cattolici, ma tutto questo è importato. Anche tutte le comunità cristiane del Medio-Oriente sono piuttosto giovani, mentre non possiamo dire questo dell’ortodossia né delle chiese orientali siriache esistite laggiù.
Voi cominciate in questo momento ad avere dei problemi con il mondo arabo oppure ancora i rapporti sono buoni?
Noi non abbiamo mai con i musulmani problemi minori rispetto a quelli che abbiamo con gli altri cristiani. Non si deve pensare che un musulmano sia per definizione un nemico.
Può esserlo, ma può esserlo anche un cristiano; le nostre divisioni non sono dovute all’Islam ma ad altre comunità.
Ecco una delle ragioni per cui sono qui. Pensiamo si debbano forzare l’avvicinamento tra le comunità senza ignorarle, far perdere la loro specificità. Dobbiamo assolutamente osservare il legame tra di loro affinché esse, in una voce sola e con un solo comportamento, portino la testimonianza cristiana al mondo musulmano che io credo attenda dei passi in questa direzione. La divisione è contraria alla buona testimonianza che vogliamo offrire.In questo momento di tensioni così forti abbiamo visto gran parte del mondo musulmano aderire ai fondamentalismi, aderire anche ai fatti di terrorismo che ci sono stati. Ecco questo non si avverte nella vostra vita?
Noi siamo contro il terrorismo e tutto il mondo è contro il terrorismo! Tutto il mondo senza eccezioni, musulmani e chiunque altro! Da noi non ci sono musulmani favorevoli al terrorismo, tuttavia bisogna spiegare il termine terrorismo. Esso è associato all’ingiustizia, ad una condotta contraria alla dignità dell’essere umano. Io credo che tutti, soprattutto in Occidente, in America non rispettino molto i poveri ai quali vendono le armi. Ebbene, il Terzo mondo del quale facciamo parte anche noi, ha bisogno di sentire che gli esseri umani lo rispettano, che lo riconoscono degno di essere rispettato. In questo momento siamo attaccati in molti paesi, in molte regioni. In Iraq ci sono bombardamenti tutti i giorni, ma chi muore lì sotto sono i bambini e le donne, non certo i politici che non hanno che pretesti per attaccare tutto il mondo. Noi temiamo che adesso si bombardi tutto l’Afghanistan per colpa di quanti si professano rivoluzionari, terroristi e quant’altro.
Si attacca una comunità, si attaccano persone che sono esseri umani al pari degli altri, che possono sbagliare tanto quanto gli altri. Le grandi guerre mondiali non sono state fatte dai musulmani, ma dai non musulmani. Credo tuttavia che si debba studiare il perché del terrorismo.Passiamo all’altro grande problema che si trovano ad affrontare tutte le chiese, tutte le fedi nel mondo, e cioè quello della secolarizzazione, il grande nichilismo. In un suo saggio che s’intitola "Il cristianesimo e l’incontro delle religioni e delle culture", lei dice che nel nostro tempo ci sono due processi che sono apparentemente contrapposti, ma che invece convergono, cioè l’universalizzazione da un lato, diciamo la globalizzazione anche, e invece l’esasperazione dell’identità. Ecco in che cosa finiscono per convergere?
Io credo che si pensi alla mondializzazione a partire da situazioni o stati che non appartengono al Terzo mondo. Per questo il concetto di mondializzazione può significare dominazione, egemonia. Non dobbiamo prendere le cose troppo facilmente. Pensiamo ad esempio alla tecnologia, alla tecnica in generale, probabilmente essa porta del bene, tuttavia il Terzo Mondo diventa sempre più povero: la mondializzazione deve certamente impedire la povertà! Ma perché tutta l’America Latina deve lavorare per pagare soltanto gli interessi dovuti ad uno Stato qualsiasi, probabilmente anche agli Stati Uniti? Come volete che possa esserci una mondializzazione per tutti, quando si vede che il profitto è a vantaggio di una parte soltanto del mondo? Una categoria soltanto di persone! Questo non è giusto, ci vuole più giustizia! Abbiamo avuto una speranza nelle Nazioni Unite, nelle organizzazioni mondiali. Ebbene trovo che anche queste siano manipolate. Pensate che gli Stati che sono in cima allo sviluppo rispettino gli altri e dicano la verità? O piuttosto che trattino gli esseri umani come mezzi per i loro interessi? E di quanti non hanno interessi chi parla?
E quindi in questo senso allora, globalizzazione e interessi privati si incontrano. Ecco, lei dice che l’esito di tutto questo è il nichilismo! Mi sorprende questa parola in una cultura orientale come la sua che invece si rifà proprio a Nietzsche. Ecco cosa intende per nichilismo in questa situazione?
Faccio un paragone con la nozione di unità nella chiesa. Penso che diverse persone, spero che non ne restino molte, credono che l’unità significhi che debba esserci un unico carattere della chiesa, come, per esempio, dato dalla chiesa cattolica. Questo segnerebbe in qualche modo una sparizione delle altre chiese. E’ lo stesso problema che si presenta con la mondializzazione. E’ vero il più forte cancella, fa sparire, il più debole. Questo è il processo, può essere definito senza difficoltà un’ingiustizia. Noi invece crediamo che tra le chiese il valore risieda nella loro stessa esistenza, nella loro storia, la loro realtà. Immensi debiti la compongono. Bisogna rispettare le persone! E rispettarle non soltanto se si relazionano con me, e fanno i miei interessi. In questo momento c’è qualcuno che viene chiamato terrorista, che era considerato amico di un grande Stato fino a quando ha fatto quello che lo Stato voleva. Ma adesso le circostanze sono cambiate non lo si tratta più da uomo serio qual era prima, quando gli si davano le armi. Perché si sono date le armi? Perché questo era nell’interesse dello Stato. In tutto questo possiamo vedere la mondializzazione. Se il mondo è considerato come il cliente di un uomo che possiede un negozio, no c’è vera mondializzazione. Io credo che la mondializzazione si possa concepire sul piano delle culture, delle civiltà, poiché tutti, evidentemente, abbiamo una storia, un’origine. Soltanto a partire da questa prospettiva possiamo creare qualcosa che sia più comune del denaro il quale esiste in un posto in quanto ha cessato di esistere in un altro. Mentre quando si accetta una cultura, nessuno deve perdere la propria. Voglio dire questo: non si deve utilizzare l’essere umano come un mezzo per qualsiasi fine, fuorché per il suo bene.
E’ questo che lei chiama nichilismo?
Esattamente, non preservare il prossimo significa renderlo niente!
Lei ha fatto cenno alla giustizia e si è sentito molto parlare di giustizia in questi ultimi tempi. Ecco, noi sappiamo di quanta poca giustizia sia capace l’essere umano, quanto la nostra giustizia assomigli alla vendetta piuttosto, o al nostro proprio benessere. Quale può essere il suo criterio per pensare e agire con giustizia?
Rispettare l’essere umano ovunque sia e quale egli sia. Dargli gli stessi diritti che diamo a noi stessi. Il vangelo ha detto: fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi. Ecco la regola: l’altro è come me. Se non si pensa così non si potrà mai essere giusti!
Questo è giustizia! Bene e male non sono schieramenti, ma sono dentro ciascuno di noi!
Bisogna combattere lo sfruttamento, la manipolazione dell’essere umano o la mancanza di rispetto verso gli altri come accade in Palestina dove se muore qualcuno tutti si mettono a gridare, ma se muore qualcuno nel fronte avverso non ha alcuna importanza! Ebbene io credo che questo sia ingiusto e anormale! Occorre creare un mondo dove vi sia rispetto in ogni situazione senza eccezioni; come nella Sacra Scrittura dove nel giudizio finale il giudice, il Signore, non ci domanda cosa abbiamo fatto per noi stessi, ma cosa abbiamo fatto per il nostro fratello; poiché è scritto che gli altri sono i miei fratelli e le mie sorelle. Allora guardate il prossimo come lo specchio di voi stessi. Ogni essere umano è il vostro specchio; preoccupatevi della felicità degli altri, della loro salute. E’ sufficiente aprire gli occhi perchè tutto sia chiaro!
Lei è un grande conoscitore delle Scritture, naturalmente, ma anche un grande conoscitore della letteratura occidentale: cos’è che le piace di più leggere? Ci sono dei momenti in cui va a leggersi un autore preferito, trova ristoro, gioia, anche nella lettura?
Oggi ci sono le comunicazioni che permettono di incontrarsi molto rapidamente e io amo soprattutto imparare a leggere i volti, perché chiudendo gli occhi dinanzi agli esseri umani si smette di vedere ogni cosa! Quando vedo qualcuno che parte per incontrare altre persone, per lavorare con loro, per collaborare con loro in una buona azione, io dico: Ecco la buona lettura! Bisogna certamente leggere i libri, ma si devono assolutamente leggere gli esseri umani! Loro sono il libro scritto da Dio, gli altri libri sono scritti dagli uomini. Io spero che si possa leggere l’uomo un po’ più di quanto non si faccia attualmente. Grazie a Dio ci sono uomini saggi che cercano di approfondire la loro comprensione della natura umana. Questo è davvero ammirevole perché nel fare il loro lavoro queste persone pensano sempre all’essere umano.
Spero che una tale psicologia possa essere generalizzata e credo che questo non sia impossibile. Stamane, ad esempio, ero in ospedale. Ebbene, ci sono persone all’ospedale che cercano di guarire il male altrui, l’occhio di uno, il braccio di un altro. Se l’umanità ha persone simili l’umanità è buona e sana. Ma non si deve permettere che tutto si trasformi in contese, in guerre in disprezzo per quanti non sono del mio paese o della mia regione. La mondializzazione deve partire dal rispetto perché non ci sono diritti senza rispetto. Che senso ha un diritto che non viene rispettato? Io credo che tutto questo richieda una trasformazione del mondo, e la vita è una trasformazione, ogni giorno. Oggi non si vive come si è vissuto ieri, oggi viviamo l’oggi e domani vivremo il domani, quindi ci sono trasformazioni, occorre che esse siano in direzione di un mondo in cui le persone si riconoscono di più.
Un’ultima cosa. Spesso la vita cristiana, anche il pensiero cristiano, è stato molto centrato sulla sofferenza, sul dolore e molto poco invece sulla gioia, sulla pienezza di vivere. Che cosa si dovrebbe fare in questo senso? In una trasmissione parallela a questa noi stiamo parlando molto di Francesco e della sua letizia del vivere. Ecco, lei pensa che nella vita cristiana si potrebbe mettere più gioia?
'); //-->Noi stessi dobbiamo essere tristi, sappiamo gli errori che facciamo e quanto male facciamo agli altri. Io credo che la sola consolazione sia lo sguardo degli altri. Non possiamo vivere senza gli altri, niente può realizzarsi senza una collaborazione umana. Infine è negli altri che noi vediamo la speranza. L’uomo è la più bella delle creature e bisogna glorificare Dio nel guardarla! Un bambino è qualcosa di magnifico, un amico fedele è straordinario. Io credo ci siano molte ragioni per gioire. Ovviamente la chiesa non deve essere soltanto una chiesa di defunti, ecco perché c’è anche il matrimonio nella chiesa. Trovare un marito, una bella fidanzata, che cosa c’è di meglio? Francamente la nostra speranza è nell’uomo, se l’uomo davvero non disistima se stesso fino a smettere di sperare come colui che si suicida. Ancora una volta l’altro è qualcosa di molto, molto prezioso per noi tutti. Bisogna ringraziare Dio per non averci creati soli!
Tratta dalla trasmissione radiofonica Uomini e Profeti, un programma di Gabriella Caramore.