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André Louf
Le riserve ecumeniche dei monaci del Monte Athos
Una Riflessione critica. Speranze future

"Quando arriveranno dei monaci dall'occidente portateli da me. Ci comprenderemo subito" (Padre Paisios).
Una volta che si viene riconosciuti come monaci o come presbiteri della chiesa romana, bisogna, di regola, subire innanzi tutto i rimproveri d'uso. Questi pregiudizi antiromani dell'Athos sono scusabili. Vi concorre il livello culturale relativamente basso della maggior parte dei monaci. La rottura abbastanza rigorosa con il mondo, la scarsità dei mezzi d'informazione hanno anch'esse un peso importante.
Per i migliori tra di loro, invece, le riserve ecumeniche a nostro riguardo non provengono unicamente da una mancanza d'informazione: possono essere anche il frutto di un vero discernimento spirituale. Non c'è dubbio che alcuni di essi sono dei veri dioratikoì, cioè persone "che vedono al di là di ciò che appare"; nel nostro linguaggio occidentale: "che leggono nei cuori". Essi sanno discernere in noi quello che veramente siamo.
Se mi avessero annunciato che avrei incontrato sant’Isacco il Siro in persona ridisceso in mezzo a noi, non me lo sarei immaginato altrimenti che con i tratti e le maniere di padre Paisios
Perché ormai era con Cristo in mezzo a noi due che procedeva la conversazione e che ci siamo scoperti molto più in accordo di quanto non avessimo creduto incontrandoci per la prima volta. Questa è la mia convinzione, e so che padre Teoclito, dal canto suo, la pensa anche lui nello stesso modo.
Man mano che la conversazione procede, che le domande ricevono delle risposte, che l'esperienza viene alla luce ed è veramente condivisa, che si riconosce il proprio ideale in ciò che è al centro delle preoccupazioni dell'altro, si intessono legami spirituali. Senza ancora rendersene conto, l'uno introduce l'altro nello stesso regno, che è quello di Cristo, nello stesso tempio interiore, quello del cuore in cui lo Spirito incessantemente celebra in noi. L'evento ecumenico accade nuovamente.
La rievocazione di questi pochi incontri basta a provare che il fronte della diffidenza verso l'ecumenismo sta cedendo anche al Monte Athos. Un dialogo tra monaci non solo si rivela possibile, ma ha già avuto luogo. L'evento, ancora una volta, si è dunque verificato. Esso è certamente chiamato a riprodursi e ad approfondirsi ulteriormente nella misura in cui, da entrambe le parti, ci conserviamo disponibili a questa grazia.
In un prossimo futuro, all'interno di esperienze analoghe, l'occidente vedrà messa alla prova l'autenticità della propria vita spirituale
Ogni monaco athonita ha un acuto senso della sua vocazione di fedeltà alla tradizione, specialmente in una chiesa che egli sente oggi esposta a influenze per lui non tanto chiare. Tra queste influenze bisogna annoverare il vento ecumenico che soffia anche sull'ortodossia e che penetra sempre più nella Chiesa di Grecia. Le riserve abbastanza generalizzate dei monaci dell'Athos nei confronti di ogni avvicinamento alle altre chiese cristiane sono abbastanza note. Il Monte Athos sembra impreparato all' ecumenismo.
Una volta che si viene riconosciuti come monaci o come presbiteri della chiesa romana, bisogna, di regola, subire innanzi tutto i rimproveri d'uso. Essi costituiscono il preliminare indispensabile di ogni autentico scambio. Secondo la cultura dell’interlocutore, questi attacchi verteranno sul portare la barba, sul taglio o il colore dell'abito, sulla validità del battesimo e degli altri sacramenti cattolici, sulla processione dello Spirito santo o sulla grazia increata. Qualunque sia il contenuto di questo discorsetto antiromano, esso è generalmente di rigore. Fa chiaramente parte del bagaglio teologico di ogni buon athonita. Per il monaco dell'Athos non si può intavolare una conversazione seria con un visitatore latino senza questo ultimatum sempre molto secco. Non ci si deve offendere, ma cercare di comprendere.
Qualche volta addirittura, chiusura all'ecumenismo e rigore dell'osservanza monastica vanno di pari passo, e l'uno sembra essere l'espressione e la garanzia dell'altro. In un certo luogo ci spiegavano, molto cortesemente peraltro, che i cattolici non potevano entrare nella chiesa perché il monastero era particolarmente fervente. Bisogna aggiungere che fu l'unica volta che ci fecero questo divieto sulla Santa Montagna.
Queste riserve nei confronti dell'ecumenismo non nuocciono d'altronde mai all'ospitalità, che è sempre e ovunque praticata con una gentilezza squisita per il pellegrino ortodosso come per il pellegrino cattolico. In quello stesso monastero dove ci era stato vietato ufficialmente l'accesso alla chiesa, al momento della nostra partenza che, per ragioni d'orario, coincideva purtroppo con l'ora del pasto della comunità, un vecchio monaco insistette in modo molto gentile e affettuoso per trattenerci a pranzo.
In un altro monastero, una specie di piccola fraternità consacrata particolarmente alla preghiera di Gesù, il superiore, dopo averci messo alla porta perché, non essendo battezzati come si deve, non avevamo neanche ricevuto lo Spirito santo, cambiò idea di punto in bianco, ci fece ritornare sui nostri passi, si prodigò in cortesie e accettò senza difficoltà d'intrattenerci a lungo sulla vita di preghiera, mentre i suoi fratelli ci servivano un pasto improvvisato.
E poi ci fu, in una skiti di quello stesso monastero, quel buon monaco di origine cosacca: come preliminare a una conversazione che doveva trasformarsi in uno degli attacchi più violenti mai sentiti al Monte Athos contro la nostra chiesa, ci offrì dei cetrioli con questo delizioso commento: "Prendete questi cetrioli: è tutto quello che posso offrirvi, ma sono pieni del mio amore. Colui che li mangia diventa mio fratello"
I pellegrini dell'Athos
Questi pregiudizi antiromani dell'Athos sono scusabili. Vi concorre il livello culturale relativamente basso della maggior parte dei monaci. La rottura abbastanza rigorosa con il mondo, la scarsità dei mezzi d'informazione hanno anch'esse un peso importante. Bisogna però aggiungere soprattutto che pure a quei livelli in cui si sarebbero potuti stabilire contatti seri, fino a oggi questi sono stati nella maggior parte dei casi piuttosto disastrosi.
Perché, alla fin fine, al di là dei suoi pregiudizi, il monaco athonita medio come fa a conoscere il mondo religioso occidentale? Soltanto attraverso quello che può percepire e intendere da parte degli occidentali che passano nelle foresterie. Ora, tra di essi, ce n'è di tutte le specie. Sono relativamente poco numerosi quelli che sono consapevoli dello spessore spirituale ed ecumenico che potrebbe rivestire il gesto che stanno compiendo. Grazie a Dio, ne esistono. Ma la maggior parte sono turisti frettolosi, che hanno lasciato mogli o amiche alle soglie dell'Athos, in un piccolo albergo di Ouranoupolis o di Ierissos, e devono compiere le loro devozioni in gran fretta per evitare che le compagne di viaggio sprofondino nella noia. Tra di loro ci sono certamente dei cristiani con un qualche interesse per ciò che è spirituale, spesso anche dei presbiteri in vacanza che, tra Salonicco e il Bosforo, sono contenti di poter dedicare qualche giorno a un giro dell'Athos. Ma pochi, malgrado quest'interesse sincero che nessuno vuole mettere in dubbio, sono veramente sensibilizzati alle esigenze di quella che potremmo chiamare una "pastorale del pellegrinaggio all'Athos".
Penso a quel turista europeo che nessuno di noi vuole incriminare solo perché passeggia in pantaloncini corti e canottiera, con la camicia abbondantemente aperta sotto il sole infuocato. Ma di grazia! Nel momento più critico di una conversazione che secondo lui è ecumenica, si astenga almeno dal declinare la sua vera identità e dal gettare in faccia al monaco assolutamente sbalordito l'ultimo e, forse lui crede, il più decisivo dei suoi argomenti: "Ma sapete, anch'io sono prete, e prete cattolico!". Si ricordi innanzi tutto che in vacanza egli rappresenta solo in modo molto relativo la sua chiesa, e spesso non rappresenta affatto quei valori spirituali che i monaci amerebbero invece scoprire in lui, e che ancora una volta penseranno d'aver cercato invano.
Ci sono anche, abbastanza numerosi all'Athos, i pellegrini eruditi, a volte presbiteri, a volte anche religiosi o monaci, in viaggio di studio, alla ricerca di manoscritti, di icone o di affreschi. Può darsi che il monaco del Monte Athos si senta più onorato da questo genere di visitatori. Ma se l'interesse di questo ricercatore è troppo esclusivamente puntato sulla branca del sapere che viene ad approfondire, il suo esempio, specie se è un ecclesiastico e si presenta anche come monaco, non può che accreditare nella mente degli athoniti l'immagine di una chiesa latina interamente profana o troppo intellettualistica, senza gusto per l'ascesi e per la mistica.
Questo mi ricorda l'aneddoto che raccontava uno di questi eruditi occidentali - ma che non era nient'altro che un erudito! - come esempio a riprova della scarsa cultura umana che gli sembrava di aver incontrato nei monasteri dell'Athos. Alla fine delle sue lunghe sedute davanti ai microfilm nella biblioteca di un celebre monastero, andò ad accomiatarsi dal padre bibliotecario, ringraziandolo di avergli facilitato il compito. Questi levò sullo studioso due grandi occhi blu, scosse la testa e gli disse semplicemente, probabilmente in tono di umile rimprovero, ma che sfuggì alle orecchie del suo interlocutore: "Siete sicuro di non aver perso il vostro tempo? Non avreste forse fatto meglio a piangere i vostri peccati?". Lo scoppio di rise del mio amico studioso, per innocente che fosse e pieno di fraterna schiettezza, ha probabilmente confermato per sempre il buon athonita nella sua convinzione che i monaci latini appartengano a un mondo irriducibile a quello nel quale egli respira, e profondamente estraneo alla realtà spirituale della quale vive giorno dopo giorno.
Questi esempi vorrebbero mostrare che un contatto ecumenico fecondo tra monaci d'oriente e d'occidente non si può improvvisare. Esso richiede una seria preparazione intellettuale, ma soprattutto esige una certa esperienza delle cose dello Spirito, un certo discernimento di tutto quel che concerne il carisma della vocazione monastica. E’ a questo livello che i monaci dell’Athos possono essere incontrati e compresi, e che desiderano esserlo.
Perché non bisogna farsi illusioni. Per i migliori tra di loro le riserve ecumeniche a nostro riguardo non provengono unicamente da una mancanza d'informazione: possono essere anche il frutto di un vero discernimento spirituale. Non c'è dubbio che alcuni di essi sono dei veri dioratikoì, cioè persone "che vedono al di là di ciò che appare"; nel nostro linguaggio occidentale: "che leggono nei cuori". Essi sanno discernere in noi quello che veramente siamo.
Speranze ecumeniche
Il Monte Athos rappresenta dunque in oriente uno dei principali baluardi di resistenza all'ecumenismo. In questo, la reazione spontanea dell’athonita medio è abbastanza diversa da quelle che il monaco latino raccoglie in altri monasteri della Grecia. Nella maggior parte di questi ultimi, le riserve iniziali si sono mutate, negli ultimi anni, in un atteggiamento di fraterna accoglienza. Il desiderio di conoscersi meglio, di frequentarsi, di arricchirsi al contatto con l'altro assume un'importanza crescente.
Allo stesso Monte Athos ci sono molte zone in cui emerge l'interesse ecumenico. Bisogna innanzi tutto fare una distinzione tra i monasteri greci e quelli che appartengono ad altre etnie dell'universo ortodosso: russa, romena, bulgara o serba. L'accoglienza che si riceve nel monastero serbo di Chilandari, ad esempio, resta un ricordo indimenticabile. Non soltanto vi siamo stati accolti con gioia, ma ci sentivamo come se fossimo attesi da tempo. Anzi uno dei monaci, in una conversazione che si prolungò fino a tarda notte, quasi fino all'ora della levata per il mattutino, rimproverò amichevolmente ai monaci d'occidente di aver tardato così tanto prima di venire in pellegrinaggio all'Athos.
All'interno dei monasteri greci stessi, si stanno costituendo a poco a poco delle isole di apertura ecumenica. Le si deve in parte alle vocazioni di giovani che, per un motivo o per l'altro, hanno potuto conoscere più da vicino la chiesa latina. Ci sono quelli che sono nati in occidente e hanno avuto occasione di viverci qualche tempo prima di entrare al Monte Athos. Alcuni hanno potuto persino incontrare molto da vicino la nostra chiesa. L'igumeno della giovane comunità di Stavronikita, per esempio (padre Basilio Gondikakis, oggi igumeno del monastero athonita di Iviron), ha frequentato la facoltà di teologia dell'università di Strasburgo. Uno dei suoi confratelli ha studiato egualmente teologia in un università cattolica. Si comprende così come il gruppo giovane, dinamico ed entusiasta di universitari greci radunati attorno a loro, che continua ad attirare vocazioni, sì apra facilmente alla prospettiva di nuovi contatti con i monaci occidentali.
Il nostro soggiorno a Stavronikita fu uno dei momenti più benedetti del nostro pellegrinaggio. Raramente si può trovare una comunità monastica da un lato così fermamente radicata nella grande tradizione, e nello stesso tempo così tranquillamente aperta alle più importanti istanze del nostro tempo. Questo senza diminuire la purezza di una ricerca interiore che si persegue fedelmente secondo le linee tracciate dalla grande tradizione esicasta. "Essere presenti a Dio è essere presenti a tutte le epoche insieme", insistette dolcemente padre Basilio, l'igumeno.
E’ a lui che abbiamo affidato, prima di lasciare Stavronikita, la piccola reliquia di san Benedetto che trasportavamo durante il nostro pellegrinaggio. Il gesto era importante e pieno di significato. "Noi accettiamo questo regalo con gioia. Ha un peso enorme", mi rispose padre Basilio. Da quel momento, come segno di comunione nella stessa tradizione spirituale, san Benedetto avrà il suo posto d'onore al Monte Athos, tra i padri del monachesimo bizantino venerati sulla Santa Montagna.
Altri athoniti, senza lasciare l'oriente, sono entrati in contatto con il monachesimo occidentale attraverso i loro studi. Non sono molto numerosi al Monte Athos. Tra di loro spicca subito la bella figura di padre Teoclito di Dionysiou. E’ uno dei migliori teologi della vita monastica, celebre però per un certo conservatorismo intellettuale e per le sue posizioni esigenti e poco benevole verso la chiesa cattolica. La sua vita trascorre in solitudine, in un eremo situato di fronte al monastero cui appartiene, dove egli si dedica soprattutto alla traduzione in greco moderno della Filocalia. E qui che riceve anche un numero crescente di pellegrini e di figli spirituali. Infatti da molti viene ritenuto un uomo molto illuminato - un po' l'oracolo della Santa Montagna - e questo malgrado sia relativamente giovane: ha appena passato la quarantina. E’ una persona estremamente alla mano, dallo sguardo penetrante e dalla parola incisiva.
Mi fece dono di due conversazioni che permisero uno straordinario confronto. La mia qualità di trappista l'aveva messo subito a suo agio e sembrava che avesse stimolato la sua curiosità monastica. La conversazione tornava continuamente sui temi della preghiera, dell'attività dello Spirito santo in noi, della paternità spirituale, della grazia increata che ci trasforma in Cristo. E’ con l'aiuto della Filocalia che abbiamo cercato di formulare meglio l'esperienza e le preoccupazioni di ciascuna delle nostre tradizioni spirituali. Spesso il vocabolario andava precisato da una parte e dall'altra. Talora bisognava ritrattare giudizi un po' sommari. Si sono così scoperte piste di ricerca che favoriranno ancora di più un riavvicinamento. Perché ormai era con Cristo in mezzo a noi due che procedeva la conversazione e che ci siamo scoperti molto più in accordo di quanto non avessimo creduto incontrandoci per la prima volta. Questa è la mia convinzione, e so che padre Teoclito, dal canto suo, la pensa anche lui nello stesso modo.
Ma accanto a simpatie ecumeniche che si possono ancora spiegare con i contatti preliminari, ce ne sono altre che si giustificano molto meno nel clima abituale del Monte Athos, e che, per questo, sono forse più significative. Esse sbocciano, spesso in modo insperato, come fiori dell'invisibile carità, segni evidenti del lavorio dello Spirito e pegno di una comunione crescente.
Generalmente è in seguito a uno scambio che a poco a poco questa simpatia si manifesta. E’ sufficiente, quando sono esauriti i rimproveri antilatini dell'interlocutore, porgli bruscamente il vero problema, quello che per molti monaci all'Athos è l'unico problema: "Padre, voi come pregate?". Passato il primo momento di stupore - stupore che un latino possa interessarsi a un problema di questo tipo -, il monaco dell'Athos si lascia facilmente prendere nel gioco, se si può usare quest'espressione. In realtà si tratta di un gioco estremamente serio e importante: quello di lasciarsi conquistare da ambo le parti dall'atmosfera irresistibile di quel confronto, che è quella dello Spirito. Man mano che la conversazione procede, che le domande ricevono delle risposte, che l'esperienza viene alla luce ed è veramente condivisa, che si riconosce il proprio ideale in ciò che è al centro delle preoccupazioni dell'altro, si intessono legami spirituali. Senza ancora rendersene conto, l'uno introduce l'altro nello stesso regno, che è quello di Cristo, nello stesso tempio interiore, quello del cuore in cui lo Spirito incessantemente celebra in noi. L'evento ecumenico accade nuovamente. E ci si lascia da fratelli, in piena verità, sempre più stupiti, dispiaciuti forse, per le barriere teologiche ed ecclesiastiche che, certo, sussistono ancora e ci tengono separati.
A volte si creano spontaneamente gesti che cercano di esprimere questa comunione. Gesti che un tempo sarebbero stati impensabili, ma che oggi scavalcano già quasi con naturalezza le frontiere che, solo ieri, erano state fissate. Gesti che ci sfuggono nella più totale sorpresa reciproca.
Mi ricordo con precisione di una scena che ha sconvolto la nostra guida e interprete, il bravissimo Demetrio, giovane teologo ortodosso di Salonicco. Alla fine di un lungo scambio, l'igumeno di un monastero ci aveva invitati a seguirlo in chiesa per onorarvi le reliquie. Tra di esse c'era, credo, quella di un venerabile padre della chiesa. Con tutta la solennità richiesta dall'occasione l'igumeno espose le reliquie. Poi c'invitò a baciarle. Mi rendevo davvero conto dell'enorme favore che mi faceva? O volevo semplicemente esprimere la mia gratitudine? Fatto sta che proposi ai miei due compagni di cantare l'antifona O Doctor optime in onore del santo dottore della chiesa. Espressi questo desiderio al padre igumeno. Questi, visibilmente a disagio, abbassò gli occhi. Poi vidi Demetrio arrossire improvvisamente. Compresi allora di aver commesso una gaffe. Ma era troppo tardi. Che fare allora? Mi rivolsi all'igumeno, con l'intenzione di ritirare la mia richiesta. Ma era di nuovo troppo tardi. Egli ora, con un movimento della testa, sempre senza guardarmi, aveva acconsentito al mio desiderio. E fu così che dei monaci latini, probabilmente per la prima volta dopo secoli, in una chiesa del Monte Athos, intonarono una delle loro antifone in onore di un santo che venerano. Sempre molto emozionato, Demetrio me lo fece notare all'uscita dalla chiesa. Ma ora il suo volto era raggiante. L'igumeno, silenzioso e tranquillo, continuava a guardare le reliquie del grande dottore. Probabilmente era riconoscente, anche lui. Bisogna aggiungere che, per sicurezza, dopo averci introdotti in chiesa aveva chiuso la porta a chiave dietro di noi.
"Quando arriveranno dei monaci dall'occidente... ci comprenderemo"
Infine
in altri rappresentanti dell'Athos si può notare come, anche prima di qualsiasi
incontro con dei monaci latini, essi siano già in un atteggiamento di
disponibilità al dialogo ecumenico. Talora anzi percepiscono l'evento che sta
per verificarsi.
Si pensi per esempio al venerato igumeno di Dionysiou, padre Gabriele, che ci circondò con le più grandi manifestazioni di stima quando venne a sapere che eravamo monaci e trappisti. In nessun momento della visita venne meno la sua carità per noi, come quella di un padre per i suoi stessi figli. D'altronde il suo monastero aveva un po' la fama di essere la trappa del Monte Athos, ci assicurò, a causa del rigore della sua osservanza.
Nei miei ricordi, la visita all'eremita Paisios (al secolo Arsenio Eznepides, 1924-1994, uno degli anziani più stimati e venerati delle ultime generazioni di monaci athoniti[1]) occupa però il posto d'onore.
Questi viveva da solo in un eremo, a circa mezz'ora di cammino dal monastero di Stavronikita, di cui è il padre spirituale. I nostri amici di Atene ce l'avevano raccomandato e fin dal nostro arrivo nel suo monastero l'igumeno aveva insistito perché non mancassimo di fargli visita. "D'altronde - aveva aggiunto misteriosamente - probabilmente vi aspetta". Il fatto è che, già da parecchi mesi, padre Paisios aveva espresso al suo igumeno il desiderio di essere messo in contatto con dei monaci latini, quando questi fossero venuti al Monte Athos: "Quando arriveranno dei monaci dall'occidente - gli aveva detto - portateli da me. Ci comprenderemo subito".
Questa parola di padre Paisios c'impressionò vivamente. Come non accoglierla come una parola di vita da parte di qualcuno il cui discernimento spirituale è riconosciuto da tutti sulla Santa Montagna? Essa riassumeva in modo perfetto lo scopo del nostro pellegrinaggio, e del resto si è realizzata nel corso di un incontro durato due ore.
Eravamo in quattro, seduti su sedili molto bassi. L'eremita dal canto suo si era accovacciato per terra. Ci rispondeva o poneva delle domande versandoci dell'acqua fresca o rompendo le nocciole che voleva a tutti i costi offrirci. Se mi avessero annunciato che avrei incontrato sant’Isacco il Siro in persona ridisceso in mezzo a noi, non me lo sarei immaginato altrimenti che con i tratti e le maniere di padre Paisios: stessa dolcezza, stessa tenerezza per noi, stessa umiltà, stessa lucidità dello sguardo con gli occhi neri e vivi, e persino i silenzi, che interrompevano regolarmente la conversazione, come le pause di una celebrazione liturgica, rendendo più pregnanti le parole che a poco a poco ne nascevano. La vita di padre Paisios è molto semplice: ogni tre ore interrompe il suo lavoro o il suo riposo per un'ora di preghiera. Questa si divide in un primo quarto d'ora di metanie, e un secondo consacrato all'ufficio regolare, mentre gli ultimi due sono riservati alla preghiera di Gesù. Per lui sono i tempi forti della preghiera, al di fuori dei quali però la preghiera non smette mai. Nel lavoro come al momento della lettura, all'interno della cella come all'esterno, davanti al bel panorama che si estende di fronte a lui fino al mare, Paisios ha ricevuto la grazia di pregare sempre. Quando ci stavamo avvicinando al suo eremo, e non sentivamo più altro che il silenzio impressionante dell'Athos, prima che ci scorgesse, avevamo sentito la sua voce che cantava.
Quando partimmo volle a tutti i costi farci strada lui stesso attraverso il bosco fino al piccolo sentiero polveroso che conduce a Karyes. Eravamo al colmo della gioia. Avevamo trovato un padre e un maestro. Qualcuno che ci aveva accolti come suoi fratelli e ci aveva detto la sua gioia per il typikòn (modo di vivere) cistercense che avevamo cercato di spiegargli; qualcuno che ci aveva riconosciuto come figli dello stesso carisma monastico, e come suoi fratelli, infinitamente più giovani, certo, e che ci avrebbe portato da quel momento nella sollecitudine della sua preghiera.
La rievocazione di questi pochi incontri basta a provare che il fronte della diffidenza verso l'ecumenismo sta cedendo anche al Monte Athos. Un dialogo tra monaci non solo si rivela possibile, ma ha già avuto luogo. L'evento, ancora una volta, si è dunque verificato. Esso è certamente chiamato a riprodursi e ad approfondirsi ulteriormente nella misura in cui, da entrambe le parti, ci conserviamo disponibili a questa grazia.
Prospettive future
Le esigenze di questa disponibilità sono molteplici e non unicamente di ordine tecnico. Evidentemente, solo la serietà dell’esperienza spirituale fraternamente condivisa permette questo riconoscimento nello Spirito che è il fulcro di ogni ecumenismo monastico. In un prossimo futuro, all'interno di esperienze analoghe, l'occidente vedrà messa alla prova l'autenticità della propria vita spirituale. Quanto all'oriente, ciò che è accaduto nel nostro breve passaggio dell'anno scorso, ha già permesso di verificare la qualità della vita che alcuni vi conducono.
Questa constatazione permette nello stesso tempo di rispondere alla domanda che di frequente viene posta a chi ritorna dal Monte Athos; "C'è ancora una speranza di sopravvivenza per il monachesimo sul Monte Athos?"; e anche a quest'altra domanda alla quale la prima rimanda quasi necessariamente: "C'è ancora una vera vita spirituale sul Monte Athos?".
Generalmente, è sempre difficile rispondere a domande simili. Difficoltà che si accresce in questo caso, in cui il visitatore ha potuto entrare in contatto soltanto con le persone più emergenti del monachesimo athonita, ad esempio quelle che sono incaricate di assicurare le relazioni con l'esterno. Lo stesso vale nel caso in cui, cosa che spesso si verifica, egli non disponga dei criteri necessari per un giudizio fondato.
La mia esperienza personale del Monte Athos è molto limitata. Ma il poco che ho visto con i miei occhi, i pochi padri spirituali che ho potuto incontrare da vicino e la cui parola è stata per me fonte di vita, sono sufficienti, mi sembra, per azzardare una valutazione ottimista. Per mezzo di forme che possono sembrare antiquate, o rischiare lo sterile conservatorismo, la vera tradizione si tramanda ancor oggi attraverso testimoni che sono, a modo loro, veri testimoni oculari del mistero di Cristo. All'Athos si possono incontrare quelli che hanno visto e quelli che desiderano vedere. Gli uni e gli altri si ritrovano in una stessa ricerca e nella condivisione della medesima realtà di grazia. Non è questo il segno che in quel luogo si edifica il mistero della chiesa e che Dio vi ha fissato la sua dimora? Poiché "là dove i padri s'incontrano con i loro figli", diceva Ammonas, discepolo di Antonio, "Dio è presente da entrambe le parti".
Un'ulteriore conferma a questa mia testimonianza personale viene dalla nostra guida, il giovane teologo di Salonicco. Come interprete, ebbe modo di assistere a tutte le nostre conversazioni e con ogni probabilità seppe cogliere meglio di noi le sfumature nelle reazioni dei nostri interlocutori athoniti. Non era la sua prima visita al Monte Athos. Ma alla fine del nostro giro mi confessò che il suo giudizio sulla vita monastica era notevolmente cambiato. Sino a quel momento faceva fatica a collocarla nella vita della chiesa, gli appariva estranea allo sforzo che la chiesa compie per entrare in contatto con il mondo moderno. Ma adesso invece gli sembrava che il monachesimo rappresentasse una grandissima opportunità per la chiesa greca come per l'ecumenismo tra le diverse confessioni cristiane. Questa testimonianza spontanea di un giovane teologo ortodosso mi appagò. Non si potrebbe considerarla una prova del fatto che il dialogo tra monaci non solo comincia a dare frutti tra di loro, ma è destinato a irradiarsi a tutti i livelli della chiesa?
Tratto da: André Louf, LA
VITA SPIRITUALE – ed. Qiqajon, Comunità di Bose – a cui rimandiamo per
l’approfondimento.
NOTE
[1] Presso le edizioni Qiqajon è stata pubblicata una raccolta di suoi insegnamenti: Paisios del Monte Athos, Consigli spirituali, a cura di L. Martini, Bose 1995 (Testi di spiritualità ortodossa ).
Nel nostro sito abbiamo pubblicato i detti di questo grande maestro
spirituale della nostra epoca:
Ha detto il Ghéron":
Detti del padre Paisios del Monte Athos