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André Louf
Monaci ed ecumenismo: speranze in Romania
Breve resoconto di un pellegrinaggio presso i monaci della  Moldavia del Nord

 

 


"Perché non sei venuto prima?"

Della separazione tra le due chiese ci si ricorda appena. Non che si voglia dissimularla, ma è tanto poco ciò che la rammenta, ed è tanto grande la gioia di essersi ritrovati!


 

Il nostro pellegrinaggio in Romania si è limitato al complesso monastico della Moldavia del Nord, più o meno raccolto attorno a Neamt. Questa regione è sempre stata, diciamo per tradizio­ne, una terra di monaci. Ancora oggi quest'angolo dei Carpazi è quasi esclusivamente occupato da monaci, e in questo mostra qualche somiglianza con il Monte Athos. Attorno a Neamt, nei valloni ombrosi, sulle verdi pendici o in alto sulle cime boscose, nelle radure o sotto i giganteschi abeti, si alternano monasteri, skiti - a volte delle dimensioni di un villaggio - ed eremi, quasi tutti prosperi.

Il monastero di Sihastria è stato il punto di partenza dei no­stri spostamenti in Moldavia. Lo starec (così viene chiamato il superiore monastico in Romania) e la piccola colonia di monaci che lo circondano ci hanno accolto con le delicatezze di un'indi­cibile carità.

Sihastria fu anticamente una fondazione esicasta, cioè con­templativa ed eremitica, del famoso monastero di Secu, da cui dista cinque chilometri. A una decina di chilometri di distanza si ergono gli imponenti edifici di Neamt. Bastano questi nomi a ricordarci che ci troviamo proprio nel cuore di quella Moldavia esicasta in cui, verso la fine del XVIII secolo, sotto la direzione di Paisij Velickovskij, la Filocalia fu tradotta in slavo ecclesiastico.

Di tutti questi monasteri attualmente abitati, Sihastria è il più nascosto, e in un certo senso, forse anche il più prospero. Molto in disparte, in fondo alla vallata della Secu, là dove la strada diventa a mala pena carrozzabile, protetto dal flusso turistico grazie all'assenza di un museo ufficiale, soprattutto mera­vigliosamente fedele, nella persona di coloro che lo abitano, alla tradizione filocalica di raccoglimento e di preghiera, Sihastria costituisce per il pellegrino, da qualunque luogo venga, un'oasi ideale di accoglienza e di pace.

Quando è diretta al monaco latino quest'accoglienza è, po­tremmo dire, senza riserve. E’ apertura e carità, senza finzioni né limiti. Ci si sente un po' come il fratello che si era perso di vi­sta da tempo e che si vede ritornare con una gioia senza ombre. E se proprio dovesse esserci qualche riserva o motivo di stupore, sarebbe del tipo: "Perché non sei venuto prima?".

Della separazione tra le due chiese ci si ricorda appena. Non che si voglia dissimularla, ma è tanto poco ciò che la rammenta, ed è tanto grande la gioia di essersi ritrovati! Si vive la comunio­ne fin dove lo si può fare oggi ragionevolmente, nello scambio e nella preghiera liturgica. La comunione si ferma, certo, alle so­glie del sacramento, ma con un doloroso rimpianto. Nelle litur­gie alle quali abbiamo avuto la fortuna di assistere, al momento della comunione eucaristica, lo starec spariva un istante dietro l'iconostasi per ricomparire subito, munito dì un vassoio sul quale erano posati tre pezzi di pane e tre bicchieri di vino, il tut­to non consacrato. E un gesto di comunione che la liturgia bi­zantina riserva al vescovo quando questi assiste a una messa sen­za comunicarsi. Poteva esserci un rito più eloquente di questo per esprimere il desiderio e la fretta, che tutti sentivamo in quei momenti, di unirci ancora di più?

Quest'apertura dell'ortodossia romena alla chiesa latina si spiega in gran parte con la coscienza che essa conserva della sua appartenenza etnica e culturale al mondo latino: una coscienza molto acuta, e che affiora ovunque, di un patrimonio e persino di una vocazione nazionali. La si può già riconoscere nell'auda­cia con la quale la maggior parte dei monaci con un minimo di cultura leggono e spesso parlano il francese, il che moltiplica im­mediatamente le possibilità di contatto. Ma appare soprattut­to nella consapevolezza di trovarsi in una situazione particolare rispetto alle altre chiese autocefale ortodosse, situazione dovu­ta alla mescolanza dei caratteri e delle culture che è alle origini del popolo romeno. Le infiltrazioni slave si sono prolungate nel tempo e sono entrate in profondità, ma la matrice latina non è mai stata soppiantata dall'innesto praticato nel corso della sto­ria. D'altronde sembra che il sentimento nazionale del popolo romeno abbia sempre oscillato tra i due poli complementari, la­tino e slavo, della sua personalità. E questa bipolarità a conferir­gli la sua originalità e la sua ricchezza. Ed è forse anche ciò che gli assicura oggi un'eccezionale efficacia a livello dei dialoghi tra oriente e occidente. Perché se è vero che la chiesa romena si sen­te pienamente ortodossa, è altrettanto vero che ha ben coscienza di rappresentare di preferenza un tipo di ortodossia latina, come mi spiegava un amico di laggiù, e di essere destinata a questo ti­tolo a un ruolo ecumenico eccezionale, a Dio piacendo.

 

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André Louf: Monaci ed ecumenismo

 

André Louf
MONACI ED ECUMENISMO
Monaci orientali in occidente

 

Tratto da: André Louf, LA VITA SPIRITUALE – ed. Qiqajon, Comunità di Bose – a cui rimandiamo per l’approfondimento.