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Intervista a Elisabeth Behr-Sigel
Tradizione non vuol dire sclerotizzazione


Un gruppo di metropoliti ortodossi al Fanar, la sede del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli.

Elisabeth Behr-Sigel è la memoria vivente di una stagione tra le più feconde della teologia e della spiritualità ortodosse in Europa occidentale. Amica di teologi come Paul Evdokimov e Vladimir Lossky e di un autore spirituale come «un monaco della Chiesa d’Oriente» (cioè padre Lev Gillet, del quale ha scritto la biografia), Élisabeth Behr-Sigel conserva, a novantatré anni, la vivacità e l’audacia di chi crede che «lo Spirito è soffio, vento, dinamismo»: un dinamismo che obbliga a sbarazzarsi della polvere e delle pesantezze del passato.

«È il vento potente dello Spirito che gonfia le vele della barca-Chiesa e la fa avanzare nella storia verso la pienezza dei tempi; è lo Spirito che suscita i profeti e i santi», dice con foga.

Autrice di una bella introduzione alla spiritualità ortodossa (Le lieu du coeur, Cerf, Parigi 1989) e di un saggio sui santi monaci e i «folli in Cristo» della tradizione russa (Preghiera e santità nella Chiesa russa, editrice Àncora, Milano 1984), femminista convinta, è tra i firmatari di una petizione rivolta al Patriarca ecumenico Bartolomeo I per il ripristino del diaconato femminile. «La vita cristiana, la vita in Cristo è una via, anzi la Via, come dicevano i primi cristiani», ha scritto in un recente articolo. «E quando si parla di via», aggiunge ora, nella sua casa di Épinay-sur-Seine, alle porte di Parigi, «si sottintende il movimento, il dinamismo, lo slancio».
 

«Forse perché molti ortodossi avvertono in maniera acuta il pericolo del tradizionalismo, di una tradizione sclerotizzata, e il rischio di rifugiarsi in un rassicurante ritualismo.
La tradizione vera non è ripetizione del passato, è interpretazione creativa dei testi e dei riti del passato. Come diceva il teologo Jean Meyendorff, si tratta di distinguere tra la Santa Tradizione della Chiesa e le tradizioni umane che spesso fanno da schermo alla prima o la tradiscono. L’interpretazione creativa della Tradizione è di importanza vitale per gli ortodossi della diaspora che si trovano a fare i conti con le sfide della modernità. Oggi, per esempio, non possiamo ignorare la necessità della lotta per i diritti umani o per la promozione del ruolo della donna nella Chiesa».
 

«Sì, certo. I greci (e i bizantini in particolare) hanno svolto un ruolo fondamentale nell’espressione della fede. Ma anche in questo caso bisogna distinguere tra ciò che è ancora vivo, attuale, fecondo e ciò che appartiene a una sia pure rispettabile tradizione da museo».
 

«C’è un’eredità di fede che si esprime ancora oggi con le parole elaborate a Bisanzio. Penso ai simboli della fede e agli scritti di Padri della Chiesa come Basilio, Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo. Come ignorare che a Bisanzio si è realizzato l’incontro tra la cultura greca e il cristianesimo e che da Bisanzio ci sono stati trasmessi tesori liturgici di grande bellezza? Ma forse l’attualità di Bisanzio si può cogliere in qualcosa d’altro. In un mondo agitato come il nostro, i bizantini ci ricordano il valore della preghiera contemplativa, disinteressata, l’importanza del riposarsi in Dio, il valore dell’hesychia, della pace e della libertà interiori.
Sono colpita dal fatto che anche molti cattolici e protestanti pratichino oggi, in Occidente, la preghiera di Gesù, la preghiera del cuore, che consiste nella ripetizione incessante del nome di Gesù o di una breve formula (per esempio, "Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!"). In un mondo dominato dalle preoccupazioni materiali, è questo un modo di ricordare che c’è qualcosa che non ha prezzo, che non si può comprare, perché appartiene all’ordine della gratuità.
Da Bisanzio, inoltre, ci viene l’insistenza sulla dimensione "pasquale" del cristianesimo che ritroviamo in tutta la spiritualità ortodossa, il fatto di sottolineare con forza che la Resurrezione di Cristo è l’evento centrale della storia, ciò che dà senso alla storia».
 

«Sì, per i bizantini Dio è bellezza e questa bellezza, di cui noi possiamo cogliere solo i riflessi, nei volti dei santi, nelle icone, in un inno, trasfigura il creato, fa del creato una grande liturgia, una celebrazione di lode... La crisi del mondo attuale nasce anche dal fatto di aver dimenticato questo legame tra bellezza e creato e di aver violentato la natura, con le conseguenze drammatiche che abbiamo sotto gli occhi: catastrofi ecologiche, mucche pazze, polli alla diossina...
Da Bisanzio (e l’attuale Patriarca ecumenico, Bartolomeo I, lo ripete con forza) viene anche questo invito al rispetto e alla salvaguardia della natura, alla necessità di ritrovare un’armonia, un ordine, una bellezza che non siano sottomessi alla logica del profitto, a una ragione utilitaristica o strumentale».
 

«L’Ortodossia è spesso definita come "la Chiesa dei sette concili". Questa fedeltà all’insegnamento dei Padri e alla dottrina dei primi sette concili è ciò che caratterizza ancora oggi la vita delle nostre comunità.
Io penso che il primo compito del Patriarcato ecumenico sia di favorire la riscoperta della conciliarità, della dimensione conciliare come costitutiva della vita ecclesiale: dal dialogo, dal confronto, dalla comunicazione di esperienze, secondo il metodo della "conciliarità", l’ecclesiologia di comunione sarà rafforzata e le tendenze all’isolamento da parte di alcune Chiese nazionali potranno essere superate.
Un altro compito urgente riguarda l’inculturazione della fede nei Paesi della diaspora e, in fin dei conti, il dialogo con la modernità. Come conciliare l’apporto della cultura e della teologia greche ereditate da Bisanzio con le condizioni materiali e i modi di vita dei fedeli della diaspora (europei, americani, australiani...)?
Oggi l’Ortodossia è sempre meno greca e sempre più occidentale. E il Patriarcato ecumenico non può non tenerne conto nel suo ministero di comunione».

di Piero Pisarra