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Un mortale agli Inferi.


 

Una notte Azhrarn, Principe dei Demoni, uno dei Signori della Tenebra, per divertirsi assunse la forma di una grande aquila nera. Volò a oriente e a occidente, battendo le ali immense, e a nord e a sud, ai quattro angoli del mondo, perché a quei tempi la terra era piatta e galleggiava sull'oceano del Caos. Vide le processioni degli uomini che passavano laggiù, rischiarate da lampade piccole come scintille, e i marosi che s'infrangevano in fiori candidi sulle rive rocciose.
Sorvolò, con un'occhiata sprezzante e ironica, le alte torri di pietra e le porte delle città, e si posò per un momento sulla vela di una galea imperiale, dove un re e una regina sedevano banchettando con favi di miele e quaglie, mentre i rematori si sforzavano sui remi; ed una volta ripiegò le sue ali d'inchiostro sul tetto di un tempio e rise forte dell'idea che gli uomini si facevano degli dei.
Mentre stava ritornando al centro del mondo, un'ora prima del levar del sole, Azhrarn, il Principe dei Demoni, udì una voce femminile levarsi piangente, solitaria ed amara come il vento dell'inverno. Pieno di curiosità, scese a terra sulle pendici d'una collina nuda come un osso, accanto alla porta di una misera capanna. Ascoltò, e poco dopo assunse la sua forma d'uomo - perché, essendo ciò che era, poteva assumere qualunque forma desiderasse - ed entrò. Una donna giaceva davanti alle fiamme esauste del fuoco morente, ed egli poté vedere subito che anche lei stava morendo, com'era consuetudine dei mortali. Ma tra le braccia teneva un bimbo appena nato, coperto da uno scialle.
<<Perché piangi?>> chiese affascinato Azhrarn, mentre si appoggiava alla porta, meravigliosamente bello, con la chioma che splendeva come fuoco nerazzurro, e abbigliato di tutta la magnificenza della notte.
<<Piango perché la vita è stata crudele con me, e perché ora devo morire,>> disse la donna.
<<Se la vita è stata crudele con te, dovresti essere lieta di abbandonarla; perciò asciuga le lacrime che, tanto, non ti serviranno a nulla.>>
Gli occhi della donna si inaridirono, e lampeggiarono d'ira, quasi con lo stesso fulgore degli occhi neri come braci dello sconosciuto.
<<Che orrore! Gli dei ti maledicano, perché vieni a farti beffe di me nei miei ultimi momenti. Per tutti i miei giorni non ho avuto che lotta e tormento e sofferenza; ma morrei senza una parola se non fosse per questo bimbo che ho messo al mondo solo poche ore fa. Che ne sarà di mio figlio, quando sarò morta?>>
<<Morirà anche lui, senza dubbio, >> disse il Principe. <<E dovresti allietartene, perché gli verranno risparmiate le sofferenze di cui tu mi hai parlato.>>
A queste parole la madre chiuse gli occhi e la bocca, e spirò, come se non sopportasse più di indugiare ancora in quella compagnia. Ma, quando si abbandonò, le sue mani lasciarono lo scialle, che si schiuse intorno al bimbo come i petali di un fiore. Una fitta indescrivibilmente profonda trafisse allora il Principe dei Demoni, perché il bimbo era di una bellezza straordinaria e perfetta. La pelle era bianca come l'alabastro, i capelli finissimi avevano il colore dell'ambra, le membra, e il volto erano modellati minuziosamente e meravigliosamente come se l'avesse creato uno scultore. E mentre Azhrarn lo guardava, il piccino aprì gli occhi, che erano dell'azzurro più cupo, come l'indaco.
Il Principe dei Demoni non esitò più. Si fece avanti e raccolse il bimbo e l'avvolse nelle pieghe del mantello nero.
<<Consolati, o figlia dell'infelicità e del pianto,>> disse. <<Dopotutto, hai fatto bene a tuo figlio.>>
E salì velocemente nel cielo in forma d'un nembo temporalesco, con il piccino annidato contro di lui come una stella.
Azhrarn portò il piccino in quel luogo al centro della terra dove montagne di fuoco si ergevano come enormi lance esili e dentellate contro un cielo di tenebra e di tuono perpetuo. Sopra tutto si stendeva il fumo cremisi dell'ardore delle montagne, perché quasi tutti i picchi avevano un cratere colmo di fiamme. Quella era l'entrata del territorio dei demoni, e un luogo di spaventosa bellezza, dove gli uomini si avventuravano raramente.
Eppure, mentre Azhrarn avanzava nella sua forma di nembo, udì il piccino ridere tra le sue braccia, imperturbato. Poi la nube fu risucchiata nella bocca di una montagna altissima, dove non ardevano fiamme, ma c'era solo un'oscurità più profonda. Il pozzo scendeva e scendeva, attraverso la montagna e sottoterra, e con esso discese il Principe dei Demoni, Signore dei Vazdru, degli Eshva e dei Drin.
Prima vi fu una porta d'agata che si spalancò al suo venire e si schiuse con un clangore dietro di lui, e dopo la porta d'agata una di acciaio azzurro, e infine una porta terribile, tutta di fuoco nero; tuttavia, ogni porta obbediva ad Azhrarn. Finalmente egli raggiunse gli Inferi, ed entrò a grandi passi in Druhim Vanashta, la città dei demoni; ed estraendo uno zufolo d'argento foggiato come il femore di una lepre, vi soffiò, e subito un cavallo demone arrivò al galoppo, e Azhrarn gli balzò sul dorso e cavalcò verso il suo palazzo, più veloce di ogni vento del mondo.
Là affidò il bambino alle cure delle sue ancelle Eshva, e le avvertì che se al piccolo fosse accaduto qualcosa di male, i loro giorni agli inferi non sarebbero più stati piacevoli. Così fu che il bimbo mortale crebbe nella città dei demoni, nel palazzo di Azhrarn, e fin dall'inizio le cose che conobbe e che perciò gli divennero familiari e naturali furono le cose fantastiche, cupe e magiche di Druhim Vanashta.
Tutto intorno a lui era la bellezza, ma una bellezza bizzarra e sorprendente, sebbene fosse la sola bellezza che il bambino poteva vedere. Lo stesso palazzo, di ferro nero all'esterno, di marmo nero all'interno, era rischiarato dalla luce immutabile degli Inferi, una radiazione incolore e fresca come la luce delle stelle, sebbene fosse molte volte più brillante, e questa luce dilagava nelle sale di Azhrarn attraverso enormi finestre di zaffiro nero o di cupo smeraldo o del rubino più scuro. Fuori c'era un giardino a terrazze, dove crescevano immensi cedri dai tronchi argentei e dalle foglie nere come giaietto, e fiori di cristallo incolore.
Qua e là c'era una vasca simile a uno specchio in cui nuotavano uccelli bronzei, mentre incantevoli pesci alati si appollaiavano sugli alberi e cantavano, perché le leggi di natura erano immensamente diverse, sottoterra.
Al centro del giardino di Azhrarn zampillava una fontana: non era d'acqua ma di fuoco, un fuoco scarlatto che non irradiava né luce né calore. Oltre le mura del palazzo si estendeva l'immensa, meravigliosa città, con le torri d'opale e d'acciaio e di bronzo e di giada che si ergevano nel chiarore del cielo immutabile. Il sole non sorgeva mai in Druhim Vanashta. La città dei demoni era una città delle tenebre, una cosa della notte. Così il bimbo crebbe. Giocava nelle sale marmoree e coglieva i fiori di cristallo e dormiva in un letto d'ombra. Come compagni aveva le bizzarre creature-fantasma degli Inferi, i pesci-uccello e gli uccelli-pesce, e le bambinaie-demone dai volti pallidi e sognanti, le voci e le mani nebulose, e le chiome d'ebano in cui s'attorcevano serpi sonnolente. Talvolta correva alla fontana di freddo fuoco rosso e la fissava, e poi diceva alle sue bambinaie:
<<Raccontatemi storie d'altri luoghi.>>
Perché era un bambino esigente, sebbene affettuoso. Tuttavia, le donne Eshva di Druhim Vanashta potevano solo agitarsi un po' a quell'implorazione, e intessere tra le dita immagini delle imprese dei loro simili, perché per loro il mondo degli uomini era come un sogno bruciante, senz'altro motivo d'esistenza che quello di potervi creare incantesimi deliziosi e perfidie, che per loro non erano affatto perfidie, bensì l'ordine normale delle cose.
Un altro essere andava e veniva nella vita del bambino, e non era facile spiegarlo quanto le belle donne assurde dai teneri serpenti. Era l'uomo bello, alto e agile che entrava all'improvviso, facendo svolazzare il mantello come le ali di un'aquila, con i suoi capelli nerazzurri e i suoi occhi magici, e si tratteneva solo per un secondo, lo guardava sorridendo e poi se ne andava. Il bambino non aveva mai occasione di chiedere storie a quell'individuo meraviglioso, sebbene fosse sicuro che doveva conoscere tutte le storie possibili; aveva solo il tempo di volgere su di lui un muto sguardo d'adorazione e d'amore, prima che il mantello ad ali d'aquila lo portasse via. Il tempo dei demoni non somiglia affatto al tempo umano. In confronto, una vita mortale sfrecciava via come l'esistenza di una libellula.
Perciò, mentre il Principe dei Demoni si occupava delle sue imprese notturne nel mondo degli uomini e al di fuori di esso, il bimbo, alzando gli occhi, aveva l'impressione di vedere l'uomo dal mantello nero solo una o due volte l'anno, mentre Azhrarn si recava da lui due volte al giorno.
Tuttavia, il piccolo non si sentiva trascurato. Pieno d'adorazione, non riteneva d'aver diritto a chiedere un favore... anzi, non vi pensava neppure. In quanto ad Azhrarn, la frequenza delle visite indicava il suo grande interesse per il bambino mortale, o almeno il suo grande interesse per ciò che, secondo la sua intuizione, quel bambino sarebbe diventato.
Così il bambino crebbe, e divenne un giovanotto di sedici anni. I Vazdru, gli aristocratici di Druhim Vanashta, talvolta lo guardavano passeggiare sulle alte terrazze del palazzo del loro signore, ed uno di loro magari osservava:
<<Quel mortale è veramente bellissimo: splende come una stella.>>
E qualcun altro rispondeva:
<<No, come la luna.>>
E poi qualche regale demonessa rideva sommessamente e diceva:
<<Piuttosto come un'altra luce del cielo terrestre, e il nostro meraviglioso Principe dovrebbe stare in guardia.>>
Il giovane era bellissimo, come Azhrarn aveva previsto. Diritto e snello come una spada, bianco di carnagione, con i capelli di lucente ambra rossa e gli occhi serotini, è certo che ve ne erano pochi altrettanto eccezionali negli Inferi, e ancora meno nel mondo sovrastante. Un giorno, mentre passeggiava nel giardino sotto i cedri, udì le ancelle Eshva sospirare e inchinarsi come pioppi nella brezza, per rendere omaggio al loro Principe.
 Voltandosi prontamente, il giovane vide Azhrarn che stava sul vialetto.
Al mortale pareva che il visitatore fosse rimasto assente più a lungo che mai; forse qualche avventura più complessa del solito l'aveva trattenuto sulla terra, per distorcere una mente gentile o per causare la caduta di qualche nobile regno, così che forse quattro o cinque anni della vita dell'adolescente erano trascorsi senza che lo vedesse. Ora il suo cupo fulgore ardeva tanto intensamente che il mortale provò l'impulso di ripararsi gli occhi, come da una grande luce.
<<Bene,>> disse Azhrarn, Principe dei Demoni, <<sembra che io abbia compiuto una scelta eccellente quella notte sulla collina.>>
E avvicinandosi, posò la mano sulla spalla del giovane e gli sorrise. E quel tocco fu come una trafittura di sofferenza e di gioia, e il sorriso come il più antico incantesimo del tempo, così che il mortale non seppe dir nulla e si limitò a tremare. <<Ora ascoltami, >> disse Azhrarn, <<perché questa è l'unica, dura lezione che ti insegnerò. Io sono il sovrano di questo luogo, questa città e questa terra, e sono anche maestro di molte magie e un Signore della Tenebra, così che le cose della notte mi obbediscono, sulla terra e sottoterra. Tuttavia, ti darò molti doni, solitamente non concessi agli uomini. Sarai per me mio figlio, mio fratello e il mio amante. E ti amerò: perché quale io sono, non dò il mio amore con leggerezza, ma quando lo dò, è sicuro. Tuttavia ricorda questo: se mai ti farai di me un nemico, la tua vita sarà come polvere o sabbia al vento. Perché ciò che un demone ama e perde, egli lo distrugge, e il mio potere è il più grande che tu potrai probabilmente conoscere.>>
Ma il giovane, guardando Azhrarn negli occhi, disse:
<<Se destassi la tua collera, mio signore, allora non vorrei altro che morire.>> Allora Azhrarn si tese e lo baciò.
Il mortale fu preso dalle vertigini e chiuse gli occhi. Azhrarn lo condusse a un padiglione d'argento, dove i tappeti erano folti come felci, e profumati come boschi nella notte, e scuri drappeggi lucenti parevano nubi davanti alla luna. In questo strano luogo, in parte reale e in parte misterioso, Azhrarn considerò ancora una volta la vergine bellezza del suo ospite, accarezzandone il corpo d'avorio e passando le dita tra i capelli d'ambra che gli erano cari.
Il giovane era stordito dall'estasi, al tocco del demone. Gli sembrava di essere lambito dall'ardore freddo della fontana di fuoco del giardino. Era uno strumento ideato espressamente per un grande musicista.
Ora il maestro intonava il suo corpo e destava le corde nervose della sua carne ad una squisita sofferenza.
Nell'amplesso di Azhrarn non vi era nulla di brutale e neppure d'incalzante. Il tempo eterno favoriva i suoi amori, piaceri che zampillavano riversandosi l'uno sull'altro, smisurati e prolungati.
Fuso e rimodellato nella fornace sconfinata, il giovane divenne una pulsante cassa armonica per quel tema in crescendo.
Poi una nota di dimensioni spaventose e meravigliose risuonò dentro di lui, saturando fino all'orlo la coppa che egli era diventato.
Il fallo del Demone (né gelido né ardente) entrò in lui come un re entra in un regno conquistato, suo per diritto di resa.
Il fallo era una torre che trapassava la porta, le viscere della cittadella del suo mondo interiore. I colori scuri del padiglione si fusero nell'oscurità di quegli occhi fissi che l'osservavano con terribile, crudele, spietata tenerezza.
Il corpo del mortale sussultò e fiammeggiò e s'infranse in un milione di brividi d'incredibile delizia, gli ultimi accordi della musica, la cupola della torre che schiantava il tetto del cielo del cervello.
Sprofondò nel delirio, con il suo sapore della notte, la bocca di Azhrarn sulla sua.



 

Tanith Lee

 

                                                                                               

 

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