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AWMR Italia - Associazione Donne della Regione Mediterranea

7a Conferenza Internazionale, Italia - Gallipoli 8-12 luglio 1998

Donne e Lavoro nel Mediterraneo

AWMR - Association of Women of the Mediterranean Region

6. Interventi pervenuti alla conferenza e Messaggi di saluto

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Interventi pervenuti alla conferenza

Messaggi di saluto

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6.1. Donne palestinesi e diritto al lavoro
Shadia El Sarraj, AWMR Palestina


Molti fattori condizionano il diritto al lavoro delle donne palestinesi: politici, sociali, culturali.

Dal punto di vista politico, c'è da dire che dal 1948 l'economia dei Territori palestinesi si è caratterizzata per la sua dipendenza. Fino alla guerra del '67 con Israele è stata dipendente dall'economia egiziana e giordana, dal momento che la Palestina era amministrata da quei paesi. In seguito all'occupazione israeliana, la forza lavoro maschile palestinese è divenuta il prodotto più esportato dai territori occupati. La dipendenza occupazionale sul mercato del lavoro israeliano è più pronunciata nel caso della Striscia di Gaza che della West Bank. Nel 1992 lavorava in Israele il 39% della forza lavoro di Gaza.

I Palestinesi hanno sofferto profondamente della prolungata occupazione militare israeliana che è stata, ed è tuttora, una croce da portare ed un ostacolo a qualsiasi processo di pianificazione e programmazione dello sviluppo. Israele ha operato sistematicamente per rendere la terra dei Palestinesi, le loro risorse naturali e finanziarie e la stessa popolazione dipendenti dall'economia israeliana, integrandole nei suoi disegni politici, sfruttandole e vincolando l'economia palestinese ad ordini militari, leggi e regolamenti brutali, imponendo strutture ed infrastrutture che la paralizzano.

Circa il 37% della popolazione adulta nei Territori partecipa alla forza lavoro. Secondo i dati relativi al settore privato, il 25,8% è impiegato in agricoltura, seguito dall'industria con il 15,5% e dall'edilizia con il 10,4%.

Le difficoltà economiche che le famiglie palestinesi hanno dovuto affrontare dopo l'occupazione israeliana del '67 ha costretto un gran numero di donne a cercare lavoro per integrare il reddito familiare. L'impatto dell'Intifada e la detenzione di molti uomini hanno costretto le donne a sostituirli nel lavoro. Anche l'emigrazione degli uomini in cerca di lavoro è stato un fattore che ha creato più occasioni di lavoro per le donne.

Tuttavia, il tasso di presenza femminile nella forza lavoro resta basso, stimato intorno al 10-12% nei Territori, per molte ragioni. Prima fra tutte l'alta disoccupazione, che ha toccato il 68%, dovuta alla politica israeliana di chiusura totale dei Territori, che ha impedito ai lavoratori palestinesi di raggiungere il proprio posto di lavoro in Israele.

Nella Striscia di Gaza la bassa presenza di donne nel complesso della forza lavoro può essere attribuita anche a limitazioni imposte da fattori socio-culturali. Le tradizioni culturali sono particolarmente importanti in Palestina, più che in qualsiasi altro paese arabo, in quanto sono una forma di resistenza all'occupazione israeliana.

Dalla distinzione tra diritto costituzionale e civile deriva inoltre l'intrinseca contraddizione nello status delle donne, per cui ad esse è riconosciuta un'uguaglianza politica nell'ambito di una legislazione che preclude loro le libertà personali. La tradizionale separazione della sfera privata e pubblica ha contribuito a questa ambivalente condizione.

Un'altra ragione della disoccupazione femminile è il basso livello di scolarizzazione delle donne. La dispersione scolastica femminile è un problema palese fin dalla scuola primaria. Ma anche l'accesso delle donne ai gradi superiori dell'istruzione è ridotto per via della loro limitata possibilità di muoversi. Per quanto si enfatizzino i benefici dell'istruzione, la mentalità tradizionale e le consuetudini agiscono ancora come barriere contro l'accesso delle donne all'istruzione ad ogni livello.

La mobilità limitata è stata sempre una grossa costrizione per le donne, che ne ha condizionato l'accesso ai mezzi di trasporto, alle cure mediche, all'assistenza legale e al lavoro.

A causa dei livelli di vita deteriorati dall'occupazione israeliana, le famiglie con molti figli hanno preferito investire nell'istruzione dei maschi piuttosto che delle femmine.

Il matrimonio precoce è un'altra seria ragione di restrizione del diritto delle donne all'istruzione e al lavoro. I valori sociali tradizionali, associati alla modestia della ragazza, determinano l'abbandono della scuola e spesso conducono al matrimonio in età precoce, nonostante i limiti stabiliti dalla legge. Circa il 40% delle ragazze, soprattutto delle aree rurali, diventano mogli e madri in questa fase della loro vita. L'alto tasso di fertilità delle donne palestinesi, stimato fra i più alti del mondo, il gran numero di figli messi al mondo, spesso rende loro difficile trovare lavoro proprio negli anni di vita che sono i più produttivi nell'attività lavorativa.

D'altra parte la remunerazione non è uguale per uomini e donne. Viene stimato che i salari delle donne siano pari al 50-60% di quelli percepiti dagli uomini per un uguale lavoro. Neppure la percettività dei diritti sociali connessi con l'attività lavorativa è paritaria. La concezione che gli uomini sono i soli a portare il pane in casa è stata la prima ragione per cui si è trascurato di perseguire la parità di trattamento riguardo agli assegni familiari, alle indennità e alle pensioni. Alle lavoratrici sposate, al contrario degli uomini, non viene automaticamente riconosciuta l'inclusione nell'assistenza sanitaria per gli altri componenti della sua famiglia, a meno che il marito e i figli non siano inabili al lavoro. La facoltà di usufruire del congedo di maternità può essere ricusata per effetto di una complicazione legale collegata al congedo per malattia.

A tutto questo si aggiunga che molta parte della forza lavoro femminile non ha conoscenza delle leggi che la tutelano.

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6.2. Equità e giustizia dinanzi alla legge: il caso delle donne palestinesi
di Ayesha Rifai, AWMR Gerusalemme Est

Trad. Giovanna Martelloni

Sia la narrazione aneddotica che la letteratura in generale suggeriscono che il ruolo delle donne nell'economia internazionale è in relazione con il loro benessere fisico e psichico. Poiché esso le espone a rischi che non capitano a caso, ma che sono un riflesso della ripartizione del lavoro in base al sesso sia nel lavoro salariato che nel posto assunto all'interno di una società più allargata. Da quanto è documentato, in nessun luogo di questa terra le donne sono entrate a far parte della forza lavoro alle stesse condizioni degli uomini. Nella gran parte dei paesi vengono convogliate in determinati settori dell'economia, solitamente in impieghi di servizio in aree selezionate dell'industria manifatturiera, come nei settori dell'abbigliamento e del calzaturiero, e nella produzione alimentare. Nella gran parte dei paesi del terzo mondo, inclusa la Palestina, le donne costituiscono una quota significante della forza lavoro impiegata nell'agricoltura. È da notare che all'interno di ogni area di lavoro, vi è una concentrazione di donne negli impieghi con paghe più basse e con livelli minimi. Così il mercato del lavoro continua ad essere caratterizzato dalla segregazione verticale e orizzontale, che vede la condizione della donna sottomessa ai tradizionali pregiudizi sulla ripartizione sessuale del lavoro. (Feminist Review, 1986).

Ciò non si limita agli aspetti pratici dei sistemi sociali dominanti, ma viene esteso anche ai sistemi legislativi, che costituiscono la spina dorsale e il termine di riferimento per la maggioranza delle società...!

Il caso della Palestina non è diverso da tutto ciò.

Considerando il contesto palestinese, si conviene che vi sia una sostanziale disparità tra uomini e donne all'interno di quasi tutti i campi della vita sociale. Ciò si manifesta in tutti gli aspetti incluso quello del lavoro e delle sue leggi.

Le leggi in atto nella West Bank si basano sulla giurisprudenza giordana, mentre quelle applicate nella Striscia di Gaza, su quella egiziana. Sebbene le due giurisprudenze vengano ancora applicate all'interno della struttura della Sharià islamica, certe indagini sul diritto civile, nel caso specifico, indicano il permanere delle impronte dei britannici che furono fra i primi ad occupare la Palestina. Per questo alcune delle loro leggi sono state accuratamente integrate da quelle palestinesi.

Da allora sono state fatte delle revisioni e sono state introdotte delle modifiche minori alle leggi palestinesi, comunque nessuna di esse prende in considerazione i bisogni delle donne palestinesi. Anche dopo l'insediamento dell'Authority palestinese, avvenuto nel 1993, non è accaduto nulla sino a quando il Movimento delle donne palestinesi non ha richiamato l'attenzione dei politici palestinesi e di coloro che decidono sul fatto che sono loro ad essere tenuti a prestare a tale questione piena attenzione e sollecitudine.

Aspirando ad una maggiore equità e giustizia per le donne palestinesi, le loro leader sono state concordi nel porre al primo posto sulle loro agende la promulgazione di una legislazione e quindi hanno impegnato tutti i loro sforzi nell'agire e nell'avere parola nel sistema legislativo palestinese in evoluzione.

Sostenute dal supporto dell'Authority Palestinese e dal suo organo legislativo, il Consiglio Legislativo Palestinese, le donne palestinesi hanno lanciato una campagna estesa su tutto il territorio nazionale intitolata "Modello Parlamentare Palestinese: Donne e Legislazione", rivolta a tutti i palestinesi e non solo alle donne.

L'idea di questo Modello Parlamentare Palestinese rappresenta un ampliamento di suggerimenti e di proposte introdotti dai partecipanti a gruppi di lavoro condotti durante le due fasi preliminari della campagna. Queste sono complementari ai lavori compiuti da più di venti istituzioni coinvolte, governative e non, che sono state e sono tuttora attive nei campi dei diritti umani, dei movimenti delle donne e del diritto civile ed islamico.

Le due fasi precedenti vennero istituite e condotte dal Centro delle Donne per il Consiglio Legale e Sociale di Gerusalemme. La prima comprendeva un'attenta indagine su tutti i testi legislativi che hanno a che fare con le donne e che operano sia nella West Bank che a Gaza, sottolineando quelli che presentano discrepanze nel trattamento degli uomini e delle donne. La seconda fase della campagna è stata l'elaborazione di un progetto che ha messo in risalto suggerimenti e proposte per l'introduzione di modifiche che garantissero uguaglianza e giustizia per le donne palestinesi.

In sostanza, il Modello Parlamentare Palestinese mira a raggiungere un certo numero di obiettivi che includono:

  1. L'incoraggiamento di un dialogo aperto ed evidente fra tutti i sistemi e gruppi sociali riguardanti le leggi applicate ed i loro termini di riferimento, così da creare un senso di consapevolezza del processo legislativo e del ruolo che può essere giocato all'interno di esso.

  2. La diffusione della conoscenza della legge, nella misura più ampia possibile, all'interno di tutti i gruppi sociali, facendone in tal modo un bene pubblico.

  3. L'attualizzazione del concetto di democrazia che racchiude in sé il fatto che la nazione è fonte di autorità e che tutti sono uguali dinanzi alla legge senza alcuna discriminazione.

  4. Lo sviluppo delle capacità degli elettori palestinesi per il perseguimento, l'interrogazione e l'interazione con le attività del Consiglio legislativo palestinese, dal quale ci si aspetta che eserciti la sua influenza nelle negoziazioni per l'approvazione di modifiche anticipate.

  5. Richiamare l'attenzione dei media e della stampa, del pubblico in generale e di coloro che hanno potere decisionale.

  6. Far passare attraverso il sostegno pubblico le modifiche suggerite, per riuscire con una strategia che sia trasferibile in testi scritti, in modo che il Consiglio legislativo palestinese le possa adottare e possibilmente approvare.
Nonostante le riserve di alcune persone e l'opposizione di molti, finora è stato realizzato molto. Ma la questione cruciale che resta è se le donne palestinesi riusciranno a fare un passo in avanti verso la realizzazione del loro ultimo obiettivo introducendo le modificazioni che vogliono alle leggi che sono rimaste intatte per così lungo tempo. Questo è ciò che i pochi mesi a venire riveleranno dopo che il Consiglio legislativo palestinese annuncerà i risultati delle sue discussioni in merito ai cambiamenti proposti.

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6.3. Società in transizione:
nuovo paradigma di trasformazione della famiglia.
di Elena Grozdanova
Ministro del lavoro e delle politiche sociali della Repubblica di Macedonia
e Brnakica Dadasovic
operatrice sociale

Trad. di Giovanna Martelloni

Struttura teorica

L'ambiente culturale e sociale ha il suo impatto sulla persona individuale, soprattutto e in modo più rigoroso attraverso il tessuto familiare. La famiglia gioca il suo ruolo più significativo nell'addestrare i suoi componenti alla vita quotidiana della società attraverso il processo di socializzazione.

La famiglia ha una propria vita come qualsiasi altro organismo/sistema vivente. Essa costituisce una nuova forma di condizione sociale che richiede una studio specifico ed un approccio interpretativo.

Ogni famiglia ha i suoi momenti di crisi durante il suo percorso di vita, tuttora la famiglia funzionale ha la capacità di scoprire nuove vie nella soluzione di problemi e conflitti che sono inevitabili nel vivere quotidiano.

Per lo più, una famiglia non funzionale rinvia la soluzione dei problemi. Tali famiglie sono costantemente in crisi e non si individua il momento in cui ne appaiono i sintomi o quando la crisi si manifesta e minaccia la rottura dell'intera famiglia.

Nella nostra società il periodo di transizione ha causato enormi cambiamenti nel sistema sociale e politico, nelle condizioni socio-economiche, nelle regole morali ed etiche, nonché nei sistemi di valori e di orientamento. Ciò ha prodotto un certo impatto sulla società e sulla gran parte delle famiglie che sono l'elemento fondante della società.

Le prevedibili crisi di sviluppo, che ogni famiglia ha sperimentato, ora sono più complesse a causa delle crisi prodotte dal periodo di transizione: la famiglia si trova ad affrontare molti cambiamenti inattesi nello stile di vita e nella qualità del vivere, dovuti anche ad un più basso standard di vita che comporta il rischio di turbare le funzioni vitali della famiglia.

La famiglia perde la sua intima stabilità di base, cosa che disturba le relazioni all'interno del sistema familiare.

Il sottosistema coniugale diventa non funzionale ciò significa che il disordine nella omeostasi coniugale ha luogo attraverso il cambiamento dei poteri: il marito diventa disoccupato, la moglie inizia a procurare capitale, oppure entrambi i coniugi non hanno alcuna prospettiva di sostentamento reale ed entrambi escono dalla famiglia in cerca di una migliore vita materiale attraverso lavori illegali, contrabbando ed altre forme di attività economiche che sino ad allora gli erano estranee.

D'altro canto, con la perdita del potere reale, i genitori perdono anche l'autorità di genitori e non sono più in grado di essere un vero pilastro rispetto alla formazione della personalità dei propri figli.

Poiché molti figli tendono all'edonismo, alla soddisfazione dei loro bisogni materiali, psicologici e intellettuali, cercano di trovarlo al di fuori dell'area familiare e all'interno della società che a sua volta affronta il suo chaos e che non offre alle giovani generazioni nulla di rilevante, tranne che lo spettro di un fenomeno socio-patologico (crimine adolescenziale, delinquenza, consumo di alcool, droghe, gioco d'azzardo, prostituzione infantile e tutti gli altri prodotti di questo tempo).

La famiglia si trova ad affrontare una grave crisi all'interno ed all'esterno dei confini familiari, ciò disordina i legami e le relazioni familiari a tutti i livelli.

Una maggiore fusione della famiglia porta ad una crisi familiare generale e la famiglia, in quanto parte del sistema sociale, decade.

Il crescente numero di divorzi a Skopje ( la capitale della Repubblica macedone) è un buon indicatore di tutti quei cambiamenti ai quali è sottoposta la nostra società in transizione. I coniugi non sanno più convivere, ora non sanno neanche come divorziare, né sanno come sopportare, da un punto di vista economico, sociale, psicologico o emotivo la fase di crisi durante il processo di divorzio. La loro crisi viene riflessa in modo più intenso dalla parte più vulnerabile del loro sistema familiare - vale a dire i figli.

I figli stanno affrontando una crisi sociale, e al tempo stesso si trovano penosamente dinanzi alla crisi del loro sistema familiare, perdono la loro stabilità di base e ciò apre un intero campo di fenomeni psico-patologici e socio-patologici.

Compiti ed obiettivi:

Uno degli obiettivi che la società ha stipulato con la Legge sulla Famiglia è la protezione degli interessi dei figli in situazioni in cui si ha il collasso del sistema familiare.

Uno dei programmi che noi abbiamo sviluppato è di supportare sistemi familiari con un solo genitore (quel genitore al quale i figli vengono affidati dopo il divorzio). L'obiettivo generale del programma consiste nell'affidare ad operatori sociali che agiscono attraverso gruppi di intervento e di terapia contro i disturbi inter-psichici apparsi durante la crisi sociale e familiare, allo scopo principale di ridurre la "passione" del divorzio. In questo modo viene stimolata una maggiore funzionalità della famiglia con un genitore (one-parent-family).

Ulteriori obiettivi specifici sono:
  1. Allargamento e sviluppo delle capacità per affrontare lo stress.

  2. Ridefinizione dei ruoli a causa dell'esistenza di cambiamenti all'interno della famiglia, anche attraverso l'abbandono di vecchi modelli di comportamento che ora non sono più funzionali ed adozione di nuovi modelli funzionali.

  3. Promozione della comunicazione tra genitori e figli allo scopo renderli sensibili verso i loro bisogni, e verso i bisogni dei figli.
Così, il nuovo sistema familiare esistente è abilitato a ricostruire nuovi confini, ruoli, relazioni, modi di distribuzione di potere, nuove interazioni, allo scopo di sviluppare una sana omeostasia ed un nuovo sistema familiare.

metodi di lavoro:

Questo programma di intervento e di terapia usa come struttura di riferimento l'approccio sistematico nel decifrare la famiglia ed il suo trattamento.

Allo scopo di realizzare questo programma, vengono usate molte tecniche, come: biblio-terapia, (biblio-therapy), terapia dell'infanzia (doll-therapy), gioco dei ruoli (role-playing), valori chiarificatori (clarifying values), soluzione di problemi (problem-solving), giochi di fantasia (water-fantasies), manipolazione della creta (working with clay), sviluppo di un lessico emotivo (development of an emotional dictionary), espressività attraverso il disegno, i colori ed i movimenti (expressing through drawing, colors and movements), ed ancora la costruzione di un geneogramma per ogni famiglia.

Attraverso tutti questi metodi usati in un gruppo, le risorse di una persona vengono risvegliate in senso immaginativo, effettivo, fisico e sociale.

Principali caratteristiche del gruppo:

I gruppi sono formati da 10 famiglie con un solo genitore; non sono pubblici ed hanno una composizione eterogenea in rapporto al sesso, all'età, all'istruzione ed allo stato sociale. La durata del programma è di sei mesi. Gli incontri si tengono una volta a settimana e durano due ore. Ciascun laboratorio è strutturato in anticipo con obiettivi ben prefissati che devono essere raggiunti.

I laboratori operano attraverso lo scambio di opinioni allo scopo di trovare nuove risposte cognitive, emotive e comportamentali alla crisi sociale iniziata con il divorzio inteso come particolare fattore di stress.

Programma del laboratorio:

Il laboratorio si attua in 24 incontri suddivisi in cinque fasi:

Fase 1: 10 laboratori. I partecipanti lavorano attivamente su se stessi e sulla propria esperienza emotiva rispetto al divorzio e condividono le loro emozioni di sacrificio, fallimento, stress, perdita ed ansietà.

I partecipanti lavorano sull'accettare una parziale responsabilità personale del fallimento, lo scopo di ciò è renderli consapevoli di tali sentimenti, da ridurre in un secondo momento, e produrre un cambiamento nell'attitudine personale rispetto al divorzio.

Fase 2: 6 laboratori. Con l'elaborazione di un diagramma che ha anche caratteristiche educative, si prospetta alle famiglie la possibilità di funzionare, vengono anche a conoscenza delle dinamiche relazionali, comprendono l'influenza dei modelli transgenerazionali del partner, ed anche il tipo di relazione tra matrimonio e figli e fra tutti gli altri componenti della famiglia.

Attraverso l'elaborazione di un proprio geneogramma, viene ridotto il sentimento di deficienza personale del membro del gruppo, ciò porta ad una rivalutazione razionale della propria personalità, della personalità dei genitori e del sistema di legami, preso nel suo insieme, per creare una connessione fra le disfunzioni e per rompere il sistema di modelli inadeguati di comportamento.

Fase 3 : I membri del gruppo affrontano il problema di essere genitori unici con grandi responsabilità nei confronti dei figli e cercano di operare una ricostruzione funzionale del sistema a genitore unico (singl-parent -system).

Fase 4 : Lavorare con i membri del gruppo prestando particolare attenzione alle relazioni all'interno dell'ambiente sociale: con genitori, amici, cooperatori, e contemporaneamente costruire una relazione adeguata con l'altro genitore su un nuovo livello di rapporto fra genitori, ponendo la relazione genitore-genitore e figlio-genitore come la più importante caratteristica

Fase 5 : Si deve prestare una particolare attenzione agli aspetti personali di crescita e di sviluppo, nonché al miglioramento della qualità dello stile di vita personale. Si stanno tenendo dei colloqui sulla possibilità di formare nuovi rapporti associativi, sulle loro prerogative nonché sulle aspettative dei membri dei gruppi relative all'accettazione ed al processo di costruzione di una relazione tra i loro figli ed il nuovo compagno (coniuge) e alla costruzione di un rapporto con i figli del partner nati dal suo precedente matrimonio. Si presta una particolare attenzione al rapporto "i miei figli-i tuoi figli-i nostri figli".

Metodi di valutazione

La natura sperimentale di questo programma, il ristretto campo e gli obiettivi accuratamente definiti, nonché le caratteristiche del modello, determinano il metro della sua valutazione ponendo dei limiti alla metodologia ed alla validità sostanziale.

A causa di ciò ci siamo limitati al metodo della prova e riprova (test-retest).

Ogni membro del gruppo compila un "questionario d'ingresso" (input-questionnaire) e dopo aver completato il ciclo di incontri un "questionario d'uscita" (output-questionnaire). I questionari contengono domande individuali per la valutazione di moduli paralleli (d'ingresso e di uscita), ciascun questionario contiene anche un gruppo di domande specifiche che l'altro questionario non può contenere. Questionari paralleli vengono elaborati per i genitori (in ingresso ed in uscita) e per i figli ( in ingresso ed in uscita).

Questi questionari contengono domande su varie aree: dati anagrafici, domande che richiedono un parere sull'altro genitore e sul rapporto fra genitori e domande che richiedono il parere dei figli.

Le domande del questionario d'ingresso sono relative alle aspettative ed alla partecipazione al gruppo, il questionario di uscita contiene domande su una personale valutazione del lavoro svolto all'interno del gruppo.

Le domande per i figli hanno caratteristiche simili, essi devono dare risposte sulla esperienza personale, una valutazione del proprio rapporto col genitore col quale si vive ed un'altra sul genitore col quale non si vive, una valutazione relativa al loro giudizio sul rapporto tra i genitori ecc. .

Anche qui vengono poste domande specifiche nei questionari d'ingresso e di uscita., che partono da ciò che loro si aspettano dal gruppo ad arrivano a ciò che ne hanno avuto.

Durante il lavoro di gruppo viene usato anche il metodo di osservazione del gruppo, col quale gli elementi di osservazione vengono sviluppati e pianificati in anticipo.

Prospettive

In base all'esperienza dalla diretta implementazione al lavoro pratico ed ai risultati ottenuti con una valutazione, si è progettato di sviluppare, arricchire e rendere questo programma più sensibile o attuale rispetto ai bisogni specifici delle famigle menzionate.

Allo stesso tempo è necessario applicare un sistema più sistaltico e più valido per valutazioni più approfondite dei dati.

È anche nostra opinione che la costruzione di una rete di programmi complementari che dovrebbe coprire tutte le età dei figli possa essere un contributo essenziale per un'azione preventiva nella famiglia nel periodo di transizione, così come nel periodo successivo al divorzio della famiglia

conclusione

Il periodo di transizione della nostra società ha portato grandi cambiamenti al sistema politico e sociale, alle condizioni socio-economiche, alle norme etiche e morali ed ai sistemi di valori e di orientamento. Ciò ha il suo impatto su tutti i segmenti della società e soprattutto sulla famiglia come cellula di base della società.

La famiglia sperimenta significativi cambiamenti.

Possiamo giustamente dire che ci troviamo ad avere a che fare con una trasformazione della famiglia come risultato di : La nostra realtà sociale è già triangolare (?) nel senso delle relazioni inter-personali che portano la famiglia ad uno stile di vita aggressivo, il cui risultato è un gran numero di divorzi. In tal modo si ha una nuova trasformazione familiare, stabilendo nuovi rapporti, relazioni, distribuzione di poteri, divisione di ruoli all'interno del sistema familiare composto da un genitore (one-parent-family system).

Questo programma è inteso come attività preventiva e come tentativo sperimentale. È focalizzato sul lavoro con famiglie con un genitore (un solo genitore che vive con i suoi figli) nel periodo successivo al divorzio. All'interno di una struttura di riferimento di sei mesi con 24 incontri di sessioni settimanali di due ore, ci sono cinque fasi con particolari elementi qulificanti per ciascuna fase. Gli operatori sociali hanno obiettivi prefissati, il metodo di lavoro di base è di intervento psico-sociale e la terapia ha carattere pedagogico.

Ogni laboratorio include lo scambio di esperienze nel contesto di un gruppo con l'uso di molte tecniche: biblio-terapia, terapia dell'infanzia, gioco dei ruoli, giochi di fantasia, geneogrammi, espressività attraverso il disegno.

Questo gruppo di lavoro non è pubblico ed ha sino a 10 genitori con i loro figli. Il gruppo viene selezionato con un criterio trasparente: è etereogeneo rispetto al sesso, all'istruzione ed allo stato sociale.

Quanto agli obiettivi di valutazione, vengono usati questionari scritti con schemi (d'ingresso e di uscita) e metodi di osservazione paralleli.

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6.4. La faticosa ricerca della parità:
le tabacchine nel salento 1900-1950.
Rosalba Nestore

Introduzione


Tentare di ricostruire pezzi di storia delle donne, settoriale, locale di alcune categorie, può significare in alcuni casi molto, e tuttavia significa ancora molto poco se confrontato con l'enorme quantità di ricerca e di ricostruzione che ancora è da farsi. È vero, molto è stato già detto, e molto è stato già fatto: dalle numerose riviste di storia delle donne, presenti e purtroppo ormai chiuse, (vedi l'esperienza preziosa di "Memoria"), le raccolte di studi di genere che si vanno diffondendo anche in Italia, i numerosi Centri di studio e di documentazione, le singole, lodevoli iniziative di donne che tentano di salvare pezzetti più o meno piccoli di voci e di silenzi.

Il nuovo, nuovissimi femminismo, quello degli anni '90, quello che si sta affacciando sul nuovo millennio, potrà avvalersi di tanta intelligenza, volontà, intellettualità e competenze espresse dalle donne e ormai universalmente riconosciute; eppure tanto ancora resta da fare. Resta tutto intero il problema della ricostruzione dello statuto delle storie delle donne, della ricognizione e inventario delle esperienze, del vecchio, vecchissimo, sepolto "nell'archeologia del silenzio" e del nuovo, nuovissimo che ancora si stenta a riconoscere .Una ricostruzione, insomma che parallelamente deve percorrere il doppio binario del passato e del futuro ben ancorandosi al presente. Ritrovare il proprio passato, facendolo emergere dagli archivi, dalle memorie dalle esperienze di vita, e nello stesso tempo guardare al proprio futuro sapendo riconoscere e segni, i simboli, le strade che portano al sapere di genere. Potenziare dunque le risorse, avviare e mantenere vivo il dibattito, costruire reti di pensiero, di parole e di azioni per tenere insieme la storia, il lavoro, il pensiero filosofico, politico, sociale psicologico ecc. e tutto quello che si muove in questo nuovo, nascente universo femminile.

1. La Tabacchicoltura in Terra D'Otranto.

La ristrutturazione agricola nei primi decenni dopo l'Unità d'Italia, fu pagata sostanzialmente dalle masse contadine del Mezzogiorno, "...lo sfruttamento estremo della forza-lavoro dei contadini vessati dai tempi lavorativi prolungati oltre ogni dire, ingaggiati con la più bassa tariffa possibile dagli imprenditori coi quali patteggiavano sulla piazza del paese, la sera prima; in lotta(...), contro la miseria e la fame "effettiva e straziante".

La crisi profonda dell'olivicoltura e della viticoltura, determinata tra l'altro da malattie parassitarie, costrinsero i proprietari terrieri a fare tentativi di diversificazione delle colture. Nei quattro circondari di Brindisi, Gallipoli, Lecce e Taranto che costituivano il territorio della Terra d'Otranto, la coltura del tabacco, già diffusa nei secoli passati, ebbe un improvviso incremento ed alla fine dell'800 vi si coltivava il 24% della produzione nazionale.

Già nel censimento del 1871 le concessioni si estendevano su un totale di oltre sei milioni di Km. per un totale di 40 comuni e, benché ancora non si pensasse alla produzione del tabacco come unica coltura di questa provincia, tuttavia l'attenzione alla sua produzione e trasformazione fu, negli anni avvenire, crescente. In realtà, la coltivazione del tabacco permetteva l'identificazione tra il titolare della concessione ed il grande proprietario terriero, che avrebbe utilizzato la colonia per la coltivazione e le grandi, docili, masse femminili per la lavorazione delle foglie, già all'interno dell'azienda, sicuro sempre dell'acquisto da parte dello Stato. Così "La Direzione Generale delle Gabelle affidò (1891) al Prof. Orazio Comes, oriundo pugliese, docente presso il rinomato Istituto Superiore Agrario di Portici, l'incarico di istituire tre campi sperimentali. Gli esperimenti interessarono i circondari di Lecce, (presso la Regia Scuola Agraria), a Poggiardo e ad Alessano; i risultati ottenuti furono tanto incoraggianti che nel 1897 si avviò la fase produttiva nella Manifattura del capoluogo salentino...". Nel 1893, il Governo aveva istituito la Direzione generale delle Privative, che decise nel 1898, la concessione di 20.500.000 piante di tabacco orientale distribuite per tutto il Salento Ben 8.500.000 di piante della qualità Xanti YaKà, furono concesse ai comuni di Diso, Poggiardo, Specchia, Tricase, Calimera, Lecce e Sternatia.

All'inizio del nuovo secolo, il tabacco fu considerato come la coltura che sola poteva da una parte accrescere il reddito, ancora così basso delle popolazioni salentine, e dall'altra dare un input potente alla modernizzazione dei metodi lavorativi delle campagne. In realtà, il concentrare tanta mano d'opera negli opifici e nelle Manifatture contribuì alla crescita professionale di masse contadine e soprattutto di masse contadine femminili, ma contribuì soprattutto, a far entrare in contatto i lavoratori di ambo i sessi con un'organizzazione del lavoro di tipo industriale sino ad allora quasi sconosciuta. Le maestranze leccesi furono così altamente professionalizzate da essere utilizzate anche all'estero quando si doveva impiantare una nuova Manifattura Tabacchi. I risultati furono Però, abbastanza deludenti e si notò una profonda discrepanza tra l'enorme quantità di lavoro richiesta dalla nuova coltura e la sua reale capacità remunerativa. Nonostante questo, la nuova coltura si diffuse e si impose su tutto il territorio salentino e dal 1904 in poi si diffusero le Concessioni speciali, che, inizialmente presenti solo nel Capo di Leuca, si estesero nei decenni successivi in tutta la Terra d'Otranto.

2. Nascita delle organizzazioni femminili e le lotte del primo dopo-guerra.

Gli anni che seguirono la prima guerra mondiale, avevano fatto sperimentare alle donne italiane, con i licenziamenti di massa della mano d'opera femminile, per far posto agli uomini che tornavano dal fronte, la loro triste condizione di "esercito industriale di riserva".

Nelle campagne, la miseria e la fame, spinsero le masse contadine, soprattutto nel Mezzogiorno, all'occupazione delle terre. Le donne ebbero in queste occupazioni, un ruolo fondamentale. È a questi due primi momenti di partecipazione alle lotte operaie e contadine, (la lotta contro la disoccupazione industriale al Nord e l'occupazione delle terre al Sud), che bisogna far risalire i primi tentativi di organizzazione delle masse femminili italiane. Da qui nasce anche l'attenzione che i partiti della sinistra ebbero per le donne ed il loro lavoro: nel 1922 Ordine Nuovo, la rivista fondata da A. Gramsci, dava spazio ai temi dell'emancipazione femminile ed il 10 febbraio vi apparve il manifesto del II Congresso dell'Internazionale Comunista alle lavoratrici di tutto il mondo.
Camilla Ravera fu incaricata da Gramsci di curare la pubblicazione settimanale di una "Tribuna delle donne". Il 24 febbraio la "Tribuna" uscì con un comunicato del Comitato Esecutivo dell'I.C. che annunciava la costituzione del Segretariato Internazionale Femminile, diretto da Clara Zetkin; e raccomandava ai partiti comunisti la creazione di Comitati nazionali per il lavoro fra le donne. Nel 1924, la Rivista "Compagna", nata come Organo del Partito Comunista d'Italia per la propaganda fra le donne, e poi Quindicinale per la propaganda tra le donne, dà notizia della difficoltà estrema di organizzazione fra le donne a Lecce. Un articolo nel n.5 del 1 dicembre 1924, a firma Santa A. scrive: "In tutta la mia Federazione non vi sono altre iscritte al Partito all'infuori di me che milito nelle file dell'organizzazione rivoluzionaria da molti anni". Ma tra quali donne e con quali mezzi si sta svolgendo quest'opera di propaganda? Ecco spuntare le tabacchine: "In modo particolare questo lavoro di propaganda e di organizzazione è fruttuoso fra le operaie del tabacco e le contadine del Salento, contadine salariate e in condizioni di lavoro e di salario tristissime".

Un anno dopo, nel 1925, la stessa rivista dà grande spazio alle lotte delle tabacchine salentine, con un articolo dal titolo: "la Lotta delle operaie del tabacco nel Salento". In questo articolo si riportano le condizioni di vita e di lavoro delle operaie.
"I concessionari nei loro stabilimenti si servono quasi esclusivamente di mano d'opera femminile. Nel Salento circa 30.000 donne sono impiegate nella lavorazione del Tabacco per sei mesi all'anno e 10.000 vi sono occupate per l'intero anno. Esse ricevono un salario che va da un minimo di lire 3,50 giornaliere a un massimo di lire 6".

Ma alla crescente povertà e disperazione delle tabacchine, si contrapponeva un'altrettanto potente mancanza di organizzazione e di coesione all'interno della categoria, anche perché il trattamento risultava diverso all'interno dei vari stabilimenti. Nello stesso articolo già citato p. es. si dà notizia delle tabacchine del capoluogo leccese che percepivano quasi il doppio del salario giornaliero ed usufruivano di ferie, varie assicurazioni, ed addirittura di pensioni e di speciali indennità nel caso di malattia o di parto. Le conquiste delle operaie leccesi ottenute con grandi agitazioni e scioperi furono di stimolo per l'organizzazione delle tabacchine del resto del territorio, anche se spesso gli scioperi, spontanei e privi di grande efficacia, venivano repressi duramente e si risolvevano quasi sempre con qualche minima concessione salariale e con il licenziamento delle più attive e consapevoli.

Nonostante le sconfitte, e le difficoltà organizzative, le agitazioni e gli scioperi furono costanti per tutto il periodo fascista e ripresero nuovo vigore durante la guerra di liberazione fino al secondo dopoguerra.

3. Dalle lotte contro il carovita alle rivendicazioni per una migliore qualità della vita.

Dal 1944, nel Salento, lotte durissime contro il carovita di quel tragico secondo dopoguerra, interessarono soprattutto le donne. Esse si combatterono soprattutto a Nociglia, Squinzano, Campi Salentina, Martano e Lecce. Tutte zone con forti presenze di tabacchine, che venivano organizzate soprattutto dalla Federterra. Alla fine del '46, le tabacchine in lotta sono ben 45.000, solo nella provincia di Lecce. Il loro salario è di 200 - 250 lire al giorno, (mentre il salario maschile corrispondente era almeno il doppio), con 8-10 ore di lavoro, svolto in locali malsani ed antigienici, con scarsissima assistenza e quasi nessun diritto. Nel 1947, le rivendicazioni delle tabacchine di Lecce, Copertino, Galatina e Tricase contengono oltre alla richiesta di un sussidio straordinario di disoccupazione, anche quella della presenza di un proprio rappresentante nel Comitato Interministeriale per la Disoccupazione. La richiesta fu respinta per più volte e si dovette arrivare allo sciopero generale delle tabacchine per ottenere che entrasse a far parte del Comitato un rappresentante della categoria. si ottennero inoltre altri 2 miliardi di sussidio di disoccupazione da distribuire ad oltre 65.000 lavoratrici della provincia di Lecce.

L'esito positivo della trattativa spinge tutta la categoria a non diminuire la pressione per ottenere, finalmente un contratto nazionale. Fu così che nel mese di luglio dello stesso anno, l'Apti (Associazione produttori tabacchi italiani), fu costretta ad aprire le trattative che si conclusero tre mesi dopo con la sigla presso il ministero del lavoro, il 1° novembre 1947 del Contratto nazionale della categoria. E benché la firma del Contratto fosse la rivendicazione principale, si riuscirono ad ottenere anche miglioramenti salariali.

Cresce da qui la capacità di organizzarsi, la consapevolezza di sé e del valore del proprio lavoro, la certezza di lottare per i propri diritti ma anche per una crescita di conseguenza di tutta la comunità. Nasce anche a Lecce in questo periodo la prima vera organizzazione femminile, l'U.D.I. (Unione Donne Italiane), ancora legata fortemente al Pci ed al Psi, ma con una forte spinta all'autonomia già nei primi anni di vita dell'organizzazione. Ne fecero parte Anna e Teresa Rocci e Rosetta Buonatesta che fu alla testa delle lotte delle tabacchine leccesi di quegli anni.

Cresce così anche grazie alle organizzazioni femminili la capacità di riflettere su una propria "specificità", di vita e di lavoro e la capacità di elaborare piattaforme che rivendichino non più, o non soltanto richieste legate al lavoro, ma anche al miglioramento delle condizioni generali di vita, o come diremmo oggi alla "qualità della vita". Fu così che al III Congresso della Federterra, il segretario uscente Giuseppe Calasso, dà notizia delle richieste che le tabacchine fanno nella loro piattaforma rivendicativa: "...mense aziendali, per tutte le tabacchine della città e della provincia, asili nido per i loro bambini e l'attrezzatura igienico-sanitaria nelle fabbriche; nonché le cucine per la confezione del pasto caldo".

Dagli anni '50 in poi comincia, per quanto riguarda il lavoro femminile, una vera e propria inversione di tendenza; e questo sarà tanto più evidente per il lavoro delle tabacchine. La nuova ristrutturazione delle campagne portò infatti ad una drastica riduzione dell'etteraggio coltivato a tabacco, che dai 18.060 ettari del '47 era passato ai 13.337 del '52. A questo si aggiunse una grave crisi vinicola ed olearia, che insieme alla violazione da parte degli agrari e dei concessionari di tabacco, dei contratti di lavoro e delle leggi che regolavano i rapporti sanciti da quei contratti, e il perdurare di condizioni di vita disumane che persistevano nelle campagne e nelle fabbriche di tabacco, resero di nuovo difficile la crescita delle organizzazioni delle donne e le loro rivendicazioni. Comincia, inoltre proprio in quegli anni a diffondersi il lavoro a domicilio, che disgregando la comunità di fabbrica, fa ritornare le donne a casa. Bisognerà attendere il nuovo movimento di contestazione degli studenti del '68 per poter di nuovo rivedere un movimento femminile rinnovato nello stile e nei contenuti.

Localizzazione delle ditte

ZONA III XANTI YAKA.
Arnesano6
Campi3
Carmiano9
Copertino14
Galatone3
Guagnano -
Leverano3
Monteroni6
Nardò12
Novoli9
Salice1
Veglie1
ZONA IV ERZEGOVINA
Calimera5
Carpignano1
Caprarca2
Castrì1
Castrignano dei Greci 5
Cavallino8
Lecce21
Lequile4
Lizzanello4
Martano2
Martignano1
Melendugno2
San Cesario9
San Donato1
San Pietro5
Squinzano2
Surbo-
Trepuzzi3
Vernole-
ZONA V PERUSTITZA
Alezio1
Alliste3
Aradeo5
Casarano3
Collepasso4
Cutrofiano6
Gallipoli2
Matino1
Melissano1
Neviano4
Parabita3
Racale1
San Nicola1
Seclì-
SoglianoCavour 5
Taviano-
Tuglie2
Uggiano2
ZONA VI ERZEGOVINA
Acquarica d.Capo 2
Corigliano5
Galatina13
Maglie3
Melpognano1
Presicce1
Ruffano3
Soleto4
Sternatia4
Supersano2
Scorrano5
Specchia4
Taurisano4
Zollino2
ZONA VII ERZEGOVINA
Alessano7
Andrano4
Bagnolo1
Cannole1
Castrignano del Capo 2
Corsano2
Cursi3
Diso2
Gagliano2
Giuggianello2
Giurdignano-
Miggiano-
Montesano1
Morciano1
Minervino1
Muroleccese6
Nociglia1
Ortelle4
Otranto2
Palmarigi1
Poggiardo6
Patù2
Salve3
Sanarica1
S.Cesarea-
Spongano3
Surano-
Tiggiano1
Tricase9
Uggiano la Chiesa2
PAESI DA INSERIRE NELLE ZONE
Barbarano1
Botrugno2
Casamassella 1
Castiglione2
Castro2
Depressa2
Cocumola1
Galugnano2
Giuliano1
Collemeto2
Lucugnano1
Marittima3
Merine1
Montesado4
Magliano1
Pisignano1
Ruggiano1
S.Cassiano2
Serrano1
Vaste2
Vignacastrisi3
Vitigliano2
TOTALE348


Bibliografia:

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6.5 Saluto del prefetto di Tirana, dott.ssa Makbule Ceço


Vorrei salutare il Comitato direttivo dell'AWMR, la presidente Yana Mintoff Bland, la segretaria generale Ninetta Kazantzis, tutte le organizzatrici di questa conferenza e particolarmente Ada Donno per la piacevole ed interessante organizzazione e per l'accoglienza a noi offerta.

Noi albanesi siccome siamo un popolo accogliente, sentiamo molto questo affetto, particolarmente in questo periodo difficile che ci fa spendere moltissime energie durante questo passaggio alla normalità, dopo la crisi dell'anno scorso e di fronte al rischio del attuale in Kossovo. Qui, tra l'altro, la situazione della donna è troppo difficile. Migliaia di famiglie e donne del Kossovo sono costrette a fuggire dalle loro case. Invito questa conferenza a sostenere la loro causa, per assicurare una pace stabile nei Balcani, nel Mediterraneo ed oltre.

Apprezzo le finalità di questa conferenza che mette al centro dell'attenzione i vari problemi della donna nella regione mediterranea, gli sforzi in direzione di una giusta soluzione dei problemi e di una sensibilizzazione delle nostra società all'aspirazione ad uno sviluppo ed una civiltà di giustizia e di pace.

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6.6 Per una soluzione costruttiva della crisi del Kossovo

di Iola Kurtiqi
(Wilpf-Albania)

Desidero portare a questa conferenza i saluti della Wilpf-Albania e delle donne e ragazze albanesi. Noi viviamo in una situazione difficile e stiamo seguendo con ansia gli sviluppi del conflitto in Kossovo che rischia di coinvolgere i Balcani e tutta la regione mediterranea. Siamo contrarie all'espansione della guerra del Kossovo e desideriamo che la soluzione di questo conflitto sia sottoposta ad un processo politico e di pace. Sia fermata la violenza ed il terrore che si pratica sulle donne ed i bambini del Kossovo.

Desideriamo anche che la crisi in Kossovo via trattata senza deformazioni nazionalistiche, con realismo ed in una maniera costruttiva, in direzione della prosperità democratica e convivenza pacifica anche nei Balcani movimentati. Per questo pensiamo che sia necessario prima di tutto un largo respiro democratico anche dentro la Serbia per una soluzione veramente pacifica della questione del Kossovo. Il regime di Milosevic dovrà rispettare i diritti umani fino all'autodeterminazione del popolo kossovaro e dovrà rinunciare alla violenza al terrore esercitato sia contro gli albanesi che costituiscono il 90% della popolazione, sia contro la popolazione serba nel Kossovo.

Si dovrà trovare il modo di allontanare gli ostacoli opposti ai rappresentanti di organizzazioni ed Ngo umanitarie internazionali che desiderano aiutare il popolo kossovaro. Siamo contro ogni forma di violenza politica e sociale presente attualmente in Kossovo, specialmente contro le donne ed i bambini.

Vi invito ad unire la voce e tutte le nostre forze per una giusta e pacifica soluzione della questione del Kossovo. Invito questa conferenza dell'Awmr ad approvare la nostra proposta di formulare una risoluzione comune su questa causa.

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