
S. DOMENICO
SE
SI INTERROGA per la prima volta la vita di un santo, e particolarmente d'uno dei
santi fondatori d'ordini, le voci che ne escono sembrano sulle prime
innumerevoli e diverse al punto da turbare lo spirito. Questa specie di
vertigine crescerà ancora se si vorrà seguire passo passo l'ordine dei fatti,
perché la loro successione insegna nulla o ben poco. Questi grandi destini
sfuggono, più di tutti gli altri, a qualsiasi forma di determinismo:
irraggiano, risplendono d'una sfolgorante libertà.
Sulle
prime, sembra che soltanto il genio dia a certe vie eccezionali il medesimo
carattere d'indipendenza, di spontaneità sovrana. Invece non è affatto cosi.
Si potrebbe al contrario sostenere (e con quali illustri esempi!) che il genio
ha sempre in sé qualcosa d'ostile e di irriducibile, quasi un principio di
sterilità. Se egli attua quella maraviglia d'ispirazione e d'equilibrio che è
l'opera d'arte compiuta, è il più sovente (quando la divina carità non vi
collabora) per una sorta di mostruosa specializzazione che esaurisce tutte le
potenze dell'anima e la lascia divorata d'orgoglio in un egoismo disumano.
L'uomo di genio è così poco presente nella sua opera, che essa è quasi sempre
una testimonianza spietata contro di lui. Invece l'opera del santo è la sua
stessa vita, ed egli è tutto nella sua vita.
Tuttavia
la difficoltà non è vinta: a questo punto della meditazione, appare, al
contrario, quasi insolubile. L'esperienza degli uomini insegna che per
penetrare ben addentro nelle loro intenzioni basta il confronto, già troppo crudele,
fra la vita pubblica e la privata. Non c'è atteggiamento, per quanto bene e
pazientemente conservato, che non porti in sé la propria contraddizione, non
c'è menzogna cosi compatta che non abbia una breccia, o almeno che non possa
essere sorpresa. Come il chirurgo impara la vita sulla morte, come il bíologo
analizza ì cascami organici per cercare di sorprendervi il segreto degli
scambi e delle funzioni, il moralista sa di aver davanti a sé un personaggio
artificioso e fraudolento, un cadavere camuffato di cui noi stessi siamo le
vittime non meno raramente di altri, finché il primo sguardo del giudice, di là
dalla morte, non lo faccia andare in frantumi. Il santo invece è davanti a noi
ciò che sarà davanti al giudice. In lui giungiamo, abbagliati, non (come si
vorrebbe farci credere) a una vita diminuita, di continuo limitata dalla
mortificazione, mai alla vita nella sua pienezza, e come nello splendore del suo
primo nascere, la vita stessa, quasi una sorgente ritrovata. Ritrovata
(infatti l'avevamo, smarrita e appena ritrovata), la perdiamo ancora. Il
povero nomade, nel cuore dei suoi deserti di sabbia, che ha imparato a
disputare al suolo, per sé e per le sue bestie, un sottile filo d'acqua
torbida, stenta a credere che esista sempre un paese di fontane, e che vi sarà
di nuovo per le sue labbra e le sue mani questo getto ghiacciato, questo slancio
spumeggiante e azzurro.
Si
pensa che un Benedetto, un Domenico, un Ignazio ci siano più vicini d'un
Giovanni della Croce o d'una Caterina da Siena, perché sono anche legislatori e
conquistatori. Ci dànno, è vero, lezioni che la prudenza umana è capace di
capire. Ma come è miope questo punto di vista! L'ambizioso che sognerebbe di
trovare in loro un metodo e ricette originali perderebbe il suo tempo. La santità
non ha formule, o, per dir meglio, le ha tutte. Raccoglie ed esalta tutte le
potenze, attua la concentrazione orizzontale delle più alte facoltà dell'uomo.
Ma il riconoscerla esige da noi uno sforzo, esige che noi prendiamo parte, in
certo qual modo, al suo ritmo, al suo immenso slancio. Senza dubbio pare più
facile trascrivere, secondo il vocabolario comune, la storia della fondazione
dei predicatori piuttosto che una illuminazione d'Angela di Foligno, e
nondimeno, se fosse in nostro potere alzare sulle opere di Dio uno sguardo unico
e puro, l'Ordine dei Predicatori ci apparirebbe come la stessa carità di san
Domenico realizzata nello spazio e nel tempo, come la sua preghiera divenuta
visibile.
Ecco
perché in siffatta materia i metodi moderni della critica storica seguitano a
ingannarci. Le vite guidate dalle grandi passioni umane hanno di là dal loro
disordine apparente, una certa grossolana unità, che permette di trasporre le
più illustri sul piano delle vite ordinarie, di trovare per loro, se si può
dire, una specie di denominatore comune. Nulla di più monotono della passione,
o che più di lei si ripeta così miseramente. Cesare ci fa comprendere quel
tale ambizioso di capoluogo, e quel tale funzionario coloniale ci svela l'anima
di Nerone. La passione prende tutto ciò che le cede e non rende nulla. Invece
la carità dà tutto, ma le viene reso anche di più. Quale contabilità
sovrumana potrebbe tener conto di questo magnifico scambio? Se lo storico si
limita a una rigorosa esattezza, poco imparerà dall'esistenza d'un santo. Le
vecchie leggende ne dicono assai di più, perché trascrivono in simboli realtà
profonde. Esse hanno quel carattere ingenuo che sembra fatto apposta per sviare
la nostra logica e la nostra esperienza. Come non l'avrebbero questo carattere?
Ogni vita di santo è come una nuova fioritura, l'espansione, in un mondo che
l'eredità del peccato rende schiavo dei suoi morti, d'una ingenuità da
Paradiso Terrestre.
In
questo senso, poco ci importa che Domenico appartenga o no all'illustre famiglia
dei Guzman, e sia cosi parente degli antichi re di Spagna. Basti sapere che fu
di sangue militare; e immaginare il bambino, con i capelli biondi, quasi fulvi,
gli occhi celesti e la pelle bianca dei suoi avi visigoti, Ruodric, Wilhelm o
Froila, mentre dalla vetta dell'umile torre feudale di Carleruega, dell'unico torreón
rettangolare costruito dal suo antenato, alla frontiera del paese moro,
guarda scorrere verso il mare le pallide acque del Douro. All'estremo orizzonte,
molto di là dalle pianure grigie, striate dalle rocce rosse del trias, fiorite
di eriche color rosa, di ginestre e di salicornie, con cespugli di spigo,
d'issopo e di rosmarino, tra i quali pascolano i maialini neri, la sierra di
Guadarrama innalza al cielo i suoi contrafforti oscuri, e dietro alla loro massa
enorme Toledo, dove i capi castigliani lottano contro i mori. In una ripresa o
due, aperta la breccia, i cavallini instancabili sarebbero sull'orlo del fiume,
e si vedrebbero di nuovo agitarsi sulle sponde i lunghi mantelli bianchi e i
giachi dorati... Non è tanto lontano il tempo in cui nei mercati mori si poteva
avere una donna per un dirhem, e un bambino cristiano per un mezzo dirhem!
Non una di queste capanne di argilla e di paglia ammucchiate ai piedi del
torrione, dove non si narrino le meravigliose storie, solenni e sanguinose,
proprie del genio di questa t razza formata nella sventura e nella povertà. Il
pastore, coperto dai piedi alla testa di pelli di montone, e che sembra, in
mezzo alle sue bestie, un'altra bestia gigante, ne alimenta i suoi sogni, col
pugno stretto sul suo vincastro guarnito di ferro. Ma si parla anche a voce
bassa dei propri parenti (padre, figlio o fratello) rapiti dai temerari ladri
pagani, venduti come bestiame, e che muoiono d'una morte lenta nei supplizi e
nei terrori della schiavitù, in fondo alle città misteriose, piene di
sconosciute ricchezze e sotto un cielo incantato. A volte le donne, piangendo,
si passano tra loro un messaggio portato da lontano da un catalano sospetto,
probabilmente rinnegato o giudìo. Dopo aver ricordato disperatamente tutto ciò
che non ritroverà mai più, il disgraziato enuncia timidamente il prezzo del
suo riscatto: cifre favolose, miraggio straziante! “La prigionia, presso i
mori, fu una delle piaghe della Spagna, più angosciosa della fame ”, scrive
il padre Petitot. Ora, mentre quei duri contadini, o i loro signori tanto simili
a loro, sognavano rappresaglie, eserciti disfatti e teste mozzate, non è
permesso supporre che il piccolo Domingo, il quale, fino alla morte, fu un amico
cosi tenero, sentisse, davanti a tali narrazioni, tremare il suo cuore per la
compassione? Thierry d'Apolda ci riferisce che venti anni dopo il giovane
canonico d'Osma decise un giorno di vendersi per riscattare il figlio d'una
povera donna... Forse tocchiamo qui la molla segreta d'una infanzia di cui i
cronisti poco ci insegnano. Questa immaginazione delicata fu presto crudelmente
ferita. Molti altri giovani castigliani subirono nel medesimo tempo la medesima
prova, e ne divennero soltanto più duri. Ma lui si apre d'istinto e tutto
intero alla divina compassione e, sin d'allora, comincia senza dubbio il poema
della sua carità.
La
madre di Domenico, la beata Giovanna, era figlia dei signori d'Aza, e di nobiltà
antica. Egli fu l'ultimo dei suoi figli, e forse il più teneramente amato, se
possiamo credere alla tradizione, secondo la quale la futura gloria di suo
figlio le fu annunciata in sogno. Ella lo tenne sette anni presso di sé, poi lo
condusse da suo zio, l'arciprete di Gumiel d'Izan (ma Gumiel d'lzan è lontano
soltanto quattro leghe da Carleruega). Là egli visse oscuramente e dedito agli
studi sino all'età di quindici anni. Allora fu deciso di mandarlo alle scuole
di Palencia, che più tardi saranno l'illustre università di Salamanca. Queste
scuole erano celebri già in quei tempi; anzi tutta la Spagna, come il resto
della cristianità, si sentiva presa nell'irresistibile movimento d'ascensione
che fu il prodigioso tredicesimo secolo.
Secondo
il venerabile programma carolingio, sei anni vennero consacrati allo studio
della grammatica, della poetica, della logica, poi dell'algebra, dell'astronomia
e della musica. Compiuto questo primo ciclo, Domenico aveva raggiunto il suo
ventunesimo anno; però studierà o professerà la teologia a Palencia sino
all'età di trentun anni. Allora, avendolo chiamato presso di sé, il priore del
capitolo d'Osma, Diego de Azevedo, egli diventa canonico regolare di quel
capitolo di cui sarà nominato sottopriore quando Diego stesso verrà chiamato
al seggio episcopale d'Osma. Allora, Domenico avrà trentaquattro anni.
Quanti
altri, non meno ben nati, non meno studiosi ed eloquenti, sono morti priori d'Osma!
Nondimeno, all'insaputa di tutti e senza dubbio all'insaputa di lui stesso, la
grande opera, già concepita, gli fremeva nel cuore. Quel giovane canonico dai
capelli biondi, dalle belle mani, dalla voce forte e dolce, che va a leggere
sulle sponde dell'Ucero e risponde ai saluti con quella specie di tenera urbanità
che i suoi figli hanno tanto amata, è l'Ordine dei Predicatori, non formato in
un calcolo, astratto, ma nella piena effusione della vita. Qui tutto è puro,
tutto è nuovo, tutto tende all'alto, come l'universale ascensione dell'alba.
L'Ordine dei Predicatori, questa grande avidità di scienza, come pure questo
grande desiderio di instaurarla in Cristo. L l'Ordine dei Predicatori, quella
sacra impazienza che, nella sua piccola cella, ai piedi del crocefisso, fa
ruggire Domenico come un leone (a gemitu cordis sui rugitus solebat emittere).
E' l'Ordine dei Predicatori, il grido dell'apostolo il quale, in tempi di
carestia, vende ciò che ha di più caro, i suoi libri: “Come potete studiare
sopra pelli morte, mentre i vostri fratelli muoiono di fame?” A l'Ordine dei
Predicatori infine, la sublime inquietudine dell'oscuro sottopriore il quale,
nella piena fioritura della vita monastica, cerca invano una regola alla sua
misura e non la trova. Così simile agli altri uomini e, agli occhi di Dio e dei
suoi angeli, nuovo, creato espressamente, unico!
E'
povero, è solo, e il suo tempo è misurato: diciassette anni, duecentoquattro
mesi! Inoltre, non sembra che abbia alcun piano, ignora sempre la sua strada.
Però ha qualcosa di più d'un piano: il distacco fondamentale, la libertà
interiore che attira senza dubbio lo Spirito dall'alto dell'aria, come un
uccello incantato. E allora di improvviso un primo segno, del resto oscuro, gli
viene dato. Il re di Castiglia invia Diego de Azevedo e Domenico in Danimarca
perché vi negozino il matrimonio di suo figlio con una principessa di quel
paese.
Che
alla fine di questo lungo viaggio i due ambasciatori abbiano saputo della morte
della piccola principessa, questo senza dubbio importa ben poco. L'avventura, un
pochino burlesca, ha un altro senso. Domenico è ancora sottopriore d'Osma, e già
i suoi vincoli si sono spezzati. Egli ha attraversato molti paesi, ha veduto la
grande angoscia della Chiesa, i monaci appartati nei loro conventi, i vescovi
inerti o sospetti, persi nelle cause e nei cavilli, il clero mantenuto in una
ignoranza abietta in mezzo a un popolo che il progresso materiale e la facilità
crescente della vita affinano ogni giorno, le parrocchie trascurate, abbandonate
dai loro pastori legittimi a vicari mercenari, la predicazione ridotta a zero,
limitata alla recita domenicale del Credo e del Pater o affidata
ad associazioni laiche senza dottrina, a oratori da fiera; il papato impotente,
sommerso, tradito, costretto a impegnare le sue ultime truppe, la suprema
riserva cistercense... E in questo disordine spaventoso, come lupi attraverso
una città saccheggiata, gli apostoli d'una dottrina strana, venuta d'Oriente, e
che fanno del diavolo l'uguale e il rivale di Dio.... Vedete il vecchio vescovo,
sulla lunga strada monotona, a tante leghe dalla sua povera cattedrale, e che
non può credere che il mondo sia tanto cattivo, menire la famosa voce di bronzo
ancora sconosciuta grida nella campagna deserta la sua collera e la sua
speranza! Ed eccoli d'improvviso, il giovane e il vecchio, sazi di tristezza,
che prendono una risoluzione, così bella, così commovente, così simile ai
grandi sogni della fanciullezza! Si affrettano, corrono a Roma, si gettano ai
piedi del Santo Padre, e sollecitano umilmente il permesso di evangelizzare ì
cumani. Che cosa sono i cumani? Sono pagani nomadi della lontana Dacia, di cui
hanno sentito parlare in Danimarca, e così crudeli e astuti che faranno presto
a ucciderli, loro poveri servitori di Dio...
Innocenzo
III, scrive il padre Petitot, era piccolo di statura, portava un berretto a
punta, parlava con voce forte e brusca. Rimandò Diego nella sua diocesi.
Ogni
uomo predestinato, almeno una volta in vita sua, ha creduto di andare a fondo,
di toccare il fondo. L'illusione che tutto viene a mancarci in una volta, questo
sentimento di completo abbandono, è il segno divino che al contrario tutto
comincia. E’ verosimile che il vecchio vescovo, il quale, del resto, morrà
poco dopo, e il suo giovane compagno abbiano conosciuto sulla strada del ritorno
qualche cosa di questa amarezza. Seguirono la valle della Loira, poi quella del
Rodano, attraversarono Lione, Avignone, Nimes. Da per tutto si respira aria di
tradimento. Signori grandi e piccoli, avidi di mettere le mani sui beni della
Chiesa, vescovi infami, monaci assediati nelle loro fortezze, popolino oggi già
beffardo, domani feroce, sguardi sornioni, mani nascoste, piazze di paese
rumorose come alveari, improvvisamente mute quando passano... La piccola
carovana camminava lentamente attraverso la burrasca prossima a scoppiare. Come
dovevano ridere le ragazze al loro passaggio! Durante le ore del giorno (perché
la notte era soltanto un grande rumore confuso) incrociavano a volte la scorta
d'un ricco abate, furtiva, armata sino ai denti, come in paese nemico. E quando
la polvere si era posata di nuovo, si vedeva spesso uno di quei càtari
perfetti, a piedi nudi, a testa nuda, la capigliatura ancora molle dell'ultimo
acquazzone, sordido e severo nel suo saio, e le madri in ginocchio che gli
presentavano i loro pargoli... Giunsero così vicino a Montpellier, a Castelnau.
Trovarono
al castello una grande calca di uomini, di muli, di cavalli: erano i due cortei
del potente abate di Citeaux, Arnald Amalric, e dei due legati del papa, Cháteauneuf
e Raoul de Fontfroide, che li accolsero con onore. Sùbito il giorno successivo
ebbe luogo una conferenza. I legati deplorarono amaramente il libertinaggio e la
simonia dei preti, l'ambizione dei prelati, i loro intrighi coi signori,
indegnità del vescovo di Narbona, l'insolente parzialità del conte di Tolosa e
della sua nobiltà a favore dei rinnegati e dei ribelli. Con Amalric giudicarono
che la ribellione sarebbe ben presto diventata generale, e che bisognava
soffocarla nel sangue... poi domandarono onestamente il parere dei due
forestieri. A quell'appello, come i due amici dovettero sentirsi saltare il
cuore nel petto! Dichiararono insieme che bisognava congedare sull'istante
scudieri, cavalli e muli, spogliarsi dei ricchi abiti, e andarsene a piedi per
le strade, alla mercè di Dio, mendicando il pane giorno per giorno.
E
fu in tale equipaggio che Diego de Azevedo, Domenico, i monaci cistercensi e i
legati risolsero di prendere la strada di Béziers. Il medioevo ha dato lo
scandalo di moltissimi vizi, ma non è mai stato volgare.
Ciò
che bisogna ammirare in una proposta così audace, non è soltanto la generosità,
ma la sua perfetta correttezza. Quando il mondo sfugge alla tirannia delle idee
mediocri, cade preda delle idee audaci che diventano folli; infatti nulla è più
raro del vero spirito pratico, nel quale san Tommaso vede, giustamente, un
prolungamento dello spirito speculativo. Ma il pensiero di Domenico a questo
punto si congiunge, senza saperlo, con quello dei grandi papi che, nella prima
metà di questo secolo, getteranno nella mischia i predicatori e i mendicanti. I
conventi erano rimasti quel che già erano nel colmo dell'anarchia feudale,
asili e fortezze. Possono già esser paragonati a quei soldati armati cosi
pesantemente che la leggera fanteria inglese distruggerà da lontano senza mai
lasciarsi attaccare. Perché una tale rivoluzione fosse compiuta, vale a dire
sanzionata da Roma, bisognava prima che san Francesco e san Domenico si
sacrificassero, per dimostrare che era possibile. Infatti tale è la parte che
Dio riserva ai suoi santi.
Forse
è lecito immaginare che sin da allora Domenico seguisse un suo piano. Ma come
deve essere lontana la verità da questa pigra ipotesi! Se la santità svolge
una storia, dovrà essere piuttosto come un succedersi senza ripetizione di
momenti, ognuno dei quali è unico. L'opera non è matura, ma la carità è
pronta, l'essere vivificato dallo Spirito ha già attinto al punto più alto
della sua eccellenza. Nulla lo arresterà, e l'ostacolo, crollato in anticipo,
non è più se non una guida o un punto di riferimento. La volontà del grande
uomo ha sempre in sé una certa rigidezza. Come è libera, docile e pura,
invece, quella del santo! Che cosa volete opporre di saldo, o quale trappola
volete tendere colui il quale, a ogni istante, è sempre pronto dare tutto?
In
verità egli dà tutto. Il suo primo impulso è di gettarsi avanti. Questi
magnifici eroi della speranza combattono sempre da disperati. La fortezza del
signor Etienne, a Lervian, è un covo di rinnegati càtari, il più celebre dei
quali è Thierry, antico decano del capitolo della cattedrale di Nevers. La
piccola compagnia vi corre. Non bisogna credere che questi neo‑manichei
fossero gente stupida: l'erudizione biblica di alcuni di loro era inaudita, e ne
sapevano trarre un vantaggio prodigioso alleando destramente la loro causa, da
una parte, al movimento democratico, più potente in quell'epoca che in
qualsiasi altro momento della nostra storia.
Lo
schiudersi d'una eresia è del resto sempre un fenomeno assai misterioso. Quando
nella Chiesa un vizio giunge a una certa maturazione, l'eresia germoglia da sé,
getta sùbito i suoi mostruosi rami. Ha la sua radice nel corpo Mistico, è una
deviazione, una perversione della sua vita stessa. L'eresia càtara è
germogliata sull'ignoranza e sulla pigrizia del clero, come la valdese sulla sua
avarizia e sulla sua lussuria. “ I vescovi ”, dirà solennemente il concilio
del Laterano, “per via delle loro infermità, per non parlare della mancanza
di scienza, la quale è assolutamente biasimevole e intollerabile, non sono più
capaci di predicare la parola di Dio”. Se la carità di Domenico non ne avesse
avuto il presentimento, l'esperienza glielo avrebbe insegnato durante il corso
delle dure controversie che dovrà sostenere durante lunghi mesi a Lervian, a Béziers,
a Carcassonne, a Tolosa, a Montréal.
Le
leggi della dialettica sono anche quelle dell'azione. Il vero dialettico sdegna
gli errori parassiti e si porta di slancio al centro stesso del ragionamento
nemico. In modo simile noi ve diamo Domenico, come un capo in guerra, cercare di
venire a contatto con l’avversario non per saggiarlo, ma per batterlo. Certo,
egli poteva trovare fra i càtari ipocriti da smascherare, ambiziosi da
umiliare, ignoranti da confondere. Io lo vedo sprezzante di questi facili
trionfi; e senza dubbio non ci pensa nemmeno. Ma siccome i migliori fra i “
perfetti ” si trovano a Fanjeaux, in mezzo a un popolo fanatico, egli corre a
chiudersi là, con gran pericolo della vita. E appena ha riportato a Dio nove
dame della piccola nobiltà, egli fonda con loro la casa di Prouille: la sua
prima e umile conquista.
Quasi
sùbito il papa Innocenzo III chiamò il re di Francia, il duca di Borgogna, il
conte di Sciampagna al soccorso della cristianità. Diciotto mesi dopo, Béziers
cadde, poi Carcassonne. Per altri sei anni, la marea passa e ripassa sopra la
misera terra. Quando si ritira, Prouille sta sempre in piedi, e Domenico,
d'accordo col vescovo Foulques, s'è saldamente stabilito a Tolosa. Nondimeno,
dopo dieci anni di predicazioni incessanti, il santo conta appena sei compagni.
Più d'uno si sarebbe scoraggiato, o almeno avrebbe mostrato un po' di fretta
per riprendere il tempo perduto: lui manda tranquillamente la sua piccola
compagnia dal maestro Stavensby, il quale professa, a Tolosa stessa,
l'apologetica e la teologia. Un tale sangue freddo fa riflettere.
L'istituto
dei “ missionari apostolici di Tolosa ” data dall'anno 1215. Domenico ha
raggiunto l'età di quarantacinque anni, e morrà sei anni più tardi.
Il
destino dei grandi uomini è sottomesso alla legge comune: sembra che la loro
fortuna abbia una sua giovinezza, una sua età matura, un suo declino. A
Marengo, tutto va bene; a Waterloo, tutto va a rovescio. Ma la vita d'un santo
ha un altro ritmo. Gli inizi sono lenti, spesso fastidiosi; le contraddizioni
vengono dall'esterno, e sembra spesso che vengano dall'interno. Poi, quando
l'opera ha trovato il suo misterioso equilibrio, viene come strappata da terra e
prende il volo.
Tutti
gli storici di san Domenico consacrano allo studio dei suoi ultimi dieci anni più
della metà delle loro pagine. Questo indugio forzato rischia di lasciare il
lettore insensibile a uno slancio cosi prodigioso. La carta con la quale
Innocenzo III prende sotto la sua immediata protezione il monastero di Prouille
è dell'8 ottobre 1215. Domenico e Foulques si trovano allora a Roma. Nel
gennaio 1215 ritroviamo il santo a Narbona, poi a Prouille. Una comunità di
religiose è installata a Tolosa. Il progetto della prima regola è appena
stabilito, che già spunta la innovazione più audace: la soppressione del
lavoro manuale, che ha come corollario la rinuncia ai possessi territoriali. Il
28 agosto del medesimo anno, il maestro dei Predicatori prende possesso del
priorato di San Romano, primo convento regolare dell'ordine. In dicembre, egli
è di nuovo a Roma, dove ottiene dal successore d'Innocenzo, Onorio III, una
approvazione solenne. Nella primavera del 1217 si trova di nuovo a Languedoc, e
nonostante tutti i consigli, con una audacia inaudita, mentre la rivolta
brontola nell'intera provincia. Egli sparpaglia i suoi frati, sette a Parigi,
quattro a Madrid, e lui stesso torna a Roma con un solo compagno, per fondarvi
quasi sùbito il convento di San Sisto. Ha già radunato una trentina di frati,
ma, fedele alla sua stupefacente massima che “ il grano marcisce quando lo si
accumula e fruttifica quando lo si semina ”, lancia una parte della sua truppa
a Bologna, la cui università è rivale di quella di Parigi. Poi corre in
Francia, dove viene a sapere la disastrosa morte di Simone di Montfort e la
rovina della crociata. Le fondazioni di Prouille e di Tolosa sono in pericolo:
bella occasione per prelevare, sugli effettivi ridotti, due frati, e siccome
Lione è la capitale dell'eresia valdese, mandarli colà. Del resto non ha tempo
per seguirli, poiché lui è già in Spagna, dove fonda, a Segovia, il convento
di Santa Cruz; ripassa i Pirenei, si ferma a Prouille appena quanto basta per
dare a ciascuna delle sue care figliole una bella posata 1 di ebano che ha
gentilmente portata per loro nel suo zaino, e se ne va di volo a Parigi,
prendendo con sé al passaggio frate Bertrand de Garrigue. Laggiù trova
trentadue religiosi. Bastano per fondare, l'una dopo l'altra, le case di Reims,
di Metz, di Orléans, di Poitiers, di Limoges; e parte cinque settimane dopo per
l'Italia, dove arriva sempre a piedi, s'intende. Del resto ha molta fretta di
finire, e si accusa ancora di essere troppo lento. Infatti s'è lasciato
crescere la barba e si prepara a raggiungere finalmente, dopo tanto ritardo,
quel leggendario paese dei cumani, senza dubbio in espiazione della sua pigrizia
e per la remissione dei suoi peccati.
Nel
settembre del 1219 si trova a Bologna, dove la predicazione del suo figliolo
Reginaldo, dice la cronaca, è scoppiata come la folgore. La comunità di San
Nicola è in piena prosperità: vi si attendono prodigi dal discepolo preferito
del maestro. Ragione sufficiente per mandarlo a Parigi. “ E' una cosa ben
ammirevole ”, scrive il beato Giordano di Sassonia, “ vedere il servo di Dio
sparpagliare i suoi frati con tanta sicurezza! ” L'apostolo incendiario ha
contro di sé, un po' da per tutto, i decani, i cancellieri, gli arcidiaconi, i
vescovi, ma ha dalla sua parte il papa. Intraprende la riforma delle monache
romane, fonda la comunità di San Siro con l'aiuto di qualcuna delle sue
figliole di Prouille, chiamate in fretta. Le lettere e le bolle
pontificie si succedono senza interruzione, spezzando tutte le resistenze a
Parigi, a Prouille, a Tolosa, a Madrid, a Roma stessa. Nel febbraio del 1220, il
vescovo di Cracovia porta a Roma quattro dei suoi preti. Domenico ne fa quattro
predicatori e, due mesi dopo, li lancia all'assalto della Polonia. Si spingono
molto lontano verso Oriente, dalla parte dei Carpazi, quasi sino alla frontiera
del paese cumano. Ah, il beato padre conta di raggiungerli ben presto! Ma avanti
vuol tener il primo capitolo generale dell'Ordine... Oramai gli restano undici
mesi da vivere.
Con
lo sguardo dell'anima, egli può contare i suoi sparsi conventi, già forti,
rivali, senza dubbio domani, delle abbazie più antiche e più ricche. Tutti
questi priori, qualcuno di schiatta illustre, istruiti nelle prime università
del mondo, oratori celebri, teologi cosi sicuri che, per forza di cose e
seguendo l'esempio del fondatore, si vedono da per tutto non soltanto predicare
contro l'eresia, ma cercarne i promotori, convincerli e consegnarli al braccio
secolare (tanto che i figli pieni di dolcezza dei sans‑culottes
terroristi riuniranno nello stesso onorevole odio i Predicatori e
l'Inquisizione), ricevono a centinaia pii legati e donazioni. Dove non giungerà
oramai la potenza del nuovo ordine?... E' questo il momento scelto da Domenico
per decidere di abbandonare i beni già acquisiti, domìni o decime, e far
concludere dal suo primo capitolo generale una seconda e più solenne alleanza,
questa volta indissolubile, con la Santissima Povertà. Egli strappa
solennemente e simbolicamente le Chartes davanti ai padri capitolari
riuniti. E siccome quella povera gente venuta da molto lontano, a prezzo di
fatiche e stenti, potrebbe essere tentata di cedere a qualche debolezza lungo la
strada del ritorno, egli decide di inserire nella regola il divieto di andare a
cavallo e di portar danaro. Poi fa vendere all'asta cavalli e muli.
Lascia
Roma nel maggio del 1221, se ne va per sempre. Due volte la febbre lo ha
atterrato di sorpresa senza ancora riuscire a strappargli il suo ultimo segreto,
la umile morte che Dio prepara in lui, e che già brilla con dolcezza nel suo
cuore, come la fedele piccola lampada del santuario prima dell'aprirsi del
mattino. Dopo un supremo colloquio a Venezia con il cardinale Ugolino, suo
amico, egli ritorna al convento di Bologna, con l'ultimo volo delle sue grandi
ali infaticabili. Vi giunge morente.
Le
nostre agonie portano il segno del rimorso: testimoniano contro il passato, ne
spezzano i vincoli, e, anticipando il giudizio ineffabile, denunciano in pieno
la nostra onta. Ah! che il lenzuolo ricopra dopo un istante il corpo umiliato,
vuoto, dove risplende, sola, l'Unzione! Ma la vita augusta del santo si lancia
nell'agonia come in un abisso di luce e di soavità.
Stendono
un grosso sacco per terra, ed egli vi si corica sopra.
Ecco
l'uomo di cui certi forsennati vorranno fare un boia, e i meno fanatici una
specie di ministro della polizia delle anime. Se egli li vede a quest'ora, con
quello sguardo che già si tuffa nell'avvenire, il frate nero e bianco può bene
alzare su di loro la sua grande mano dolce e dissolverli come una vampata di
fumo! Lui, davanti al quale tutto si fa chiaro. non capisce nulla del loro odio,
perché giustamente il loro odio non è nulla. Essi invocano contro di lui la
scienza, ed egli l'ha amata più caramente di ciascuno di loro. La luce, ed egli
sente che trabocca da lui. Il suo unico scrupolo, se ci fosse posto per uno
scrupolo in un'anima cosi limpida, sarebbe piuttosto di aver troppo amato,
troppo servito il primo rinascimento intellettuale, sino a sembrare di voler
sacrificare allo studio quello stesso ufficio in coro che i suoi frati
reciteranno oramai con una rapidità gioiosa, così diversa dalla tradizione
benedettina. Il secolo si spaventava per una fonte di luce perduta, ritrovata a
un tratto sotto le rovine del mondo antico, e, d'accordo con due ammirevoli
pontefici, egli ha risollevato il suo secolo, l'ha mantenuto fremente nel fascio
di luce che suo figlio Tommaso volgerà risolutamente verso la croce.
Intorno
al moribondo, che finisce di vuotarsi del suo sangue mistico, di tutta la sua
divina carità, in una effusione di lacrime austere, l'ordine ronza come un
alveare con le sue centinaia di frati che domani saranno migliaia, le sue cinque
province di Francia, Spagna, Lombardia, Roma, Provenza, e i suoi cinquanta
conventi. La cristianità occidentale è salva, non soltanto dagli oscuri
fanatici, il cui barbaro zelo condannava, col matrimonio, la vita stessa, ma
dall'Islam, dallo scisma greco e dai furori di Federico II. Si, così com’è,
questo uomo qui sdraiato è uno dei più grandi della storia, ed entra nondimeno
nella morte, come ha traversato la vita, con lo stesso slancio, senza
esitazioni, con lo sguardo di fanciullo. A larghi passi regolari, con la povera
bisaccia sulle spalle, le tasche vuote, egli ha percorso diversi reami, e ora
che è coricato per terra, ha lasciato la sua bisaccia, ma ha conservato le sue
grosse scarpe. E' pronto, se Dio lo suscita di nuovo. Non lascia nulla dietro a
sé. I suoi figli bruceranno o dissemineranno le sue lettere; i libri annotati
di suo pugno, il suo bastone da viaggio, i suoi abiti, la catena di ferro con
cui su flagellava ogni notte con quel potente urlo la cui eco si ripercuoteva
sino all'ultima cella dei frati che ascoltavano, atterriti. Dopo si avvolgeva
tutto sanguinante nella sua cappa, e si stendeva sopra una panca o sopra un
tavolo...
Questa
volta si è disteso per sempre. Né il ricordo dei suoi ímmensi lavori, o delle
mortificazioni durissime, delle predicazioni o dei miracoli, distoglie un solo
istante il suo cuore. Egli teme soltanto che i suoi figliuoli si lascino, dopo
la sua morte, trascinare verso una vita troppo comoda, e quando sa che i suoi
frati ingrandiscono il convento e alzano il soffitto delle celle, lo vedono
prima rompere in lacrime, poi scoppiare in imprecazioni terribili, invocando la
maledizione di Dio sopra chiunque introdurrà l'uso della proprietà temporale
nel suo ordine.
L'hanno
trasportato sopra una collina dove l'aria è pura; ma egli teme che conservino lì
il suo corpo. “ Dio non voglia ch'io venga sepolto altrove se non sotto i
vostri piedi! ” Lo riportano sopra una lettiga fino al convento di San Nicola.
Lo stendono per terra tutto sudato. Stefano di Spagna li segue con uno straccio
di tela.
Ventura
di Cremona ascolta la sua confessione generale. Quel debole soffio che il frate
si sente passare sulla faccia è ormai tutto quanto resta della grande voce che
sollevava tutta Roma, ed è anche la medesima voce che, nel ritiro della notte,
chiamava Dio tante volte con un grido straziante, che ruggiva per gli infedeli,
gli eretici, gli ebrei, e nell'ammirevole delirio d'una carità universale, che
andava sino a voler far violenza alla stessa giustizia del Padre, pregava per i
dannati (ad in infernos damnatos extendebat caritatem suam).
I
fratelli sono adunati per raccogliere, se è possibile, qualche cosa della
parola che si sta spegnendo. Domenico fa segno con la mano, essi si avvicinano.
Dall'umile gesto del santo, capiscono che ha qualche riconoscimento pubblico da
fare, e che pesa gravemente sul suo cuore. Colui che è parso al papa Innocenzo
III in sogno portando la chiesa del Laterano sulle spalle, consigliere dei
pontefici, consigliere dei principi, arbitro di tanti destini, maestro e
legislatore di tante coscienze, scopre forse con sgomento, in quell'istante
solenne, il carattere astratto, quasi terribile, della sua vocazione dottrinale?
Quale scrupolo lo tormenta?
Egli alza sopra i fratelli i
suoi occhi celesti, il suo sguardo intatto. “ Mi accuso ”, dice il maestro
dei Predicatori, “ di aver sempre preferito, a quella delle vecchie, la
conversazione delle donne giovani. ”
L'ordine di mio figlio
Domenico è un delizioso giardino, immenso, gioioso e profumato ”, disse un
giorno Nostro Signore a santa Caterina, che lo riferisce.
GEORGE
BERNANOS