R è a c t i
o n d' a b o r d
Di Paolo De Bei
E' forse con un ombra di compassionevole sorriso che i nostri avi osservano i deliri esistenziali del mondo presente, il quale pare non mostrare poi grandi inibizioni a barcamenarsi nei vortici contraddittori che esso stesso ha prodotto.
Anche senza voler rievocare retoricamente
le pur sensate critiche al relativismo, sembra forse di esser tornati ai
tempi di Forberg, quando, nel 1798, sul giornale diretto da Fichte (Philosophisches
journal), pubblica un ampio articolo intitolato "Lo sviluppo del concetto di religione", in cui va affermando
che infondo Satana non ha minor diritto alla presidenza dell'universo di quanto
non ne abbia Dio. Affermazione
decisamente forte, ma che non dovrebbe sconvolgere più di tanto il moderno
stereotipo dell'uomo, pronto a difendere in ogni modo tutto e tutti dai soprusi
di coloro che si ostinano a voler fare dei "distinguo" tra bene e
male, quasi ad imitare le sottigliezze della Scolastica.
Forse però alcuni conservano ancora in cuore un amore, un ideale che
sprigiona santa ira dinanzi ai vaneggiamenti moderni, e con quella forte
pacatezza interiore, infervorata dal fuoco dello spirito, va ancora annunciando
a sé stesso e al genere umano l'incompresa nobiltà dell'uomo: "Beato
chi, in mezzo alla confusione dei princìpi contraddittori, libero da ogni
ricerca di popolarità […], avrà saputo attraversare una così terribile
crisi senza aver sacrificato sulla via sia pur minima parte di verità[1]".
Chi sono dunque questi uomini e donne, i quali già sembrano
ricordare i valorosi contadini veronesi, che, alle grida di "Viva
S. Marco!", supplivano alla codardia dei reggitori della Repubblica,
insorgendo contro i giacobini francesi, mentre strappavano le gloriose insegne
del leone alato? Chi sono costoro, che già ripropongono allo spirito le
semplici grida del "Viva Maria!"
dei braccianti toscani, i quali non vollero accettare il levarsi della coccarda
tricolore rivoluzionaria? Chi sono questi imitatori spirituali delle grandi
gesta dei contadini che caddero a migliaia per difendere la loro fede e la loro
patria dalla ferocia del vittorioso esercito del Bonaparte, il quale però non
ebbe tregua dai poveri paesani lombardi? Chi sono questi impavidi, che nel loro
piccolo vanno imitando dai montanari delle Alpi ai Lazzaroni napoletani, dai
braccianti emiliano-romagnoli ai briganti del meridione, unendosi in un solo
ideale ai martiri francesi della chouannerie,
e agli eroi di tutta Europa, di ogni luogo e di ogni tempo, che superano tali
categorie spazio-temporali, per riunirsi tutti sotto lo stendardo: quello di
Cristo?
Forse Soeren Kierkegaard avrebbe risposto: "Costoro sono i cavalieri della fede", ovvero coloro che hanno saputo compiere quel salto che nella sua ragionevolezza è assurdo: quello che li porta ad essere simili ad Abramo, padre della fede ed eroe nel dolore, apologeta del paradosso e servo della Verità.
"Se sapessi […] dove vive un
simile cavaliere della fede, andrei subito in cerca di lui, poiché questo
miracolo m'interessa assolutamente. Non me lo lascerei sfuggire un momento; ogni
minuto baderei a come si comporta nei movimenti […]. Ma anche se non ho
trovato un tipo simile lo posso pensare. Eccolo qui. Abbiamo fatto conoscenza,
gli sono stato presentato. Appena ho posato su di lui i miei occhi, nello stesso
istante l'ho spinto via da me, ho fatto anche un salto indietro, ho congiunto le
mani esclamando ad alta voce 'Signore Dio! E' questo l'uomo, è realmente lui
(?), ha l'aria di un esattore delle imposte'. […][2]".
Con queste righe Kierkegaard si
dimostra ben consapevole che in ogni uomo si cela un altro uomo, ciò che
veramente noi siamo, ciò che viene fuori nel momento in cui l'attimo si fa
grave e la prova si fa decisiva. Ecco dunque che l'uomo considerato fino ad
allora "normale" mostra la sua natura di eroe nel terrore e nella
confusione generale, lanciandosi nel confronto; ecco che il santo esce
dall'apparente mediocrità e si offre in espiazione; ecco che il traditore
abbandona la sua maschera di fedele alleato; ecco che il vigliacco mostra
l'inconsistenza della sua ossatura spirituale, e già Aristotele notava a tal
proposito: "Infatti, i pericoli
prevedibili uno può anche farli oggetto di una scelta in base ad un calcolo e
ad un ragionamento, ma quelli improvvisi si affrontano secondo la propria
disposizione[3]", ma forse ancor
meglio è il metafisico Platone che viene in nostro ausilio: "Un
uomo che ama, se dovesse essere sorpreso a fare qualcosa di brutto o a subirlo
ad opera di qualcuno senza difendersi per viltà, non proverebbe tanto dolore se
fosse veduto dal padre, né dagli amici, né da nessun altro, quanto invece
proverebbe se fosse visto dal suo amato[4]".
E' infatti per questo che noi ci trasformiamo, e arriviamo a voler mutare
la nostra debole natura nelle diverse forme che schiere e schiere di
"cavalieri della fede" hanno mostrato, evidenziando la possibilità
della diversità, permanendo nell'unità, sotto un unico nome: quello di Gesù
Cristo, fine ultimo della nostra esistenza, e che, tramite la guida austera e
premurosa di Maria, vogliamo onorare qualunque sia il nostro stato e la nostra
condizione, così da poter dire alla fine di questo esilio terreno, ad
imitazione del Senato veneto che celebrò la vittoria di Lepanto: "Non
virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii victores nos fecit[5]".
Platonicamente parlando è dunque questo che noi temiamo: offendere il nostro amato, Gesù Cristo, macchia di dolore e disonore per chi, come Dante, riconosce che "humanum genus bene se habet et optime quando secundum quod potest Deo assimilatur. Sed genus humanum maxime Deo assimilatur quando maxime est unum[6]". E' per il suo nome e nel suo nome che noi troviamo motivazione di perseveranza nella lotta spirituale, consolazione e gioia nel dolore. E' in questo tempo di confusione in cui noi dobbiamo dimostrarGli la nostra vera natura, e venire fuori dal "generale", ricordato nella sua vera accezione da Kierkegaard, per mostrare come il cristiano sappia essere ancora "eccezione", in rotta di collisione con il mondo, capace non solo di dire la verità, ma di impersonare egli stesso la verità, "prima in rapporto con Dio e non prima con 'gli altri ' [7]", ovvero essere una cosa sola tra ciò che si pensa e ciò che si è, per giungere a fare ciò che si deve fare, per essere ciò che si deve essere.
E' un momento storico in cui noi possiamo imitare le imprese dei grandi cristiani di tutti i tempi, creando nuovamente in noi l'élite, la vera nobiltà cristiana, per poi tuonare con Seneca ai profanatori del Bene: " […] Ma già in questo momento, per poco che lo sentiate, un turbine fa girare le vostre anime, che cercano di scappare e tuttavia continuano a desiderare quegli stessi vani piaceri, ed ora le solleva verso il cielo, ora le scaraventa nell'abisso[8]".
E' il momento della "réaction
d'abord", appellandoci ad un tempo all'unica nostra Salvezza, nel tempo
in cui lo sconforto pare farsi sempre più intenso, nell'era della rivolta
ontologica di Camus teorizzata ne "L'uomo
in rivolta" e nel momento storico in cui, il saggio e battagliero
Marcel de Corte, annuncia: "Rintocca
a morto per l'intelligenza[9]".
P.D.B.
[1]
Dom Prosper Guéranger, Le sens chrétien
de l'histoir, Libraire Plon, 1945.
[2]
Soeren Kierkegaard, Timore e tremore, Edizioni
BUR, 1986.
[3]
Aristotele, Etica Nicomachea, III,
8, 1117 a 16-22.
[4]
Platone, Simposio, 178 D-E
[5]
"Non il valore, non le armi, non i condottieri, ma la Madonna del
Rosario ci ha fatto vincitori".
[6]
Dante, De Monarchia, libro I, cap. 8: "Il genere umano raggiunge la
perfezione quando realizza tutta la rassomiglianza con Dio compatibile con
la sua natura. Ma questo suo massimo di rassomiglianza con Dio corrisponde
al suo massimo di unità".
[7]
Soeren Kierkegaard, Diario, Ed.
BUR , 1975.
[8]
Seneca, La felicità, XXVIII.
[9]
Marcel De Corte, L'intelligenza in
pericolo di morte, Giovanni Volpe Editore, 1969.