Paolo De Bei in occasione dell'incontro per giovani organizzato da Alleanza Cattolica nella Pasqua 2001
“Queste dunque le tre cose che rimangono:
la fede, la speranza, e la carità;
ma di tutte la più grande è la
carità”
(1Cor 13,13)
Intro
Realmente pericoloso avvicinarsi alla parola “carità”, termine che racchiude in sé stesso la sfaldante inesplicabilità del mistero, caratteristica riscontrabile in tutto ciò che si presenta nella sua profonda semplicità.
E’ infatti con la seria meraviglia dell’infante che rimango allibito
dinanzi alla mia incapacità di esprimere e comunicare il significato di un
concetto, che pare non possa fare a meno di perdere il suo vigore nel tentativo
di materializzarlo, evento che si verifica nonostante l’apparentemente
astratto mezzo della parola. Eppure vengo rinfrancato dal fatto che lo stesso
Cristianesimo è stato annunciato attraverso i limiti espressivi dell’uomo,
limiti che comunque non hanno saputo arrestare l’insondabile azione dello
Spirito Santo, esperto conoscitore delle imperscrutabili vie del cuore di ogni
uomo.
"Rintocca a morto per
l'intelligenza[1]"
“Profonda semplicità” dicevo riferendomi alla carità, espressione
da non confondersi con le minacciose illusioni della modernità, delle quali il
guardingo Chateaubriand, con sapiente delizia letteraria, sottolinea il velenoso
serpeggiare: “Gli uomini prendono spesso
verità per errore, perché ogni qualità del cuore o dello spirito ha in
corrispondenza la sua immagine falsata: la freddezza somiglia alla virtù, il
ragionare alla ragionevolezza, la vuotezza alla profondità[2]”.
Ecco dunque prendere forma l’ombra dell’uomo contemporaneo, il quale, per
ingannare la propria mediocrità, si cimenta in folclori speculativi, i quali
non hanno più come meta la verità, ma i diritti d’autore su una presunta
originalità di pensiero, trampolino di lancio per mezzo del quale sarà poi
possibile autoproclamare la propria intelligenza come colonna portante del
pensiero occidentale. Non più insieme verso la comune meta della verità,
seppur tra le inevitabili discordie, ma soli, in cammino verso un nulla nei cui
confronti ciascuno può vedere ciò che più desidera[3],
aiutato dalla studiata incomprensibilità dietro cui la vuotezza si colora di
astratta profondità, principio generatore dell’utopia[4].
Morto dunque per sempre il severo richiamo scolpito sull’Oracolo di
Delfi: “Conosci te stesso”?
Saremmo quasi tentati di chinare mestamente il capo, come chi, conscio di una
dolorosa verità, tenta almeno di
risparmiarsi l’ingrato compito di esplicitare un’aspra sentenza, oramai a
tutti evidente. Dando infatti persa per sempre ogni speranza di verità
oggettiva[5],
l’uomo rinuncia a conoscere primariamente la propria natura di uomo, e quindi
rinuncia a rispondere agli interrogativi base che ciascuno di noi si pone, come
trascinati da quella ricerca di consapevolezza di sé che appunto la modernità
si ostina a voler rifiutare. “Chi sono?”, “da dove vengo?”, “dove
vado?”... Temi oramai abbandonati a tutti i vari filoni dello psicologismo e
dello scientismo[6],
per definizione estranei a tali problematiche, perciò incestuosi fautori di
ulteriore confusione.
Razionalismo e irrazionalismo si alternano in una vorticosa dialettica,
utilizzando l’estremizzazione del primo (materialismo, tecnicismo, scientismo,
ecc.), per sfociare nel secondo, rendendo così molto valida l’affermazione di
Pascal: “Certamente vi sono delle leggi
naturali, ma questa bella ragione corrotta ha corrotto tutto[7]”.
Ogni uomo è sempre un po’ figlio del proprio tempo, e come nel passato
solo un’èlite aveva speranza di salvezza dinanzi al propagarsi di
un’epidemia, non diversa è la condizione presente, nella quale la morte
sopraggiunge, ben più pericolosamente, attraverso le cancrene corrosive dello
spirito, evidenti in molti, meno sviluppate in altri, combattute con la forza
della consapevolezza da pochi, ma riscontrabili in tutti, così da far
riecheggiare con fragore le parole di La Fontaine, il quale, con la solita
enfasi del buon narratore, andava dicendo: “Non
tutti ne morivano, ma tutti ne erano colpiti[8]”.
Solo il nostro atteggiamento nei confronti della verità è minacciato
dai vomiti rivoluzionari? In realtà, se lo credessimo, mostreremmo non solo
molta ingenuità, ma forse avremmo anche tra le mani la prova che la nostra
persona è permeata notevolmente dalle ideologie devastatrici a cui si è fatto
accenno. Il pensiero ha infatti dirette ripercussioni sulla quotidianità di
ciascuno di noi, e ciò è evidente nelle collisioni personali che ci troviamo a
dover affrontare con le altre persone, soprattutto a livello pratico, in quanto
è nell’azione che si determina la verità[9],
concretizzandosi nella nostra naturale tendenza al bene, e quindi nella
conseguente inclinazione alla ricerca di quest’ultimo[10].
Giunti a relativizzare la verità, non vi è che un semplice passo per
negare l’esistenza di un bene oggettivo; se infatti non ho più in me le
capacità per rapportarmi con il vero, tanto più non potrò conoscere il bene[11],
così minando le fondamenta stesse della legge naturale, e quindi ergendo
costumi e diritto positivo sul criterio della maggioranza (vedi ad es.
l’aborto): ecco il totalitarismo democratico.
Sed contra
Per quanto utopia e nichilismo si siano radicati così a fondo nelle
coscienze degli uomini, giungendo ad intaccare anche le parti più nobili del
cuore, ancora una volta una voce grida controvento, con la fermezza di sempre, e
l’amorevole severità che le è propria: è il richiamo di Santa Romana
Chiesa.
“E’ Dio ad aver posto nel cuore
dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere
Lui, perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità
su se stesso[12]”,
scolpisce nella storia del Magistero pontificio SS. Giovanni Paolo II, entrando
in diretta rotta di collisione con l’impostazione edonista e superficiale
della modernità, la quale difficilmente permette ai suoi schiavi di poter
aprire rettamente l’anima al Dio della Rivelazione, procedendo come
perfettamente illumina Pio XII: “Esso [il
nemico] si trova dappertutto e in mezzo a
tutti, sa essere violento e subdolo. In questi ultimi secoli ha tentato di
operare la disgregazione intellettuale, morale, sociale dell’unità
nell’organismo misterioso di Cristo. Ha voluto la natura senza la grazia; la
ragione senza la fede; la libertà senza l’autorità; talvolta l’autorità
senza la libertà. E’ un ‘nemico’ divenuto sempre più concreto, con una
spregiudicatezza che lascia ancora attoniti: Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì,
Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: non è mai stato[13]”.
Filosofi, teologi, geni di ogni dove e di ogni tempo hanno provato ad
analizzare con i loro dotti pensieri i perché di questo processo devastante, ma
costoro non hanno trovato che alcune conseguenze, diramazioni nate da un’unica
e vera causa originaria: la perdita della fede e quindi il dissolvimento della
carità[14].
S. Paolo soleva ripetere spesso l’importanza di combattere “la buona battaglia con fede e
buona coscienza[15]”, in quanto “la
carità sgorga, ad un tempo, da un cuore puro, da una buona coscienza e da una
fede sincera[16]”.
Se la fede è dunque quella virtù per la quale “noi crediamo in Dio e a tutto ciò che Egli ci ha rivelato, e che la
Chiesa ci propone di credere[17]”,
risulta addirittura inutile e fonte di condanna se disgiunta dalla gemella carità,
virtù per la quale “amiamo Dio sopra
ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio[18]”,
tanto che l’Apostolo non lascia
adito ad interpretazioni: “Senza la
carità sono un nulla[19]”, e S. Giacomo
rincara poi la dose: “La fede senza le
opere è morta[20]”....
Lutero permettendo.
E’ distaccandosi dalla rettitudine intellettiva, che porta
inevitabilmente l’apertura alla fede, e calpestando in modo imperdonabile la
rettitudine morale, grazie alla quale il seme della fede fa morire e poi
rinascere, che l’uomo è capitolato in quel baratro che spinge il malinconico
Holderiln a produrre versi esprimenti il proprio dolore riguardo alla condizione
dell’umanità:
Questa strana
nostalgia dell’abisso...
E i popoli
stessi son colti dalla voluttà della morte.
E tramontano le
civiltà eroiche...
C’è un
fascino nel caos[21].
Restaurazione dell’ordine
Senza ombra di dubbio stiamo vivendo momenti decisivi nei confronti della
cristianità, ma anche nei confronti dell’uomo stesso. Noi siamo gli attuali
protagonisti della storia, e su di noi grava il compito che un giorno ebbero a
compiere i grandi santi evangelizzatori, ora famosi ed elevati agli onori degli
altari, ora sconosciuti e nascosti elevatori di suppliche verso Dio, paghi del
solo fatto di essere nella verità e nel bene, e quindi amici di Dio[22].
Prendiamo esempio da chi ci precedette, sorreggiamoci a queste colonne
d’occidente e d’oriente, nutriamoci di quel sangue che fu versato non di
rado per permettere anche a noi di conoscere
il Cristo, e, nel nome di quest’ultimo, osiamo l’improponibile,
tentiamo nuovamente di ostacolare la tracotanza del peccato, restauriamo la
civiltà ad immagine di quella celeste: risorgiamo, e la cristianità risorga
con noi.
Fantasia della carità
Ad una fede sincera corrisponde sempre ed in ogni modo il suo
corrispettivo pratico: la carità[23]. Come il peccato “nella
sua realtà originaria avviene nella volontà[24]”,
così è necessario contrapporre nella stessa volontà[25]
una forza contraria alle alterazioni causateci dal peccato originale[26].
Se la fede influenza e permea tutto l’essere della persona (corpo,
psiche e spirito), la carità concretizza e attua i principi proposti dalla sua
gemella[27].
“E’ l’ora di una nuova
fantasia della carità[28]”,
di una carità missionaria rivolta in primo luogo a se stessi, alle persone a
noi vicine, e quindi a tutti coloro che la Provvidenza crederà di mettere sulla
nostra via nel cammino della vita.
Cavalieri della fede
E' l'ora di divenire, secondo l'accezione
kierkegaardiana, "cavalieri della
fede", ovvero coloro che hanno saputo compiere quel salto che, nella
sua ragionevolezza, appare assurdo al mondo: quello che li porta ad essere
simili ad Abramo, padre della fede ed eroe nel dolore, apologeta esistenziale
del mistero umano e servo della Verità.
"Se
sapessi […] dove vive un simile cavaliere della fede, andrei subito in cerca
di lui, poiché questo miracolo m'interessa assolutamente. Non me lo lascerei
sfuggire un momento; ogni minuto baderei a come si comporta nei movimenti […].
Ma anche se non ho trovato un tipo simile lo posso pensare. Eccolo qui. Abbiamo
fatto conoscenza, gli sono stato presentato. Appena ho posato su di lui i miei
occhi, nello stesso istante l'ho spinto via da me, ho fatto anche un salto
indietro, ho congiunto le mani esclamando ad alta voce 'Signore Dio! E' questo
l'uomo, è realmente lui (?), ha l'aria di un esattore delle imposte'. […][29]".
Con queste parole Kierkegaard si
dimostra ben consapevole che in ogni uomo si cela un altro uomo, ciò che
veramente noi siamo, ciò che si mostra nel momento in cui l'attimo si fa grave
e la prova si fa decisiva. Ecco dunque che l'uomo considerato fino ad allora
"normale" mostra la sua natura di eroe nel terrore e nella confusione
generale, lanciandosi nel confronto; ecco che il santo esce dall'apparente
mediocrità e si offre in espiazione; ecco che il traditore abbandona la sua
maschera di fedele alleato; ecco che il vigliacco mostra l'inconsistenza della
sua ossatura spirituale, e già Aristotele notava a tal proposito: "Infatti,
i pericoli prevedibili uno può anche farli oggetto di una scelta in base ad un
calcolo e ad un ragionamento, ma quelli improvvisi si affrontano secondo la
propria disposizione[30]", ma forse ancor
meglio è il metafisico Platone che viene in nostro ausilio: "Un
uomo che ama, se dovesse essere sorpreso a fare qualcosa di brutto o a subirlo
ad opera di qualcuno senza difendersi per viltà, non proverebbe tanto dolore se
fosse veduto dal padre, né dagli amici, né da nessun altro, quanto invece
proverebbe se fosse visto dal suo amato[31]".
E' infatti per questo che noi ci
trasformiamo, e arriviamo a voler mutare la nostra debole natura nelle diverse
forme che schiere e schiere di "cavalieri della fede" hanno mostrato,
evidenziando la possibilità della diversità, permanendo nell'unità, sotto un
unico nome: quello di Gesù Cristo, fine ultimo della nostra esistenza, e che,
tramite la guida austera e premurosa di Maria, vogliamo onorare qualunque sia il
nostro stato e la nostra condizione, così da poter dire alla fine di questo
esilio terreno, ad imitazione del Senato veneto che celebrò la vittoria di
Lepanto: "Non virtus, non arma, non
duces, sed Maria Rosarii victores nos fecit[32]".
Platonicamente parlando è dunque questo
che noi temiamo: offendere il nostro amato, Gesù Cristo, macchia di dolore e
disonore per chi, come Dante, riconosce che "humanum
genus bene se habet et optime quando secundum quod potest Deo assimilatur. Sed genus humanum maxime Deo
assimilatur quando maxime est unum[33]".
E' per il suo
nome e nel suo nome che noi troviamo motivazione di perseveranza nella lotta
spirituale, consolazione e gioia nel dolore. E' in questo tempo di confusione in
cui noi dobbiamo dimostrarGli la nostra vera natura, e venire fuori dalla
generale mediocrità, per mostrare come il cristiano sappia essere ancora
"eccezione", in rotta di collisione con il mondo, capace non solo di
dire la verità, ma di impersonare egli stesso la verità, "prima in rapporto con Dio e non prima con 'gli altri [34]",
ovvero essere una cosa sola tra ciò che si pensa e ciò che si è, per
giungere a fare ciò che si deve fare, per essere ciò che si deve essere.
E' un momento storico in cui noi
possiamo imitare le imprese dei grandi cristiani di tutti i tempi, creando
nuovamente in noi l'élite, la vera nobiltà cristiana, per poi tuonare con
Seneca ai profanatori del Bene: "
[…] Ma già in questo momento, per poco che lo sentiate, un turbine fa girare
le vostre anime, che cercano di scappare e tuttavia continuano a desiderare
quegli stessi vani piaceri, ed ora le solleva verso il cielo, ora le scaraventa
nell'abisso[35]".
Conclusione
Per attuare tutto questo non bastano i
propositi, e non possiamo pensare che ogni cosa si esaurisca nella fede, perché
“senza l’influsso della carità che informa in qualche modo l’anima,
gli atti interni o esterni di qualsiasi virtù acquisita, per quanto perfetti
nel loro genere, sono inutili per la vita eterna[36]”.
E’ nella carità che il
Cristianesimo diviene missionario, ed è in essa che arriviamo ad incarnare la
verità.
SS. Giovanni Paolo II vuole renderci
consapevoli che “in molte regioni i cristiani sono, o stanno diventando, un
piccolo gregge[37]”,
e ciò accade per la nostra tiepidezza. Dio non chiama meno di un tempo, Egli è
sempre lo stesso, e continua a peregrinare per le vie del cuore di ciascun uomo,
ma per la piena realizzazione del suo piano di salvezza vuole la nostra
collaborazione, chiede “implorante” il nostro aiuto, pronto a donare e a
donarsi al primo moto interiore che voglia bruciare nel suo cuore la tiepidezza
infernale che ci attanaglia. Essere buoni non basta[38]:
dobbiamo essere santi, e perché ciò divenga realtà non esiste altro modo che
quello di amare. Divenire noi stessi carità vivente, fare in modo che l’amore
non sia solo una contingenza, uno spazio riservato a speciali momenti della
giornata, ma uno stato dell’essere che ci caratterizzi ed influenzi e formi
ogni nostro atto e pensiero.
Amare Dio per prima cosa e sopra ogni
cosa: sia che amiamo Dio, sia che amiamo noi stessi, sia che amiamo il prossimo,
si tratta di vero amore caritatevole solo quando il motivo formale è identico,
ovvero l’infinita bontà di Dio, ed è assolutamente importante non confondere
l’inclinazione compassionevole verso gli altri, generata da una naturale
impostazione della psiche, con l’atto soprannaturale dell’amore. Non può
esistere amore cristiano verso il prossimo, se non vi è amore di Dio. E’
invece nell’amare quest’ultimo che
l’abito infuso della carità assume la propria natura, in quanto “non si
può aumentare nell’anima la capacità di amare Dio senza che aumenti in pari
tempo e nel medesimo grado, la capacità di amare il prossimo[39]”.
Amare sé stessi: nell’esercizio
dell’amore esiste un ordine di gradazione imposto dalla natura stessa delle
cose, la quale impone, come si è già detto, di amare primariamente Dio, dal
quale proviene secondariamente l’amore del prossimo e di noi stessi in
rapporto a Lui. Anche nell’amore verso il prossimo è dunque costituito un
ordine, determinato dalla maggiore o minore relazione con Dio dei beni a cui si
partecipa, cosicché dobbiamo preferire il nostro bene spirituale e poi quello
del nostro prossimo, preferendo invece il bene spirituale del nostro prossimo
rispetto al nostro bene materiale. “Questa gerarchia [...] è data
dal fatto che si ama Dio come principio del bene sul quale si fonda
l’amore di carità; si ama sé stessi in quanto si è partecipi
direttamente di questo bene, e il prossimo in quanto socio e compartecipe.
Siccome il corpo partecipa della beatitudine unicamente per una certa ridondanza
dell’anima, abbiamo che, per questo aspetto, è più prossima alla nostra
anima l’anima del prossimo che il nostro stesso corpo; quindi, occorre
anteporre il bene spirituale del prossimo al nostro bene corporale[40]”.
Amare il proprio prossimo: “la comunione è il frutto e la manifestazione di quell’amore
che, sgorgando dal cuore dell’eterno Padre, si riversa in noi attraverso lo
Spirito che Gesù ci dona (cfr. Rm 5,5), per fare di tutti noi ‘un cuor solo e
un’anima sola’ (At 4,32). E’ realizzando questa comunione di amore che la
Chiesa si manifesta come ‘sacramento’, ossia ‘segno e strumento
dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano[41]”.
E’ nell’agape cristiana
che noi siamo Chiesa, è nell’amore del nostro prossimo che incarniamo Cristo,
ed è proprio nella sempre presente incomprensione della carità che diveniamo
simili a Lui. Come il mondo non conosce Dio, non potrà certo riconoscere ciò
che da lui procede: l’amore. Se Gesù Cristo non è stato compreso nel suo
messaggio d’amore, non riconoscerà neppure noi, in quanto il servo non è da
più del padrone, e l’allievo non è da più del maestro. La carità diviene
massima proprio nel momento della sua incomprensione da parte degli uomini: è a
questo punto che la donazione di sé diviene massima, è a questo punto che si
compie il martirio spirituale provocato dalla collisione di odio e amore, è a
questo punto che la carità si fa perfetta con l’oblazione della propria vita,
è a questo punto che Dio ci chiamerà a Sé rivestendo la nostra anima del
diadema della scientia amoris, ponendoci sul capo la corona della gloria
celeste.
“La
carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si
vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si
adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si
compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta[42]”.
[1]
Marcel De Corte, L'intelligenza in
pericolo di morte, Giovanni Volpe Editore, 1969.
[2] Chateaubriand, Memorie d’oltretomba, II, 29.
[3] Juan Donoso Cortés, cit. Rino Cammilleri, I mostri della ragione, Edizioni Ares, 1997, p. 105: “Dietro i sofismi vengono le rivoluzioni, dopo i sofisti è il turno del boia”.
[4] Robert Heath, cit. ibidem, p. 11: “Null’altro che il meraviglioso mondo lunare d’Utopia sarà il risultato della Rivoluzione”.
[5] S. Tommaso d’Aquino, De veritate, q. 1, a.5, ad 5: “E’ impossibile affermare in senso assoluto che non c’è verità”.
[6] A proposito di scientismo molto interessanti sono le profetiche osservazioni che Soeren Kierkegaard effettua nel suo Diario: “La lotta fra Dio e ‘ l’uomo’ culminerà probabilmente in questo, che ‘l’uomo’ si trincererà dietro le scienze naturali: [...] Avremo tutta una folla di uomini che farà delle scienze naturali la sua religione”. Si può consultare il testo per intero in: Soeren Kierkegaard, Diario, Biblioteca Universale Rizzoli, edizione ridotta, 1996, p. 196-199. E’ inoltre ancora possibile procurarsi la traduzione quasi integrale del Diario (12 volumi), a cura di Cornelio Fabro, presso la Morcelliana.
[7] Cit. Marcel De Corte, Incarnazione dell’uomo, Morcelliana, 1949, p.35.
[8]
La Fontaine, Fables, VII, « Les animaux malades de la peste ».
[9] Soeren Kierkegaard, Diario, Biblioteca Universale Rizzoli, edizione ridotta, 1996, p. 211: “La dialettica nei libri è solo dialettica di pensiero, ma la reduplicazione di questo pensiero è azione nella vita. Ogni pensatore che non ha reduplicato la dialettica del suo pensiero, produce continuamente un’illusione. Il suo pensiero non raggiunge mai l’espressione decisiva dell’azione”.
[10] S. Tommaso d’Aquino, Summa theologica, p. I-II, q. I, art. 5: “Dal momento che ogni essere desidera la sua perfezione, perciò uno desidera come ultimo fine, quel ch’egli brama come bene perfetto e soddisfacente di sé medesimo. [...] Bisogna dunque che l’ultimo fine appaghi così tutto l’appetito dell’uomo, che nulla, fuori di esso, resti a desiderare”.
[11] Ibidem, p. I, q. 5, art. 2: “L’essere, nell’ordine di ragione, è prima del bene. Infatti, quel che importa il suo nome è ciò che l’intelletto concepisce della cosa e lo significa con la voce. Dunque, quello è prima di priorità di ragione, che prima cade sotto il concetto della mente. Ora, nel concetto della mente cade prima l’ente, giacché secondo la nozione di ente ogni cosa è conoscibile in quanto è in atto, come si dice nel IX libro della Metafisica. Dunque, l’essere è l’oggetto proprio dell’intelletto, e così è il primo intelligibile, come il suono è prima dell’udibile. Di conseguenza, dal punto di vista della ragione, l’ente è prima che il bene”.
[12] SS. Giovanni Paolo II, Fides et ratio, § 1.
[13] Discorso di Pio XII agli Uomini dell’Azione Cattolica d’Italia del 12/10/1952.
[14] Mt 24,11-13: “Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà. Ma chi persevererà fino alla fine, sarà salvato”.
[15] 1Tm 1,18-19.
[16] SS. Giovanni Paolo II, Catechismo della Chiesa Cattolica, § 1794.
[17] ibidem, § 1814.
[18] ibidem, §1822.
[19] Cfr. 1Cor. 13,2.
[20] Gc. 2,26. Vedi anche Gc 2,14-25.
[21] Cit. Marcel De Corte, Incarnazione dell’uomo, Morcelliana, 1949, p. 67.
[22] S. Tommaso d’Aquino, Compendio della Somma Teologica, Edizioni Studio Domenicano, 1989, p. 206, § 1: “La carità fra uomo e Dio, essendo un mutuo amore col volere il bene l’uno dell’altro, è amicizia”.
[23] Ibidem, § 6: “La carità è la più eccellente delle virtù, perché riguarda Dio per se stesso, mentre la fede e la speranza riguardano Dio per qualche cosa che da Lui deriva”. CCC, § 1844: “Per la carità noi amiamo Dio al di sopra di tutto e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio. Essa è ‘il vincolo della perfezione’ (Col 3,14) e la forma di tutte le virtù”. Cfr anche con CCC, § 1822-1829.
[24] SS. Giovanni Paolo II, Dominum et vivificantem, § 33.
[25] S. Tomaso d’Aquino, Compendio della Somma Teologica, Edizioni Studio Domenicano, 1989, p. 207, § 1: “La carità risiede nella volontà e non nell’appetito sensitivo, perché suo oggetto è Dio che è Bene, ma non un bene sensibile”.
[26] A. Royo Marin, Teologia della perfezione cristiana, Edizioni Paoline, 1965, p. 248: “La carità in quanto forma di tutte le virtù ha il compito specifico di dirigere e ordinare all’ultimo fine soprannaturale tutti i loro atti, compresi quelli della fede e della speranza, che senza di essa sarebbero informi nonostante conservino la propria forma specifica”.
[27]
A tal proposito è necessario tenere presente che per far giungere a pieno
sviluppo di perfezione le virtù infuse (fede, speranza, carità), è
necessario l’intervento diretto dello Spirito Santo, in quanto le virtù
infuse operano uniformandosi alla norma della ragione naturale, ossia in
conformità del mondo. Poiché sono abiti soprannaturali, le virtù infuse
necessitano, per loro natura, un esercizio conforme al soprannaturale.
Quando lo Spirito Santo non comunica loro questo “modo divino” le virtù
infuse sono abbandonate a se stesse e non raggiungono il loro pieno sviluppo
(cf Denzinger all’indice F2ca e F2cc e la dottrina della Chiesa contro i
Pelagiani). Riguardo a ciò S.
Tommaso ricorda: “La sapienza, che
conosce la causa suprema non di qualche genere, ma universale, cioè Dio, e
giudica secondo la verità divina, è un dono dello Spirito Santo, perché
l’uomo non può conseguirla da sé, ma soltanto averla dallo Spirito
Santo.
Il dono
della sapienza ha origine dalla carità, che è propria della volontà, ma
esso è proprio dell’intelletto.
La sapienza
non è solo speculativa, ma anche pratica, perché giudica e dirige a norma
di Dio i nostri atti.
La sapienza
è un dono che deriva da una certa connaturalità con Dio, dall’unione con
lui ed è figlia della carità: perciò se per il peccato cessano la carità
e l’unione con Dio, cessa anche il dono della sapienza.
Tutti
quelli che hanno la grazia hanno anche il dono della sapienza, almeno per
propria istruzione e direzione; ma un dono più alto per istruzione e
direzione anche degli altri non lo hanno tutti.
[...] Alla sapienza si oppone la stoltezza [...] che consiste nell’ottusità del cuore e del senso: si oppone pure la fatuità, che consiste nella privazione totale di senso spirituale”.
[28] SS. Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, § 50.
[29]
Soeren Kierkegaard, Timore e tremore, Edizioni
BUR, 1986.
[30]
Aristotele, Etica Nicomachea, III,
8, 1117 a 16-22.
[31]
Platone, Simposio, 178 D-E
[32]
"Non il valore, non le armi, non i condottieri, ma la Madonna
del Rosario ci ha fatto vincitori".
[33] Dante, De Monarchia, libro I, cap. 8: "Il genere umano raggiunge la perfezione quando realizza tutta la rassomiglianza con Dio compatibile con la sua natura. Ma questo suo massimo di rassomiglianza con Dio corrisponde al suo massimo di unità".
[34]
Soeren Kierkegaard, Diario,
Ed. BUR , 1975.
[35]
Seneca, La felicità,
XXVIII.
[36]
A. Royo Marin, Teologia della
perfezione cristiana, Edizioni Paoline, 1965, p. 253.
[37] SS. Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, § 36.
[38] Vedi nota n. 27.
[39] A. Royo Marin, Teologia della perfezione cristiana, Edizioni Paoline, 1965, p. 252.
[40] Ibidem.
[41] SS. Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, § 42.
[42] 1Cor 13,4-7.