
L’hidalgo di Cristo. Postmoderno
di Giovanni Cantoni
Dalle Ande agli Appennini, in attesa di una calata dalle Alpi alle piramidi, sbarca in Italia un ispanofono noto nel mondo di lingua tedesca e tradotto da un germanista. Come dire: passaggio dal Manzanarre al Reno. Un suo pionieristico scopritore ne descrive mentalità, tecnica espressiva, efficacia. E una fissazione: glossare, continuamente "in progress", un misterioso "testo implicito". Che esplicitamente manda all’aria le presunzioni e le (false) certezze del "progetto illuministico"
Nicolás Gómez Dávila nasce il 18 maggio 1913 in Colombia,
a Cajicá, nel dipartimento di Cundinamarca, di cui è capoluogo la capitale
dello Stato iberoamericano, Santa Fe de Bogotá, da una famiglia dell’alta
società. Non si laurea e della sua formazione si possono considerare regolari
solo gli studi, elementari e medi, compiuti privatamente durante una lunghissima
permanenza in Francia, dai sei ai ventitrè anni.
Un ricco eremita in casa propria
La sua naturale avidità intellettuale si esprime nelle
pratiche della lettura e della riflessione, confermate e trasformate — per così
dire — da stile di vita in destino da un incidente occorsogli a cavallo,
incidente che lo condiziona e contribuisce a relegarlo, dai primi anni 1960, in
casa propria, «ubicata in un’affollata via di Bogotá, in mezzo al traffico e
al rumore della strada, come un monumento preistorico che la routine sembra
condannare alla dimenticanza, nonostante la sua isolata bellezza»: in questi
termini Óscar Duque Torres, uno dei suoi pochi critici, descrive
suggestivamente l’abitazione, in stile Tudor. Così Gómez Dávila vive quasi
trent’anni come in clausura, da «certosino dell’altopiano» — la
definizione è dello stesso critico e l’altopiano è quello dov’è situata
Santa Fe de Bogotá, a 2630 metri d’altitudine —, nella «cella» costituita
dalla sua monumentale biblioteca, di oltre trentamila volumi, soprattutto in
lingua originale, dal momento che rifiuta le traduzioni: greco, latino, tedesco,
inglese, portoghese, francese, italiano, russo e, naturalmente, spagnolo. Vi
riceve una mezza dozzina d’interlocutori — fra loro il critico e scrittore
Hernando Téllez (1908-1966), il dotto frate minore Félix Wilches (1905-1972) e
l’uomo politico conservatore, diplomatico e appassionato d’arte, Douglas
Botero Boshell (1916-1997) — e l’abbandona quasi solo per la «cappella»,
la chiesa del convento francescano de La Porciúncula, nella stessa via.
Torna in Europa nel 1959, per un soggiorno di sei mesi con la moglie, María
Emilia Nieto de Gómez, sposata quasi immediatamente dopo il suo rientro dalla
Francia. Muore il 17 maggio 1994, mentre s’appresta a studiare il danese per
accostare Søren Kierkegaard (1813-1855), seguendo la moglie, scomparsa l’anno
precedente, e lasciando tre figli e alcuni nipoti.
Gli scritti: «glosse a un testo implicito»
Di fatto Gómez Dávila è autore di una sola grande opera
continua, Escolios a un texto implícito, la cui pubblicazione inizia con questo
titolo nel 1977, prosegue nel 1986 come Nuevos escolios a un texto implícito e
si conclude, nel 1992, come Sucesivos escolios a un texto implícito. Tutti
questi volumi hanno la stessa struttura e sono frutto della medesima concezione:
una sequenza di escolios, di «glosse», in un certo senso anticipate, con il
modesto titolo di Notas, nel 1954 in un’edizione privata in Messico, quindi,
nel 1956, sulla rivista d’avanguardia colombiana Mito.
In apparenza diverso è il volume Textos I, del 1959, un testo unico con qualche
rara suddivisione, che raccoglie pensieri in paragrafi l’uno seguente
l’altro, poi «svanito» nella stessa consapevolezza dell’autore, così come
costituiscono eccezioni, dal punto di vista formale, i saggi Il vero reazionario
e De Jure. Ma in Textos I, che non avrà il seguito che il titolo lascia
intendere, sono già presenti i caratteri delle glosse, meno il «testo
implicito»: un pensiero libero e concentrato e un’espressione ricercata.
La fortuna dello «scrittore reazionario» o la «celebrità discreta»
Gli scritti del pensatore colombiano vengono proposti al
pubblico, nonostante la sua ritrosia e solo grazie all’interessamento dei
pochi ma fedelissimi amici: trattandosi però di amici socialmente e
politicamente altolocati, si dà il caso inconsueto di un autore «sconosciuto»
pubblicato da editrici «nazionali» nel senso di «pubbliche», di quelle il
cui catalogo suggerisce piuttosto un deposito di «classici da non leggere più»
che non una vetrina di nuovi talenti. Inoltre — la notazione è dello stesso Gómez
Dávila —, «lo scrittore reazionario deve rassegnarsi a una celebrità
discreta, dal momento che non si può ingraziare gl’imbecilli».
La letteratura critica è limitata a una tesi, sostenuta da Mauricio Galindo
Hurtado, colombiano, presso un’università britannica, e a qualche saggio
quando non a rievocazioni giornalistiche. Fra i giudizi, meritano di essere
riferiti quelli di ben altrimenti noti scrittori suoi compatrioti. Il romanziere
e poeta Álvaro Mutis Jaramillo — uno dei suoi frequentatori — parla di
Escolios a un texto implícito come di «un capolavoro del pensiero occidentale»,
«[…] una vasta summa di sapere, disseminata […] di allusioni e di elusioni,
la cui piena utilizzazione supporrebbe lunghe veglie con i testi essenziali
della nostra eredità ebraica, ellenica, romana, cristiana e occidentale»; e la
definisce «opera superba che presenta nello stesso tempo una feconda teoria
della storia e un’inconfutabile dottrina politica, un’essenziale meditazione
sulla poesia e un non meno definitivo esame del pensiero metafisico e teologico»,
tale da essere — prevede — motivo di scandalo per gli «[…] eredi della
tradizione liberale e democratica nata con la riforma protestante, incubata nel
secolo dei lumi e battezzata con il sangue nelle giornate del 1789», ma atta a
esser utilizzata anche dall’uomo qualunque — come dice con espressione
italiana —, dal momento che, per quanto «inconsueta e vasta», «[…]
concerne anche i nostri affari di tutti i giorni». E del romanziere Gabriel
García Márquez viene citata l’impegnativa affermazione: «Se non fossi
comunista, penserei come Gómez Dávila».
Segnalati tempestivamente nel mondo di lingua tedesca dal filosofo cattolico
Dietrich von Hildebrand (1889-1977), gli scritti e il pensiero di Gómez Dávila
vi fanno la loro comparsa negli anni 1980 grazie a un’editrice conservatrice
viennese: egli acquisisce così fra i suoi estimatori lo scrittore Ernst Jünger
(1895-1998), che parla della sua opera come di «una miniera per amanti del
conservatorismo»; lo studioso e pensatore politico Erik Maria von
Kuehnelt-Leddihn (1909-1999) e il filosofo Robert Spaemann.
Il pensatore colombiano giunge finalmente in Italia nel 2001, in apertura di
secolo e di millennio, con In margine a un testo implicito, una consistente
scelta della prima metà del primo volume della prima raccolta, Escolios a un
texto implícito, curata con amore e maestria dallo storico della filosofia e
germanista Franco Volpi, dopo che, nel 1999, ho tradotto sulla rivista
Cristianità di Piacenza uno dei suoi pochissimi saggi, Il vero reazionario, e
che, nello stesso anno e nel 2000, l’autore è stato presentato in diverse
sedi dallo stesso Volpi e da chi scrive. E pensieri brevi stanno «filtrando»,
talora via Internet, in Polonia e in Francia.
Il genere letterario: la tecnica «pointilliste» e le «brevi frasi»
L’opera di Gómez Dávila va esaminata secondo le
prospettive formale e contenutistica non per scelta del critico, ma perché
indicate, più che soltanto suggerite, dai titoli spogli dei suoi volumi, privi
di qualsiasi richiamo, costituiti dalla reiterazione di «glosse» e di «testo
implicito». Si tratta infatti di consistenti raccolte di pensieri brevi —
oltre diecimila —, ai quali l’autore nega la natura di aforismi: «Ciò che
il lettore troverà in queste pagine non sono aforismi» — scrive —, «le
mie brevi frasi sono tocchi cromatici di una composizione pointilliste». E il
riferimento alla tecnica pittorica pointilliste, in una delle prime glosse della
prima raccolta, costituisce indicazione ermeneutica fondamentale, che vieta un
giudizio non d’insieme sulla «composizione» e sull’«artista» — sua la
dichiarazione: «Pretendo soltanto di non aver scritto un libro lineare, ma un
libro concentrico» — e che suggerisce un apprezzamento corrispondente dei
singoli «punti», dei singoli «tocchi cromatici»: «Il discorso continuo —
sentenzia — tende a occultare le rotture dell’essere. Il frammento è
espressione del pensiero onesto». Quanto alle «brevi frasi», «un testo breve
non è una dichiarazione presuntuosa, ma un gesto che appena abbozzato si
dissolve»; e l’aforisma «negato» è però difeso, svelando la
consapevolezza della difficoltà di definirlo: «Accusare l’aforisma di
esprimere soltanto parte della verità equivale a supporre che il discorso
prolisso possa esprimerla tutta»; viene denunciata la prolissità — «La
prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee» — e tessuto
l’elogio del testo breve in quanto «poetico», cioè creativo, quindi
costruttivo per il lettore: «L’opera frammentaria si fa poesia nel momento in
cui ci obbliga a completare le sue curve mutile».
Lo «spettro» dell’aforisma va infatti dalla definizione alla massima, alla
«degnità» — il richiamo è a Giambattista Vico (1668-1744) —, alla «monografia
compressa» — la formula è dello studioso canadese della comunicazione
Marshall McLuhan (1911-1981) —, alla glossa, alla breve osservazione, al
rimando, all’appunto, alla nota a margine. E costituisce retaggio
dell’oralità, assillata dal problema della conservazione della memoria, ed
elemento di una plurisecolare farmacopea spirituale, così dando implicite
istruzioni sulla «posologia» del testo, quindi sulla sua lettura e fruizione:
si tratta di piccole e dense «dosi» da non trangugiare in una sola volta, dal
momento che non hanno un inizio e una fine, ma piuttosto un centro, e delle
quali la tecnologia della scrittura nell’«epoca della sua riproducibilità
tecnica», cioè della stampa, permette di ricuperare a volontà la sostanza
orale e oracolare.
Dunque, glosse a margine. Ma a margine di che? S’impone, oltre il contenuto di
tali glosse, l’identificazione del texto implícito. I critici propongono due
ipotesi, in alternativa o in combinazione: una letterale e l’altra lata.
Quella letterale, stretta, rimanda a un ampio tratto dei Textos I di dura
polemica sia con la «democrazia» che con l’«uomo democratico», intesi come
espressioni e portatori di una visione del mondo che coglie la verità come tesi
suffragata dal consenso quantitativo, maggioritariamente; quella lata identifica
tale testo con l’intero corpus culturale dell’Occidente, da Omero ai
contemporanei.
Il «pensiero reazionario»
Se il genere dell’opera favorisce l’apprezzamento
anzitutto del paradosso, un’attenzione maggiore permette l’identificazione
in essa di una dialettica di tipo vichiano fra «stoltezza» e «sapienza»,
nascoste dalla varietà delle formulazioni dell’una e dell’altra: «Cambiano
meno gli uomini idee che le idee i loro travestimenti. Nel corso dei secoli
dialogano le stesse voci».
Ma «imbecillità», «stupidità» e «follia», oppure, con riferimento
temporale, «modernità», possono suggerire nell’autore pura emotività e far
dimenticare sia la gamma espressiva che l’espressione singola, talora
strutturata a paradosso, cioè a figura logica in apparenza assurda in quanto
contrastante non solo, eventualmente, con il buon senso, ma, nel caso, con
l’opinione corrente, e atta peraltro a decantare in proverbio.
Dal punto di vista culturale, del pensiero reazionario Gómez Dávila non coglie
e non svolge solamente l’ascendenza spagnola — ricordo, anche per la
consonanza formale, i Pensamientos varios di Juan Donoso Cortés (1809-1853)
—, francese o anglosassone, ma pure quella tedesca; quindi procede a un
ricupero del romanticismo, non solo del pre-romanticismo della sensibilité e
della sensibility, sia contenutisticamente, sia espressivamente, attraverso
l’apprezzamento della continuità fra pensiero contro-rivoluzionario e poesia
soprattutto ottocentesca. Infatti, «la poesia del secolo XIX è l’eredità
lasciata alla letteratura dalla contro-rivoluzione soffocata». Sì che —
osserva acutamente —, «identificando romanticismo e democrazia, così
condannando il romanticismo, Maurras [Charles, 1868-1952] è caduto in un
terribile errore. Condannando il romanticismo, Maurras condannava il pensiero
reazionario e adottava un’ideologia rivoluzionaria in nome della
contro-rivoluzione».
Dal punto di vista sostanziale «la saggezza consiste semplicemente nel non
insegnare a Dio come si debbano fare le cose» e a vivere l’individualità,
l’irripetibilità e la frammentarietà nel mistero: «Contro lo svuotamento
moderno del mistero affermiamo la sua presenza inglobante» e, anzitutto, che «la
verità è una persona». Però «la radice del pensiero reazionario non è la
sfiducia nella ragione, ma la sfiducia nella volontà»; e il pensiero
reazionario viene abbozzato almeno su tre «cavalletti», suggeriti da un’autoqualificazione:
esser l’autore «cattolico, reazionario e retrogrado». Cioè di tale pensiero
non rilevano solamente le dimensioni politiche e culturali, ma anche — se non
soprattutto — le radici religiose ed esistenziali: se «la Reazione comincia a
Delfi» e se «la Reazione è cominciata con il primo pentimento», «la
reazione esplicita comincia alla fine del secolo XVIII; ma la reazione implicita
comincia con l’espulsione del diavolo»; ed «essere reazionario significa
capire che l’uomo è un problema senza soluzione umana». Così i testi brevi
sono percorsi da una vena polemica, talora esplicita e dura, in aggressivo
contrasto con ogni filosofia e con ogni teologia razionalistiche, perché «razionalismo
è lo pseudonimo ufficiale dello Gnosticismo», «la democrazia è la politica
della teologia gnostica», «la Gnosi è la teologia satanica dell’esperienza
mistica. Nell’interpretazione gnostica dell’esperienza mistica si genera la
divinizzazione dell’uomo», e «l’ugualitarismo è inferenza gnostica:
infatti ogni particella della divinità è ugualmente divina». Si tratta di una
prospettiva filosofica e teologica negativa, che richiama quella
platonico-tomistica di Josef Pieper (1904-1997). E a tale vena se ne affianca
un’altra, antimoralistica ma non certo immorale, percorsa dall’evangelica «prudenza
del serpente» da affiancare alla «semplicità della colomba» (cfr. Mt. 10,
16), la cui divisa potrebbe essere «Credere in Dio, confidare in Cristo,
guardare con malizia», e la cui espressione è talora non solo dura quanto al
contenuto ma pure cruda quanto al modo. Comunque, anche quando oggetto degli
strali sono i cristiani, gli uomini di Chiesa e la Chiesa stessa, la «regola»
è inequivoca: "Ciò che si pensa contro la Chiesa, se non lo si pensa da
dentro la Chiesa, è privo di interesse". Insomma — afferma
perentoriamente Gómez Dávila —, «[…] il cattolicesimo è la mia patria»
e in questo terreno coltiva «un platonismo esistenziale e uno storicismo
agostiniano».
Ma l’orizzonte limitato e cupo non alimenta la disperazione, anche se «la
nostra ultima speranza sta nell’ingiustizia di Dio» e «l’unica precauzione
sta nel pregare in tempo»: infatti, poicé «per rinnovare non è necessario
contraddire, basta approfondire», e siccome «il peso di questo mondo si può
sopportare solo in ginocchio», «l’unica ragione di sperare è stata espressa
perfettamente da Huizinga [Johan, 1872-1945] in una delle sue ultime parole:
"Per fortuna l’uomo non ha l’ultima parola"». E Nicolás Gómez Dávila,
in attesa di ascoltare da Dio l’ultima parola a proprio riguardo, negli ultimi
mesi della vita si dedica alla lettura del Catechismo della Chiesa Cattolica,
dicendo rispettosamente la sua — testimonia il suo ultimo confessore, che ne
celebrerà anche le esequie, monsignor Luis Carlos Ferreira, decano del capitolo
della cattedrale di Santa Fe di Bogotá —, cioè avanzando riserve sullo stile
in cui è redatto.
Per proseguire un incontro
Nicolás Gómez Dávila ha in breve tempo conosciuto una eccezionale fortuna editoriale anche in Italia. Ecco qualche elemento per un percorso bibliografico
In italiano, dell’autore vedi Il vero reazionario, in
Cristianità, anno XXVII, n. 287-288, Piacenza marzo-aprile 1999, pp. 18-20; e
In margine a un testo implicito, trad. it., a cura di Franco Volpi, Adelphi,
Milano 2001.
Sull’autore, vedi Óscar Duque Torres ed Ernesto Monsalve, Nicolás Gómez Dávila:
la pasión del anacronismo, in Boletín Cultural y Bibliográfico, vol. 32,
Santa Fe de Bogotá 1995, n. 40, pp. 31-49; il mio Un contro-rivoluzionario
cattolico iberoamericano nell’età della Rivoluzione culturale: il «vero
reazionario»; postmoderno Nicolás Gómez Dávila, in Cristianità, anno XXVII,
n. 298, Piacenza marzo-aprile 2000, pp. 7-16; e F. Volpi, Un angelo prigioniero
nel tempo, in N. Gómez Dávila, In margine a un testo implicito, cit., pp.
157-183.
© Tempi
Sezione: Meeting
Rubrica: Cultura
Numero: 33 -
'); //-->