
Gemma è nata martedì, 12 marzo 1878 (alle ore diciotto e trenta), dal Dottor Enrico Galgani e da Aurelia Landi, quinta di otto figlia, nella frazione di Borgo Nuovo, comune di Capànnori, parrocchia di Casigliano, diocesi di Lucca […].
Ma Gemma resta pochissimo a Casigliano, che oggi porta anche il suo nome. Nell’aprile successivo, infatti, la famiglia Galgani si trasferisce a Lucca (via de’ Borghi), perché i bambini abbiano una adeguata educazione. Enrico Galgani esercitava la professione di farmacista.
All’età di due anni Gemma comincia a frequentare l’asilo-scuola delle sorelle Vallini, in Piazza S. Francesco.
“Fui costretta a rispondere di sì”
Il 26 maggio 1885, nella chiesa di S. Michele in Foro, monsignor Nicola Ghilardi, arcivescovo di Lucca, somministra a Gemma la cresima. Durante la Messa “a un tratto” , racconterà più tradi Gemma “una voce al cuore mi disse: ‘Mi vuoi dare la tua mamma? Me la dai volentieri?’. Fui costretta a rispondere di sì”. Mamma Aurelia morirà nel settembre dell’anno successivo. La piccola Gemma entra precocemente nella scuola del dolore.
Nel 1887, 17 giugno, festa del Sacro cuore, Gemma si accosta per la prima volta alla mensa eucaristica, nella cappella delle Oblate dello Spirito Santo. SI era preparata a questo importante appuntamento con un lungo ritiro presso le stesse suore chiamate Gitine. E’ profondamente colpita dal racconto della Passione di Gesù, fattole da Suor Camilla Vagliansi. Il suo confessore è monsignor Giovanni Volpi, che dal 1897 sarà vescovo ausiliare di Lucca.
A scuola
Dal 1889 al 1893 Gemma frequenta regolarmente la scuola delle Zitine. Fra le altre, ha per maestra la beata Elena Guerra, fondatrice dello stesso istituto religioso. Interrotti per motivi di salute gli studi formali, nei quali riusciva egregiamente, frequenta le scuole notturne della dottrina cristiana, conseguendo un anno la medaglia d’argento e l’anno successivo il diploma e la medaglia d’oro (madrina la contessa Guinigi).
Un altro grande dolore fu per la giovane la morte del fratello Gino, seminarista, avvenuta nel 1894, ad appena diciotto anni. La famiglia, l’anno precedente, si era trasferita in via Streghi 6. Gemma soffre acutamente per la morte del fratello. Tra il ’95 e il ’97 altro trasloco: la famiglia si trasferisce in via S. Giorgio 10.
Durante il 1895 e l’anno seguente, Gemma riceve varie ispirazioni a seguire con più impegno e decisione la via della croce, itinerario di ogni autentico discepolo di Cristo. “In me”, scriverà nell’Autobiografia, “sentivo crescere una brama di amare tanto Gesù crocifisso, e insieme a questo una brama di patire e aiutare Gesù nei suoi dolori”.
Per la prima volta le appare un angelo, che in seguito riconosce come il suo angelo custode: le ricorda quali sono i veri monili “che abballano una sposa di un Re crocifisso”, ossia le spine e la croce.
Nel 1896, per una incidentale carie ossea, Gemma subisce una grave operazione al piede, affrontata per necessità senza anestesia. Il coraggio dimostrato dalla ragazza in questa occasione stupisce i chirurghi.
Collabora all’asilo tenuto dalle sorelle Baccheretti (tra piazza Scalpellini e corte Compagni). Nel Natale di quest’anno, consultato monsignor Volpi, fa voto di castità.
Nel 1897 (11 novembre) muore, ad appena cinquantasette anni, per tumore alla gola, il dottor Enrico Galgani. Lascia la famiglia in un gravissimo frangente finanziario. Gemma prova che cosa siano la miseria e l’emarginazione sociale. Abitava ancora in via S. Giorgio. Sia la farmacia paterna sia la casa vengono poste sotto sequestro. I creditori sequestrano tutto di casa Galgani. “Mi misero le mani in tasca”, confidò Gemma a Cecilia Giannini anni dopo, “e mi levarono quei cinque o sei soldi che avevo”.
Anche per aiutare la famiglia, lavora nella scuola di taglio delle signorine Sbaraglia, in via Nuova. Il 12 novembre viene accolta a Camaiore dalla zia paterna, Carolina Galgani, che insieme con il marito Domenico Lencioni gestiva un negozio di merceria, e dà una mano in negozio.
“Tutta di Gesù”
Siamo nel 1898. gemma ha 20 anni. Viene chiesta in sposa da diversi giovani. Rifiuta perfino l’idea, perché sente di essere “tutta di Gesù”. Per questo, per eludere qualsiasi richiesta, da Camaiore ritorna a Lucca, nonostante i gravi disagi familiari. Abita in via del Piscione 13 (l’attuale via S. Gemma Galgani). L’8 dicembre dello stesso anno fa il voto di verginità. Sente sempre più forte la vocazione della vita religiosa claustrale. Ai familiari risponde decisa: “Voglio essere tutta di Gesù”.
La malattia
Nell’inverno 1898-1899 la giovane si ammala di osteite alle vertebre lombari e di otite mastoidea. Riceve il viatico, ma le appare San Gabriele dell’Addolorata, passionista, che la chiama con affetto “sorella mia!”. Ispirata dal giovane santo passionista non ancora canonizzato, invoca la beata Margherita Maria Alacoque e il 2 marzo, vigilia del primo venerdì del mese, guarisce istantaneamente […]. Nel maggio resta qualche settimana nel monastero delle Visitandone. Ma non viene accolta.
Seguono mesi di profonda vita mistica. L’8 giugno 1899 […] riceve la “grandissima grazia” delle stimmate, in via del Piscione. L’arcano fenomeno si ripeterà periodicamente ogni giovedì dalle ore 20 fino alle quindici del venerdì successivo. Le stimmate si manifesteranno quasi tutti i giorni negli anni 1901-1903, sia di giorno che di notte. Gemma pensa seriamente a entrare in una comunità religiosa, ma le difficoltà sono enormi. Deve abbandonare definitivamente il progetto di adesione alla comunità delle Visitandone di Lucca.
La missione popolare per l’Anno Santo
1900
Nel 1899, fine giugno - primi di luglio, Gemma conosce per la prima volta i missionari passionisti al termine della missione popolare predicata con grande frutto in San Martino in preparazione alla celebrazione dell’Anno Santo 1900 […].
Durante la messa di chiusura della missione sente dirsi interiormente: “Tu sarai figlia della mia Passione, e una figlia prediletta”. Comincia così quel legame con i Passionisti e la loro spiritualità che non sarà più troncato. Pur restando fedele laica, fa i voti privati di castità, povertà, obbedienza e il voto di promuovere la grata memoria della Passione di Gesù, secondo la spiritualità passionista.
In casa Giannini
Sempre in occasione dell’Anno Santo, Gemma conosce la signora Cecilia, sorella del cavalier Matteo Giannini, farmacista, grande amico e benefattore dei Passionisti del ritiro de “L’Angelo” di Ponte Moriano (Lucca). Viene invitata in casa Giannini in via del Seminario 6. L’invito, conosciute le precarie condizioni della famiglia Galgani e la singolarità di vita della giovane, si cambia ben presto in generosa ospitalità […].
Il suo confessore è molto dubbioso sui fenomeni mistici straordinari della giovane. Suggestionato da qualche persona a lui vicina, dopo una frettolosa visita medica, mentre la giovane riviveva i dolori della Passione, si conferma nei suoi dubbi a questo riguardo e riguardo alla vera vocazione della santa (il chiostro passionista da fondare a Lucca).
Padre Germano Ruoppolo
[…] Padre Germano la seguirà nelle vie dello spirito, con grande saggezza e discernimento. Tra la giovane e Padre Germano si svilupperà un fitto epistolario, in gran parte conservatoci, fonte primaria, insieme con i colloqui estatici, per la conoscenza della spiritualità della santa lucchese. Per volere di Padre Germano scriverà anche l’Autobiografia (composta tra il febbraio e il maggio 1901), continuazione del Diario (luglio-settembre 1900), redatto per ordine di monsignor Volpi.
Le estasi, i colloqui mistici e i fenomeni cristopatici si susseguono con frequenza impressionante. Il giudizio su questi ultimi non è unanime da parte di chi conosce i segreti della giovane mistica. Preoccupazione costante di Padre Germano era che “Gemma doveva essere nascosta a Gemma”, ossia la giovane doveva vivere con serenità la chiamata mistica straordinaria, senza il continuo assillo del dubbio e del rischio della menzogna, seppure involontaria. Sorgono gravi divergenze di giudizio tra monsignor Volpi e padre Germano che dilacerano lo spirito della giovane stimmatizzata. Gemma, inoltre, patisce impressionanti vessazioni diaboliche.
La
missione speciale affidata a Gemma
Nel 1902 Gemma rinnova la sua offerta al Signore per la salvezza dei peccatori. Moltiplica anche le richieste per poter entrare nel monastero di clausura delle Passioniste di Tarquinia, l’unico allora esistente in Italia. Richieste più volte reiterate perché espressione di precise indicazioni mistiche da parte del Signore, della Vergine, di San Gabriele dell’Addolorata. Non viene ricevuta in monastero per la scarsa salute e per cattive informazioni ricevute da persone non proprio benevole sulla causa dei suoi fenomeni mistici straordinari. A poco a poco Gemma comprenderà che la rinunzia forzata alla vita claustrale faceva parte del misterioso progetto di fecondità apostolica oltre la morte. […].
“Dì a Gesù che mi usi
misericordia”
La santa vive l’esperienza dell’abbandono di Gesù in croce e del silenzio di Dio. E’ fortemente vessata dal demonio, ma non smarrisce mai la fede, non perde mai la pazienza ed è sempre piena d’amore e di riconoscenza verso chi la assiste nell’ultima malattia. Sperimenta fino in fondo, nella sua carne, l’abbandono di Gesù sulla croce per il bene della Chiesa.
La Pasqua eterna
L’11 aprile del 1903, alle ore 13 e quarantacinque, Gemma si addormenta nel bacio del Signore. […] Quell’11 aprile era Sabato santo.
***
TRA
TERRA E CIELO
Esistenza,
sofferenza e amore
in
S. Gemma Galgani
di Paolo De Bei
Introduzione a Gemma
Se teniamo conto del fatto che l’accesso alla comprensione di noi stessi è azione che non si esaurisce nell’arco di una vita, pare un’impresa assurda il volersi assumere la responsabilità di studiare l’anima di una personalità complessa come quella di S. Gemma Galgani, soprattutto se teniamo conto delle numerose implicazioni di carattere soprannaturale da cui non è possibile svincolarsi.
Le precoci lezioni di sofferenza succedutesi, la quotidianità trascorsa quasi completamente in compagnia sensibile di enti soprannaturali, la conoscenza intima della passione di Cristo per mezzo del dono delle Stimmate, la povertà e le malattie, le incomprensioni ed i contrasti che hanno costellato la vita di Gemma, rendono impossibile un qualsiasi tentativo di messaggio ridotto ad un dottrinarismo astratto o ad una qual si voglia teologia mistica, e ciò anche per un quasi completamente assente interesse di Gemma nei confronti di una possibile personale riflessione su se stessa e sull’avventura straordinaria di cui è stata protagonista[2], particolare che la fece apparire a molti come una ragazza priva di intelligenza e di certa superficialità, conclusione che comunque appare fin troppo assurda. I biografi sono infatti tutti concordi nel constatare la buona presenza di spirito della ragazza, la sua forte e fiera personalità, schietta e limpidissima, profonda e salda nei suoi propositi, ma bisogna pur ammettere che tali qualità, se incarnate nella persone di Gemma, non rendono certo semplice l’esegesi di molte affermazioni presenti nei suoi scritti, nei quali si lamenta più volte di uno smarrimento a cui pare essere in preda. In essi viene continuamente ribadito il suo estremo tentativo di amare Cristo, si alternano le semplici ed intense confidenze intime al padre spirituale con le cronache di gioie, dolori, paure, cadute, e nuovi propositi, ma sono anche testimonianza di come ella non riesca a comprendere ciò che la circonda, di come sia estranea alla penetrazione della realtà in cui è inserita, esprimendo il tutto con una trasparenza d’animo che avrebbe lasciato allibito anche l’acuto, seppur talvolta poco equilibrato, Nietzsche, il quale bene aveva compreso l’arte del mascheramento del profondo[3], inclinazione simulatrice dell’anima lontana dalla natura di Gemma, seppur anche quest’ultima dovette molto soffrire per il suo obbediente parlare di se: “Ma quanto soffro nel dover scrivere le mie cose! La ripugnanza che provavo sul principio, anziché diminuirmi, assai più si va a crescere, ed io provo una pena da morire. Quante volte oggi ho tentato di cercarli e bruciarli tutti (i miei scritti)! E poi? Tu forse, o Dio mio, vorresti forse che scrivessi quelle cose occulte, che mi fai conoscere per tua bontà, per sempre più tenermi bassa ed umiliarmi? Se lo vuoi, o Gesù, son pronta a fare anche quello: fa conoscere la tua volontà. Ma questi scritti a che gioveranno poi? Per tua maggior gloria, o Gesù, o per farmi sempre più cadere nei peccati? Tu che vuoi che io faccio così, io l’ho fatto. Tu pensaci: nella piaga del tuo S. Costato, o Gesù, nascondo ogni mia parola”[4], arrivando a confidare al padre spirituale: “Non leggo ciò che ho scritto, poiché mi vergogno”[5].
A proposito del suo smarrimento nel vivere quotidiano è possibile riportare ad esemplificazione alcuni avvenimenti che Gemma stessa riporta nella sua autobiografia, come quando racconta del momento in cui sua madre la informò di essere malata di una grave malattia che l’avrebbe portata in Cielo, e osserva: “Io capivo ben poco e piangevo, perché vedevo la mamma piangere”[6]. Nel ricordare la sua preparazione alla Prima Comunione non esita a considerarsi “… tra le molte la più negligente e la più distratta: … ascoltavo le prediche, ma ben presto le dimenticavo”[7]. Addirittura arriva a raccontare che si trovò a chiedere al confessore il permesso di fare voto di verginità pur non sapendo cosa esso fosse[8], non arrivando a comprendere neppure le elementari parole del padre spirituale, il quale si adoperava per rispondere alla domanda di Gemma su come fare ad amare Gesù: “Non mi persuase questa risposta: non capii affatto niente”[9]. Sulle parole di Cristo che la chiamavano a bruciare d’amore per Lui, commenta: “Che significato queste parole babbo mio? Quel benedetto Gesù da me non si fa mai capire”[10], e[11] ad un altro rimprovero di Cristo[12] ribadisce: “… per quel momento non capii”[13], così che arriva ad ammettere sconsolatamente: “La mia testa è vuota”[14], e ciò rende sgomenti se teniamo conto della profondità a cui è giunta la santità di Gemma, cosa che non si raggiunge affidandosi ad un’indefinita esigenza di bontà, non è un traguardo a cui si arriva per via facilmente percorribile, ma è meta lontana a cui solo gli uomini pronti alle grandi imprese, solamente coloro che sanno essere eroi della propria libertà, coloro che amano il vero e si incarnano in esso, possono avere accesso, e non certo spiriti mediocri che neppure riescono a focalizzare il fine ultimo della propria esistenza, ma non è di certo conveniente cadere nella sciocca pretesa di considerare la giovane mistica un burattino in mano al soprannaturale, un’anima diventata santa quasi per sbaglio, incapace di percepire i principi fondanti della sua vocazione di donna, di cristiana, e più specificatamente di se stessa. In realtà, la mancata mediazione razionale di Gemma su ciò che la circonda, va spiegata con il fatto che ella non necessita dell’esigenza di un approccio riflessivo della realtà, sia per quella sua così spiccata e meravigliosa natura tutta femminile che la allontana nettamente dall’inclinazione alla speculazione astratta[15], sia perché le è stato donato un intelletto dell’anima che supplisce e supera i normali criteri di apprendimento della ragione naturale, così da proiettarla nella dimensione conoscitiva della grazia, i cui processi ci sono per lo più ignoti; i misteri rivelati a Gemma nella profondità della sua anima rimarranno per sempre il secretum cordis tra lei e Gesù, uno scambio imperscrutabile del singolo con Dio, un intreccio d’amore incomunicabile che comunque ciascun cristiano può sperimentare in modo analogo nel suo incontro personale con Cristo: “Glielo dico chiaro: quel che desidero e voglio. Non lo so neppure io… Cerco e non trovo, ma poi non so che cerco[…] Sento di amare, ma chi amo non lo intendo, non lo capisco… Ma nella mia tanta ignoranza sento v’è un bene immenso, un grande bene. E’ Gesù”[16] E’ infatti questo il punto chiave per la comprensione di Gemma: non comprende, ma sente, fa esperienza di Cristo, sperimenta in modo attivo il comunicarsi dello Spirito Santo, per mezzo del quale la sua anima viene proiettata nel mondo vivente della grazia, e colma l’assenza della conoscenza: “[…] Intesi allora per la prima volta la promessa di Gesù: ‘Chi si ciba di me, vive della mia vita’ – Babbo mio, ciò che passò tra me e Gesù non so esprimerlo. Gesù si fece sentire forte forte alla misera anima mia. Capii in quel momento che le delizie del Cielo non sono come quelle della terra. Mi sentii presa dal desiderio di rendere continua quell’unione col mio Dio. Mi sentivo sempre più staccata dal mondo, e sempre più disposta al raccoglimento”[17].
Incontro con il Re crocifisso
Come già sottolineato è impossibile descrivere i moti dell’anima di Gemma, i quali l’hanno poi spinta a decidersi per un dono radicale di se stessa, ma è certamente troppo generico accontentarsi di evidenziare il suo incontro con Cristo, dato che questo è momento essenziale per tutti coloro che abbracciano la fede cristiana: Gemma è affascinata e irresistibilmente attratta dal Martire crocifisso, dal Redentore sofferente, e il suo spirito è realizzato solo nel momento in cui anima e corpo, uniti intimamente a Dio nel gaudio dell’anima, partecipano alle sofferenze di Cristo.
La vocazione di Gemma a seguire il Crocifisso sembra risalire al 1896, non per causa di un’apparizione, ma per una forte commozione, e quindi di un particolare momento di consapevolezza, di uno speciale svelarsi a se stessa, che quindi non trova radice nella semplice emotività, ma sfrutta quest’ultima per raggiungere la soave voce dell’anima, cogliendone la reale inclinazione soprannaturale: “In questo stesso anno 1896 cominciò in me anche un altro desiderio: in me sentivo crescere una brama di amare tanto Gesù Crocifisso e insieme a questo una brama di patire e aiutare Gesù nei suoi dolori. Un giorno fui presa da tanto dolore nel guardare, cioè nel fissare cogli occhi, il Crocifisso che caddi in terra svenuta”[18].
Se dalla vita di Gemma eliminassimo i grandi eventi soprannaturali che ne hanno costellato la quotidianità, se anche non si fossero verificate le gravi sofferenze corporali di cui è stata vittima, se anche fosse stata calata in una realtà storica differente, la sostanzialità della sua esistenza non sarebbe mutata in alcun modo, poiché tutta la sua libertà non può trovare altra concretizzazione che in un “sì”[19]. Ad imitazione della Vergine Maria tutto ciò che afferma, qualunque cosa ella compia, altro non è che un acconsentire ad una proposta recapitata alla sua anima, la quale medita, contempla, loda, ama incessantemente[20], e porta al massimo grado tale amore, accettando di partecipare alle sofferenze del suo unico e grande tutto: Gesù. Gemma supera il grande mistero della sofferenza amando, poiché chi ama non chiede il perché del suo penare, non si lamenta della sua condizione: ha già trovato tutte le sue spiegazioni e il suo essere felice nel proprio donarsi gratuitamente e senza misura.
Nonostante ad un osservatore superficiale un amore di tal genere possa sembrare una perdita del proprio io, in realtà il processo risulta essere esattamente inverso, ovvero amare Cristo è un donarsi ad un assoluto nel quale ci si torna poi a ritrovare arricchiti di quel Tu che è Dio, e nel quale abbiamo modo di trovare la nostra natura perfezionata dalla grazia, ed è qui, nella maestà impenetrabile dell’amore soprannaturale, che Gemma sente i suoi perché, e talvolta li esprime in un gergo che ricorda straordinariamente il linguaggio metafisico, che pur era nettamente al di sopra di quelle che potevano essere le sue conoscenze intellettive: “Alle volte mi sembra di vedere in Gesù una luce divina e un Sole di chiarezza eterna. Un Dio grande, che non vi è nella terra e in Cielo cosa che non sia a Lui soggetta. Un Dio nel cui volere sta tutto il potere […]. Dove maggiormente mi perdo è nella sostanza di Gesù. Credo che sia una sostanza, che non vi sia né maggiore né migliore. Tra i beni lo conosco il Sommo bene: un bene che da se stesso esiste. Ed essendo Gesù perfetto, in Lui si trova ogni cosa […]. L’anima mia ad altro non pensa che a sciogliersi nella carne”[21].
Il rapporto al divino trova una sua analogia nel rapporto con il prossimo: la veridicità e la profondità di un qualsiasi legame, sia esso d’amicizia o sentimentale, si prova quando il momento si fa difficile, e quindi nell’istante in cui l’intima parte della nostra personalità è chiamata a dare vera manifestazione di se stessa: è proprio nell’attimo della triste condivisione che chi ci è accanto rivela con evidenza la natura del suo rapporto alla persona interessata. C’è chi si allontana indifferente, chi fugge per il timore di dover affrontare l’ennesima difficoltà, chi addirittura ride cinicamente e prova piacere nel vederci sofferenti, e chi osa persino dotarsi del coraggio negativo del tradimento, ma colui che ama non fa nulla di tutto questo: costui si avvicina al sofferente e partecipa, condivide, incarna il dolore stesso del suo amato e lo fa suo, trovando la sua gioia nel poter essere un tutt’uno, nella gioia e nella sofferenza. Il rapporto al divino è privo della fase conoscitiva per mezzo dei sensi, ed è per questo che noi incontriamo Cristo solamente perché è Lui stesso che si mostra alla nostra anima, e si può dire perciò che vi è già una conoscenza vera, certa e trasparente di tale incontro, e se si attua in rettitudine il cammino propostoci da Cristo non solo Egli diventa il nostro migliore confidente, ma ci conferisce l’onore e l’onere di confidarsi esso stesso alla nostra anima, con la quale, per mezzo dell’amore della sua grazia, intrattiene una partecipazione sensibile e attiva.
Peccato originale, sofferenza, espiazione
E’ necessario abbandonare fin da subito la pretesa di dare una spiegazione esaurientemente razionale ed esistenziale, generale e particolare, al problema della sofferenza universale e personale; possiamo spingerci ad una definizione del Male[22], ma non riusciremo mai a penetrare con certezza intellettiva il perché di una data piaga del corpo e/o dello spirito, ma la fede aiuta a mostrarci alcuni dei luoghi oscuri alla ragione, e per fede noi crediamo che ogni cristiano, se in stato di grazia, vive in unione con Cristo: “Il Capo e le membra sono come una sola persona mistica”[23], e si badi bene[24] che tale unione non è di uguale profondità per tutti, ma per ciascuno muta a seconda della somiglianza che viene a verificarsi con “Cristo paziente (Cristo passo)”, ovvero nella misura in cui ci si comunica alla sua Passione mediante la fede, la carità e i Sacramenti della fede[25]. Gemma, come tutti i grandi santi, viene ad incarnare in modo straordinario un altro Cristo proprio perché è sprofondata nella follia della Croce, in quella via crucis che è giunta per lei al sommo dell’orrore e dell’oscurità, prima nel corpo e poi nello sperimentare la prova più angosciante e tenebrosa: l’apparente ritiro di Dio dalla sua anima, come già accadde a Gesù Cristo durante la sua passione.
Il mondo greco percepì la follia della Croce come un inaudito affronto all’armonia artistica e filosofica, un modo totalmente inconcepibile per attingere la verità e l’esistenza, e anche se i greci ben conoscevano il concetto di sofferenza purificatrice, ciò era inteso solo nell’ambito irrazionale del fatalismo, e non certo come progetto salvifico di Dio. Il Cristianesimo vede invece nella Croce il segno della benedizione divina, nonché un segno di rinnovata speranza e certezza, disegno d’amore la cui comprensione è accessibile solo a coloro che divengono l’amore stesso, ovvero accettano di sprofondare la loro anima in Cristo per divenire altre sue indegne incarnazioni, seppur nel rispetto della irripetibile singolarità di ciascuno.
E’ importante notare come man mano che lo spasimare cresceva in Gemma, il suo equilibrio psichico acquisiva sempre più dominio di se, e la consapevolezza degli avvenimenti che si susseguono è raccontata con un realismo che fa crollare qualsiasi ipotesi di simulazione o di isterismi di sorta, nonostante ancor oggi qualcuno avanzi simili dicerie.
Il percorso pedagogico della Provvidenza nei confronti di Gemma, per iniziarla al mistero della sofferenza, è opera di grande maestria psicologica, così che ai momenti di grande prova spirituale ne alterna altri di consolazione e ristoro per l’anima: “[…] Anche abbia fatto piangere Gesù, pure Esso mi vuole sempre bene, e mi si fa sempre sentire. Anche troppo forte […]”[26], ma il vero e unico anelito di Gemma non è vivere nelle sole consolazioni divine: “Se fossi stata io, babbo mio, che faccio piangere così Gesù. Che farò? […] Chi peggiore di me? E anche ho il coraggio di dire: ‘Che avrà Gesù che piange?’. Mi umilierò tanto tanto, perché mi riconosco colpevole di mille iniquità, ma però non vo’ disperarmi perché, se è inquieto Gesù, vado dalla Mamma mia, e la prego che dica a Gesù che sarò buona e non lo farò più piangere”[27]. Gemma sente gravare su di se l’iniquità del peccato, e proprio lei, che vorrebbe essere un sollievo per il Cuore spinato del suo Gesù, si trova a sentirsi colei che più lo offende, e tale modo di pensare è sicuramente assecondato dalle apparizioni soprannaturali che si susseguono: “Passai l’ora intera pregando e piangendo; infine, stanca com’ero, mi misi a sedere; il dolore continuava. Mi sentii poco dopo raccogliermi tutta e, dopo poco, quasi tutto ad un tempo, mi vennero a mancare le forze! […]. Mi misi in terra con la fronte, e così stetti per più ore. ‘Figlia mia – mi disse – vedi, queste piaghe le avevi tutte aperte per i tuoi peccati, ma ora consolati, ché le hai tutte chiuse col tuo dolore. Non mi offendere più. Amami, come io ti ho sempre amato. Amami!’, mi ripeté più volte”[28], e ancora: “Alzai gli occhi […] e mi parve di vedere… Gesù crocifisso, tutto sangue e ricoperto di piaghe […]. La stessa voce: ‘… ma che ti faceva di male Gesù? Perché lo trattavi così? Guarda quante piaghe gli avevi aperto con i tuoi peccati. Povero Gesù! Per aver l’anima tua quanto sangue ha voluto versare! Ha voluto patire tanto Gesù per amor tuo, e tu?!”[29].
Detto questo sorge un ultimo problema, almeno l’ultimo che si affronterà in tale sede: se i santi sono coloro che più si avvicinano all’esempio di Cristo, per quale motivo sostengono di essere i più grandi peccatori? Nel caso di Gemma, nonostante sia Gesù stesso ad accusarla di essere “proprio la peggio di tutte le sue creature”[30], si sa, tramite suoi profondi conoscitori e per sua stessa ammissione, che mai arrivò ad offendere in modo cosciente e deliberato il Signore non solo con peccato grave, ma pure con le più comuni venialità. La santa manca dunque di gratitudine verso Dio, soffre della malattia spirituale dello scrupolo?
Per rispondere agli interrogativi è necessario fare riferimento ad un altro piano della realtà al quale Dio eleva la coscienza delle anime ricolme di Spirito Santo. S. Teresa del Bambino Gesù affermava che una così accentuata compunzione può essere causata nei santi non tanto per i peccati realmente commessi, ma per aver considerato la propria natura predisposta a compiere tali peccati, ma non sembra assolutamente essere il caso di Gemma, la quale esprime con insistenza di essere la più biasimevole delle creature di Cristo a causa delle colpe commesse, e non si può neppure arrivare a presumere ch’ella sia soggetta ad una particolare forma di scrupolo, visto che il suo sempre mirabile equilibrio nel giudizio lascia cadere anche questa ipotesi.
Forse Gemma, nel suo carpire l’essenza delle cose, era riuscita a penetrare la sua intima natura di essere umano, ovvero angelo condannato ad essere “bestia” a causa del peccato originale commesso dal primo uomo. Probabilmente è in questo penetrare la natura del peccato ch’ella si sentiva peccatrice, è in questo vivere permanentemente nello stato di consapevole corruzione della natura che Gemma sprofonda nel suo considerarsi un nulla, e quindi fa esperienza in modo reale di un peccato a cui appartiene in modo totale in quanto partecipe di tale natura corrotta. E’ da questa percezione che nasce il sentimento non solo di responsabilità delle proprie imperfezioni, ma fiorisce pure la corresponsabilità dei peccati altrui, non solo passati, ma anche futuri. Da ciò anche la coerente e conseguente scelta, non solo di Gemma, ma di ogni santo e mistico, di offrirsi come vittima in espiazione degli errori della malizia umana ch’ella sente come suoi, e di cui chiede incessantemente perdono.
E’ possibile dire che Gemma compie un’esperienza simile a quella di Cristo, ovvero quella del peccato “virtuale”, il quale non è semplicemente un peccato possibile, ma è il carico di colpe reali di cui si porta il peso e le conseguenze, proprio per espiare tali colpe, così come Cristo fece nell’atto della Redenzione. Egli diventò l’obbrobrio di Dio perché si fece carico di tutti i peccati degli uomini pur non avendone commesso alcuno, così Gemma, per quanto in modo analogo, segue la stessa strada del suo Re, abbruttendo la sua anima dinanzi a Dio, fino a divenire la più misera di tutte le sue creature, pur permanendo oggettivamente nella grandezza della sua santità, come lo stesso Gesù osserva: “Questa figlia mi chiede sempre amore e purità e io, che sono il vero amore e la vera purità, tanta gliene ho concessa quanta creatura umana può capirne”[31].
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[1] BIOGRAFIA
TRATTA DA: “COSI’
VICINI COSI’ LONTANI” DI TITO PAOLO ZECCA, ED. PAOLINE, 1998
[2] Cit. in Gemma Galgani, testimone del soprannaturale, di Cornelio Fabro, ed. CIPI, 1989, P. 214: “Vorrei dirle tante cose […], ma non so quel che sono”.
[3] F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, II, 40: “Tutto ciò che è profondo ama la maschera […]. Esistono fatti così delicati che si fa bene a coprirli e a renderli irriconoscibili sotto una grossolanità […]. Il pudore è ingegnoso. Non sono le cose peggiori quelle di cui ci si vergogna di più: non c’è solo malignità dietro ad una maschera […]. Un uomo dotato di profondo pudore incontra anche il suo destino e le decisioni difficili su strade alle quali pochi giungono e la cui esistenza non è dato di conoscere al più prossimo e ai più fidati: i pericoli che egli corre per la sua vita si celano ai loro occhi […]. Un essere così riservato, che, per istinto, si serve dei discorsi per tacere e per nascondere e che è inesauribile nello sfuggire alla comunicazione, vuole ed esige che nei cuori e nei cervelli dei suoi amici prenda il suo posto una maschera […]”.
[4] Cit. in Gemma Galgani, testimone del soprannaturale, di Cornelio Fabro, ed. CIPI, 1989, P. 13.
[5] Ibidem.
[6] Cit. in Gemma Galgani, testimone del soprannaturale, di Cornelio Fabro, ed. CIPI, 1989, P. 212.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem: “… ma non sapevo cosa fosse”.
[9] Ibidem, p. 213.
[10] Ibidem, p. 215.
[11] Alcuni aspetti di apparente irriverenza vengono chiariti in una lettera di Gemma a Padre Germano: “Io lo cerco (Gesù – nota mia) e non si fa trovare… E quasi quasi mi arrabbio e gli dico che è scortese… Alle volte l’ho chiamato fino crudele… ma gli ho chiesto subito perdono, perché certe parole non le dico mica per rabbia, ma perché gli vo’ troppo bene”. Ibidem, p. 434.
[12] Ibidem, p. 217: “Sei troppo querula nelle avversità, troppo perplessa nelle avversità, troppo perplessa nelle tentazioni e troppo timida nel governo degli affetti”.
[13] Ibidem, p. 213.
[14] S. Gemma Galgani, Breviario d’amore, raccolta antologica curata da Padre Cornelio Fabro, Monastero Passioniste S. Gemma, Lucca, 1999, p. 211.
[15] Edith Stein, La donna, ed. Città Nuova, 2001, p. 51-52: “Solo chi è accecato dalla focosa parzialità della disputa può negare la realtà evidentissima che il corpo e l’anima della donna sono strutturati per un particolare scopo. E la parola chiara e inoppugnabile della Scrittura esprime ciò che fin dall’inizio del mondo l’esperienza quotidiana c’insegna: la donna è conformata per essere compagna dell’uomo e madre degli uomini. Per questo scopo il suo corpo è particolarmente dotato, e a questo scopo si confanno anche le particolari caratteristiche della sua anima […]. Il modo di pensare della donna, e i suoi interessi, sono orientati verso ciò che è vivo e personale e verso l’oggetto considerato come un tutto. Proteggere, custodire e tutelare, nutrire e far crescere: questi sono i suoi intimi bisogni, veramente materni. Ciò che non ha vita, la cosa, la interessa solo in quanto serve al vivente e alla persona, non in se stessa. E a ciò è connessa un’altra caratteristica: l’astrazione, in ogni senso, è lontana dalla sua natura. Ciò che è vivo e personale, oggetto delle sue cure, è un tutto concreto, e dev’essere tutelato e sviluppato nella sua completezza […]. E a questo suo atteggiamento pratico ne corrisponde uno teoretico: il suo modo naturale di conoscere non è tanto concettuale e analitico, quanto contemplativo e sperimentale, orientato verso il concreto. Queste doti particolari la rendono atta a curare e a educare i propri bambini; ma si tratta di una disposizione fondamentale che non giova solo a questi, ma viene incontro anche ai bisogno del marito, e di tutti gli esseri che vengono a trovarsi nell’ambito della sua attività. A queste disposizioni materne si uniscono quelle proprie della compagna. Saper partecipare alla vita di un altro uomo, cioè saper prendere parte a tutto ciò, grande e piccolo, che lo riguarda: alla gioia e al dolore, come al suo lavoro e ai suoi problemi: ecco il dono e la felicità della donna”.
[16] Cit. in Gemma Galgani, testimone del soprannaturale, di Cornelio Fabro, ed. CIPI, 1989, p. 219.
[17] Ibidem, p. 221.
[18] Cit. in Gemma Galgani, testimone del soprannaturale, di Cornelio Fabro, ed. CIPI, 1989, P. 53.
[19]
Cornelio Fabro, Tra Kierkegaard e Marx, ed. Logos, 1978, p. 88-89: “Non
si deve dimenticare che l’esistenza è la libertà e che la libertà si
attua in una personalità. La libertà implica certamente una dialettica e
in un certo senso una
dialettica doppia […]. La libertà è dialettica rispetto tanto al
soggetto quanto all’oggetto. Non c’è libertà nell’esistenza se non
dove il soggetto non sia e non possa anche apparire adeguato o inadeguato.
L’istanza esistenziale è quella che abbiamo detta l’esigenza
dell’uomo essenziale. Perché il soggetto possa e non possa, occorre che
già il soggetto sia qualcosa e una tal cosa a cui appunto compete il potere
e non potere, cioè quella cosa che è appunto la natura umana.
Parimenti l’oggetto della libertà umana, il bene […] com’esso
si presenta in concreto, può essere e può non essere conveniente al
soggetto e questo in gradi diversi. C’è quindi davanti al soggetto in
procinto di scegliere, una scala di valori che costituisce il campo di
tensione della libertà ovvero l’ambito della dialettica. E prima delle
scelte particolari c’è la scelta essenziale, quello che
nell’Esistenzialismo si chiama progetto fondamentale e che consisterebbe
nello scegliere se stessi […]: quel che la filosofia cristiana chiama fine
ultimo e Kierkegaard il punto di Archimede fuori dal mondo”. L’esistenza
non deve “inventare” la propria libertà, perché essa è “reale,
possibilità attiva di scelta” solo quando è l’esigenza di un
essenza capace di dominare la propria empiria e quello dell’oggetto che si
determina nella sua vera natura, ed è quindi corretto affermare che “l’essenza
deve precedere l’esistenza”.
[20] Cfr. Lc 2,19.
[21] Cit. in Gemma Galgani, testimone del soprannaturale, di Cornelio Fabro, ed. CIPI, 1989, p. 237.
[22] Tommaso d’Aquino, De Malo, ed. Rusconi, 1999, p. 1401 (parole chiave): “Il male non è una realtà sostanziale. Esso esiste in un essere accidentalmente. Ma non qualsiasi privazione è male […].C’è male in un soggetto, quando esso è privo di qualcosa che dovrebbe avere per natura. […] Il male non è causa di nulla, perché ciò che non esiste non può essere causa. […] Il bene, dunque, non è causa per se del male, bensì causa accidentale, come un uomo che scava un sepolcro, per seppellire un morto, è causa accidentale della scoperta di un tesoro, che non era nella sua intenzione scoprire. […] C’è un male che la volontà vuole ed è il male della colpa; è c’è un male che la volontà rifiuta ed è il male della pena. Ogni pena è legata ad una colpa, in quanto essa è inflitta per ricostituire l’ordine violato della giustizia. E come l’uomo vuole il male della colpa per propria volontà, così deve sopportare contro la propria volontà il male della pena. Dio manda il male per atto di giustizia. E quando qualcuno è colpito dal male della pena, senza che abbia commesso una colpa, bisogna pensare che Dio gli mandi quel male o per rafforzarlo nella virtù o per rafforzare nella virtù gli altri […]”.
[23] Tommaso d’Aquino, Summa teologica, III, q. 48, a. 2.
[24] Ibidem, III, q. 49, a. 1: “Tutta la Chiesa, ch’è il Corpo mistico di Cristo, si considera una sola persona con il suo Capo che è Cristo”.
[25] Cfr. Ibidem, III, q. 49, a. 5.
[26] Cit. in Gemma Galgani, testimone del soprannaturale, di Cornelio Fabro, ed. CIPI, 1989, p. 56.
[27] Ibidem, p. 55.
[28] Ibidem, p. 57.
[29] Ibidem.
[30] Ibidem, p. 142.
[31] Ibidem, p. 143.