L'adesione del Regno d'Italia alla Triplice Alleanza, stretta
con l'Impero Austro-ungarico e con la Germania nel 1882, indusse gli Alti
Comandi italiani alla fortificazione della frontiera occidentale.
Intorno al 1880 furono ultimate le fortificazioni al valico del Moncenisio.
Per la difesa del valico del Monginevro si decise la
costruzione di un forte sulla sommità del monte Chaberton, che dominava la
conca di Briançon, città già interamente fortificata dal grande ingegnere
militare francese Vauban nel XVIII secolo.
Il monte Chaberton, alto 3.130 metri, sovrasta il colle del
Monginevro, uno dei valichi alpini tra Francia e Italia, che già era stato la
porta attraverso la quale eserciti stranieri avevano attaccato in tempi passati
il Piemonte: nel 1629 Luigi XIII e nel 1747 il Cavaliere Armando Fouquet di
Bellisle, che avrebbe poi trovato la morte combattendo contro i Piemontesi nella
battaglia dell'Assietta.
I lavori iniziarono nell'estate del 1898, dopo aver costruito
una strada rotabile che si arrampicava per 14 chilometri dal paese di Fenils
fino alla sommità del monte, su progetto dal capitano del Genio Luigi Pollari
Maglietta ed i problemi costruttivi che si affrontarono furono essenzialmente di
ordine climatico in quanto, causa l’elevata altitudine, bisognava tener conto
del forte innevamento ed i lavori potevano essere eseguiti solamente nella bella
stagione.
Venne ricavato un piazzale dietro ad uno spalto roccioso dove
venne costruito un basso fabbricato atto a contenere le camerate, i magazzini,
l'infermeria, il comando e le cucine.
Nella roccia sottostante venne realizzata la "santa
barbara" ovvero il deposito delle munizioni delle artiglierie.
Sopra il fabbricato si costruirono otto torri cilindriche in
muratura alte circa 8 metri con all’interno una scala elicoidale che portava
in cima alla torre e, attraverso una botola, all'interno di una casamatta
metallica girevole a protezione dell’artiglieria costituita da un cannone da
149/35.

Il forte con i pezzi verso il territorio
italiano in una bella foto anteguerra
Le casematte avevano una corazzata leggera atta a proteggere
i sette serventi soltanto dalle schegge di granata: 5 centimetri nella parte
anteriore, 2,5 sul tetto e poco più di 1,5 nelle parti posteriori e laterali.

Veduta di alcune torri del forte con i pezzi
rivolti verso il territorio francese
Il forte era collegato con Cesana attraverso una teleferica
adibita al trasporto di materiali.
Praticamente inaccessibile, il forte era considerato pressoché
invulnerabile.
Il 10 giugno 1940 l'Italia entrò in guerra con la Francia.
Lo Chaberton faceva parte del Settore Monginevro del IV Corpo
d'Armata del generale Mercalli.
Gli otto cannoni dello Chaberton erano inquadrati nella 515a
batteria XXXIV Gruppo dell'8° Raggruppamento Artiglieria della Guardia alla
Frontiera. Comandante della batteria era il capitano Spartaco Bevilacqua ai cui
comandi rispondevano una ventina tra ufficiali e sottufficiali e circa 320
artiglieri all’inizio delle ostilità.
I francesi, consapevoli della pericolosità offensiva del
forte, avevano predisposto la 6a Batteria del 154° Reggimento di
Artiglieria da Posizione agli ordini del tenente Miguet, armata di mortai
Schneider da 280 millimetri su 4 pezzi per controbattere lo Chaberton; una
sezione di due pezzi era stata collocata a Poét-Morand e un'altra all'Eyrette,
fuori dalla visuale degli osservatori italiani.

Mortaio Schneider da 280 mm con i suoi serventi
Nel forte più alto d'Europa i primi giorni di guerra
trascorsero in una calma quasi assoluta.
Il 16 e il 17 giugno la batteria sparò qualche salva
intervenendo in duelli di artiglieria tra forti francesi ed italiani, ma i
combattimenti entrarono nel vivo la mattina del 20 giugno, quando lo Chaberton
ebbe l'ordine di colpire i forti Janus, Gondran, Infernet, Troi-Tétes e una
serie di batterie campali francesi.
Il 21 giugno il tiro riprese, ma ben presto i francesi si
fecero minacciosi: nella mattinata i primi colpi della 6a Batteria
cominciarono a scuotere la montagna, sinistro presagio del disastro imminente.
I primi colpi servirono per fare "forcella"
(militarmente comprendere l’obiettivo tra serie di colpi corti e lunghi), ma
ben presto calò la nebbia che obbligò i francesi a sospendere il tiro non
potendo osservare la caduta dei colpi, che coprì la zona fino alle 15.30. Al
diradarsi il tiro riprese più preciso, mentre gli italiani, consapevoli ormai
del pericolo che gravava su di loro, continuavano il fuoco sugli obiettivi
assegnati. Alle 17.15, viene colpita la torre 1, nella mezz'ora successiva i
francesi colpiscono anche la 3, la 4 e la 5. Nella 3 si sviluppa un incendio
nella riservetta munizioni, e soltanto il deciso intervento di alcuni artiglieri
impedisce una catastrofe.

La torre 5 colpita dal tiro francese
Alle 18.05 viene colpita anche la 2 e, poco dopo, la 6.
Quando, intorno alle 20, cessa il tiro, il bilancio è per gli italiani, di nove
morti e una cinquantina feriti, sei torri su otto messe fuori combattimento e la
teleferica inutilizzabile.

Altra veduta della torre 5
Il 22 giugno lo Chaberton comunica di essere ancora in grado
di sparare con la 7 e l'8 a torre, cosa che farà fino a sera. Gli animi sono
tesi, i francesi sparano ancora alcuni colpi senza ottenere risultati degni di
nota. Il 23 giugno lo Chaberton appoggia l'attacco di alcune compagnie del 30°
Fanteria della divisione "Assietta", mentre i francesi tirano ancora
contro il forte. Il giorno seguente i mortai di Poét-Morand fanno partire
ancora qualche colpo ma la guerra ormai sta per finire.
La tragedia dello Chaberton si è conclusa.