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La battaglia della Trebbia
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La seconda guerra punica, tra Roma e Cartagine, è il grande scenario che vide le gesta di due grandi condottieri: Annibale per Cartagine e P. Cornelio Scipione l’Africano per Roma.

Con ampia visione strategica, Annibale ritiene che per vincere Roma bisogna minacciarla direttamente in Italia.

Parte quindi con un corpo di spedizione dalla Spagna, allora colonia cartaginese e, risalendo la costa, punta verso le Alpi, la grande barriera naturale che lo separa dall’Italia.

Superata, con un’impresa epica per quei tempi, le Alpi, le forze cartaginesi al suo comando si affacciano sulla pianura Padana.

Roma intanto aveva preparato la guerra su due fronti: un esercito (2 legioni più un forte contingente navale) al comando del console T. Sempronio Longo aveva l’incarico di parare eventuali attacchi cartaginesi in Sicilia e prepararsi per sferrare un attacco in Africa; un altro esercito (2 legioni con una media aliquota navale) al comando del console P. Cornelio Scipione aveva l’incarico di fronteggiare Annibale in Spagna.

Il movimento inatteso di Annibale porta però P. Cornelio Scipione nella pianura Padana a fronteggiare una rivolta dei Galli Boi ed Insubri.

Nel mentre Annibale, fatti riposare i suoi uomini, conquista, dopo un breve assedio la capitale dei Taurini: Taurasia (Torino).

L'invasione del territorio colonizzato dai Romani risveglia tutti i sopiti movimenti di ribellione delle tribù galliche soggiogate; con il pericolo imminente di Annibale tale rivolta Roma non poteva permetterla. Al Senato parve che i mezzi di cui Scipione disponeva non fossero sufficienti allo scopo.

Perciò, mentre il generale cartaginese proseguiva il proprio disegno, Roma mutava il suo piano, e invitava Longo, che già s'era impadronito di Malta ed aveva in stato avanzato i preparativi per lo sbarco in Africa, ad accorrere alla difesa dell'Italia.

Il console, obbedendo agli ordini ricevuti da Roma, prendeva con le sue navi la via del ritorno e dava alle truppe terrestri convegno ad Ariminum (Rimini), sul confine della Gallia Cisalpina, all'estremità sud‑orientale della pianura padana.

Scipione, però, voleva operare da solo. Egli aveva, in quell’ottobre del 218 a.C., passato il Po ed il Ticino, ed avanzava verso occidente, deciso a scontrarsi con Annibale.

Avuto Scipione sentore della vicinanza del nemico, si accampò a cinque miglia da Victumulae, dove stava Annibale.

Il giorno successivo uscì con tutta la sua cavalleria (2.000 cavalieri) e con un grosso corpo di fanteria leggera (5.000 veliti) per esplorare il terreno e prendere contatto col nemico.

Lo scontro che seguì fu il primo fatto d'armi della guerra ed aprì la lunga serie delle disfatte romane.

Annibale accettò lo scontro e studiato un piano, iniziò con una furibonda carica della cavalleria pesante cartaginese. La fanteria leggera romana, atterrita, corse a rifugiarsi dietro gli squadroni romani che, a loro volta, entrarono in azione. Ma, mentre i due avversi corpi di cavalleria si urtavano di fronte, la cavalleria numidica, tenuta fino al momento fuori dalla lotta, piombò sui veliti romani, e, dopo averli dispersi, prese alle spalle la stessa cavalleria pesante.

Gli squadroni romani furono rotti e sfondati; lo stesso console, accerchiato e ferito, poté a mala pena disimpegnarsi e sfuggire all'inseguimento. Con lui un suo figliolo, un giovinetto diciassettenne, che si era battuto da valoroso: P. Cornelio Scipione il giovane, il futuro Africano.

Questo scontro, che impropriamente prenderà nome dal lontano Ticino, non aveva per sé un valore considerevole. Il grosso dell'esercito di Scipione, la fanteria pesante, era intatto.

Ma quella prima sconfitta romana aveva sciolto gli ultimi dubbi dei Galli. Essi accorsero in buon numero a rinforzare le file cartaginesi e a rifornirlo di viveri e di armi.

In conseguenza, il console non poté mantenersi nei suoi accampamenti, e fu costretto a ripassare il Ticino e il Po, accampandosi ad occidente della Trebbia, fra Piacenza ed i primi contrafforti dell'Appennino, seguito da presso dai Cartaginesi.

Qui, alla fine dell’anno 218 a.C., mentre attendeva a riorganizzare l’esercito, fu raggiunto dall'esercito dell'altro console, T. Sempronio Longo.

I due eserciti consolari erano adesso forti di circa quattro legioni di cittadini romani, a cui vanno aggiunte in numero pari le milizie degli ausiliari italici: in tutto circa 40.000 uomini, ai quali Annibale poteva contrapporre 20.000 fanti ma, soprattutto, 10.000 cavalieri.

Annibale studiò con attenzione il luogo ed il piano della nuova battaglia, in cui sperava di ottenere un grande successo.

In una rigida mattinata, il generale cartaginese distaccò dal suo esercito 1.000 fanti e 1.000 cavalieri, e li dispose per un'imboscata in un avvallamento della pianura.

Indi il giorno successivo, il 25 dicembre del 218 a.C., dopo aver fatto mangiare i suoi, ordinò a un corpo di cavalieri numidi di provocare a ogni costo il nemico.

La fiducia del console Longo, comandante della giornata, nel successo e il non meno grande bisogno del medesimo per ristabilire l'autorità e la forza romana nella regione, produssero l'effetto desiderato.

All'apparire dei cavalieri numidi, Sempronio lanciò sul nemico tutta la sua cavalleria insieme con 6.000 uomini di fanteria leggera, e uscì egli stesso dal campo col grosso dell'esercito, che non aveva neanche preso il pasto mattutino. Ma la cavalleria numidica non attese lo scontro, e ripiegò rapidamente sulla riva sinistra della Trebbia.

L'esercito romano si affrettò ad inseguirla.

La Trebbia era gonfia, l'acqua arrivava sino alle ascelle dei soldati, tutt'intorno nevicava, e il freddo era grande. Valicato il fiume, i Romani si trovarono di fronte l'intero esercito cartaginese, schierato su di una sola linea con la cavalleria ai fianchi.

Pesava sui Romani l’essere a digiuno ed il freddo nell’attraversamento del fiume.

Sempronio allora richiamò la sua cavalleria, la collocò alle due ali della fanteria pesante, schierata, secondo la consuetudine romana, su tre linee.

 

Al primo urto la cavalleria cartaginese rovesciò quella romana e scoperse la fanteria. Invano al centro le prime due linee s'impegnarono valorosamente.

Scattò allora l’imboscata preparata da Annibale: i 2.000 uomini nascosti assalirono alle spalle la terza linea romana, e poi, sfondata questa, si rovesciarono sulla seconda e sulla prima.

Soltanto il consueto valore romano e la forza della disperazione impedirono un completo sterminio. Diecimila uomini delle prime due linee, disponendosi a cuneo, subendo e infliggendo enormi perdite, riuscirono a sfondare a loro volta il centro della massa nemica; indi riuscirono a riparare entro le mura di Piacenza, seguiti dai fuggiaschi e dagli sbandati del resto dell'esercito.

Ventimila Romani erano rimasti sul campo di battaglia.