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IL RAZZISMO NELLO SPORT

Lo sport  è competizione leale e giocosa in cui chi vince stimola il vinto al miglioramento personale se si tratta di uno sport individuale (corsa, salto, lanci) oppure a un miglioramento di gioco di intesa se si tratta di un gioco di squadra. L’atteggiamento del vincitore che mortifica il vinto non appartiene allo sport. Gli atteggiamenti  di rivalsa nel vinto o di superiorità nel vincitore originano contrasti, repulsioni, violenze  perché  si da allo sport  un’importanza vitale che questo non ha. Lo sport non considera la razza o il sesso dei partecipanti ne esalta le uguali capacità dando a tutti indifferentemente pari opportunità di esprimersi nella competizione. E’ un veicolo importante di integrazione, di rispetto e di solidarietà fra gli uomini. Un esempio plateale delle aspettative che non possiamo avere dallo sport altrimenti degenera nelle forme più abiette e inumane è stato dal caso di Jesse Owens diciottenne del Missouri. Le Olimpiadi del 1936 si svolgono a Berlino. Adolf  Hitler vuole che questo avvenimento diventi cassa di risonanza per propagandare la potenza della grande Germania e la superiorità della razza ariana ma un uomo nero rovina tutto: è Jesse Owens che dimostrandosi uomo più veloce del mondo vince quattro medaglie, e fu il primo che corse i cento metri piani in 11”4. Owens diventò un simbolo dell’antirazzismo: è la dimostrazione vivente della demenzialità di certe teorie. E’ vero invece che lo sport correttamente inteso può essere utile per avvicinare popoli in conflitto. Il disgelo tra gli USA e la Cina avvenne con l’organizzazione di un torneo di ping-pong (tennis da tavolo) tra le due rappresentative. Da quel l’insignificante avvenimento si ebbero le prime timide aperture fra  i due stati. I  campioni nello sport  per altri versi assumono valore simbolico per l’intera popolazione  che rappresentano. Ne è esempio Cathj Freeman, l’atleta australiana di origine aborigena che nelle olimpiadi di Sydney ha vinto l’oro olimpionico nei quattrocento metri, vedendo finalmente premiati, dopo un’infanzia non facile alle spalle, i suoi sforzi e l’orgoglio di un’intera popolazione.

Chi non partecipa, ma è spettatore, a volte trasferisce le sue frustrazioni e la sua aggressività sui giocatori, oppure su altri spettatori sostenitori della squadra avversaria arrivando anche a violenze, ferimenti e quando sono organizzati (gli ultras) a veri e propri combattimenti. In questi casi il nero o il diverso è facile bersaglio e il razzismo che è sopito, ma mai  vinto, si manifesta esplodendo nella sua forma peggiore.