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Paleoastronomia
Archeoastronomia L’osservazione del cielo sia diurna che notturna è un fatto perfettamente naturale, in fondo si tratta di un’azione del tutto spontanea legata all’ambiente che ci circonda. Per l’uomo del Paleolitico, che viveva in stretto contatto con la natura, volgere lo sguardo al cielo era normale anche perché le maggiori sorgenti luminose provenivano dalla volta celeste. Un altro fatto espressivo era lo scorrere del tempo, nozione insita nell’uomo sin dall’inizio delle sue tappe evolutive. La conoscenza della divisione astronomica del ciclo annuale (stagioni) era un dato acquisito, ma le sue estensioni erano ancora incerte. I primi riferimenti fondamentali erano costituiti dalle osservazioni meteorologiche scandite dalle variazioni di temperatura e di piovosità che influivano sul regime dei corsi d’acqua e sulle fasi biologiche della natura. Altre informazioni, anche se inequivocabili ma pur sempre con insufficiente precisione, venivano assunte dall’innevamento, dai venti e dai temporali. Nel paleolitico il computo del tempo era scandito dalle fasi lunari, in particolar modo dai "pleniluni", molto importanti per la luminosità dell’astro. Questo vistoso mutamento dell’aspetto della Luna veniva già registrato intorno al 30.000 a.C. su un osso lavorato ritrovato nella regione di Les Eyzies de Tayac, nel Perigord francese.
Archeoastronomia
Gli ossi decorati con tacche trasversali, segni interpretati da alcuni archeologi come dei "giochi aritmetici", non hanno avuto a tutt’oggi una chiara spiegazione. Un ipotesi assai accreditata vedrebbe questi segni non come semplici decorazioni ma come particolari "tacche per conteggi". Secondo Alexander Marshack, un ricercatore associato del Peabody Museum dell’Università di Harvard, si tratterebbe delle prime testimonianze di registrazioni del mutamento dell’aspetto della Luna. Questa ipotesi, probabilmente la più verosimile, pone in evidenza un probabile conteggio dei giorni che compongono le lunazioni (mese sinodico), periodo che si prestava abbastanza bene a scandire le uscite per la caccia. Tutto questo era con molta probabilità legato alla previsione dei pleniluni, momenti molto importanti per gli antichi cacciatori paleolitici che cercavano di sfruttare al massimo la luce dell’astro; infatti, il termine "Luna" è affine a Lùx, luce.
L’osso inciso di Kulna
L’osso inciso di Gontzi
L’osso inciso di Abri Blanchard
Secondo il Marshack il conteggio delle lunazioni su questo oggetto venne fatto più volte. A tal riguardo si riscontrò che le istoriazioni furono eseguite in periodi diversi con 24 strumenti differenti.
L’osso inciso di Abri Lartet
Questo oggetto, appartenente al Periodo Aurignaziano (30.000 a.C.), presenta serie di incisioni di 29 e 30 segni abbinate a cinque gruppi di tacche. I segni circolari sembrerebbero, anche in questo caso, avere la forma delle varie fasi lunari, riprodotte con la medesima sequenza che appaiono nella realtà. Secondo il Marshack il conteggio delle lunazioni su questo oggetto venne fatto più volte e rappresenterebbe i giorni contenuti in un mese sinodico.
L’osso inciso di Ishango
L’osso presenta 168 tacche disposte in sedici gruppi di segni; un simile conteggio secondo il Marshack rappresenterebbe una sequenza di giorni che comprendono circa cinque lunazioni e mezze.
LASCAUX
Archeoastronomia
La grotta di Lascaux, sita nella vallata del fiume Vézère in Dordogna, venne individuata nel settembre del 1940, e costituisce tuttora la "Cappella Sistina" dell’Arte Rupestre. Le pareti di Lascaux, dipinte con figure di animali: cavalli, cervi, buoi e bisonti, in centinaia di variazioni, costituiscono uno dei più affascinanti complessi dell’arte paleolitica. Le pitture, legate ad un particolare tema "metafisico" insito tra la fecondità, la magia propiziatoria per la caccia e la narrazione di miti, si ripetono più volte: nel corridoio assiale, nella grande sala e nella saletta dei felini. La disposizione generale di queste figure nella caverna non è quindi casuale, ma implicherebbe una organizzazione mentale complessa ricca di tradizioni religiose molto elaborate. Gli animali raffigurati nella cavità rappresentavano gli spiriti che lo sciamano affrontava per propiziare la caccia e la sopravvivenza della propria comunità. Quindi la grotta ornata di Lascaux poteva essere un organizzato "Santuario sotterraneo" creato verso la metà del Maddaleniano Medio (c.a. 15.000 a.C.). Il "pozzo" delle costellazioni
Tra i ricchi affreschi bicromi della grotta di Lascaux, compare una singolare scena pittorica detta dell’uomo-ucciso. La figura umana che sembra giacere sul dorso, rappresentata schematicamente con un "volto a becco", risulta pienamente inserita in una scena più ampia che raggiunge un’estensione di metri 2,75. La figura umana affronta un bisonte, il quale è rappresentato ferito da una lancia spezzata. Sotto l’antropomorfo compare un bastone con uccello e sulla sinistra un rinoceronte in fuga. Secondo Michael Rappenglück (Facoltà di Matematica e di Scienze Informatiche dell’Università "Ludwig–Maximilians", Monaco di Baviera) l’immagine dello sciamano che affronta lo spirito del bisonte è da porre in relazione ad alcune costellazioni che passavano in meridiano alla mezzanotte del solstizio d’estate del 16.500 a.C. La cosmografia sciamanica del pozzo di Lascaux, che secondo Rappenglück la si ritrova ancora nel mito egizio di Dewen-anwi, il dio con la testa di falco, che affronta Meskhetiu, il bovino, si identificherebbe con le stelle del "Triangolo Estivo": Deneb (Alfa Cygni), Vega (Alfa Lyra) e Altair (Alfa Aquile), astri rappresentati nel pozzo attraverso gli "occhi" dell’uomo-uccello, del bisonte e del bastone con uccello.
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