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Archeoastronomia in Piemonte Archeoastronomia Sull’Imago Mundi (Immagine del Mondo), opera anonima conservata presso la "Biblioteca Corsiniana" di Roma, si legge che verso l’anno 224 dopo il Diluvio (IV millennio a. C.) Tubal e Vesion, figli o nipoti di Jafet, giunti dall’Armenia si stabilirono a Nord e a Sud del Po spingendosi fino alle sue sorgenti. Questa singolare annotazione, che tende ad avvicinare e accomunare genti e tradizioni notevolmente distanti tra loro, la si può forse correlare all’esistenza di un substrato religioso comune, orientato verso le aree pontico-caucasiche, portatore di una consolidata tradizione agricola e quindi "astronomica".
Archeoastronomia
Le comunità dei Ligures Montani che abitavano le valli delle Alpi Sud-occidentali dovevano dare molta importanza all’osservazione e all’interpretazione dei fenomeni naturali, perciò è facile immaginare che i criteri astronomici legati al culto e alla pianificazione delle feste sacre fossero diventati comuni sia alle tribù celtiche d’oltralpe che a quelle liguri. Questa esigenza spinse i principali esponenti delle tribù dei Ligures Veneni o Venisani* (Valli Varaita e Po) a disporre di "luoghi particolari" (Nemeton – recinti sacri) al fine di stabilire allineamenti tesi a marcare, attraverso il profilo dei monti (lo Sky-Line), il fluire delle stagioni. Ai piedi del Monviso poteva quindi esistere un primitivo ma efficace strumento per determinare le celebrazioni più significative dell’anno, e quindi poter regolare l’attività agricola e pastorale in un vasto territorio, facendo acquisire agli operatori preposti e al luogo medesimo prestigio non indifferente. * L’etnia dei Ligures Veneni fa parte delle
popolazioni ricordate da Plinio (Nat. Hist., III, 7) Le incisioni rupestri di Bric Lombatera
Su questa piattaforma, la quale è composta da tre superfici piatte e orizzontali, compare oltre alle numerose incisioni coppelliformi, un sistema incisorio a disposizione libera composto da coppelle interconnesse da canaletti i quali sfociano in una e vera propria vaschetta emisferica. Sulla parte inferiore della piattaforma principale (1) vi sono incise due piccole coppelle inglobate in un’incisione pediforme a fondo piano, una croce coppellata a bracci disuguali e un’interessante istoriazione costituita da una sagoma di piccolo coltello (cm 13 di lunghezza) di tipo Introbio. Sugli altri due affioramenti continuano le rappresentazioni coppelliformi singole o unite da canaletti. Tutte queste incisioni sono riferibili all’età del Ferro. Una piattaforma di osservazione
E’ assai verosimile che il plateau di Bric Lombatera (m 1389) venne scelto, per chiari motivi di visibilità, come "mira fondamentale" di un vasto complesso esteso per circa una ventina di chilometri che dalla bassa valle Po si spinge sino ai piedi del Monviso. La piattaforma posta sul plateau pare essere il fulcro di un’area particolare racchiusa da tre recinti concentrici costituiti da pietre fitte, poste ancora in parte verticalmente sul terreno, ed impilate (Kerb-?). Il primo circolo, che si trova a pochi metri dalla piattaforma, descrive un percorso ellittico. Il secondo è disposto a 12-15 metri dal centro, e si tratta di un allineamento sistemato a ferro di cavallo (cove -?-) aperto sul versante Nord. Il terzo è un anello circolare del raggio di m 20 ed è all’incirca concentrico al precedente e racchiude nella totalità tutto il complesso. Facendo uso di ortostati e pali di collimazione, il cui punto estremo (terminatore) era costituito sull’orizzonte del luogo di osservazione dai profili dei rilievi naturali, colline, monti, passi, selle ecc., si potevano materializzare direzioni astronomicamente significative. La particolare posizione dei traguardi, ha posto in evidenza ben 14 allineamenti alquanto credibili soprattutto perché molto coerenti tra loro. Quindi gli utenti di questa potenziale "piattaforma di osservazione", potevano dunque stabilire con notevole precisione il ciclo stagionale e i riti ad esso relativi.
VALDIERI
(Valle
Gesso) Archeoastronomia
Come per le aree occidentali ed atlantiche e quelle del Mediterraneo centro-occidentale, la valle Gesso ospitava, a partire dal secondo millennio a.C., un cospicuo complesso monumentale costruito in pietra che sembra si ergesse ad attestare il profondo senso religioso della vita e della morte. Questa originaria concezione religiosa, nata dalle più antiche civiltà megalitiche europee, venne qui sicuramente adattata alla cultura locale. I gruppi umani a vocazione agro-pastorale che frequentavano la valle erano sicuramente dotati di un profondo sentimento religioso, una fede che li aveva indotti ad erigere questo monumento in pietra per i loro defunti. Tra le evidenze di archeologia protostorica emerse nelle valli delle Alpi Sud-occidentali, il gruppo di sepolture rinvenuto a Valdieri riveste una particolare importanza non solo per le singolari caratteristiche dell’impianto, ma anche e soprattutto perché costituisce l’unico esempio di sepoltura monumentale che non ha trovato, almeno fino ad oggi, un adeguato confronto in contesti coevi. I recinti del Sole
Il sito indagato dal 1993 al ’95 è posto sul ciglio di un’ampia ed antica superficie terrazzata e presenta le caratteristiche di una piccola necropoli ad incinerazione. In questo sepolcreto caratterizzato da alcuni recinti funerari, è tuttora rintracciabile il nucleo originario della struttura principale, già in parte danneggiato e parzialmente distrutto in tempi passati. In quest’area probabilmente già a destinazione funeraria, venne realizzato un vano a pianta rettangolare allungata delimitato da una struttura muraria di circa 90 cm di spessore. Queste murature perimetrali realizzate con materiale di provenienza locale, risultano strutturate a secco tramite l’impostazione di considerevoli elementi litoidi di origine fluviale. All’interno di questo recinto è stata individuata una sola sepoltura a pozzetto, che venne localizzata sul versante più settentrionale del vano esattamente a ridosso del muretto orientato Sud/Est-Nord/Ovest. Questa disposizione è indubbiamente riferibile alla prima utilizzazione della struttura funeraria. L’area di frequentazione attorno a questa struttura funeraria, restituendo un numero così limitato di sepolture, ha dato l’impressione che nella maggior parte dei casi fosse tenuta sgombra e pulita. Solo un impianto di fondazione di un cippo o signacolo, disposto a pochi metri dal recinto e giacente ancora parzialmente nel suo antico sito, poteva avere un’eventuale funzione di segnalazione di una particolare "area sacra", e quindi di una zona degna di rispetto. L’ambiente sistemato all’interno del nucleo originario venne in un secondo tempo ridotto in due vani minori. La divisione del recinto principale, realizzata tramite un tratto di muro trasversale, pare rappresenti l’inizio di una nuova organizzazione dell’intero complesso. Questa muratura è posta a circa quattro metri dal lato orientale del recinto e sembra si possa accomunare ad altre strutture presenti in situ, che in alcuni casi si distinguono per la diversa tessitura costruttiva con la quale sono stati impostati i nuovi corpi di fabbrica. La nuova fase di questo complesso funerario venne caratterizzata dall’associazione di una serie di vani minori al nucleo più antico. Si tratta di quattro recinti di forma quadrangolare misuranti in media m 3,30 x 2. Questi ambienti, nella maggior parte dei casi posti a ridosso del vano principale, erano sigillati da una leggera copertura di pietrisco minuto costituito da ghiaie fluviali raccolte nel sito medesimo. In ogni vano dei piccoli recinti vi era una sola sepoltura a cremazione strutturata: in certi casi a semplice pozzetto, oppure con cinerario ricoperto da una losa in arenaria o a cassetta litica. Le sepulture: Elementi cronologici e culturali L’impianto monumentale di questa antica necropoli si può collocare su una preesistente area a destinazione funeraria risalente alla fine della media età del Bronzo. Questa datazione si fonda sul ritrovamento di un manufatto assimilabile per le sue caratteristiche agli spilloni lombardi di Guado di Gugnano. Il vano rettangolare allungato che costituisce il nucleo originario dei recinti, in base al ritrovamento di alcuni frammenti decorati di vasi probabilmente biconici e della relativa tomba ad esso pertinente, risalirebbe all’età del Bronzo finale. La forma e le dimensioni di un’urna cineraria rintracciata in prossimità di tale struttura, hanno suggerito un verosimile confronto con alcuni vasi di Bismantova (X sec. a.C.), località posta fra le valli del Secchia e dell’Enza (Castelnuovo né Monti - Reggio Emilia). Nell’età del Ferro l’organizzazione strutturale del complesso si contraddistinse con la creazione di nuclei minori, costituiti da una serie di piccoli recinti. Lo scavo archeologico mise in luce quattro di questi ambienti che ospitavano nel loro interno altrettante tombe di cremati risalenti alla media età del Ferro (prima metà del VI secolo a.C.). Una di queste sepolture trova sicuri riscontri nell’ambito della cultura di Golasecca, in particolar modo nei repertori funerari rintracciati in alcune tombe della necropoli di Cà Morta a Como e di Ameno presso Orta. Una struttura astronomicamente orientata
Questo particolare "orientamento" divenne una scelta preferenziale presso queste antiche popolazioni, poiché si è potuto constatare che i nuclei minori di forma quadrangolare conservarono rozzamente questa direzione privilegiata. L’impianto monumentale ritrovato nella necropoli di Valdieri costituirebbe un favorevole punto di osservazione dal quale cogliere il moto del Sole in uno dei suoi momenti più significativi. La soluzione più congegnale che sicuramente venne scelta per sviluppare queste osservazioni fu a sua volta imposta dalla geomorfologia del territorio. Siccome questa località è posta in una vallata racchiusa da cime di una certa altezza, si pensa che in questo sito venisse utilizzato come "terminatore" il profilo dei monti ossia lo sky-line, sistema che potrebbe spiegare l’assenza in quest’area alpina di grandi strutture megalitiche paragonabili a quelle del Nord-Europa. L’orientamento dei resti dei recinti rinvenuti - in particolare di quelli più antichi riferibili alla struttura monocellulare centrale - sono rivolti verso un profilo particolare: si tratta del punto di raccordo del costone settentrionale della Comba dell’Infernetto con la dorsale occidentale della Rocca Vanciarampi.
LA "MERIDIANA NATURALE" DELLA VALLE TANARO
Archeoastronomia
I profili montani con funzioni di "meridiane naturali" sono discretamente frequenti nell’arco alpino. La più conosciuta di tutte è quella di Sesto in Val Pusteria dove ben cinque cime indicano rispettivamente le ore 9:00, le 10:00, le11:00, le 12:00, e le 13:00 quando il Sole è sulla loro verticale. Una ben dettagliata ed estesa meridiana naturale è stata recentemente segnalata da Giorgio Casanova e da Gianni Berogno. Questo orologio naturale, posto in fronte alla Val Tanarello, valletta che osservata dalla frazione di Pornassino corrisponde al mezzogiorno, si trova naturalmente collocato in alta Valle Tanaro tra Ponte di Nava e Viozene. Il periodo che veniva utilizzato questo orologio naturale andava da aprile a settembre, e i punti di riferimento naturali per la divisione oraria del giorno erano ben nove:
LA
COSTELLAZIONE DI ORIONE Archeoastronomia
L’attenzione per alcuni corpi celesti, soprattutto per particolari stelle e costellazioni, è molto antica e non si può certamente ritenere che l’ampiezza convenzionale delle costellazioni oggi conosciute, corrispondano a quelle del passato. Tra i particolari salienti della mitologia greca deve essere ricordato il fatto che Orione veniva riconosciuto come "Il Cacciatore" o "L’Abitante delle montagne", e verso l‘ultima metà del V secolo a.C. venne definitivamente identificato nella costellazione omonima. La conoscenza della costellazione di Orione e le sue funzioni
Nonostante l’antica nomenclatura di tradizione "occitano-provenzale" del firmamento sia apparsa molto limitata ed in parte sia andata persa a causa di usi e costumi scomparsi e di attività oramai cessate di cui solo i valligiani più anziani ricordano ancora qualcosa, i pastori più vecchi utilizzano ancora alcuni asterismi riferiti ai profili montuosi, un sistema che come si può evincere, potrebbe avere radici molto antiche. Dalle ricerche effettuate in alcune valli del cuneese (Po, Varaita, Maira, Grana, Stura, Colla e Josina) emerge in modo inequivocabile che la costellazione di Orione, ma soprattutto le stelle che ne compongono la "Cintura", hanno costituito per le comunità di queste valli, dopo i luminari (Sole e Luna), il riferimento astronomico più importante. Non c’è dubbio che la costellazione di Orione sia l’asterismo più spettacolare e suggestivo del cielo equatoriale. La sua caratteristica forma costituita da tre stelle allineate diagonalmente al centro di una singolare figura a "quadrilatero" ha da sempre colpito la fantasia popolare. Nella tradizione popolare delle valli del Basso Piemonte, si fa soprattutto riferimento alla "Cintura di Orione", asterismo conosciuto in quasi tutte le località come "Li Seytùr" (I Falciatori) con le relative varianti fonetiche nella locale parlata occitana. Solo in pochi luoghi l’asterismo è riconosciuto come "I Tre Re", toponimo già riscontrato in Val d’Aosta e nell’area montana del comasco. Nella stagione invernale, periodo in cui la costellazione di Orione è maggiormente visibile per la sua declinazione che culmina nel cielo al 15 gennaio alle ore 22, scandiva il tempo delle "veglie" serali. La Cintura di Orione era anche collegata al tempo atmosferico e ai viaggi. La sua posizione era osservata quando ci si doveva mettere in cammino, soprattutto a piedi e durante la notte, per attività di lavoro o per partecipare a mercati o a fiere in località lontane. Nonostante siffatte nozioni legate a questa costellazione siano già alquanto interessanti, il fatto più significativo è quello collegato ai ritmi della tradizione agricola. Le connessioni con l’agricoltura appaiono chiare in diverse località delle valli appena indicate, dove gli astri della Cintura di Orione erano considerati le "Stelle della falciatura". Il riferimento allo sfalcio e alla fienagione, ricordato dai fenoour (braccianti) di Bellino (Alta Valle Varaita) che indicano la Cintura di Orione come le "Tres Stéles acoubies" (le tre stelle accoppiate), è confermato dalla denominazione di alcune stelle brillanti e vicine che compongono l’intera costellazione. Ricordate confusamente in alcuni punti della Valle Maira, a Elva sono conosciute secondo la parlata locale come le "Rastliris" ovvero le stelle delle rastrellatrici. L’estensione della costellazione di Orione secondo la tradizione popolare
Siccome Orione costituisce la costellazione più luminosa della volta celeste poiché comprende due stelle di prima grandezza (Alfa e Beta Orionis), l’osservazione di un simile sistema stellare non si limitava alla sua caratteristica "cintura", ma si doveva estendere a tutto il quadrante di cielo dove si può rintracciare tale costellazione. La "Spada di Orione", composta dalla brillante stella Iota Orionis e dalla Grande Nebulosa M42, nube stellare visibile a occhio nudo, era conosciuta come il "Portopan" ossia il tascapane. Questo oggetto celeste dava l’impressione a chi lo osservava di essere appeso alla cintura della costellazione. Sotto il profilo della cultura popolare pare che l’estensione della costellazione di Orione non si limitava a quella che noi ora conosciamo come tale, ma comprendeva Sirio, stella della costellazione del Canis Major (Cane Maggiore o Grande Cane) e il luminoso ammasso galattico delle Pleiadi nel Taurus (Toro). Secondo la parlata di Elva, Sirio era la "Tupiniero" (Vivandiera), ossia quella donna che portava l’acqua e il pasto caldo ai falciatori. Le Pleiadi erano ben conosciute e venivano chiamate, a seconda della parlata, "La Pusinà", "La Puliziniara", e "La Puslinera" (la chioccia con i pulcini), caratteristica formazione di stelle che nel mese di gennaio appare a Sud-Ovest in una forma simile ad una nidiata di pulcini avvolti in un alone di color giallo.
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