
BOLLETTINO INFORMATIVO
“Qui Bene Cantat…”
Periodico quadrimestrale di informazione e formazione liturgico-musicale
per le Parrocchie Pontine

Bollettino di informazione gratuito
dell’Associazione Pontina Musica Sacra
c/o Parrocchia S. Maria di Sessano,
04010 - Borgo Podgora (LT)
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Editoriale
A cura di don Giovanni Lerose
(estratto dal)
Numero 2 anno 0, settembre-dicembre 2007
IL MOTU PROPRIO
"SUMMORUM PONTIFICUM"
di Benedetto XVI
Il "motu proprio" di Benedetto XVI Summorum Pontificum , diffuso il 7 luglio, avrà ancora bisogno di essere approfondito e studiato non solo dai liturgisti, ma anche dal popolo cristiano, per la sua attuazione.
Intanto il Papa Benedetto prevede un triennio di prova al riguardo. Anche i mezzi di informazione se ne sono occupati ampiamente.
Anche la nostra Rivista vuol dare qualche delucidazione, sia pure sommaria, per incominciare un discorso di approfondimento e di informazione.
Il documento pontificio prevede che, per la celebrazione eucaristica, accanto all'uso del Messale Romano promulgato da Paolo VI nel 1970 e vigente per la Chiesa universale, sia possibile in casi "straordinari" utilizzare il precedente Messale Romano promulgato da San Pio V e nuovamente edito dal beato Giovanni XXIII nel 1962. Qui si vorrebbe fare una sintesi del "motu proprio" di Benedetto XVI, che è possibile consultare su www.agensir.it (sezione documenti).
Lo scopo dichiarato dell'intervento è ben noto ed esplicito in modo chiaro e netto dal Pontefice: “ Giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell'unità, sia reso possibile di restare in quest'unità o di ritrovarla nuovamente” (Lettera ai vescovi).
Il riferimento è esplicito e si riferisce agli aderenti allo scisma di Lefebvre e a quanti vorrebbero ritornare al vecchio rito a causa della cattiva attuazione del nuovo rito post-conciliare.
Quasi come introduzione, il documento pontificio si apre con queste parole: “I Sommi Pontefici fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chi3sa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, a 'lode e gloria del Suo nome' ed 'ad utilità di tutta la sua Chiesa”. “Tra i Pontefici che ebbero tale doverosa cura, prosegue il testo, eccelle il nome di S. Gregorio Magno, il quale si adoperò perché ai nuovi popoli dell'Europa si trasmettesse sia la fede cattolica che i tesori del culto e della cultura accumulati dai Romani nei secoli precedenti… In tal modo la sacra Liturgia celebrata secondo l'uso romano arricchì non solo la fede e la pietà, ma anche la cultura di molte popolazioni. Consta infatti che la liturgia latina della Chiesa nelle varie sue forme, in ogni secolo dell'età cristiana, ha spronato nella vita spirituale numerosi Santi e ha rafforzato tanti popoli nella virtù della religione e ha fecondato la loro pietà”.
Riferendosi ai secoli più recenti Benedetto XVI annota che “molti altri Pontefici Romani, nel corso dei secoli, mostrarono particolare sollecitudine a che la sacra Liturgia espletasse in modo più efficace questo compito, tra cui spicca S. Pio V, in quale sorretto da grande zelo pastorale, a seguito dell'esortazione del Concilio di Trento, rinnovò tutto il culto della Chiesa, curò l'edizione dei libri liturgici, emendati e “rinnovati secondo la norma dei Padri” e li diede in uso alla Chiesa Latina. Tra i libri liturgici del Rito romano risalta il Messale Romano, che si sviluppò nella città di Roma, e col passar dei secoli a poco a poco prese forme che hanno somiglianza con quella vigente nei tempi recenti”. A partire da questo messale, aggiunge poi il Papa, altri pontefici intervennero in varie occasioni “aggiornando o definendo i riti e i libri liturgici”, tra essi Giovanni XXIII. Si giunge così alla riforma liturgica che ha fatto seguito al "Vaticano II”. Scrive, infatti il Papa, che “nei tempi più recenti,” il Concilio Vaticano II espresse il desiderio che la dovuta rispettosa riverenza nei confronti del culto divino venisse ancora rinnovata e fosse adattata alle necessità della nostra età. Mosso da questo desiderio il nostro Predecessore, il Sommo Pontefice Paolo VI, nel 1970 per la Chiesa latina approvò i libri liturgici riformati e in parte rinnovati. Essi, tradotti nelle varie lingue del mondo, di buon grado furono accolti dai Vescovi, sacerdoti e fedeli. Giovanni Paolo II rivide la terza edizione tipica del Messale Romano”.Passando al punto centrale della possibilità di tornare a celebrare la messa in lingua latina, secondo il rituale più antico, il Papa afferma che “il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da PIO V e nuovamente edito dal beato Giovanni XXIII deve venire considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico”. Da questa affermazione, deriva la possibilità di celebrare con l'uso del messale del 1962 “mai abrogato” come “forma straordinaria della Liturgia della Chiesa”, a talune condizioni:
La prima (art.2) di celebrazione “senza popolo” da parte del presbiterio, sempre possibile.
La Seconda: (art.3) di celebrazioni da parte di “Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica” possibili secondo la decisione dei rispettivi Superiori maggiori.
L'aspetto centrale del “motu proprio” riguarda i gruppi di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica (art.5) presenti “stabilmente” e non occasionalmente in una parrocchia, che rivolgano al parroco tale richiesta. Al parroco è chiesto di “accogliere volentieri le loro richieste... (provvedendo) a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo”.
Seguono norme specifiche su giorni feriali, festivi le festività particolari, come pure celebrazioni straordinarie quali matrimoni, esequie o altro.
L'art. 7 prevede la possibilità di ricorrere al Vescovo se il gruppo di fedeli “non abbia soddisfazione alle sue richieste” e gli articoli successivi regolamentano ulteriori celebrazioni particolari. Le norme stabilite dal “motu proprio” entreranno in vigore dal 14 settembre 2007, festa dell'Esaltazione della Santa Croce.
Ripeto, non si tratta di due riti ma due forme dell'unico Rito Romano che laddove vissute in piena comunione ecclesiale e senza pericolosi preconcetti e chiusure, potranno arricchirsi a vicenda favorendo uno stile celebrativo che, senza cedere al formalismo, salvaguardi, insieme all'attiva partecipazione di tutti i fedeli, la dignità delle celebrazioni.Briciole…
Non bisogna mai dire: tanto la gente non canta comunque. La "gente" va educata: innanzitutto bisogna insistere sugli stessi canti, riproponendoli con una certe frequenza o, meglio, non proponendone sempre dei nuovi. Poi bisogna usare la fantasia.
A volte mi metto in fondo alla navata: nessuno canta; se però io mi metto a cantare (senza urlare a squarciagola ma con volume moderato) qualcuno timidamente mi si affianca sempre. Perché alcuni componenti del coro non potrebbero mimetizzarsi a turno fra i fedeli? L'animatore che dall'ambone con le braccia segue il canto può essere un ulteriore stimolo. La presenza dei libretti dei canti e la chiarezza nel dire numero e titolo possono essere un ulteriore invito. Il celebrante potrebbe richiamare nella predica che certe parole del vangelo o adatte all'occasione sono state cantate nel canto di ingresso o lo saranno in quello finale. Insomma, i modi sono infiniti.
Se il canto non ha il valore
del silenzio che ha interrotto,
mi si restituisca il silenzio
- (J.Sampson, benedettino di Solesmes)
