Fuori Tama, Novembre 2011


Montanelli

Fuori Tama, ovvero aggiunte al testo pubblicato. Dove più di 2.450 battute non ci stanno. E poi magari ci sono aggiornamenti da fare. Ecco il perché questa (strana) rubrica.

[20.11.2011] Nel Tama 1057, Aristotelici richiamo un testo del 1995 che riproduco in altra pagina, puntata 545.


Qui aggiungo altri miei pezzi su Montanelli.

Tama 560, In forma (ridotta)
[Ponte 38, 29 ottobre 1995]
A causa dello sciopero dei giornalisti, questa rubrica esce in forma ridotta. Anziché trattare impudicamente dei massimi problemi dell'universo, come è nostra consuetudine, parleremo soltanto di semplici questioni inerenti al mondo dell'informazione.
Se frequentate le edicole, non accontentandovi di quello che passano radio e tivù, vi sarete accorti che ormai quotidiani e settimanali, da veicoli di notizie qual erano un tempo, oggi sono diventati dei contenitori di oggetti; alcuni dei quali regalati (come le enciclopedie, le saponette, le calze da donna, le magliette unisex di "Liberal", le carte da gioco e gli anelli magici), mentre altri vengono venduti (vedi le cassette tivù di film, che se le vai a comprare da sole ti dici che sporcaccione, invece se le prendi con il settimanale o il quotidiano ti senti un intellettuale).
L'informazione è però anche quello che non si vede. Come nel caso di Enzo Biagi. Quando il suo «Fatto» si affaccia su Rai1, raschia una bella fetta di pubblico, perché in cinque minuti, racconta bene le cose, raccoglie interviste, senza mai sbrodolare, e persino fa la morale della favola, con il coraggio di chi dice «io la penso così», in un mondo televisivo che spaccia sovente per obiettività l'ossequio ai potenti (& ai "parenti") del momento. Biagi non ha mai negato di avere idee in testa. Possiamo non condividerle, però siamo stati avvisati che è il suo pensiero. Anche un cronista dalla Questura (ha sempre sostenuto), ha il proprio punto di vista. Figuriamoci lui, che i giornali li ha diretti. Pure Biagi può sbagliare, come ci parso nell'attacco ai giudici di Rimini: è stato per «troppo amore», direbbe Dante.
«Il fatto» quest'anno doveva debuttare in concorrenza con il nuovo TG2, il cui direttore, timoroso di restare senza pubblico, è riuscito a far rinviare la trasmissione di Biagi.
Ci pare che Biagi sia stato imbavagliato, allo stesso modo in cui Isabella Fedrigotti è stata cancellata dal Corrierone per far posto a Cilindro Montanelli, figliol prodigo che ritornava al nido con la sua antica «Stanza» di lettere ed opinioni sul "bel tempo che fu", una specie di bollettino meteo all'indietro.
Quelli di Biagi e della Fedrigotti sono stati due casi di "sequestri di persona" che non hanno indignato nessuno nella nobile categoria dei giornalisti in lotta. Con uno sciopero indetto, recitava un comunicato, «dopo nove mesi di attesa». Per cui ci aspettavamo un battesimo: mentre, con le edizioni "straordinarie" (in tutti i sensi) di giornali e tg trombettieri del Cavaliere e contro Scalfaro, il rito celebrato rassomigliava più ad un funerale della libertà d'informazione.

Tama 509, Il drago Indro [Ponte 4, 23 gennaio 1994]
Il teatrino dell'antica commedia all'italiana, registra il suo ultimo, brillante successo con «Indro, addio», storia strappalacrime di penne infrante da un malvagio Padrone che voleva imbavagliare il Prode Giornalista. Il glorioso Montanelli, dopo esser stato per oltre due decenni ragazzo del coro della maggioranza silenziosa, ha deciso di irrompere sulla scena con un «Esultate» da Otello verdiano. L'orgoglio vinto, stavolta, è quello berlusconiano.
Alla gente basta poco per accontentarsi ed applaudire. Con quegli acuti, Indro è diventato un idolo delle folle, come il Fiorello del «Karaoke». Ieri nella polvere, come simbolo del peggiore conservatorismo, oggi sull'altare della Gloria Televisiva, Montanelli rischia di rimanere vittima delle proprie qualità: l'ho amato troppo come scrittore, per non provare amarezza davanti a questa recita che ce lo rappresenta in panni non suoi. Lui non è un rivoluzionario, come hanno cercato di accreditarcelo. La rivolta contro Berlusconi, è semplicemente frutto di una diagnosi: all'imprenditore lombardo mancano le qualità necessarie per essere un vero capopartito. Affidare a lui (ha pensato Montanelli), le sorti della politica moderata italiana, sarebbe un suicidio. Quindi divorzio dal cav. Silvio, abbandono alla ruota della fortuna del figlio partorito vent'annni fa («Il giornale»), e ricovero dell'Indro sotto le ali della memoria, ripescando il titolo di una rivista («La Voce») che fu per molti aspetti innovatrice.
Montanelli, attore consumato che conosce bene i trucchi del mestiere, ha gabbato tutti. Da «maledetto» toscano, ha indossato i panni di quel «fiorentino» che i francesi identificano in Machiavelli: per un attimo, è stato Giovanna D'Arco e Robin Hood. Tra balenar di lampi e rimbombar di tuoni, i suoi monologhi hanno menato fendenti a destra e a manca. Ha definito Emilio Fede un «servo sciocco». Ha detto che Berlusconi parla sempre più di pancia che di testa, affetto da raptus che gli fanno credere di essere un incrocio tra Churchill e De Gaulle.
Fedele alle sue idee conservatrici, Montanelli ha sempre rifiutato ogni tentativo di trasformismo politico e culturale. Lo dimostra anche il suo aver attraversato vent'anni di «Giornale» senza aver ceduto alle tentazioni dei rinnovamenti grafici, a cui si fa ricorso come soluzione finale, quando mancano i contenuti. Montanelli ha venduto soltanto idee, non fumo. Questa è la sua vera lezione di giornalismo.
La commediola imbastita su di lui, raffigurandocelo come un San Giorgio che uccide il drago, non rispecchia la realtà: il vero drago, è proprio lui, questo 85enne che per strada ha perso soltanto il certificato di nascita.

Tama 963. Cavalieri
[Ponte, 11.6.2006]
Abbiamo festeggiato la sessantesima ricorrenza del 2 giugno 1946. Il dramma dei giorni successivi è finito nel comodo dimenticatoio dei posteri che non vogliono grane. Figurarsi, la televisione di Stato ha mobilitato Fabrizio Frizzi. Alle 18 del 10 giugno 1946, i venti giudici della Cassazione rimandano ad altra adunanza il giudizio definitivo sul referendum istituzionale del 2 giugno, cioè la scelta tra monarchia e repubblica. Dal 12 sera il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi esercita «le funzioni» ma non i poteri di capo dello Stato. Il 13 il re Umberto II ha la buona idea di andarsene dall'Italia. La monarchia era rimasta sepolta sotto le macerie della guerra voluta da Mussolini e supinamente accettata da «Sciaboletta», Vittorio Emanuele III. Il giorno prima i monarchici del Sud hanno fatto 11 morti. I dati definitivi del referendum arrivano il 18 giugno. Per 453.506 voti vince la repubblica (quasi un milione e mezzo quelli nulli). Indro Montanelli definisce «incolpevole» Umberto II. Non so. Di certo inetto. Dette miglior prova sua moglie Maria José.

1.10.2006, 975
Aveva ragione Indro Montanelli. Quando si scrive sopra un giornale, occorre ricordarsi che l'unico padrone è chi ci legge. Il resto non conta.

Tama 507. Nipoti e voti
[Ponte 2, 9 gennaio 1994]
Dal video, straripa Emilio Fede: per la Befana ha portato doppia dose di carbone ad Indro Montanelli, reo di non aver sostenuto a spada tratta il Berlusconi. Fede ha chiesto a gran voce per l'illustre scrittore il licenziamento dalla direzione de «Il Giornale». Davanti a Fede mi chiedo, come per i farmaci dell'on. Garavaglia, a quale fascia appartenga: è un salvavita gratuito, un prodotto da usare con cautela solo dietro prescrizione, o qualcosa di inutile, o tutt'al più superfluo? I suoi fervorini serali sono un genere «di conforto» pure essi? Gli preferiremo i baci (ovviamente Perugina), o ce li gusteremo per digerire i decreti dell'on. Garavaglia? Faccio confusione: confondo il tubo catodico con quello digerente. La pubblicità mostra tubi di dentifricio. S'insinua il dubbio: anche per acquistare uno spazzolino da denti, dovrò prima recarmi dal medico?

Tama 614, Ponte 46, 1996
Ha commentato Indro Montanelli, riprendendo una famosa battuta di Ennio Flaiano, che la nostra è una situazione tragica ma non seria. Forse ha ragione. Qualcosa però ci conforta. Il pentito Balduccio Di Maggio assicura che il bacio di Andreotti a Riina fu casto e pudìco («sulle guance, uno alla destra e uno a sinistra»).

Montanelli, il bugiardo (2.9.2007, blog politico su La Stampa)
Bugie a fin di bene, insomma, quelle di Indro Montanelli, spacciate come verità e dette soltanto con un nobile scopo: salvare l'Italia e quella sua certa idea di politica che non piaceva agli altri.
Questo è in pillole il commento che Mario Cervi collega, amico ed allievo di Indro Montanelli lancia su "il Giornale" di oggi, per rispondere ad un articolo apparso sull'ultimo numero de “l'Espresso" in cui si dà conto di un prossimo volume di Renata Broggini, nel quale l'autrice smaschera come non vere alcune vicende personali presentate da Montanelli quali invece rispondenti a fatti realmente accaduti.
Ecco cosa scrive Cervi di Montanelli: «Voleva che la storia risultasse più giornalistica, voleva accentuare la sua presenza di testimone dei maggiori eventi. Non era a Milano nei giorni della Liberazione e non poteva perciò aver visto i corpi appesi di piazzale Loreto. Ma il racconto montanelliano, così come i suoi ritratti, resta genuino, autentico, impeccabile nelle linee generali, che sono quelle che contano».
Alcuni punti del libro di Renata Broggini erano stati anticipati in un volume apparso da Einaudi nel marzo 2006, «Lo stregone» di Sandro Gerbi e Raffaele Liucci. A pagina 219 si legge ad esempio che la Broggini ha accertato come Montanelli non fosse presente in piazzale Loreto il 29 aprile 1945.
Nello «Stregone», volume di quasi 400 pagine, gli autori hanno smentito numerose altre cronache montanelliane. Il lavoro di Gerbi e Liucci è prezioso per comprendere pure i contesti in cui il giornalista-mito di Fucecchio lavorò ed agì.
Sono quelli di una storia complessa e difficile. Il che non significa che poi, superati i momenti in cui la regola prima è quella di salvare la pelle, non si debba fare un serio ed onesto esame di quei momenti e di quei fatti, almeno per togliere l'effetto dell'imbarazzo ai posteri.
Uno arguto come Montanelli deve averci pensato, di non lasciarsi 'fregare' dai posteri. Però, se lo ha fatto, non ne ha ricavato le sue debite conseguenze.
Spirito controcorrente, 'maledetto toscano' a tutto tondo, non merita però la giustificazione di Cervi. Non serve a nulla tirar fuori la ragion di Stato della politica anticomunista, per spiegare le cose non dette o dette a rovescio.
Montanelli sapeva bene che in Italia i comunisti non potevano prendere il potere, perché Mosca non voleva. Tutto il resto è una pantomima più legata all'attualità (elettorale) che alla storia.
Anche Veltroni sa che, quando dice che il 'suo' nuovo partito non odia i ricchi, non fa altro che ripetere la vecchia vulgata emiliana secondo cui il comunismo in Italia era il capitalismo gestito dai «rossi».
Tutto il resto appartiene ai drammi personali. Compreso quello della moglie di Montanelli per cui Filippo Sacchi, celebre critico cinematografico, accusò il collega di «imprudenza».
O quello di un industriale coinvolto indirettamente nella vicenda della moglie di Montanelli, ma poi ucciso nel 1944. Non possiamo sapere quanto peso nella storia segreta di Montanelli queste cose abbiano avuto, ma non dobbiamo neanche sottostare alla giustificazione addotta da Mario Cervi: «Voleva che la storia risultasse più giornalistica». Quante storie macina la Storia. Montanelli ci potrebbe spiegare che macina anche quelle fasulle, e che se non lo sappiamo siamo degli idioti. Anzi dei bischeri.

Antonio Montanari
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16.11.2011, 18:10.
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Antonio Montanari, TamTama