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I POLITICI DELLA LEGA
GIANCARLO GENTILINI
Il sindaco di
Treviso, Giancarlo Gentilini (foto), è il primo cittadino più amato dalla base leghista.
Il riconoscimento gli è stato assegnato il 1 aprile 2001 dall'associazione «Padania
Bella». Ecco alcune "perle" di questo inquietante personaggio, emblematico
rappresentante della vera lega.
USA... E GETTA
3 febbraio 2000
"Evidenzio una cosa: c'è necessità di utilizzare gli
extracomunitari. Ma l'immigrazione deve soggiacere a regole precise. Ogni anno deve essere
quantificata l'esigenza numerica e qualitativa dei lavoratori immigrati". |
TRAGICHE
EVOCAZIONI!!!
marzo 2000
"Voglio... i vagoni piombati per spedire a casa gli immigrati entrati clandestini
in Italia." |
APERTA LA
STAGIONE DELLA CACCIA... ALL'EXTRACOMUNITARIO
22 marzo 2000
Il sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini è rinviato a giudizio dal gip per
lipotesi di istigazione allodio razziale.
Pco tempo prima aveva consigliato una soluzione risolutiva per risolvere il problema
dell'immigrazione, ci avrebbero pensato i "cacciatori" dopo avere provveduto a
«vestire con costumini da leprotto» gli extracomunitari.
Pronta la risposta dello "sceriffo" per nulla intimorito:"io andrò
fino in fondo, gli extracomunitari delinquenti li butto nel Sile".
Daltronde lui non si sente razzista e aggiunge riferendosi alla dichiarazione che gli è
costata il rinvio a giudizio:"non sono reati di razzismo: il reato di razzismo è
così abnorme che è difficile dire nella storia se lo abbia commesso Hitler". |
MINACCE
ELETTORALI
10 febbraio 2001
Gentilini in piena campagna elettorale non abbandona il linguaggio truculento e le
metafore violente. In una manifestazione pubblica a Venezia afferma minaccioso: "A
Rutelli ho già promesso l'esilio", i leader del centrosinistra "sono
già nel braccio della morte, aspettano quel colpo così, come si fa con i conigli, e
bisogna mandarli tutti nel Tevere"; "Quando avremo preso il potere non
lo si mollerà: lo dico apertis verbis".
Accennando alla colpo finale il sindaco mima il colpo che i contadini danno ai conigli per
ucciderli. |
A RUOTA
LIBERA
18 giugno 2001
In un intervista al "Messaggero" lo sceriffo di Treviso parla a ruota
libera:"Haider? Mi ha copiato il programma, con sei anni di ritardo". Gli
immigrati?""Vagoni piombati per rispedirli da dove sono venuti".
Dice di non curarsi se qualcuno lo definisce "il Mussolini del Nord".
Il suo vero obiettivo? E' cacciare gli extracomunitari. E il "foglio di via, con
sù scritto: espulsione" a lui sembra una barzelletta. |
| SICUREZZA CITTADINA 14 gennaio 2000
in un convegno promosso dalla Lega Nord a Chioggia, sul tema della "Sicurezza e
criminalità" Gentilini espone ai vertici veneziani del carroccio la sua idea per
rendere sicura la citta. A metà strada fra farneticazioni di matrice nazista e visioni di
onnipotenza ecco alcuni punti dell'intervento dello sceriffo. |
IO
RAZZISTA!!!?
" Mi dicono che sono razzista perché nel mio programma di
ordine e disciplina ho fatto togliere le panchine, ma ora almeno a Treviso non ci sono
più extracomunitari mollaccioni. Ultimamente ho dei problemi con i venditori di fiori da
quella strana pelle olivastra, ma grazie ai blitz notturni sequestro tutti i mazzi e li
faccio portare in cimitero
"
IL BUIO OLTRE LA SIEPE
"Ma occorre anche radere al suolo tutte le siepi perché non si sa mai cosa ci
sia al di là
"VIGILI E ARMATI
Parlando dei Vigili Urbani:" li ho
armati di manganello e sto costruendo per loro un poligono di tiro perché imparino a
sparare: voglio una polizia personale, basta con la logica caritatevole: se uno mi da uno
schiaffo, io gli rompo il muso
. Siamo in guerra c'è una invasione in atto e questa
è una guerra organizzata".
LAVORI FORZATI
Lo sceriffo si preoccupa della salute e
dell'attività motoria degli extracomunitari ospiti delle nostre carceri e afferma:"dobbiamo
far rinforzare gli argini del Piave a questa gente con le catene ai piedi". |
GESTAPO... VERDE
30 settembre2000
La madre di un fotografo de "La Tribuna di Treviso", rea di avere prestato la
macchina al figlio a sua volta colpevole di avere fotografato in piena città una scritta
filogentilini su un muro, si vede recapitare la seguente lettera:"Cara signora, che
ci faceva la sua auto in via Da Coderta?" "Cara signora (...), mi è stato
riferito che l'auto a lei intestata, una (...) targata Tv (...), è stata vista sostare in
via Gualpertino da Coderta mentre il conducente scattava alcune fotografie alle scritte
"Armata Gentilina". Poichè è nota la battaglia che questa amministrazione sta
portando a avanti contro gli imbrattatori di muri pubblici e privati, sono a chiederle di
volermi gentilmente informare sui motivi per i quali sono state scattate queste
fotografie, sintomo di un suo interesse, diretto o indiretto, al problema di cui trattasi.
Certo di un sollecito riscontro porgo distinti saluti. Giancarlo Gentilini
(firma)".
La lettera è autentica, su carta intestata, protocollata (n. 57291) dal Gabinetto del
Sindaco.
Alla faccia della privacy e della democrazia. E' legittimo chiedersi se esista a Treviso
una rete di spie al servizio del sindaco. |
MURATI VIVI
12 marzo 2001
Il sindaco di Treviso rivolgendosi ai dirigenti ciclistici trevigiani paventando
un'esclusione della squadra dal Giro dilettanti li minaccia di riservare loro lo stesso
trattamento promesso ad alcuni frati di Treviso. Di quale colpa si sarebbero macchiati i
religiosi per meritare una punizione cosi terribile? Il sindaco è inflessibile, seguendo
troppo alla lettera il vangelo i frati "portano da mangiare agli extracomunitari".
ANATEMA!!!! |
LA MARCIA DEI BARBARI maggio 2001
l 13 maggio è un momento
storico, adesso o mai più: Dobbiamo unirci e marciare nuovamnete su Roma, come hanno
fatto i barbari duemila anni fa,portando sangue vivo e buttando a mare limpero
decadente
Dobbiamo usare il voto come i nostri nonni usavano il pugnale fra i
denti
Cosa ne facciamo dei negri abituati a essere inseguiti dai leoni e a rincorrere
le gazzelle? Io voglio ordine! Disciplina!
Io ho rifatto il vangelo secondo
Gentilini: è Gen-ti-li-ni che vi vede in cabina! Se alzate gli cchi è Gentilini che vi
guarda! Non voglio traditori! Il Vangelo dice date ai poveri ciò che vi avanza. Noi
applicheremo il Vangelo: prima noi poi gli altri!" |
| IL COLORE DELLA VERGOGNA 3 giugno 2001
I giocatori del Treviso in risposta ad alcuni incresciosi atteggiameni
razzisti di una frangia di tifosi trevigiani nei confronti del gocatore nigeriano Omolade,
scendono in campo con la faccia dipinta di nero. Il loro gesto è apprezzato da tutta
l'Italia che applaude al coraggio dei neoretrocessi ragazzi del Treviso.
Lo "sceriffo" Gentilini visibilmente contrariato, coerente con gli atteggiamneti
xenofobi che hanno contraddistinto la sua politica, diligente discepolo di Haider risponde
stizzito:"Hanno scelto il colore giusto, il nero della vergogna".

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Solidarietà ai calciatori del Treviso ed in particolare a Omolade da parte del
MOVIMENTO ANTILEGA!!!
Alcuni interventi sull'episodio
Treviso calcio |
Da un articolo di F. Camon
sulla "Tribuna di Treviso "IL SINDACO GENTILINI CI DANNEGGIA TUTTI"
... La squadra del Treviso ha, come molte altre squadre, problemi di razzismo tra i
tifosi. Razzismo inteso proprio come orgoglio della razza bianca e disprezzo della razza
nera. Questo orgoglio e questo disprezzo sono venuti fuori in maniera sconcia nelle ultime
domeniche: nella penultima, in occasione di Ternana-Treviso, quando l'allenatore del
Treviso, Sandreani (che io ricordo non solo come abile allenatore, ma anche come persona
colta), mandò in campo un giocatore nero, che viene dalla Nigeria e si chiama Akeem
Omolade (buon saltatore, con un discreto senso della rete), un gruppaccio di tifosi
razzisti, con fischi di protesta, arrotolarono i loro striscioni e abbandonarono le
tribune. Un gesto benefico. Magari si ripetesse.
E' a questo che dobbiamo arrivare: a che i razzisti se ne vadano. L'altro ieri si gioca
Treviso-Genoa, e i giocatori del Treviso hanno un'idea niente male: senza preavvertire
nessuno, si presentano in campo con la faccia tinta di nero. Un gesto purificatore, che
vale mille articoli come questo che sto scrivendo. E che fa il sindaco, presente sugli
spalti? Si offende, dice: «Hanno scelto il nero, colore della vergogna». La frasaccia è
insensata, e vorrei tanto che il sindaco riuscisse a rabberciarla meglio di come ha fatto
finora. Se ci riesce, mi fa un favore: son qui che aspetto, con ansia.
Lui dice che per «vergogna» intendeva la retrocessione della squadra. Ma perché mai il
colore della vergogna sarebbe il nero? L'unica risposta che mi viene, è che il nero era
il colore preferito dal fascismo (le camicie nere) e dal nazismo (le camicie brune): il
secolo che si è appena chiuso ha legato per sempre il nero alla vergogna. Ma non credo
proprio che il sindaco di Treviso avesse questo rigurgito di coscienza etica e storica.
Lui aveva davanti facce nere, e (se non capisco male le sue parole) gli han fatto venire
in mente la vergogna. Non capisco perché. Il bianco è bello? Il sindaco di Treviso è
forse bello? Quei tifosi del Treviso che vedendo un giocatore nero se ne vanno schifati
dallo stadio, sono dotati di un'intelligenza superiore? Perché una faccia bianca dovrebbe
far venire in mente l'orgoglio, e una faccia nera la vergogna? Se fossi un assessore del
Comune di Treviso, glielo chiederei, al sindaco, in una seduta convocata apposta....
...Il sindaco di Treviso dovrebbe saperlo, e stare all'erta. Perché la sua frase, se il
senso è quello che sembra, fa paura, e ci danneggia tutti, noi delle Venezie. Se invece
voleva dire dell'altro e non c'è riuscito (neanche stavolta), lo chiarisca, per favore.
Meglio che il primo cittadino di una città come Treviso, fra le più importanti d'Europa,
abbia un brutto rapporto con la lingua, piuttosto che con l'umanità. |
| Giancarlo Iannicello, capogruppo a Treviso di Forza Italia:
«Sono sorpreso, Gentilini ha perso un'occasione per farsi paladino della maggioranza
della città, che non è razzista, e così facendo non fa chiarezza nemmeno
rispetto agli atteggiamenti dei razzisti. Doveva prendere la palla al balzo, da primo
cittadino. Straordinaria invece la dimostrazione di civiltà dei giocatori. E Gentilini si
rivela un tifoso piccolo piccolo, "mollando" la squadra. Non si può acclamare
quando si vince, e sparare sui giocatori quando si perde. E gli ricordo che senza i nostri
voti non ci sarebbe stato lo stadio nuovo, la Lega non aveva i numeri...» |
Giampaolo Sbarra capogruppo a Treviso dei Ds: «Ancora una volta il
sindaco è incapace di rappresentare la città, si rimangia le parole antirazziste di
qualche giorno fa, cui non avevamo creduto, e si conferma estraneo alla città di Treviso
e alla storia, con il suo rancore, la sua inettitudine a essere uomo tra gli uomini. Bravi
i calciatori. E mi rivolgo ai giovani: da una parte ci sono i calciatori col viso dipinto
di nero, dall'altra un Sindaco che parla di leprotti-bersaglio e vagoni piombati. Chi
vuole, può scegliere»
Pierluigi Cacco, segreterio provinciale della Cgil: «La vera vergogna
è questo Gentilini, che con le sue esternazioni umilia Treviso e la Marca i giocatori
hanno dato una bella lezione a tutti, con un atto solidale che mi ha ricordato l'impegno
della gente della nostra terra. Mi auguro che le tante espressioni sociali, andando oltre
le diversità politiche legittime, prendano atto dei danni che questo signore ci lascerà,
dopo aver tratto la sua fortuna politica da esternazioni troppe volte irresponsabili. Non
gli resta che chiedere scusa, ma forse non ha nemmeno capito perché». |
| Che belle facce. «Ci voleva tanto?» si chiede Franco Arturi
sulla prima pagina della Gazzetta dello sport, riferendosi ai celebri campioni
del calcio. «C'è voluta una squadra di periferia, che retrocede in C, per far capire a
tutti come e perchè ci si deve muovere. Il tecnico Sandreani, il presidente Barcè e una
squadra intera per un pomeriggio sono stati la coscienza stessa del nostro calcio. E non
facendo della politica, come ambiguamente ha commentato il sindaco Gentilini, ma
affermando il diritto di essere uomini». |
| Treviso insegna. «Chi non ha apprezzato - osserva Sandro Bocchio
nel suo commento su Tuttosport - è stato l'ineffabile Gentilini. Il quale non
solo aveva già fatto sorridere perchè aveva vissuto come una sconfitta personale la
retrocessione della squadra adducendo motivi di una banalità estrema. Ma perchè a queste
parole aveva aggiunto tutta una serie di contorsioni pur di non prendere posizione precisa
sul fatto in sé. C'è da restare senza parole verso una simile presa di posizione da
parte di chi - in teoria - dovrebbe rappresentare tutti». |
| Faccetta nera. Roberto Beccantini sulla prima pagina della Stampa:
«Quando dalla politica e della sport usciranno i politici alla Gentilini, non sarà mai
troppo tardi». E spiega, riferendosi al razzismo negli stadi: «Treviso è uno dei tanti
iceberg, non la punta dell'unico. Sono minoranze, i paladini della tolleranza zero, ma
sanno come farsi sentire, grazie anche al dettaglio non marginale che i Gentilini non sono
poi merce così rara, e i dirigenti del calcio hanno altro per la testa». Vorrei che il
gesto di Treviso facesse meditare: temo invece, conclude, che faccia un po' di colore e
basta. |
| Fondo di bottiglia. La Repubblica ha affidato a Michele
Serra un commento corrosivo che non risparmia Gentilini. «Spiace, ma non sorprende,
che il famoso sindaco Gentilini, voce eminente di quel leghismo da fondo di bottiglia che
è uscito malconcio ma non domo dalle ultime elezioni, abbia capito niente. Il sindaco non
ha capito (non ci arriva proprio) che la retrocessione in serie C è un evento di
rilevanza minima rispetto al fantastico gol realizzato dalla squadra nella porta
dell'ignoranza endemica di qualche suo supporter». Poi, ancora più acido: «Le sue
spiritosaggini sui neri, il suo disprezzo veemente per gli avversari politici rispondono a
una logica da taverna». |
| Sindaco viola. «Il sindaco sceriffo diventa viola» titola l'Unità che
racconta la giornata del Treviso e le vicende della settimana nella cronaca di Michele
Sartori. |
Mandatelo a casa. «Ma c'è qualcuno che possa mandalo a casa,
commissariarlo?» si chiede Piero Mei sul Messaggero di Roma a proposito
di Gentilini.
E Gianni Giovannetti, sulla stessa pagina: «Gentilini non ha di certo il senso
della consapevolezza né del sostantivo solidarietà, né dell'aggettivo civile». |
alcuni cittadini |
| Landino Vio (Meolo): «Ho vivamente apprezzato il comportamento
dei calciatori del Treviso. Mi sono sentito particolarmente attento e sensibile
compartecipe di quella iniziativa che non è stata, secondo me, solo una prova di
autentico spirito sportivo, ma che dovrebbe anche aver lasciato in tutti un segno,
convinto e profondo, di partecipazione e di solidarietà umana. Peccato il resto! E'
intollerabile che il sindaco di Treviso, commentando l'accaduto, si sia lasciato andare -
come il suo solito del resto - ad esternazioni offensive e di pessimo gusto. Non ci aveva
ancora abituati al peggio. E questa volta le sue parole pesano, per me, più del solito:
più di un macigno. I calciatori del Treviso sono fortunatamente migliori dei loro
politici». |
| Oscar Brambani: «Da un tifoso juventino: siete in C per il
gioco, in A per la dignità. Grazie Treviso! Una domenica davvero da campioni. Peccato che
il vostro primo cittadino, la cui ignoranza e sottocultura non dovrebbero consentirgli un
ruolo così di rilievo, non abbia gradito». |
| Lucio Polo: «Vivissimi, festosi, convinti applausi ai giocatori
del Treviso, neri per scelta esemplare, piena di una spiritosa intelligenza, che peraltro
ha fatto nero il sindaco, al quale la mamma, verosimilmente, non ha ancora insegnato a
tacere. A parlare, come si sa, meno che meno». |
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LA PREOCCUPAZIONE DEL MONDO EBRAICO
da un articolo di A. Gentili
"Messaggero" del 1 maggio 2001
ROMA - «Preoccupato», «indignato», «amareggiato», «rattristato». Si descrive
così il presidente della Comunità ebraica, Amos Luzzatto, dopo aver letto
lintervista del sindaco-sceriffo di Treviso al "Messaggero"...
....«Le parole di Gentilini ci hanno impressionato», racconta Luzzatto durante una pausa
del convegno dellUnione delle comunità ebraiche a Milano Marittima. «Gentilini si
definisce "Mussolini del Nord", parla di "Marcia su Roma". Poi, dopo
un giro di valzer, il sindaco di Treviso puntualizza che la "marcia" sarà
quella dei "barbari del Nord" nel giorno delle elezioni. Ebbene, questo è
razzismo allo stato puro. Perché non, allora, i musulmani del Sud o gli arabi? Anche loro
contribuirono alla caduta dellImpero romano. O no?».
Lei è veneziano, saprà che Gentilini non va pazzo per gli africani.
«Già. So bene che al sindaco di Treviso non piace la gente colorata. Ma non è solo
questo. Gentilini usa paroloni senza senso: "La sentenza di morte" contro
Rutelli che "verrà eseguita il 13 maggio". E poi la difesa di Haider. E,
ancora, i "vagoni piombati" per ricacciare oltre confine gli immigrati
clandestini. Una rievocazione che mi ha decisamente rattristato. Non si può scherzare con
i vagoni piombati. E se Gentilini non scherza è molto, molto, preoccupante».
Il sindaco di Treviso sostiene che i vagoni sarebbero lunico "modo
utile" per rispedire indietro i clandestini.
«Queste cose le diceva anche Eichmann al processo. Sosteneva, come considerazione
tecnica, che quei vagoni erano il modo migliore per trasportare la gente».
Sta accusando Gentilini di proporre metodi nazisti?
«Non so chi altro, se non i nazisti, hanno adoperato quel tipo di treni in Europa. Se il
sindaco ha nozione che esiste qualche servizio sanitario, o qualche Asl, che utilizza i
vagoni piombati me lo faccia sapere».
Per questo lei parla di «frasario preoccupante»?
«Sì, con il frasario di Gentilini si legittima un capitolo storico drammatico. E il
rischio è di abituarsi e di considerare banale, assimilabile, legittimabile, il contenuto
che sta dietro a quelle parole». |
Gentilini e la difesa della razza... piave
Non annacquo la razza Piave
26 agosto 2002
Lo sceriffo si sfoga alle tivù nazionali: "Non voglio casbe nel mio territorio. Non
permetterò a nessuno di annacquare la razza Piave». E' disposto a sistemare (sottolinea
temporaneamnte) «al massimo una o due persone». E gli altri: «Rimpatriamole fino alla
soluzione dell'emergenza».
Sull'occupazione del Duomo non ha dubbi: «Questo è un complotto bolscevico».
Il "Crociato" con il cinturone è pronto a difendere la "razza Piave"
dall'assalto dei mussulmani. |
Solidarietà nera
FORZA NUOVA
«Il Duomo
torni ai fedeli»
Dura presa di posizione di Forza Nuova sull'occupazione del Duomo:
«Esprimiamo la più ferma condanna - dice il segretario regionale di Forza Nuova, Paolo
Caratossidis - di fronte alla sconsiderata e illegale occupazione del sagrato del Duomo di
Treviso messa in scena dai soliti facinorosi esponenti dei centri sociali veneti e da
alcune famiglie di extracomunitari nord-africani. Non è, purtroppo, la prima volta che a
Treviso e in tutto il Veneto questi personaggi si rendono protagonisti di episodi
criminosi»
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La città si divide
La Repubblica
27 agosto 2002
IL RACCONTO / La gente litiga davanti alla chiesa occupata
tra preoccupazioni degli industriali e appelli della Curia
Il sindaco e la "razza Piave"
sul sagrato la città si divide
dal nostro inviato PAOLO RUMIZMACCHÉ razza Piave, cervello di gallina! La vera razza
Piave teneva sempre in casa una pignatta di polenta per i povareti!". Sole alto,
caldo boia; davanti al sagrato del Duomo la cattolica Treviso si sbrana sotto gli occhi
dei musulmani. "Prova, prova ti, mona, a occupar una moschea! I arabi te taia la
gola!". I marocchini sfrattati dalle ruspe guardano il pandemonio ai loro piedi. Non
avrebbero mai sperato tanto. Per strada non si parla d'altro. La città che ha sempre
cloroformizzato i conflitti si abbandona a risse contradaiole, si estenua in incredibili
autoanalisi a cielo aperto. E la razza Piave resta nuda davanti a se stessa e alle sue
contraddizioni. Senza più la mediazione della politica. Piazza dei Signori, ore tredici.
"Che i vada via! I consuma el nostro gas, la nostra acqua, i porta malattie!"
ringhia un pensionato. "Si vergogni - replica un camionista - le piaceva quando gli
svizzeri dicevano le stesse cose di noi?". Risposta: "Intanto mi no son più
paròn a casa mia". L'altro, imbestialito: "Qua bisogneria investir la
tredicesima per comprar un mitra". La temperatura sale, sopraggiungono tre leghisti
doc. "La tolleranza fa confusiòn!", sbotta uno.
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E un altro: "Che se li prenda la Curia questi signori. I preti sono pieni di case,
perché non offrono le loro, invece di predicare solidarietà ad altri?".
Nel suo ufficio, il sindaco Gentilini Gianfranco grida al telefono come Capitan Fracassa.
E' incazzatissimo con tutti: col vescovo, gli industriali, la prefettura. Sono loro che
hanno aperto la strada al "complotto comunista" che manda gli stranieri a
costruire uno stato nello stato per uccidere l'identità veneta. Ormai, è a fine mandato
e lui delle mediazioni se ne fotte. Il podestà-sceriffo ha un credo semplice, elementare
e rotondo. Si riassume in un bisillabo: "Fora", fuori. Chi? La risposta è un
altro bisillabo: "Lori". Loro. Cioè tutti quelli che non sono
"noialtri", la mitica razza Piave.
E' gasato il sindaco che ha mandato le ruspe contro i marocchini. Non gliene frega niente
se Forza Italia e persino An chiedono prudenza. Il suo telefono frigge di congratulazioni.
La rocciosa segretaria biondo platino impugna la cornetta come una "P 38". La
Destra è in linea. Spara: "Gentilini non mollare", "Sindaco sei un
baluardo", "Se cali le braghe, l'Italia è perduta". Interurbane da Cuneo,
Milano, Bergamo, Piacenza. Telegrammi da tutto il Nord. Lo sceriffo scintilla di
soddisfazione e brillantina. A Radio Padania ha appena cantato la stirpe del Nord, che ha
portato "ideali in tutto il mondo, ingoiando rospi e quarantene". Ora inneggia
alla legge Bossi-Fini, che metterà le cose a posto.
A settecento metri, a due passi dal ponte Garibaldi sul fiume Sile, anche il presidente
degli industriali Sergio Bellato risponde al telefono. Dev'essere un
"comunista", perché risponde a chiamate di tutt'altro tenore. In linea ha
industriali di tutt'Italia, preoccupatissimi. Dicono: la Bossi-Fini "fa schifo".
Hanno paura che saltino le mediazioni. Temono che si consumi uno strappo che blocchi la
locomotiva del Nord. Dicono: "Se gli immigrati vanno via, si ferma tutto. Concerie,
macelli, allevamenti, tessile, ristorazione, pulitura strade, carrozzerie, servizi, turni
di notte". E gli industriali, confessa Bellato, sono stufi di essere sotto processo.
"Se facciamo le case per gli immigrati ci accusano di fare ghetti criminali, se non
gliele facciamo ci dicono di fare lo scaricabarile".
Anche la Curia non ne può più delle accuse di Gentilini. Per Don Giuliano Vallotto, che
ha la delega del vescovo per gli immigrati, gli uomini di Bossi hanno dimostrato di
appartenere a "una cultura pagana e fascista". E Lorenzo Biagi, portavoce della
Diocesi: Treviso è stata schiacciata dal "cliché" di Gentilini e dal
"tappo" della Lega. "Questo sindaco è stato un megafono dei mali di pancia
della società e non delle sue più nobili spinte al cambiamento. La realtà è diversa,
la provincia è piena di stranieri accettati e integrati. Soprattutto nelle scuole viviamo
una fase di grande sperimentazione".
Sul sagrato le donne marocchine spazzano il pavimento con acqua e detersivo; un piccolo
atto di rispetto alla città e alla chiesa. Il signor Dafani Mohammed è autista di
camion, è da 24 anni in Italia e da 15 anni ha regolare permesso di soggiorno. Spiega in
perfetto italiano: "Non vogliamo case gratis. Il problema è che se i datori di
lavoro non ci danno una mano, le case sul libero mercato sono inabbordabili per noi".
Ha mani grandi, piene di rughe, da spaccalegna. Sembra anche lui una razza Piave. E,
occupando il sagrato, non sa di avere rispettato una tradizione locale. Nessuno gli ha mai
detto che è dai tempi del Beato Enrico da Bolzano che qui i senza casa vanno a dormire
sotto il Portego del Vescovo.
"Fora!", tuona Gentilini dei parassiti. Poi, appena scavi, tutto si rovescia.
Sarà magari un caso, l'avranno magari studiata i comunisti, ma l'unico dei 24 sfrattati
che non lavora è... l'unico italiano del gruppo. E' un sardo, tristissimo. Con la barba
non fatta, pare il più extracomunitario di tutti. Che tempesta nell'identità di Treviso.
"La vera immigrazione che ha rubato l'anima alla città - racconta il giovane storico
Alex Casellato - è semmai quella recente dei campagnoli veneti che hanno fatto saltare la
leadership della nostra grande borghesia urbana, laica e risorgimentale. Quella razza
Piave è morta davvero. E' stato Gentilini a celebrarle il funerale". |
I bravi discepoli
La Tribuna di Treviso
21 agosto 2002 
IL CASO
Minacce razziste affisse in via Roma
Due coltelli conficcati su un albero per reggere un cartello neonazista
m.b.
Un messaggio inquietante è stato avvistato l'altra mattina in via Roma dai vigili
urbani. Inchiodato ad un albero con un grosso coltello da cucina, su un vassoietto da
pasticceria spiccava la frase «Negri di m... andate via», scritta con evidenziatore
arancione. La firma? Un'inequivocavile svastica. Ai piedi della pianta, un secondo
coltellaccio abbandonato lì.
Un segnale razzista rivolto ai numerosissimi stranieri che sostano ogni giorno tra la
fermata dell'autobus e il pub? Uno scherzo di pessimo gusto? Una bravata? Difficile, per
il momento, dare una risposta a tutti gli interrogativi ancora aperti. Un fatto è certo.
A Treviso i segnali di intolleranza, una volta inesistenti, cominciano a farsi strada.
Del terribile messaggio, si è accorto lunedì mattina un agente di polizia municipale in
servizio in via Roma: una zona, quella della stazione delle corriere, tenuta d'occhio
dalle forze dell'ordine soprattutto perché ad alto rischio per lo spaccio di sostanze
stupefacenti.
Ma non si può fare a meno di ricordare che via Roma è anche quelle della panchina fatta
togliere dall'amministazione comunale. Da allora di tempo ne è passato parecchio. E della
panchina scomparsa non parla oramai più nessuno.
Sono rimasti gli stranieri che si ritrovano numerosi ogni giorno, anche per fare
riferimento al posto telefonico pubblico sorto accanto alla gelateria. Nessun allarme per
quel messaggio, precisano al comando dei vigili.
Resta tuttavia la sensazione amara che qualche cosa, nelle relazioni sociali, stia mutando
anche in città. Quando lunedì mattina il vigile trevigiano ha notato l'inquitente
messaggio, non ha potuto fare a meno di provare stupore.
Erano le 8.20: orario già di traffico sia automobilistico che di pedoni in passeggiata.
Il messaggio era lì con tanto di svastica, puntato contro all'albero con quel
coltellaccio da cucina. |
La Repubblica
24 agosto 2002
Due giovani militanti dell'estrema destra hanno lanciato
una bottiglia contro il gruppo di extracomunitari sfrattati
Treviso, skinhead aggrediscono
presidio di immigrati al DuomoTREVISO - Situazione sempre più tesa a Treviso dove una
trentina di extracomunitari magrebini dormono da due notti sotto il colonnato del Duomo
dopo essere stati sfrattati dalle case Ater di Treviso. Stanotte alcuni giovani
appartenenti ad organizzazioni di estrema destra li hanno aggrediti, intorno alle 3 della
scorsa notte, con insulti razzisti e il lancio di una bottiglia. Gli sconosciuti, che
sarebbero stati anche ripresi da un video amatoriale, sono poi fuggiti all'arrivo della
polizia....
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La Tribuna di Treviso
3 settembre 2002 
Cartello appeso ad una cancellata
«No extracomunitari e zingari»
IL CASO Gli sbarramenti dell'incultura
di Antonio Frigo
Guardate il cartello ritratto nella foto a destra. A qualcuno ricorderà quelli che
apparivano in Svizzera e in Germania nel primo Dopoguerra. Vi si leggeva: «Vietato
l'ingresso ai cani e agli italiani».
Qualcuno che, per ragioni anagrafice, avrebbe potuto ricordarlo, per ragioni politiche lo
ha dimenticato in fretta e ne ha dato prova la scorsa settimana, durante la vicenda dei
magrebini sfrattati e costretti a dormire sotto il colonnato del Duomo. Ma proprio in quei
giorni, chi tutto questo lo ha patito sulla propria pelle, si è fatto vivo per raccontare
e per ammonire gli intolleranti. Per rinfrescare la memoria a chi l'avesse... voluta
perdere, potrebbe bastare la foto che pubblichiamo e che è stata scattata domenica dal
nostro reporter.
Per vedere il capolavoro "dal vivo", basta andare nelle nostre ricche campagne,
magari dalle parti di Zero Branco, dove, tra una "caccia al boa" e una festa
strapaesana inneggiante al dio peperone, le colture producono ricchezza economica e,
talvolta, incultura sociale. Da queste parti come altrove, sorgono dei veri e propri
fortilizi, casematte da «Linea Maginot del buonsenso» che sbarrano il passo al nemico,
per difendere la «casa» e la «roba».
Chi è il nemico? Rubando le parole a un noto giornalista-scrittore, passato per Treviso
nei giorni in cui Gentilini, per evitare l'annacquamento della Razza Piave, le dava da
bere dosi massicce di intolleranza, il nemico sono «Lòri». Lòri chi? «Lòri». Ovvero
«gli altri». Inutile dire che i cartelli non riescono a tener lontani i ladri e che,
quindi, l'altolà espresso dall'anonimo rappresentante della tribù dei Razzapiave (più
Sile che altro) è uno sbarramento ideologico più che un deterrente per chi volesse
intrufolarsi nel Sancta Sanctorum del radicchio precoce e del peperone quadrato. Qualcosa
di simile si dev'essere visto anche in Sudafrica ai tempi dell'apartheid, con i risultati
che ben conosciamo e con intolleranze rovesciate e cruente.
Guardiamo dunque quel cartello, appeso a una «signorile» cancellata in ferro battuto che
sbarra il passo all'entrata di una grande casa colonica, preannunciata da uno pseudogarage
che custodisce il gippone-status-symbol. C'è scritto «No extracomunitari, no zingari -
e, in testa al tutto - no testimoni di Geova», considerati quindi un'etnia e non una
religione.
Il divieto d'ingresso ai cani? Quello no: i cani sono all'interno. Magari zannuti, a
difesa della «roba», come testimonia il cartello «attenti al cane» lasciato a monito
di chi volesse tentare di intrufolarsi nel tempio del benessere che profuma ancora di
recentissime «polente e scopetòn». Alle quali si ha ancora il timore di tornare per
colpa di «testimoni di Geova, extracomunitari e zingari».
Gli unici ad aver fatto il salto di qualità, in questo tipo di cultura, sono loro: i
cani. Meglio se da difesa o da combattimento. Meglio se Razzapiave, magari con un fiuto
particolare per testimoni di Geova, extracomunitari e zingari.
Sono passati dall'altra parte della barricata e adesso azzannano gli antichi compagni di
sventura. |
|
La
Tribuna di Treviso
3 settembre 2002
Fuoco al cassonetto della Caritas
Distrutto dalle fiamme a S. Lazzaro il raccoglitore di vestiti usati
Don Baratto: «Spero si tratti solo dell'azione di qualche
vandalo»
L'attentato arriva al culmine della polemica di Bossi contro il
vescovo e l'associazione E i muri si riempiono di scritte e volantini
Distrutto dalle fiamme, ieri notte, uno dei cassonetti per la raccolta
dei vestiti usati che la Caritas destina ai poveri e non solo agli
immigrati. Ad andare completamente distrutto, assieme al suo contenuto,
quello posizionato in via Terraglio, poco lontano dalla chiesa di
San Lazzaro.
Che le fiamme siano dolose non c'è dubbio. Resta da capire
se si tratti di una bravata o piuttosto degli effetti della polemica
innescata da Bossi contro la Chiesa, i vescovi e in particolare
proprio contro la Caritas. Associazione nei cui confronti il ministro
domenica sera, proprio a Treviso, ha usato parole sprezzanti lanciando
accuse gravissime.
«Parole fuori senno», «sproloqui e spropositi»,
«inconcepibili sulla bocca di un ministro della Repubblica
contro il mondo cattolico»: così, martedì Avvenire
l'organo della Cei (la conferenza dei vescovi italiani) definiva
l'intervento di Bossi sugli immigrati e i cattolici. In una breve
nota intitolata «E sugli stranieri il senatur sbaglia strada»,
il quotidiano cattolico scrive tra l'altro che «con l'intenzione
(fallita) di sostenere un sindaco in difficoltà», proprio
a Treviso «saltano i nervi al senatur, dopo le recenti decisioni
del governo che hanno visto la Lega isolata nella coalizione, e
il ministro sbaglia indirizzo».
La polemica è insomma incandescente, proprio mentre rischia
di tornare d'attualità l'emergenza alloggi e i centri sociali
preparano la manifestazione di domenica prossima contro il razzismo.
Ora queste fiamme potrebbero incendiare ben altro che quattro stracci,
anche se don Bruno Baratto che della Caritas trevigiana è
direttore si guarda bene da alimentare polemiche: «Per quanto
ne so è la prima volta che succede - ammette, per precisare
subito dopo - mi auguro solamente che si tratti del semplice gesto
di qualche teppista. Siamo stati fin troppo sulle prime pagine dei
giornali in questo periodo».
Fine della storia? Sicuramente per quanto attiene ai fatti. Resta
il timore che qualche invasato cominci a sentirsi incoraggiato da
una polemica che per quanto aspra dovrebbe rimanere nel solco verbale.
Purtroppo, qualcuno è già passato ai fatti, come i
tre estremisti di destra che hanno scagliato bottiglie e slogan
contro uomini, donne e bambini immigrati accampati tra le colonne
della Cattedrale. Purtroppo, sui muri (ad esempio Castelfranco)
sono apparse scritte firmate dall'estrema destra che dicono «Rossi
al forno e le loro madri come contorno», «A chi occupa
una chiesa danno la casa, a chi occupa un campanile 5 anni di galera»,
tralasciando il fatto che il campanile è stato comunque preso
dopo che era stato sequestrato un traghetto con equipaggio e passeggeri.
Senza dimenticare i demenziali volantini anonimi attaccati in molti
muri di Treviso che accusano chi aiuta gli immigrati di contribuire
all'invasione islamica, mettendo in pericolo la nostra civiltà.
Nessuna di queste azioni è ascrivibile alla Lega in alcun
modo. E mai i leghisti sono andati, in tanti anni di militanza politica,
al di là delle parole. Ma le parole possono scatenare odii
e azioni. D'altronde non era stato il sindaco Gentilini ad affermare
in piena emergenza-Duomo: «Non consentirò che venga
annacquata la razza piave»? Poi ci ha pensato Bossi ad andare
oltre. |
Un doveroso ricordo della propria storia
Le gesta del leghista Gentilini e la memoria veneta
GLI ANTENATI DI SUPER G «Basta con l'invasione delle Pelli-oliva!». Se fosse emigrato
lui, pochi decenni fa, in un paese di xenofobi parenti suoi qual era l'Australia, il
sindaco trevisano Giancarlo Gentilini si sarebbe trovato davanti a titoli come questo,
d'un giornale di Melbourne. Era il 1925 e quei sud-europei «troppo piccoli e troppo scuri
di carnagione» che potevano «contaminare la purezza della razza bianca chiamata a
governar l'Australia», come aveva gentilinamente spiegato il premier Alfred Deakin, erano
di «razza Piave». Quella che lo «sceriffo» veneto teme che oggi sia «annacquata»
dagli immigrati, «gente che a casa sua era inseguita dalle gazzelle e dai leoni». Di
«razza Piave» erano allora gran parte dei tagliatori di canna da zucchero del
Queensland, dei cercatori d'oro di Kalgoorlie (teatro nel 1934 di una orrenda caccia
all'italiano con morti e devastazioni), dei vignaioli della Riverina. Brava gente, onesta,
lavoratrice. Bollata dagli «sceriffi» australi con le stesse accuse: «si ammassano come
animali», «sono un vivaio di malattie fisiche e sociali», «inquinano la razza».
Sono anni che il sindaco del capoluogo veneto le spara grosse.
Un giorno barrisce che i clandestini vanno deportati «con i vagoni piombati» (con un
occhio benevolo solo per le prostitute «navi scuola della gioventù»), un altro sbuffa
che lo scrittore Comisso «in fondo el gera reciòn», un altro ancora avverte gli
ulivisti che saranno fatti fuori come i conigli con «un colpo secco alla nuca per non
farli soffrire». E sono anni che, mentre le sinistre insorgono scandalizzate, le destre
la buttano sullo scherzo: è fatto così, non va preso sul serio, fa solo delle battute...
Stavolta, furente dindignazione, gli si è levato contro anche il vescovo di
Treviso, Paolo Magnani, che già l'altro ieri aveva portato la sua solidarietà ai
marocchini senza casa accampati sul sagrato del Duomo: «Provocazione per provocazione, la
"razza Piave" la annacqua Gentilini». Lui ha fatto spallucce. E dopo aver
spiegato al vescovo come dovrebbe fare il vescovo («non vogliamo linquinamento da
parte di altre religioni»), è tornato a cantare le lodi della sua «razza Piave, stirpe
che è stata onesta, lavoratrice e rispettosa delle leggi». Di più: una gens che ha
dimostrato in ogni dove la sua «superiorità».
Cosa ne pensino Fini, Casini o Berlusconi, che qualche mese fa a «Porta a porta» sbuffò
contro le accuse ai leghisti di xenofobia («Ma perché questa parola dovrebbe avere un
significato così negativo?»), si vedrà. Certo è che, nel suo furioso ringhiare contro
gli immigrati Gentilini ha toccato temi che i 5 milioni e mezzo di veneti e friulani (tra
cui circa 600 mila trevisani) partiti da quelle terre un tempo poverissime per andare «a
catàr fortuna» in Paesi ostili, hanno provato sulla loro pelle.
«Super G», comè affettuosamente chiamato dalla Padania , dice che «le donne e i
bambini» extracomunitari «devono ritornare a casa» perché sono solo un peso? Leggete
cosa scriveva 30 anni fa James Schwarzenbach, lo svizzero che scatenò una violenta
campagna di odio contro di noi: «I vecchi, le mogli, i figli degli italiani sono braccia
morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro duna congiuntura
lo stesso benessere dei nostri cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello. Respingere
dalla nostra comunità immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel
giro di pochi anni, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro
posizione sociale».
Trentamila bambini nascosti, avevamo ancora negli anni Settanta in Svizzera: trentamila
bambini siciliani e pugliesi e «razza Piave» che, come dimostrò un libro di Marina
Frigerio e Simone Burgherr mai edito in Italia ma fatto conoscere sul Corriere da Maurizio
Chierici, erano costretti dalle leggi svizzere (avverse ai ricongiungimenti) a vivere
chiusi in casa come Anna Frank e frequentare scuole clandestine.
«Super G» declama che, a differenza dei nostri immigrati di oggi, agli emigrati veneti e
friulani «davano una baracca e di una baracca facevano una reggia»? Il regio ispettore
Giacomo Pertile ha lasciato resoconti diversi. Spiegava daver visto alla vigilia
della Grande Guerra in Germania, dove i nostri erano in quel momento quasi tutti «razza
Piave», dormitori «che sembravano stalle dove dovevano abitare circa 50 operai. Non
aria, non luce; il letto consisteva in un vecchio pagliericcio indecente. L'aria era
umida, corrotta, fetente, irrespirabile; solo degli animali potevano vivere là dentro».
Al Sempione, denunciava ancora, i nostri stavano in «due o tre per letto» ma «in quegli
stessi letti, a una mezzora di intervallo, dormivano in egual numero e nello stesso
modo altrettanti operai appartenenti alla squadra di minatori a cui i primi dormienti
avevano dovuto succedere nella galleria!». In Belgio, scrive in Sopravvissuti per
raccontare Abramo Seghetto, dormivano «come nei pollai» in «cantine» come a Flenu con
«1.800 letti e due cessi».
Quanto al degrado sanitario, alla stazione di Basilea gli italiani accusati di «pisciare
dalla finestra» erano così malvisti che nei primi decenni del Novecento (e si trattava
ancora nella stragrande maggioranza di lombardi, piemontesi, romagnoli, veneti, friulani)
non avevano neppure accesso alla sala daspetto di terza classe. Ne costruirono due o
tre in fila, solo per loro, sempre più lontane e immonde. Dove, spiega un rapporto di
polizia pubblicato dallo storico Peter Manz, «carta, bucce darance, resti di cibo
dogni genere, pelli di salumi etc... erano sparsi in gran quantità sulle panche,
sui tavoli e sul pavimento. Le tazze dei gabinetti erano in parte stracolme di carta e di
feci; sul pavimento si trovavano masse di feci poiché i servizi igienici non venivano
più usati dalle persone che defecavano sul pavimento». Prenda nota, lo «sceriffo». Un
conto è il sacrosanto dovere di mantener lordine e il decoro di una città, che
tutti gli riconosciamo, un altro il razzismo. O anche i suoi e i nostri nonni erano
«inseguiti da gazzelle e leoni»?
di GIAN ANTONIO STELLA |
UN INTERESSANTE SITO SULLO "SCERIFFO"
Grazie all'amico _bus3


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