Tradizioni
San Giorgio Jonico e Paesi di Area Tarantina

 

I giochi e gli intrecci della memoria

La festa del santo patrono San Giorgio

IL COLORE DEI RICORDI

     
 

I giochi e gli intrecci della memoria 

(Relazione tenuta il 28 marzo 2008  nel Castello d’Ayala Valva di Carosino nell’ambito del progetto culturale “Carosino letterario” a cura dell’assessore alla cultura Maria Teresa Laneve)

Sono grata a Maria Teresa Laneve per avermi affidato questo tema che mi offre l’opportunità di intraprendere un viaggio a ritroso sulle tracce della memoria

Perché fare un tuffo nella memoria è come fare un tuffo nella nostra storia, nel nostro vissuto quotidiano di qualche tempo fa che non abbiamo mai del tutto dimenticato. Se la frenetica vita di ogni giorno ci porta a dimenticare è bene che noi riportiamo alla mente, riportiamo in vita…riesumiamo…quei ricordi, quelle storie, quei fatti, quegli intrecci che rappresentano la trama e l’ordito della nostra vita passata. Sono eventi che hanno disegnato qualcosa come un arazzo…come un tappeto damascato, come un quadro che rappresenta scene bucoliche,scene di serenità.

Intraprendo pertanto un escursus sulle nostre usanze, sulle nostre tradizioni, sulle credenze, sui rituali, sui modi di dire, che sono davvero tanti e che rappresentano un vero e proprio patrimonio storico da custodire, da salvaguardare,per lasciarle in eredità ai nostri figli, perché un giorno sfogliando questo libro di ricordi possano ritrovarsi dinanzi a quelli che siamo stati noi una volta, sperando che provino meraviglia e stupore scoprendo come eravamo felici con poco..

Cominciamo dalla nascita, per accompagnare “l’uomo” in questo percorso a ritroso sul sentiero dei ricordi,,e mi preme dire che quanto dirò sarà basato esclusivamente

sulle mie personali esperienze e percezioni, cioè come l’ho vissuta io questa vita…facendo appello a tutto ciò nei miei anni ho accumulato nel bagaglio dell’anima, dall’infanzia fino ai miei giorni attuali.

Cominciamo con la nascita.

Si nasceva in casa , non era prevista l’ospedalizzazione per la donna che doveva dare alla luce un figlio, cosa che fu decretata obbligatoria negli anni 70 onde garantire un minimo di sicurezza e di protezione sanitaria sia alla madre che al bambino .L’evento nascita era la cosa più naturale di questo mondo, l’attesa di un figlio era qualcosa di stupendo..

La donna incinta attendeva alle sue mansioni fino all’ultimo giorno, se era casalinga lavava, cucinava ,si occupava della casa e degli altri componenti la famiglia senza tanti riguardi per il suo stato se invece era una bracciante lavorava nei campi  fino a quando era possibile . Quando nasceva il bimbo  la madre si alimentava nei primi giorni con un brodo leggero di colombo…(lu palummieddu) una carne delicata e leggera che le consentiva di produrre subito il primo latte per sfamare il neonato che veniva allattato elusivamente al seno. Stupisce come oggi le donne, dopo il primo mese se pure ci arrivano dicono di aver perso il latte…mentre la donna di un tempo allattava il proprio figlioletto al seno fino a quando questi cominciava a far sentire la morsa dei suoi dentini sul capezzolo della mamma.

Quando il piccolo piangeva e non era tempo di dare la seconda poppata il bambino veniva tacitato con un simpatico espediente. Si metteva in un telo pulito un po’ di mollica di pane e zucchero, lo si intingeva nell’acqua e si dava da succhiare al piccolo che piangeva ,a mò di tettarella. Questo  naturale rimedio che si rivelava efficace quel tanto che bastava si chiamava “ pupieddu”.

Verso i tre mesi la madre introduceva piccoli bocconi di cibo premasticato nella bocca del neonato, cosa che oggi il solo pensiero fa rabbrividire , per iniziarlo ad assaporare il gusto delle minestre che si consumavano in famiglia…

Il primo piatto “solido” del bambino da svezzare era il pane cotto.

Cioè un pasto costituito da pane raffermo bollito con una foglia di alloro e condito con zucchero e un filo d’olio Era un pasto nutriente che saziava il piccolo senza tanto dispendio di denaro per la famiglia, cosa che avviene oggi per l’acquisto del latte artificiale con il quale si allevano i figli.

Nei quaranta giorni che seguivano il parto la donna non poteva fare il bagno, lavarsi i capelli, non poteva prendere freddo, perché si riteneva vulnerabile e soggetta a prendere delle cosiddette “debolezze” che si sarebbe portata dietro per lunghissimo tempo. Non so esattamente se questo corrisponda a verità o fa parte di tutto quel bagaglio culturale tramandato dalla credenza popolare.

 

 Si battezzava il neonato quanto prima e i padrini e le madrine erano necessariamente scelti tra i testimoni di nozze, almeno per quanto riguardava il primo figlio. Tagliare la prima volta le unghie al neonato era un privilegio “minore” affidato ad una persona amica, una vicina o una parente. Era un rito semplice e simpatico: per tagliare le unghie al piccolo il quale quando piangeva e frignava si graffiava tutto il visetto con le unghie affilate come lamette. Si prendevano delle forbicine sterili e si procedeva al taglio delle unghie. Fatto ciò la “commare” regalava una piccola somma di denaro o altro oggetto prezioso.

Il bambino veniva al mondo con l’aiuto della “mammara” l’ostetrica comunale che aveva in cura la donna incinta e la seguiva fino al parto e ancor di più fino alla caduta dell’ultimo residuo di cordone ombelicale del nascituro. Recandosi quotidianamente in casa della neo mamma  aiutandola a fare il bagnetto al piccolo nato e consigliandola nei piccoli problemi post partum che si dovessero presentare .

Fino ad un anno e oltre, il bambino veniva fasciato con una fascia stretta tessuta al telaio da abili tessitrici… e restava fasciato fino al raggiungimento del primo anno. Poi a grandi passi il figlio cresceva, si metteva a scapolare nel girello, un rudimentale strumento di legno nel quale si introduceva il bambino per lasciarlo scorazzare in casa e sollevare finalmente la madre dal suo dolce peso. La lieta stagione dell’infanzia era breve, i ragazzi erano subito messi a bottega presso i pochi artigiani che si trovavano in paese: il barbiere, il fabbro, il calzolaio, il muratore, il falegname. Le bambine frequentavano le “maestre” (sarte, ricamatrici, tessitrici) per imparare a tenere l’ago in mano. Le maestre erano donne, quasi sempre nubili, le quali avendo appreso l’arte del cucito o del ricamo la trasmettevano alle loro allieve dietro modesto compenso. Le donne erano tutte tenute a saper tenere l’ago in mano perché ciò era una loro prerogativa indispensabile, una dote che le rendeva maritabili e le qualificava al di sopra di un’altra che non sapesse fare nulla. Si riteneva, a torto o a ragione, che la donna che allattava al seno non restasse incinta per tutto il tempo dell’allattamento pur avendo dei rapporti coniugali completi, sta di fatto che dopo dieci o dodici mesi dalla nascita del primo figlio ne nasceva quasi sempre un secondo e un terzo, dando vita a famiglie numerose e ricche di figli, tutti allevati con grande amore e spirito di sacrificio che oggi ci lascia ammirati, tenuto conto delle precarie condizioni economiche delle famiglie di allora basate soprattutto sui salari modesti percepiti dal capofamiglia.

LA GIOVINEZZA

Per le giovani ragazze le occasioni per ritrovarsi insieme, per uscire e divertirsi erano davvero poche e riconducibili a precisi momenti dell’anno come la Pasquetta, ovvero lu carsunieddu e la festa di Santa Maria. Queste e altre occasioni di cui vi parlerò offrivano a tutte o quasi l’opportunità di uscire dalle pareti domestiche e dai guardinghi e severi sguardi di papà e dei fratelli maggiori. Le località marine erano denominate con nome strani ricavati dagli appezzamenti di terreni circostanti: saimbò, patruvale, cimino, lu cumento detto anche “li vattinieri” erano le ambite mete che consentivano di godere di qualche giorno di sole e di spensieratezza. Non di minore importanza erano le scampagnate sobbr’allu monte, ovvero la collina Sant’Elia che dividiamo con i paesi di Roccaforzata e di Monteparano. La festa patronale era una ghiotta occasione per i giovani di farsi fare dai genitori un abito nuovo per passeggiare nel corso e per le vie illuminate a giorno e farsi ammirare dai giovanotti accorsi da tutti i paesi vicini e persino dalla lontana Taranto. Bancarelle piene zeppe di palloni copeta, noccioline, torrone ed ogni ben di Dio si vedevano solo in quelle rare occasioni, attese con trepidante gioia dai giovanotti come dalle signorine, specie quelle da marito. Il fidanzamento durava dai due ai cinque anni, il tempo necessario per conoscersi reciprocamente, tentando non sempre con successo, di indovinarsi i caratteri. Ad un primo scambio di anelli seguiva un rituale ben preciso di scambi di doni: se lui regalava qualcosa alla fidanzata in occasione delle Palme la fidanzata ricambiava il dono il giorno di Pasqua. A Taranto si usava per esempio da parte del fidanzato di regalare la scarcella alla fidanzata con tante uova per quanti figli intendeva volere da lei una volta sposati. Per la festa patronale ci si scambiavano gli inviti a pranzo, reciprocamente. Quando ci si sposava, qualche giorno prima si esponeva la dote agli sguardi dei vicini, dei parenti, delle amiche. Si allestiva un baldacchino e si metteva in bella mostra tutte le lenzuola, gli asciugamani, i copriletti, il pentolame, ecc. ecc. Per l’occasione si usava dire: un corredo a pann’a dieci, a pann’a otto, ecc. per significare che la sposa o lo sposo portava in dote dieci lenzuola, dieci coperte, dieci servizi di piatti, ecc. Era in uso, anche una strana usanza, detta “ti la zita scinnuta” cioè di quella ragazza che veniva rapita contro la sua volontà o si faceva rapire con suo stesso consenso per farsi sposare nel caso vi fossero difficoltà economiche in famiglia oppure per “forzare la mano” ai familiari qualora non ci si sentiva accettati. Alla fuga o al rapimento quasi sempre, a denti stretti, seguiva il matrimonio riparatore. La sposa non indossava l’abito bianco degno della purezza, ma un tailleur quasi sempre chiaro e il rito non avveniva nella chiesa grande, all’altare centrale, ma al riparo di sguardi curiosi, in sacrestia o in qualche cappella secondaria.

Il “ Pranzo” di nozze  si teneva a casa dello sposo.

Per l’occasione si chiamava un cuoco  professionista che si occupava di preparare il pranzo nuziale, costituito da: verdure in brodo di carne di maiale (minestra verde), orecchiette e cannelloni.

Con  involtini di carne di vitello o di cavallo, polpette e carne di agnellone a pezzi si preparava il ragù per condire la pasta che doveva necessariamente essere cosparsa di formaggio pecorino paesano;  le carni al sugo e l’agnello con le patate cotto al forno erano le ambite portate del “secondo”  perché erano piuttosto rari i piatti a base di pesce, specie nei paesi. Carciofi, lampascioni (tuberi selvatici amarognoli) e cavolfiori fritti; verdure crude, tra le quali, sedani finocchi, ravanelli e quant’altro venivano serviti ai commensali invitati per meglio gustare le portate principali. Seguivano noci, nocciole e mandorle,lupini e castagne secche;  biscotti di ogni genere (castagnette, paste ricce di mandorle, amaretti, friselline e angioletti) erano la degna conclusione del lauto pranzo di nozze, il tutto innaffiato con vini locali e rosolio fatto in casa, con le essenze.

Era usanza, per  i novelli sposi , rispettare un periodo di “dolce clausura” di circa 7 giorni,( il viaggio di nozze era ancora una chimera) durante i quali erano fatti segno di affettuose premure da parte dei familiari che li fornivano discretamente di ogni genere di “comforts”.

Trascorsi otto giorni facevano la loro prima uscita pubblica recandosi a pranzo dai genitori di “lui” o di “lei”. Nel corredo, infatti, era previsto “L’abito o il Tailleur dell’ottavo giorno”, con il quale gli sposi affrontavano gli sguardi curiosi,ma benevoli di tutto il parentado.

La Domenica successiva alle nozze si recavano presso uno Studio Fotografico , con abiti, accessori ed eventuali…damigelle, per sottoporsi al magico rito della Fotografia.

 La vita scorreva limpida e serena: le sere d’estate ci si metteva a godere il fresco davanti alle proprie abitazioni, le sere d’inverno la famiglia si radunava attorno ad un braciere o allu fucaliri: si raccontavano storie di fantasmi e di lauri, gli spiritelli dispettosi che annodavano le criniere dei cavalli e la notte si appollaiavano sullo stomaco delle donne e arruffavano i loro lunghi capelli in nodi inestricabili. L’estate, di controra non si usciva da casa, i bambini erano costretti al silenzio per non disturbare il riposo dei grandi, si faceva il pane in casa e si portava al forno pubblico anzi, veniva una fornaia a prelevarlo, adagiato su lunghe tavole infarinate e coperto con coperte di lana. Ai piccoli di casa la mamma o la nonna soleva fare una bambola di pane detta lu monicu. In estate si utilizzava l’uva passita raccolta pazientemente durante la vendemmia, per confezionare un prelibato pane cu lli passili o con le olive nere. Si mangiava tutti nei piatti reali quelli fatti a Grottaglie, col galletto centrale decorato a mano. Nelle famiglie numerose gli abiti passavano da una sorella all’altra, da un fratello all’altro. Si attingeva l’acqua alla fontana pubblica o dai pozzi che quasi tutti avevano nell’orto. Ovvero un piccolo spazio cementato facente parte della casa dove si coltivavano le erbe utili alla cucina: prezzemolo, basilico, salvia, ruta ed altro, e quasi sempre una piccola pergola per dare ombra e ristoro. In un angolo un po’ più appartato dell’orto un piccolo o grande pollaio dove si allevava qualche gallo e qualche gallina per avere l’ovetto fresco per il piccino di casa, per l’ammalato, per la persona di salute cagionevole alla quale era destinato anche quel quinto, quel quarto di latte munto direttamente dalle capre portate in giro nel paese dal massaro. Intorno all’evento terminale della morte c’era tutta una serie di usanze e tradizioni che vanno inesorabilmente scomparendo. Ma che mi piace qui ricordare, cioè quella della veglia fatta attorno al catafalco del defunto da tutti i membri della famiglia, dagli amici più stetti, dai vicini di casa, i quali si preoccupavano di portare con molta discrezione ogni genere di conforto soprattutto latte, caffè d’orzo, biscotti ed altro ai parenti del defunto e l’indomani, dopo la sepoltura all’imbrunire, si portava il cosiddetto cunsulu. Si disponeva tutto in grandi cesti di vimini, usati esclusivamente per questo motivo, si portava di tutto dalla pastasciutta al brodo, dalla carne alle verdure crude, formaggio grattugiato, e frutta. Per sette giorni, infatti, nella famiglia colpita da un lutto no si poteva né si doveva cucinare, non si poteva spazzare la casa: era come scacciare l’anima del defunto che si aggirava ancora tra le pareti domestiche. I parenti non attendevano a nessun dovere familiare se non quello di stare seduti ad attendere le persone che andavano allu visitu. Si osservava un lutto stretto intendo con questo parlarvi del lutto inteso come abiti neri, nero totale, dalla testa ai piedi, per circa tre anni. La morte come la nascita era regolata da ferree regole osservate coscienziosamente senza ribellarsi, senza opporre resistenza, faceva parte della vita, di quella parabola umana che oggi ci siamo fermati a rivedere come alla moviola sperando di avervi fatto riflettere e ricordare di come eravamo più ricchi quando eravamo più poveri.

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La festa del santo patrono San Giorgio

 

Ai primi tepori del mese d’Aprile, si comincia a percepire nell’aria l’atmosfera di festa

La festa per eccellenza. La festa del santo patrono San Giorgio. A questo valoroso santo infatti i sangiorgesi, hanno sempre riservato un culto intriso di grande devozione e sacro rispetto.

Di gente semplice era costituita la popolazione sangiorgese fino agli anni 50/60, ( il nome Giorgio, che deriva dal greco, vuol dire appunto coltivatore della terra, contadino)   gente laboriosa dedita al lavoro dei campi tra  cui vi si trovava qualche raro e onesto commerciante, qualche artigiano, qualche professionista. Non mancavano notai , farmacisti, ragionieri, medici, professionisti specializzati nelle varie specializzazioni volte ad espletare pratiche di interesse pubblico. La classe docente, di venerata memoria, trasmetteva  agli alunni, oltre che le nozioni del leggere e dello scrivere, anche i veri valori morali , sociali e religiosi che, in seguito hanno caratterizzato intere generazioni di sangiorgesi.  La devozione al santo patrono era sacra. Quando passava la “Nota” ovvero la commissione dei festeggiamenti, per le vie del paese, la gente rispondeva con grande generosità, donando, come mi diceva mio nonno, buon’anima, il salario di un’intera giornata di lavoro per contribuire alla buona riuscita della festa. Tutti ci sentivamo “motivati”. Tutti eravamo interessati. La festa era attesa da tutti: fanciulle, donne, uomini , bambini, giovani ed anziani pregustavano la gioia di questa festa, chi per un motivo, chi per un altro. Ma il motivo predominate era quello di far festa al patrono. Il motivo dominante era quello religioso.

I genitori di una volta, entrando nella Chiesa Madre, con i loro piccoli, li avvicinavano al santo,

educandoli a fare la sua conoscenza. Additavano loro il santo, la lancia …il drago.. il mantello.

Fin da piccoli, entrando in chiesa, ci si soffermava davanti alla policroma statua del santo, di pregevole fattura, opera di maestri cartapestai  di scuola leccese , che   richiamava devoti e visitatori da ogni dove. Le luminarie che addobbavano con miriadi di lampadine tutto “il Corso” (Corso Umberto) fino ad una buona parte della Vianova (via Lecce, via Roma,)e la piccola Piazza antistante la Chiesa Madre, erano uno spettacolo che affascinava i bambini e forniva agli adulti argomento di conversazione per diverse settimane.. Teli di broccato dal vivido colore rosso coprivano tutte le pareti libere della Chiesa. La pedana, dove veniva intronizzato il santo, era ricoperta dello stesso colore e bordato con frange e greche dorate. Il basamento ligneo che faceva da supporto all’effige del santo era ricoperto di fiori rossi, a simboleggiare il martirio, offerti da qualche devoto, il quale però, voleva sempre restare nell’anonimato. Le Sante Messe, erano sempre sovraffollate. Specialmente quella alla quale seguiva la solenne processione del santo. Tutto il paese seguiva la processione. Nelle case restavano solo le donne più anziane, i vecchi, gli ammalati. Tutti però si assiepavano lungo il percorso della processione per vederla passare, potersi segnare col segno della croce: invocare la potente intercessione del santo. Si preparavano cestini con petali di fiori da spargere al passaggio del Patrono, altri con diverse possibilità economiche, facevano sparare una sassaiola di fuochi d’artificio, allorquando la statua di San Giorgio giungeva all’altezza della propria abitazione. Terminata la processione, il cui percorso è rimasto immutato,  si rientrava nelle case, si faceva festa, una festa più familiare: un buon ragù di carne, qualche polpetta in più, le noccioline comprate sulle “bancarelle” degli ambulanti che giravano di festa in festa, per vendere le loro prelibate mercanzie: torrone, cupèta, mandorle , noci, lupini, pastiddj: e ancora palloni, palloncini, cinture, orologi, occhiali, organetti a bocca, cappelli, borsette, soprammobili e oggetti fra i più svariati. L’opera lirica, suonata sulla grande cassa armonica, situata in Piazza Margherita, oggi Piazza San Giorgio, era attesa e gustata dagli appassionati della Musica e costituiva il momento clou della festa a pari merito con i fuochi d’artificio. Il Passeggio lungo il Corso e lungo tutte le strade illuminate a festa, ai lati delle quali si disponevano le “bancarelle”  continuava fino alla mezzanotte, momento in cui ci si portava sobbr’allu monte. Ovvero in una zona più aperta e meno abitata, per godere dello straordinario spettacolo dei fuochi pirotecnici, che tenevano con lo sguardo fisso verso il cielo tutti coloro, i più irriducibili, che si erano goduti la festa fino a tarda ora. Giovani ,provenienti da tutti i paesi vicini  e persino dalla “lontana” Taranto, venivano alla festa per adocchiare qualche bella fanciulla del luogo e magari farle la “dichiarazione” dopo debito e lungo corteggiamento, come si usava fare una volta.

Oggi, molte cose che qui vi ho descritto, sono state totalmente stravolte, dimenticate, accantonate come abiti smessi. C’è voglia di nuovo. C’è in molti la voglia di rinnovarsi, ma in molti persiste la nostalgia del passato. Di quel tempo cioè, quando ci sentivamo tutti degnamente rappresentati dal cavaliere di Lydda , e trovavamo protezione sotto la gloriosa egida del suo mantello rosso.

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IL COLORE DEI RICORDI


Mi chiedo sempre più spesso a chi lascerò in eredità il colore dei ricordi, il sapore di un grano duro che dava un pane inimitabile.

A chi lasciare i suoni cadenzati dei torchi nei palmenti, che propiziavano la spremitura del primitivo.

A chi parlare dei silenzi della magica Controra, quando lo scalpiccìo di teneri passi intenti al gioco, rompevano il guscio dell'ora pomeridiana, consegnata al silenzio, per consentire un breve riposo alle madri.

Suoni, profumi e silenzi che restano avvolti in una sorta di nube, che a tratti si apre e lascia intravvedere qualche vivido spaccato di vita di un tempo che già chiamiamo RICORDO.

C'è alcunché di sacro nel rievocare, per esempio, il tempo della vendemmia, quando, in una famiglia su due si "entrava" quel tanto di uva per ricavare il vino necessario al fabbisogno familiare.

Per tutti i bimbi del rione ciò rappresentava una ghiotta ed attesa occasione.

Quando giungevano i carri (traìni) con i tini colmi di uva nera, proveniente dalle terre della Baronìa, di San Giovanni o dalle proprietà dei Montefusco, i ragazzini accorrevano come chiamati da un impercettibile richiamo.  Ognuno sperava  di sottrarre qualche grappolo, mentre la massa d'uva veniva rovesciata all'interno dei palmenti (paramiènti) dove, aiutati da pale e forconi, i contadini  spingevano i grappoli dabbasso, verso grandi vasche di cemento, per essere pigiati.

Come calano i passeri al tempo della mietitura sui campi di grano, così accorrevano i monelli scalzi, a rubare grappoli già intrisi di mosto.

A qualcuno più fortunato capitava qualche raro grappolo di uva Regina, raccolto da qualche ceppo che il contadino usava disseminare qua e là, tra i filari del primitivo.

Io e le mie sorelle, guardavamo dalla soglia della nostra abitazione, con un pizzico di invidia quei bambini ed il loro succulento bottino.

A noi, non era permesso prendere parte a quelle innocenti rapine, per quel tanto di educazione che ci era stata trasmessa in famiglia.

Attaccata alla nostra casa, sorgeva la casa dei Moscatelli ricca di figli e proprietari terrieri.

Tramite questa indimenticabile famiglia ho respirato il profumo del mosto, ho gustato i ceci ancora teneri e verdi, ho mangiato mandorle ancora bianche e lattiginose che queste gentili persone donavano a noi, figlie di un arsenalotto.

Il ricordo di questa famiglia si veste di sincera riconoscenza e la ingigantisce nelle proiezioni dell'anima.

A chi lascerò in eredità i colori, i suoni, i profumi e i sapori della mia infanzia? I tocchi della campana della "vintiunora" (l'ora nona del Cristo morente) alle tre pomeridiane, e più tardi al crepuscolo, i profumi delle teglie e delle pignatte di legumi che uscivano dai forni?

Ricordo che nella  tarda primavera, invece, tutti si raccoglievano davanti alle proprie case, o nei cortili  odorosi di zagare,   per sbucciare le fave essiccate, battendo con una piccola pietra la fava stretta fra le dita, su di una "chianca", ovvero una lastra di selce, tenuta sulle ginocchia o su di una vecchia sedia di paglia.


Gli adulti lo sapevano fare in una maniera magistrale, ma ahimè, i bimbi ci rimediavano sempre un colpo sulle dita, ogni volta che si chiedeva la loro collaborazione, dietro l'allettante promessa di trascorrere al mare il giorno di Santa Maria.[1]

Lunga sarebbe ancora la meditata esplorazione del passato e il tentato recupero d'un tempo reale vissuto come un'avventura, nel preciso contesto ambientale e territoriale di una terra del Sud.

Di una memoria divenuta ineffabile oasi dello spirito, quando avanza il passo inesorabile del progresso ,il quale, non si fa in tempo a chiamarlo con l'ultimo nome conosciuto e già se ne coniano dei nuovi.

Intanto, col trascorrere degli anni, spianarono il Colle Sant'Elia, lussureggiante di erbe officinali, dalla cui altura, da bambina, scambiavo per l'Eden la verde vallata del mio paese.

Abbatterono gli ulivi centenari, e gran parte dei vigneti cedettero all'avanzare del cemento armato.

Poi l'affronto delle ciminiere tutt'intorno segnò l'inizio di un assedio inarrestabile.

Ma di questo si è già parlato abbastanza.


[1] Il giorno di Santa Maria, l'odierno Ferragosto, si trascorreva con la famiglia l'intera giornata al mare in località Cimino



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Ultimo aggiornamento: 19-03-09
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