Negli ultimi anni i disturbi
emotivi sono stati al centro dell’interesse pubblico, e la comprensione
della vita emotiva del bambino si è notevolmente ampliata in seguito al
diffondersi di nuove conoscenze sul funzionamento della mente e sui
meccanismi sottostanti le diverse emozioni. Si è potuto constatare che il
bambino non è un agente passivo agli stimoli esterni, ma al contrario,
assume un modo attivo nella costruzione della sua realtà. Molti dei nostri
contenuti mentali sono il frutto dell’elaborazione di ciò che ci è
pervenuto per mezzo degli organi di senso in seguito all’esperienza. Non
si può parlare di sviluppo della personalità e maturità psicologica senza
tener conto del fatto che il mondo interno e gli aspetti affettivo-emotivi
del bambino che si sono strutturati in seguito alle prime vicissitudini
relazionali, contribuiscono a determinare ogni atto di pensiero e le
possibilità che ha l’individuo di percepire, conoscere e porsi nei
confronti della realtà. In questa prospettiva, ha senso ipotizzare che il
processo di crescita cognitiva possa essere incrementato dalla relazione
con un adulto attento a cogliere e pensare le emozioni implicate nei
processi di apprendimento del fanciullo. Ogni nuova esperienza “costringe”
il soggetto a mettere in gioco le proprie conoscenze e i propri assetti
mentali per poter assimilare il nuovo sapere: è un lavoro di
ristrutturazione analogo a quello che affronta il bambino quando rinuncia
alle acquisizioni del camminare carponi e accetta l’insicurezza di un
periodo in cui le competenze precedenti non servono più né, d’altra parte,
sono ancora strutturate quelle necessarie ai nuovi equilibri del
camminare. Si può iniziare a comprendere come il disagio psichico, sia un
potenziale di crescita mentale se non viene evaso, allontanato ed in
seguito elaborato. In qualità di psicopedagogista mi rendo conto come un
notevole numero di bambini e adolescenti, sviluppino un apparato mentale
che non è in grado di contenere ed elaborare gli aspetti più difficili
dell’esperienza. Tali sentimenti invadono gli spazi ed i processi della
conoscenza al punto di soffocare la speranza, di trovare dentro di sé uno
spazio sufficientemente adeguato a vivere la quotidianità. Una volta che
le emozioni di odio, rivalità, invidia, gelosia hanno riassunto una certa
violenza nel mondo interno, evocano distruttività, senso di colpa,
depressione ed insuccesso scolastico; inoltre, questo disagio,
accompagnato da atteggiamenti di ritiro e assorbimento in se stessi o con
comportamenti provocatori e aggressivi, rendono il genitore o l’insegnante
impotente. Il modo in cui il bambino parla a se stesso, interpretando e
valutando la realtà circostante, può costituire un mezzo efficace per
potenziare la sua capacità di affrontare varie situazioni problematiche.
Il ricorso al dialogo interiore si è rivelato estremamente utile
nell’aiutare i bambini con problemi di tipo interiorizzato quali ansia,
fobia, tristezza, bassa autostima. L’utilizzo sistematico di un dialogo
interiore costruttivo, è una risorsa preziosa che mette in grado di dare
il meglio di sé stesso senza essere vittima di eccessive tensioni emotive.
Ciò riflette la tendenza ormai ampiamente diffusa in ambito psicologico ed
educativo a focalizzare l’attenzione sui meccanismi cognitivi piuttosto
che su ipotetici fattori inconsci. Imparare fin da bambini le strategie di
pensiero positivo e razionale costituisce un potente strumento che aiuta a
diventare, una volta adulti, persone “realizzate” e
serene.