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PSICOPEDAGOGIA DELL'ETA' EVOLUTIVA
a cura della Dott.ssa Annalisa Fracassi

 

 

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LA DIMENSIONE EMOTIVA E LA MATURITA’ PSICOLOGICA NELL’ETA’ EVOLUTIVA

Negli ultimi anni i disturbi emotivi sono stati al centro dell’interesse pubblico, e la comprensione della vita emotiva del bambino si è notevolmente ampliata in seguito al diffondersi di nuove conoscenze sul funzionamento della mente e sui meccanismi sottostanti le diverse emozioni. Si è potuto constatare che il bambino non è un agente passivo agli stimoli esterni, ma al contrario, assume un modo attivo nella costruzione della sua realtà. Molti dei nostri contenuti mentali sono il frutto dell’elaborazione di ciò che ci è pervenuto per mezzo degli organi di senso in seguito all’esperienza. Non si può parlare di sviluppo della personalità e maturità psicologica senza tener conto del fatto che il mondo interno e gli aspetti affettivo-emotivi del bambino che si sono strutturati in seguito alle prime vicissitudini relazionali, contribuiscono a determinare ogni atto di pensiero e le possibilità che ha l’individuo di percepire, conoscere e porsi nei confronti della realtà. In questa prospettiva, ha senso ipotizzare che il processo di crescita cognitiva possa essere incrementato dalla relazione con un adulto attento a cogliere e pensare le emozioni implicate nei processi di apprendimento del fanciullo. Ogni nuova esperienza “costringe” il soggetto a mettere in gioco le proprie conoscenze e i propri assetti mentali per poter assimilare il nuovo sapere: è un lavoro di ristrutturazione analogo a quello che affronta il bambino quando rinuncia alle acquisizioni del camminare carponi e accetta l’insicurezza di un periodo in cui le competenze precedenti non servono più né, d’altra parte, sono ancora strutturate quelle necessarie ai nuovi equilibri del camminare. Si può iniziare a comprendere come il disagio psichico, sia un potenziale di crescita mentale se non viene evaso, allontanato ed in seguito elaborato. In qualità di psicopedagogista mi rendo conto come un notevole numero di bambini e adolescenti, sviluppino un apparato mentale che non è in grado di contenere ed elaborare gli aspetti più difficili dell’esperienza. Tali sentimenti invadono gli spazi ed i processi della conoscenza al punto di soffocare la speranza, di trovare dentro di sé uno spazio sufficientemente adeguato a vivere la quotidianità. Una volta che le emozioni di odio, rivalità, invidia, gelosia hanno riassunto una certa violenza nel mondo interno, evocano distruttività, senso di colpa, depressione ed insuccesso scolastico; inoltre, questo disagio, accompagnato da atteggiamenti di ritiro e assorbimento in se stessi o con comportamenti provocatori e aggressivi, rendono il genitore o l’insegnante impotente. Il modo in cui il bambino parla a se stesso, interpretando e valutando la realtà circostante, può costituire un mezzo efficace per potenziare la sua capacità di affrontare varie situazioni problematiche. Il ricorso al dialogo interiore si è rivelato estremamente utile nell’aiutare i bambini con problemi di tipo interiorizzato quali ansia, fobia, tristezza, bassa autostima. L’utilizzo sistematico di un dialogo interiore costruttivo, è una risorsa preziosa che mette in grado di dare il meglio di sé stesso senza essere vittima di eccessive tensioni emotive. Ciò riflette la tendenza ormai ampiamente diffusa in ambito psicologico ed educativo a focalizzare l’attenzione sui meccanismi cognitivi piuttosto che su ipotetici fattori inconsci. Imparare fin da bambini le strategie di pensiero positivo e razionale costituisce un potente strumento che aiuta a diventare, una volta adulti, persone “realizzate” e serene.

 

IL BAMBINO CON DISTURBI DI DISATTENZIONE ED IPERATTIVITA’ (S.D.A. sigla USA ADHD)

Il termine diagnostico iperattivo può richiamare l’idea di un bambino che si muove continuamente in modo molto irrequieto ed agitato mentre la definizione sindrome da deficit attentivi (S.D.A.) può far pensare, ad esempio ad un bambino che anziché guardare ed ascoltare l’insegnante guarda fuori dalla finestra immerso nelle sue fantasticherie. Le statistiche riferiscono un dato rilevante riguardo questa problematica, colpendo la popolazione infantile dall’1% al 4% in età scolare.
Da che età si può parlare di sindrome da deficit attentivi?
Ovviamente questa patologia viene valutata nella fase di scolarizzazione a partire dai sette anni. In casi del genere basta la “buona volontà” anche se il bambino vuole essere un bravo scolaro il suo comportamento impulsivo e la sua capacità di mantenere l’attenzione interferiscono pesantemente con la sua vita scolastica.
Ci sono altri sintomi correlati a questa problematica?
Sì, si parla di Comorbilità, cioè la condizione clinica associata ad altri sintomi:
D.G.S. disturbo generalizzato dello sviluppo
D.C.M. disturbo di coordinazione motoria
D.A.S.E. disturbo socio-emotivo ossia la non interiorizzazione di regole sociali che senza un adeguato intervento con strategie cognitive-comportamentali, tale disturbo può procurare seri problemi della condotta nell’età adolescenziale.
Nel bambino con S.D.A. dobbiamo fare attenzione, sia nella fase diagnostica che nel trattamento, a quanti e quali problemi comportamentali sono imputabili a fattori cognitivi come ad esempio l’incapacità di usare il pensiero sequenziale, e a fattori relazionali/interpersonali che hanno a che vedere con il modo con cui il ragazzo viene trattato, quali messaggi educativi gli vengono inviati, in quali circuiti relazionali viziati si viene a trovare. Studi sul temperamento impulsivo o sullo stile cognitivo impulsivo confermano l’esistenza di una strettissima relazione con la sindrome. I risultati sembrano suggerire come questi bambini non abbiano un elevato deficit di conoscenza metacognitiva, ma presentino maggiori problemi nei processi di controllo, cioè un’incapacità di modulare opportunamente l’attenzione, in altre parole non vengono utilizzati i processi di autoregolazione. Pertanto i bambini S.D.A. hanno non solo delle difficoltà di concentrazione sui problemi, ma spesso non riescono a formulare una strategia efficace per la loro soluzione, a ricordare ed a valutare la validità della soluzione cui sono pervenuti.
Cosa si può fare in casi di bambini con disturbi di disattenzione ed iperattività?
Il programma cognitivo-comportamentale intende operare a livello delle cognizioni, delle emozioni e dei comportamenti strategici che si sono rivelati significativi in quelle situazioni che prevedono un’autoregolazione. Nel prossimo articolo mi soffermerò a descrivere gli interventi psico-educativi, il training di autocontrollo e le abilità socio cognitive nei bambini S.D.A.

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