Le
pile che caricano l'Italia Batterie: fotografia di un mercato in lenta
ma costante crescita
Avete mai fatto un rapido calcolo
di quanti giocattoli, apparecchi radio, telecomandi e altri oggetti nella vostra
casa funzionano a pile? Ecco, moltiplicate la media delle pile che serve a ciascuno
degli apparecchi per il numero delle famiglie italiane e moltiplicate il risultato
ottenuto per il costo medio di una confezione di batterie.
Troppo complicato?
Forse. Quello che è certo è che la cifra risultante non è un numero di poco peso.
I soliti maniaci delle statistiche hanno calcolato che in Italia le comuni batterie
muovono un giro di affari di circa 630 miliardi di lire l'anno. Si tratta approssimativamente
di 350 milioni di pile vendute nel nostro Paese; un tripudio di energia utilizzato
per muovere gli oggetti più disparati, e che, oltre a walkman e giocattoli fa
muovere un sacco di soldoni.
E i soliti cervelloni delle percentuali hanno
anche cercato di capire dove viene venduto maggiormente questo ben di dio energetico.
Se era abbastanza scontato trovare in testa alle preferenze i grandi magazzini
e gli ipermercati, forse più sorprendente rilevare che una buona parte del mercato
italiano delle batterie viene alimentato con le vendite nei bar e nelle tabaccherie.
Ebbene sì: «un pacchetto di nazionali senza filtro e quattro stilo»; «un calice
di tocai e otto ministilo».
Mai sentito richieste del genere? Eppure pare
proprio così. E pare anche che noi italiani siamo preda di alcuni pregiudizi «energetici»;
chi ha detto infatti che, come molti credono, più la pila costa, più dura? Non
sempre è vero: spesso la buona qualità e la marca conosciuta coincidono, ma la
durata della pila dipende dall'utilizzo che se ne fa. E così scopriamo di fare
un cattivo uso delle pile. Ci serviamo di pile alcaline, quindi ad elevate prestazioni,
per usi che prevederebbero pile zinco carbone, dalle prestazioni più contenute.
In sostanza, sprechiamo una grande quantità di energia. E in un periodo
in cui il risparmio energetico è una priorità assoluta per l'umanità, scopriamo
di essere, nel nostro piccolo, degli spreconi. Chissà cosa direbbe Volta se leggesse
questi dati. Forse si consolerebbe con un bicchiere di vino (e un pacchetto di
pile) al bar.
Luther
Blisset - 31 agosto 2000 | Le
cifre Dei 630 miliardi di lire e dei 350 milioni
di pile vendute si è già detto. Va aggiunto che il mercato delle batterie in Italia
è suddiviso in quattro grossi segmenti: le pile economy, che occupano il 10% del
mercato, le medium (13%), le premium (58%) e le super premium (19%). A sorpresa
si vede dunque che il consumo di pile in Italia è spostato verso l'alto, verso
tipologie che assicurano alte prestazioni e lunga durata. La parte del leone nelle
vendite la fa la grande distribuzione, sia nel settore food (ipermercati e supermercati)
che in quello non-food (grande distribuzione che non tratta alimentari): 29,4%
e 46%, contro il 20,4% di altri canali food e il 4,2% delle tabaccherie. Le quali
però hanno registrato nell'ultimo hanno la percentuale di crescita delle vendite
più alta: + 8,6%.
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La
pila è donna Sempre
per la serie «I grandi numeri», analizzando a fondo dati, percentuali grafici
e istogrammi, si può incontrare un dato interessante: l'acquirente tipo delle
pile in Italia è donna, nel 60% dei casi. Meglio, il profilo preciso della battery-lady
parla di una signora tra i trenta e i quarantaquattro anni, di media cultura,
sposata, con figli. Una signora che effettua i suoi acquisti principalmente in
occasione della spesa settimanale e che dimostra, una certa incompetenza in materia,
essendo influenzata principalmente dal famoso pregiudizio: più la pila costa,
più a lungo dura. La pila dunque è donna, ma non spacciatecela come una scoperta
rivoluzionaria. Ci sembra ovvio, dal momento che nella maggior parte dei casi
è ancora lei che in famiglia si occupa della spesa. |