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APPUNTI SULLA PENA DI MORTE

IL PROBLEMA DELLA PENA DI MORTE

Da diversi anni, dopo gravissimi delitti, affiora costantemente nell'opinione pubblica l'idea dell'indispensabile ripristino della pena di morte in quanto le sole norme penali non sembrano essere più sufficienti a difendere la comunità. Sono stati numerosi i sondaggi presso la popolazione italiana negli ultimi cinquant'anni. Ne ricordiamo solo alcuni della DOXA.

1982: SI tra il 55-61%

1992: SI tra il 50-54%

In genere, tra i laureati prevale il NO (70%), mentre tra quelli in possesso della sola licenza elementare prevale il SI (61%). Più bassa è la classe sociale di appartenenza, maggiore è il SI. Così pure nell'estrema destra.

1996: SI 45,6 % NO 45,7 % NON SO 8,7 %

A sorpresa, dunque, dopo 47 anni i NO hanno raggiunto i SI.

LE RAGIONI DEL "SI"

Solo la pena di morte può intimorire certi delinquenti e frenare la peggiore criminalità.
L'assassinio è un delitto così grave che deve essere punito con una pena altrettanto grave.
La società deve difendersi dalla criminalità più crudele.
Può essere d’aiuto richiamare il pensiero di alcuni penalisti e criminologi dell'800:

CESARE LOMBROSO: Esistono soggetti del tutto irrecuperabili e costituzionalmente tendenti a compiere delitti contro la comunità: eliminarli è purificare la società.

ENRICO FERRI: La pena di morte è come la selezione naturale che seleziona i migliori.

RAFFAELE GAROFALO: Le pene ordinarie contro il delinquente incallito sono del tutto inefficaci. E' inevitabile dunque l'eliminazione fisica.

(Nonostante queste posizioni, la cultura giuridica e l'etica sociale hanno mutato indirizzo che si è tradotto nella soppressione della pena capitale nel Codice Penale Zanardelli del 1890).

LE RAGIONI DEL "NO"

Un uomo non deve uccidere mai un altro uomo.
Il rischio di condannare un innocente è insopportabile.
Motivi religiosi in genere circa il rispetto della vita altrui.
La pena di morte non funziona affatto come deterrente sociale e strumento di dissuasione.
Dove va a finire la possibilità di ravvedimento e riabilitazione del reo?
Di fatto chi viene condannato a morte appartiene spesso ad una minoranza etnica discriminata e povera, non cioè nella possibilità di pagarsi un buon avvocato.
Se il cittadino commette un reato, egli va certamente punito. Lo stato oltre a mettere il reo nella possibilità di non nuocere, deve però anche aiutarlo a ravvedersi e a riabilitarsi perché possa tornare a vivere una vita umana e a reinserirsi nella società (Adeguata custodia, rieducazione, reinserimento nella società).

VICENDE DELLA PENA DI MORTE IN ITALIA

PRIMA DELL'UNITA' D'ITALIA

Nei vari stati era in vigore per i delitti più gravi (contro la sicurezza dello stato). Nei secoli più recenti la dottrina filosofica e giuridica ha fatto emergere il concetto di proporzionalità della pena e riabilitazione del reo attraverso la pena che così acquista una finalità medicinale-rieducativa. Importante è lo scritto di CESARE BECCARIA, "Dei delitti e delle pene" (1764), secondo il quale la pena capitale è del tutto inutile: essa non distoglie affatto altri dal commettere delitti, fa più spettacolo che terrore.

REGNO D'ITALIA (1861)

Continua ad essere in vigore, ma viena messa in discussione con maggiore incisività. Nel codice penale Zanardelli del 1890 non figura più. Resta in vigore solo tra le sanzioni previste dal codice militare. Fu applicata durante i moti sociali di fine secolo.

REGIME FASCISTA

Viene reintrodotta con la L. 25/11/1926 n. 2008 contro i reati che attentano la sicurezza dello stato.

COSTITUZIONE REPUBBLICANA (1/1/1948)

Esclude la pena di morte all'articolo 27:

1. La responsabilità penale è personale.

2. L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

3. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono

tendere alla rieducazione del condannato.

4. Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.

(Questa seconda parte è stata abrogata).

INDICAZIONI DELLA MORALE CATTOLICA

L'insegnamento tradizionale della Chiesa Cattolica ha sempre riconosciuto allo stato ordinamento, sul piano dei principi, il potere di punire con la morte i delitti di estrema gravità, qualora non disponesse di altri mezzi per contenere l'aggressione criminale. La pena capitale cioè deve risultare come estremo rimedio al fine di neutralizzare l'azione criminale quando essa sia di gravissimo danno alla società.

Tuttavia, sul piano della applicabilità concreta di tale principio, nell'epoca attuale è difficile immaginare un caso di aggressione criminale contro l'ordine sociale in cui lo stato non disponga di valide alternative capaci di neutralizzare il reo. Ciò consentirebbe la possibilità di ravvedimento e l'assistenza di opportune iniziative riabilitative.

(Cfr. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, 1992, paragrafi 2226-2267 dai quali emerge una evoluzione che si allontana sempre più dal favore per la pena di morte. Cfr. anche i numerosi e recenti interventi di Giovanni Paolo II contro la pena di morte).

 
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