Abramo, chi
era costui? E Giacobbe, Mosè, Giovanni Battista? Circa 20 mila
insegnanti di religione cattolica si ritrovano in classe a dover
fare i conti con alunni che dimostrano una scarsa cultura religiosa
di base e un’informazione talvolta ancor più carente su personaggi
che hanno segnato la storia delle religioni. Non solo le figure
bibliche, ma anche i profeti di ieri e i martiri di oggi – da
Gandhi a Martin Luther King – sembrano sconosciuti alla maggioranza
degli studenti.
«Le lacune, però, si riscontrano
in tutte le materie, dalla storia alla letteratura», sottolinea
Ignazio Loconte, da quasi vent’anni insegnante di religione in
un liceo scientifico di Foggia, convinto che più grave dell’ignoranza
sia «il non saper pensare a livello religioso, cioè l’incapacità
dei ragazzi di porsi delle domande di senso». Eppure le domande
fondamentali ci sono. Solo che, «rispetto ai secoli scorsi, sono
più seppellite», nascoste dai continui trilli del cellulare, dal
rapido flusso mediatico d’immagini e da una società che soddisfa
ogni bisogno materiale. Prima di parlare di valori e di dialogo
ecumenico, dunque, forse bisogna puntare alla riscoperta dell’identità
personale, commenta Loconte: «Ai giovani interessa sapere come
la religione critichi il mondo in cui ci troviamo, cosa dice di
diverso: cercano dei testimoni che non parlino in "ecclesialese",
pur senza svendere a basso prezzo le loro convinzioni».
L’ora di religione può quindi rappresentare
per i ragazzi un’occasione di sintesi del sapere culturale ed
esistenziale, una sorta di "agorà" sui generis dove
l’adolescente trova chi lo aiuta a mettere nelle caselle giuste
ciò che impara a scuola e nella vita? Un ruolo impegnativo per
i docenti, chiamati a confrontarsi con i genitori, che richiedono
una maggiore competenza pedagogica – specie con i bambini più
piccoli – e con la precarietà degli incarichi annuali. Mentre
giacciono tra Camera e Senato 13 progetti di legge sullo stato
giuridico degli insegnanti di religione, l’Ufficio catechistico
nazionale della Conferenza episcopale italiana ha pubblicato il
documento conclusivo sulla sperimentazione dei nuovi programmi
di religione cattolica: un testo «offerto per la formazione dei
docenti», sottolinea don Vittorio Bonati, responsabile della Cei
per il settore "Insegnamento della religione cattolica".
Fra le competenze
da raggiungere attraverso l’itinerario didattico, figura una programmazione
sempre più interdisciplinare e «l’attenzione a un’educazione interculturale
e interreligiosa». Nelle diocesi di tutta Italia si svolgono già
da alcuni anni convegni e corsi di aggiornamento su queste tematiche,
riferisce Pasquale Troìa, docente di religione in un liceo scientifico
romano e membro del Consiglio nazionale dello Snadir (Sindacato
nazionale autonomo insegnanti di religione), che organizza e promuove
iniziative in quest’ambito. «Era un’esigenza avvertita dai colleghi»,
commenta Troìa. Infatti, «parlare di intercultura significa indicare
un processo che comporta un cambiamento di mentalità e di metodi,
una maggiore cooperazione tra docenti delle varie discipline».
In Sardegna, ad esempio, una classe ha studiato un monumento collegandolo
alla storia del dialetto e delle feste liturgiche, recuperando
così il patrimonio culturale e religioso di antiche tradizioni.
Partendo dalla convinzione che «senza l’arte non si può insegnare
religione», dice Troìa. «Il cristianesimo si è avvalso di tutte
le forme culturali, anzi, è nato come religione interculturale,
basti pensare a san Paolo».
A livello ecumenico, a Roma è stata
avviata una collaborazione tra i valdesi della Società biblica
italiana e il Vicariato, per una presenza della Bibbia nelle scuole,
non solo durante l’insegnamento della religione. Anche le proposte
in campo interreligioso non mancano: se l’insegnante di religione
cattolica è chiamato a ripartire da una minima alfabetizzazione
religiosa, forse è un docente chiamato a offrire spazi di confronto
in cui conoscere Islam ed ebraismo. E i ragazzi delle medie sembrano
interessati: Francesco Bianchi, un dottorato di ricerca in ebraico
a Torino e varie pubblicazioni alle spalle, racconta agli alunni
la sua passione per Gerusalemme, «città ebraica, cristiana e musulmana».
Dopo aver parlato della Shoah attraverso il film documentario
Gli ultimi giorni di Steven Spielberg, il tredicenne Paolo
ha scritto: «Signore, perdona la mia vita fetida». E Francesca
ha deciso di portare all’esame un racconto di Elie Wiesel letto
in classe.
Spazio anche ai meninos de rua
di "Central do Brasil", per parlare della dignità
umana violata, e ai problemi del razzismo che emergono già a 13
anni. «Ai ragazzi bisogna insegnare una tolleranza reciproca fra
loro stessi, che si estende a coloro che vengono da lontano»,
nota Bianchi. È importante educarli prima all’accoglienza del
compagno di banco, poi di chi è diverso per razza o appartenenza
religiosa.
Una sensibilità su questi temi anima
anche Daniele Dallatomasina, che insegna in due scuole
medie a Pregnana e Novate Milanese. Nel tempo libero si occupa
di commercio equo e solidale e nel ’98 ha fondato a Lainate l’associazione
"Cose dell’altro mondo". Il professore deve fare i conti
con classi in cui la percentuale degli alunni "non avvalentesi"
è arrivata anche al 45 per cento: stando alle statistiche nazionali,
circa la metà prendono questa decisione per uscire dalla scuola
un’ora prima; solo il 9,7 per cento svolge attività didattiche
e formative, mentre circa il 40 per cento si dedica allo studio
assistito e non. Numeri che demoralizzano, ma allo stesso tempo
stimolano «ad affinare la proposta didattica», testimonia Dallatomasina.
Così il docente ha costruito
un suo sito per comunicare con alunni e genitori (http://digilander.iol.it/altromond),
dove verifiche e ripassi sono trasformati in cruciverba a
tema, oltre alla possibilità di trovare i commenti a film come
Mission e Mississipi burning e di cliccare su un’ampia
galleria di simboli cristiani presenti nelle chiese e nelle catacombe.
Con alcuni colleghi ha organizzato delle lezioni di educazione
alla salute, parlando delle dinamiche del commercio equo, mentre
in terza media ha presentato l’Islam, «nella speranza che dalla
conoscenza venga meno la paura del diverso».
Iniziative che hanno dato risultati
positivi? Qualche volta: trattando il tema dell’antisemitismo,
Dallatomasina ricorda che cinque ragazzi non avvalentisi della
religione vollero partecipare alle lezioni preparate con la docente
di lettere. «I genitori, informati in precedenza da una comunicazione
scritta, hanno compreso la valenza culturale dell’iniziativa».
L’ora di religione piace anche ad
Antonio, quattordicenne di Castellammare di Stabia, «quando parliamo
di amore, amicizia, sessualità». La sua insegnante, suor Cristina
Faroni, vicepreside dell’istituto "Santa Croce", affronta
questi temi cercando di «chiarire innanzitutto i termini, parlando
con verità e senza ambiguità, senza eludere le domande». In classe
parla anche di pena di morte, di spiritismo e sètte sataniche:
«I ragazzi vogliono sapere perché tanta gente si interessa alle
pratiche esoteriche. Ma soprattutto cercano testimoni: purtroppo
intorno a loro non vedono esempi, modelli positivi che li facciano
interrogare».
Con loro, la religiosa francescana ha imparato
a non dare nulla per scontato, dalla conoscenza dei sacramenti
al significato della Chiesa: «Spesso i libri di testo sono superati,
perché presuppongono una cultura religiosa che non esiste più».
Gennaro, 12 anni, è convinto che Mosè «era quello del Principe
d’Egitto, il ragazzo che litigava con Ramses»: lo ha visto
al cinema. Per Carmela «era un amico di Gesù: infatti anche lui
camminava sulle acque». Risposte che fanno sorridere ma allo stesso
tempo fotografano il livello della conoscenza biblica dei ragazzi.
Secondo suor Cristina, occorre innanzitutto «essere più credibili
come insegnanti: abbiamo dei valori da proporre ripartendo talvolta
da zero, con un programma più esiguo ma concreto».
«I programmi danno una pista da adattare
alla realtà dei ragazzi che ti trovi davanti», conferma suor Luigina
Cipriani, da 16 anni impegnata con i bambini delle scuole elementari,
in cui nota negli ultimi anni un progressivo deficit nei valori
umani, prima che cristiani, insieme alla mancanza di nozioni religiose
e di educazione. «Non apprezzano né i giochi né il cibo che hanno».
Le cause? «La famiglia è sempre più assente, disunita, frettolosa;
i bambini esprimono le loro carenze affettive attraverso l’aggressività»,
riferisce la religiosa, che auspica un’ora di religione come occasione
di collaborazione tra maestri e genitori. Anche se spesso ci si
scontra con problemi pratici, senza mezzi e strumenti che sono
ormai di ordinaria amministrazione in una scuola, come una fotocopiatrice,
un proiettore o un videoregistratore funzionanti; talvolta, però,
«noi insegnanti siamo impreparati nell’uso del computer e delle
nuove tecnologie», ammette la religiosa, che usa i video per raccontare
agli alunni la vita dei bambini rumeni, cattolici e ortodossi.
Piccole storie di ecumenismo vissuto.
Quando si stabilisce una
relazione autentica tra docenti e famiglie, comunque, i risultati
si vedono: è il caso di Redan, un bambino musulmano dello Yemen
«sempre interessato alle lezioni e pronto al confronto tra riti
cristiani e quelli della sua religione», ricorda suor Luigina.
I genitori, entrambi medici e islamici osservanti, desiderano
che i loro tre figli partecipino all’ora di religione cattolica,
per favorire la loro integrazione in classe e nella società. Redan
ha imparato sui banchi il significato del dialogo interreligioso:
«Dio è uno», diceva ai compagni, «lo chiamiamo soltanto con nomi
diversi».
Laura Badaracchi