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PARLANO DI NOI INSEGNANTI DI RELIGIONE

Jesus - Ottobre 2001

Ignoranza religiosa - ORA DI RELIGIONE

Un insegnamento da "inculturare"
di Laura Badaracchi

Abramo, chi era costui? E Giacobbe, Mosè, Giovanni Battista? Circa 20 mila insegnanti di religione cattolica si ritrovano in classe a dover fare i conti con alunni che dimostrano una scarsa cultura religiosa di base e un’informazione talvolta ancor più carente su personaggi che hanno segnato la storia delle religioni. Non solo le figure bibliche, ma anche i profeti di ieri e i martiri di oggi – da Gandhi a Martin Luther King – sembrano sconosciuti alla maggioranza degli studenti.

«Le lacune, però, si riscontrano in tutte le materie, dalla storia alla letteratura», sottolinea Ignazio Loconte, da quasi vent’anni insegnante di religione in un liceo scientifico di Foggia, convinto che più grave dell’ignoranza sia «il non saper pensare a livello religioso, cioè l’incapacità dei ragazzi di porsi delle domande di senso». Eppure le domande fondamentali ci sono. Solo che, «rispetto ai secoli scorsi, sono più seppellite», nascoste dai continui trilli del cellulare, dal rapido flusso mediatico d’immagini e da una società che soddisfa ogni bisogno materiale. Prima di parlare di valori e di dialogo ecumenico, dunque, forse bisogna puntare alla riscoperta dell’identità personale, commenta Loconte: «Ai giovani interessa sapere come la religione critichi il mondo in cui ci troviamo, cosa dice di diverso: cercano dei testimoni che non parlino in "ecclesialese", pur senza svendere a basso prezzo le loro convinzioni».

L’ora di religione può quindi rappresentare per i ragazzi un’occasione di sintesi del sapere culturale ed esistenziale, una sorta di "agorà" sui generis dove l’adolescente trova chi lo aiuta a mettere nelle caselle giuste ciò che impara a scuola e nella vita? Un ruolo impegnativo per i docenti, chiamati a confrontarsi con i genitori, che richiedono una maggiore competenza pedagogica – specie con i bambini più piccoli – e con la precarietà degli incarichi annuali. Mentre giacciono tra Camera e Senato 13 progetti di legge sullo stato giuridico degli insegnanti di religione, l’Ufficio catechistico nazionale della Conferenza episcopale italiana ha pubblicato il documento conclusivo sulla sperimentazione dei nuovi programmi di religione cattolica: un testo «offerto per la formazione dei docenti», sottolinea don Vittorio Bonati, responsabile della Cei per il settore "Insegnamento della religione cattolica".

Fra le competenze da raggiungere attraverso l’itinerario didattico, figura una programmazione sempre più interdisciplinare e «l’attenzione a un’educazione interculturale e interreligiosa». Nelle diocesi di tutta Italia si svolgono già da alcuni anni convegni e corsi di aggiornamento su queste tematiche, riferisce Pasquale Troìa, docente di religione in un liceo scientifico romano e membro del Consiglio nazionale dello Snadir (Sindacato nazionale autonomo insegnanti di religione), che organizza e promuove iniziative in quest’ambito. «Era un’esigenza avvertita dai colleghi», commenta Troìa. Infatti, «parlare di intercultura significa indicare un processo che comporta un cambiamento di mentalità e di metodi, una maggiore cooperazione tra docenti delle varie discipline». In Sardegna, ad esempio, una classe ha studiato un monumento collegandolo alla storia del dialetto e delle feste liturgiche, recuperando così il patrimonio culturale e religioso di antiche tradizioni. Partendo dalla convinzione che «senza l’arte non si può insegnare religione», dice Troìa. «Il cristianesimo si è avvalso di tutte le forme culturali, anzi, è nato come religione interculturale, basti pensare a san Paolo».

A livello ecumenico, a Roma è stata avviata una collaborazione tra i valdesi della Società biblica italiana e il Vicariato, per una presenza della Bibbia nelle scuole, non solo durante l’insegnamento della religione. Anche le proposte in campo interreligioso non mancano: se l’insegnante di religione cattolica è chiamato a ripartire da una minima alfabetizzazione religiosa, forse è un docente chiamato a offrire spazi di confronto in cui conoscere Islam ed ebraismo. E i ragazzi delle medie sembrano interessati: Francesco Bianchi, un dottorato di ricerca in ebraico a Torino e varie pubblicazioni alle spalle, racconta agli alunni la sua passione per Gerusalemme, «città ebraica, cristiana e musulmana». Dopo aver parlato della Shoah attraverso il film documentario Gli ultimi giorni di Steven Spielberg, il tredicenne Paolo ha scritto: «Signore, perdona la mia vita fetida». E Francesca ha deciso di portare all’esame un racconto di Elie Wiesel letto in classe.

Spazio anche ai meninos de rua di "Central do Brasil", per parlare della dignità umana violata, e ai problemi del razzismo che emergono già a 13 anni. «Ai ragazzi bisogna insegnare una tolleranza reciproca fra loro stessi, che si estende a coloro che vengono da lontano», nota Bianchi. È importante educarli prima all’accoglienza del compagno di banco, poi di chi è diverso per razza o appartenenza religiosa.

Una sensibilità su questi temi anima anche Daniele Dallatomasina, che insegna in due scuole medie a Pregnana e Novate Milanese. Nel tempo libero si occupa di commercio equo e solidale e nel ’98 ha fondato a Lainate l’associazione "Cose dell’altro mondo". Il professore deve fare i conti con classi in cui la percentuale degli alunni "non avvalentesi" è arrivata anche al 45 per cento: stando alle statistiche nazionali, circa la metà prendono questa decisione per uscire dalla scuola un’ora prima; solo il 9,7 per cento svolge attività didattiche e formative, mentre circa il 40 per cento si dedica allo studio assistito e non. Numeri che demoralizzano, ma allo stesso tempo stimolano «ad affinare la proposta didattica», testimonia Dallatomasina.


Così il docente ha costruito un suo sito per comunicare con alunni e genitori (http://digilander.iol.it/altromond), dove verifiche e ripassi sono trasformati in cruciverba a tema, oltre alla possibilità di trovare i commenti a film come Mission e Mississipi burning e di cliccare su un’ampia galleria di simboli cristiani presenti nelle chiese e nelle catacombe. Con alcuni colleghi ha organizzato delle lezioni di educazione alla salute, parlando delle dinamiche del commercio equo, mentre in terza media ha presentato l’Islam, «nella speranza che dalla conoscenza venga meno la paura del diverso».

Iniziative che hanno dato risultati positivi? Qualche volta: trattando il tema dell’antisemitismo, Dallatomasina ricorda che cinque ragazzi non avvalentisi della religione vollero partecipare alle lezioni preparate con la docente di lettere. «I genitori, informati in precedenza da una comunicazione scritta, hanno compreso la valenza culturale dell’iniziativa».

L’ora di religione piace anche ad Antonio, quattordicenne di Castellammare di Stabia, «quando parliamo di amore, amicizia, sessualità». La sua insegnante, suor Cristina Faroni, vicepreside dell’istituto "Santa Croce", affronta questi temi cercando di «chiarire innanzitutto i termini, parlando con verità e senza ambiguità, senza eludere le domande». In classe parla anche di pena di morte, di spiritismo e sètte sataniche: «I ragazzi vogliono sapere perché tanta gente si interessa alle pratiche esoteriche. Ma soprattutto cercano testimoni: purtroppo intorno a loro non vedono esempi, modelli positivi che li facciano interrogare».


Con loro, la religiosa francescana ha imparato a non dare nulla per scontato, dalla conoscenza dei sacramenti al significato della Chiesa: «Spesso i libri di testo sono superati, perché presuppongono una cultura religiosa che non esiste più». Gennaro, 12 anni, è convinto che Mosè «era quello del Principe d’Egitto, il ragazzo che litigava con Ramses»: lo ha visto al cinema. Per Carmela «era un amico di Gesù: infatti anche lui camminava sulle acque». Risposte che fanno sorridere ma allo stesso tempo fotografano il livello della conoscenza biblica dei ragazzi. Secondo suor Cristina, occorre innanzitutto «essere più credibili come insegnanti: abbiamo dei valori da proporre ripartendo talvolta da zero, con un programma più esiguo ma concreto».

«I programmi danno una pista da adattare alla realtà dei ragazzi che ti trovi davanti», conferma suor Luigina Cipriani, da 16 anni impegnata con i bambini delle scuole elementari, in cui nota negli ultimi anni un progressivo deficit nei valori umani, prima che cristiani, insieme alla mancanza di nozioni religiose e di educazione. «Non apprezzano né i giochi né il cibo che hanno». Le cause? «La famiglia è sempre più assente, disunita, frettolosa; i bambini esprimono le loro carenze affettive attraverso l’aggressività», riferisce la religiosa, che auspica un’ora di religione come occasione di collaborazione tra maestri e genitori. Anche se spesso ci si scontra con problemi pratici, senza mezzi e strumenti che sono ormai di ordinaria amministrazione in una scuola, come una fotocopiatrice, un proiettore o un videoregistratore funzionanti; talvolta, però, «noi insegnanti siamo impreparati nell’uso del computer e delle nuove tecnologie», ammette la religiosa, che usa i video per raccontare agli alunni la vita dei bambini rumeni, cattolici e ortodossi. Piccole storie di ecumenismo vissuto.


Quando si stabilisce una relazione autentica tra docenti e famiglie, comunque, i risultati si vedono: è il caso di Redan, un bambino musulmano dello Yemen «sempre interessato alle lezioni e pronto al confronto tra riti cristiani e quelli della sua religione», ricorda suor Luigina. I genitori, entrambi medici e islamici osservanti, desiderano che i loro tre figli partecipino all’ora di religione cattolica, per favorire la loro integrazione in classe e nella società. Redan ha imparato sui banchi il significato del dialogo interreligioso: «Dio è uno», diceva ai compagni, «lo chiamiamo soltanto con nomi diversi».

Laura Badaracchi

 

 

 
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