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Alessandro Baricco
Data di pubblicazione: 26/10/01
La  Repubblica

Puntata dedicata agli antiglobalizzatori, detti noglobal. Quelli che sono scesi dal treno, quelli a cui il sogno della nuova frontiera sembra un sogno di altri, e neanche troppo pulito. Pazzi o profeti? Torniamo a Genova, e proviamo a partire da lì. Perché si fa un G8? Perché otto famosissimi Capi di Stato che protrebbero tranquillamente riunirsi in videoconferenza, o trovarsi clandestinamente in una fattoria del Connecticut, si mettono in vetrina costringendo un'intera città a militarizzarsi? Forse perché sono scemi? No: perché sono uno spot.

Non sono lì a decidere qualcosa (potrebbero farlo benissimo in altri modi), sono lì per farsi vedere. Sono lì a fare i testimonial. Di che? Della globalizzazione. Sono lì a dire che mezzo pianeta si muove ormai come un unico Paese. Sono lì a testimoniare che il West c'è, è vero, ed è già una figata pazzesca. Sono lì perché così li vede il piccolo industriale veneto che ha i suoi primi timidi commerci con la Russia, e si convince che non deve aver paura a investire laggiù; sono lì per dire davanti al pianeta che si piacciono e non si faranno mai la guerra, e che quindi le multinazionali possono andar tranquille, costruire, far girare denaro, e aspettarsi milioni di volonterosi consumatori; sono lì per attestare che sono ricchi, volenterosi e moderni, così ai media sarà più difficile mantenere la lucidità per capire se lo sono veramente; sono lì per comunicare ottimismo, fiducia nel futuro, e unità di intenti: lubrificanti senza i quali il motore della globalizzazione finirebbe in pezzi. Sono lì per vendere il West: il sogno del West. E i ragazzi in tuta bianca? Che ci facevano lì, a Genova? Interrompevano lo spot. Pisciavano sul dépliant. Stracciavano il grande manifesto. Non interrompevano la globalizzazione: ne boicottavano la campagna pubblicitaria. Istintivamente, miravano al cuore della faccenda. Sfilare a Genova, davanti al grande spot, e non in Indonesia, davanti a una fabbrica di scarpe Nike, non è solo più pratico: colpisce la globalizzazione là dove è più debole: nell'istante in cui vende se stessa alla gente. Sfasciare tutti i McDonald's della terra è tremendamente faticoso: ridicolizzare i testimonial che ce li vorrebbero far passare come una fortuna, questo ha l'aria di essere più efficace. 
Dunque: ecco una cosa da capire sui noglobal: prima ancora di chiedersi cosa pensano del mondo globalizzato, quelli si indignano per come ce lo stanno vendendo, e per la propensione collettiva a bersi l'epopea di quel misterioso West senza farsi troppe domande. Soprattutto i più giovani: sono noglobal perché è un modo di provare ad avere un cervello libero, indipendente, non ipnotizzato dalle grancasse del potere: hanno voglia di uscire dal gregge, e di sbeffeggiare il pastore. Poi magari non sanno nemmeno bene cos'è la globalizzazione, o non ci hanno mai veramente ragionato su. Ma, d'istinto, fanno casino. Che sia Vietnam o globalizzazione, cambia poi poco: c'è sempre una fetta di umanità che non ci sta, che si rivolta all'inerzia con cui la maggioranza adotta gli slogan che qualcuno ha inventato per loro. Sono i ribelli. Dovremmo condannarli, per la sola ragione che non saprebbero sostenere un dibattito sulla globalizzazione? Non credo. Piuttosto dovremmo difenderli dall'estinzione: sono la nostra assicurazione contro tutti i fascismi. Sono il batticuore che ci tiene svegli, nella notte del nostro buon senso. Dice: sì, ma sulla globalizzazione hanno torto. Anche se fosse vero non importa. La prossima volta avranno ragione, e sarà la salvezza per tutti. Non pioveva il giorno in cui Noè si mise a costruire l'Arca. C'era un sole che spaccava le pietre. Detto questo, è doveroso aggiungere: non sono tutti ribelli e basta. Ce n'è un sacco che sanno di cosa parlano, credono sinceramente che la globalizzazione sia una pessima idea, e pensano di conoscere bene i guasti che può provocare, o che addirittura già provoca. Molti e autorevoli commentatori li bollano come irresponsabili che rischiano di fermare un processo destinato a produrre ricchezza collettiva, progresso e pace. Possibile che abbiano ragione? Magari un po' confusamente, e ognuno seguendo i temi che più gli stanno a cuore, i noglobal portano in superficie un tratto effettivo, mi verrebbe da dire storico, della globalizzazione: essa non è solo un ampliamento del campo da gioco, ma anche un cambiamento delle regole del gioco. Detto più semplicemente possibile: il mondo globalizzato è un paradiso che si riesce a costruire solo sospendendo una parte consistente delle regole fin qui rispettate. Un buon indizio è il trionfo delle cosiddette "zone franche": pezzi di mondo in cui è possibile produrre e commerciare con una pressione fiscale minima, con insignificanti controlli sindacali, con nessun problema di tutela dell'ambiente: cioè quasi senza regole. Non a caso è lì che le multinazionali (e non solo loro) sono andate a cercare l'ossigeno necessario per realizzare la globalizzazione. Oggi, in quelle zone, lavorano 27 milioni di persone. Un'enormità. Poiché spesso sono lontane dall'Occidente, danno soprattutto l'allegra impressione di un'economia che si globalizza: ma è indispensabile ricordarsi che esse stanno lì a suggerire qualcosa di più scomodo: la globalizzazione accade dove è possibile giocare duro. Non è un caso, d'altronde, che il progetto della globalizzazione sia nato proprio quando nell'Occidente si è iniziato a inclinare verso una deregulation generalizzata che lasciasse la mani libere agli investitori. 
Da Reagan e Thatcher fino a Blair e Schroeder, l'idea che si è affermata è che se si vuole moltiplicare il denaro bisogna cinicamente concedergli di circolare in libertà, senza asfissiarlo con troppe regole. L'idea, per quanto possa sembrare cervellotica, è che il miglior modo di aiutare i poveri è aiutare i ricchi a moltiplicare il denaro: qualcosa finirà in tasca anche ai poveri. Vera o falsa che sia, quell'idea rappresenta il puntello ideologico indispensabile per qualsiasi globalizzazione. E' il prezzo da pagare per l'ingresso al Paradiso. Se cerco un'espressione, semplice e brutale, per nominare cosa tiene insieme un sistema del genere, quasi privo di regole, mi viene in mente: la legge del più forte. Lo scrivo senza prudenze, perché ne sono convinto: chi vende oggi la globalizzazione chiede in cambio una libertà d'azione che riconosce un unico principio regolatore: la legge del più forte. La globalizzazione ha bisogno di una competizione dura, radicale e impietosa, ha bisogno di grandi profitti per fare grandi investimenti, ha bisogno di selezione perché fa un gioco duro e non può tirarsi dietro soggetti deboli. Puramente e semplicemente: le serve un terreno di gioco dove l'unica regola sia che il più forte vince. A costo di semplificare, voglio dire che questo è l'esatto punto in cui i noglobal scendono dal treno e rinunciano al West. Benché le loro rivendicazioni siano tante e diverse, potete raccoglierle tutte sotto un unico cappello: il rifiuto di un mondo regolato dalla legge del più forte. Di volta in volta mettono nel mirino singole tessere del paesaggio: lo sfruttamento dei lavoratori nei paesi poveri, il divario vertiginoso tra ricchi e poveri, l'uso e l'abuso dell'ingegneria genetica, la massificazione culturale, il disprezzo per i diritti dei consumatori. A discuterle una per una si diventerebbe vecchi: più utile sembra capire che sono sintomi diversi di un'unica malattia: l'orientarsi del pianeta verso una competizione con poche regole, dove quasi tutto è permesso, dove il profitto è l'unico indicatore di forza, e dove il più forte vince, tout court. E' quel mondo che i noglobal, non sempre consapevolmente, tengono nel mirino. Chiedervi se siete pro o contro la globalizzazione non significa chiedervi se siete favorevoli ai cibi transgenici, o se vi piace la Nike, o se vi fa paura la scomparsa dei dialetti, o se le paghe dei cinesi che fanno le vostre scarpe vi sembrano giuste o schifose. Significa chiedervi se, per abitare un mondo più ricco, siete disposti ad abitare un mondo selettivo, competitivo, duro, in cui vige sostanzialmente la legge del più forte, e dove i vincitori vincono e gli sconfitti perdono. Tanto per aiutare nella risposta, vorrei ricordare che una buona fetta del secolo appena passato è stata dedicata a evitare un mondo del genere. Mai come negli ultimi cent'anni si è cercato esattamente un modo di convivere e arricchirsi senza essere costretti ad arrendersi alla legge del più forte. In modo eclatante e compiuto, lo hanno fatto due grandi progetti: il socialismo reale e l'idea di Stato assistenziale. Adesso suonano entrambe come bestemmie, ma in origine erano esattamente questo: cercare un sistema che non bloccasse lo sviluppo, ma evitasse un campo aperto dove il più forte schiacciava il più debole e amen. Perché cercavano un simile obbiettivo? Perché erano buoni? No. Perché erano scioccati. Scioccati dalla vita disumana dell'operaio europeo di fine ottocento, scioccati dalle famiglie americane sprofondate da un giorno all'altro nella miseria da una crisi di Borsa incomprensibile. Avevano capito che un mondo senza rete, senza redistribuzione della ricchezza, senza tutela per i più deboli, era un mondo che produceva inaudite sofferenze e, oltretutto, ti si poteva rivoltare contro in un attimo: una specie di centrifuga che tritava destini e che, se non reggevi il ritmo necessario a rimanere in centro, ti espelleva velocemente verso orbite di miseria da cui non ti tiravi più fuori. Non erano buoni. Erano scioccati. Che ne è stato di quello choc? Dimenticato? Perché suona progressista predicare la liberalizzazione di tutto e tutti, quando in sostanza non è che la restaurazione di un mondo come quello che decenni fa abbiamo cercato di far fuori? Nessuno si accorge che i reportages dalle fabbriche del terzo mondo raccontano un orrore che è assurdamente identico a quello che Zola raccontava in Germinale, parlando di minatori che vivevano centotrenta anni fa? Come fanno le sinistre europee a schierarsi al fianco della globalizzazione senza riflettere sui risvolti crudeli che avrebbe per i deboli della terra? Possibile che basti a convincerle l'obiezione che con cinquanta centesimi di dollaro al giorno almeno si vive, mentre senza la fabbrica che fa palloni neanche si campa, laggiù? (Era lo stesso per i minatori di Zola: lo stesso paradosso logico: e 130 anni non sono bastati a trovare una soluzione più degna?) Possibile che ci vogliano due aerei lanciati ad azzerare le Twin Towers per ricordare che la legge del più forte non è una garanzia per nessuno, nemmeno per il più forte? Possibile. Quel che accade è che gran parte dell'Occidente si sia innamorato di un'idea (la globalizzazione) e regolarmente rimuova il ricordo del prezzo che dovrebbe pagare per averla. Si può anche capire. La globalizzazione, se reale, produce effettivamente ricchezza, modernità, e pace: obiettivamente ce n'è abbastanza per dimenticare quelli che, con squisito eufemismo, alcuni hanno definito, nei giorni di Genova, "degli inconvenienti". L'inconveniente è che quel mondo più ricco, più moderno, quasi completamente in pace sarebbe un campo aperto regolato dalla legge del più forte. 
La domanda era: i no global sono pazzi o profeti? Io so che chiariscono i termini della decisione collettiva a cui siamo chiamati: e che ci mettono davanti al panorama vero del nostro tempo, così diverso dalla cartolina truccata che vendono negli empori del potere. Per cui aiutano. E' chiaro però che la loro attendibilità si gioca in un punto ben preciso: la capacità di formulare un plausibile modello alternativo, capace di salvare i tratti positivi della globalizzazione (la circolazione delle idee, la fine dei nazionalismi, l'uso della pace come vettore economico) senza obbligare a pagare prezzi altissimi in termini di sofferenza e di barbarie sociale. Quel modello è un'ingenua utopia? E' qualcosa di più di una cieca fiducia nella possibilità di avere la botta piena e la moglie ubriaca? Ammesso che una risposta sia già possibile, ad essa proverò a dedicare il prossimo e ultimo articolo.
(3. Continua)

La Repubblica di venerdì 23 ottobre 2001.

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Ultimo Aggiornamento_Last Update: 10 Nov. 2001