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PROFILO BIOGRAFICO DI ALBERTO ZANVERDIANI: Trieste, 26-IX-1894 - Venezia, 28-VI-1977 |
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AZ, fine XIX secolo
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Apprese le prime nozioni sul disegno e l'intaglio scultoreo su legno, dal padre, Alberto senior, che in questo campo fu imprenditore ed insegnante in diverse città italiane, oltreché apprezzato restauratore, ricevendo incarichi e commesse provenienti, tra l'altro, dalla Città del Vaticano. L'artista, figlio unico, ebbe quindi modo di iniziare precocemente, fin dall'ambiente familiare, un personale percorso conoscitivo in quell'universo raffinato di preziosi manufatti che sono tipici, sia dell'arredamento antiquario, che delle cosiddette arti minori e decorative (mobili, libro d'arte, gioielleria, tappeti, porcellane, ecc.), acquisendo nel contempo una notevole capacità manuale, tanto da imparare a “maneggiare sgorbie e bulini prima ancora di saper leggere e scrivere.” (Servolini 1930) Del resto la sua formazione avvenne in una città all'apice dell'esperienza culturale centroeuropea ed al contempo, in quanto porto primario, crocevia di commerci e sede privilegiata per l'incontro di genti, nazioni e confessioni religiose diverse, aperta alle influenze estetiche provenienti dai luoghi più disparati, dall'estremo Oriente, al Mediterraneo, alla Grecia, alle rive dell'Adriatico. Trieste costituiva quindi il terreno ideale per coltivare un'ampia gamma di conoscenze dal vasto respiro, che egli integrò, già all'età di 14 anni, con un viaggio in solitudine per l'Italia. Risalenti ai suoi primi anni, sono alcune fotografie eseguite presso noti studi fotografici triestini, come quelli di Giuseppe Wulz ed Ernesto Mioni, mentre, in ambito scolastico, condusse più che regolari studi, ottenendo il diploma magistrale a Capodistria e la maturità classica a Trieste. Le biografie dei principali artisti triestini del tempo dimostrano l'attenzione prevalente a quanto avveniva a Vienna ed a Monaco, anche la Biennale di Venezia (1895), costituiva un inevitabile polo di attrazione, espressione di un'altra città di quel mare Adriatico che univa piuttosto che dividere, sia nel recente comune dominio austriaco, che durante la precedente egemonia veneziana, fondata sugli stretti rapporti con Istria e Dalmazia. Ma la vita della città giuliana era pervasa da ulteriori fermenti. In primo luogo il patriottismo e l'Irredentismo, con personalità di spicco quali Attilio Hortis (1850-1926), Giorgio Pitacco (1866-1945), Felice Venezian (1851-1908), che favorirono il perpetuarsi od il sorgere di vivaci associazioni dalle finalità sociali ed aggregative quali la Società Ginnastica Triestina (1863), la Lega Nazionale (1891) ed il Circolo Artistico (1884), fulcro della vita culturale triestina, sia prima che dopo la Grande Guerra, con attività che spaziavano dalla musica, alla letteratura, alla pittura. Fondamentale era poi l'azione della Massoneria di cui, ad esempio, costituiva emanazione la Società Dante Alighieri (1889), con lo scopo istituzionale della diffusione della lingua italiana all'estero. Contemporaneamente, in antagonismo con il partito liberalnazionale, nasceva e si sviluppava il movimento socialista (1894-97). Di tutto ciò è partecipe il percorso esistenziale dell'artista: gli studi accademici a Vienna, l'internamento in un ospedale militare di Graz, per non voler combattere contro l'Italia nella Grande Guerra, la frequentazione della Ginnastica in gioventù, con una passione per l'attività sportiva che, in seguito, portò alle lunghe passeggiate nei boschi, all'assistenza, non di meno didattica, dei giovani presso i ricreatori della Lega Nazionale, proseguendo quanto già faceva il padre, anche nell'ambito di corsi di formazione professionale, presso la Scuola d'Arte Industriale. Datati 1913, si conservano alcuni suoi disegni a penna, i quali già evidenziano un deciso carattere grafico, che presto sfocia, secondo un aneddoto riportato dal critico e storico, oltreché artista, Luigi Servolini (1906-1981), nell'interesse per l'incisione silografica, affrontata a partire dal 1914: “Poco prima della guerra, mi capitò un giorno tra le mani un fascicolo pubblicitario di una fabbrica di colori ad acqua per la stampa a mano di xilografie. Per meglio raggiungere il suo scopo, l'opuscolo dava una breve spiegazione sul modo di incidere le xilografie. La cosa mi interessò e, considerando la mia abilità, da tempo trascurata, nell'intaglio del legno, decisi di metterla a frutto e di provare.” (Servolini 1930) In quegl'anni, al fine di perfezionare la propria tecnica ad olio, è inoltre allievo del noto pittore triestino Vittorio Bergagna (1884-1965) che dipingerà due suoi ritratti. Durante l'internamento, non abbandona del tutto l'attività artistica, come testimonia il soggetto di un'incisione più tardi pubblicata. Avvenuta la liberazione e l'annessione del capoluogo giuliano all'Italia l'artista modifica l'originale cognome Zavadlan, ancora presente nelle prime pubblicazioni, mentre immutata rimane la sigla AZ, a contrassegnarne l'opera grafica. Nel 1919 esegue le illustrazioni per un testo poetico conosciuto come il primo libo edito a Trieste dopo l'unificazione, utilizzato inoltre quale libretto per un melologo del musicista Cesare Barison (1885-1974): la lirica Paolo e Francesca del poeta Mario Todeschini, in arte Morello Torrespini, pubblicazione esposta al Museum of Modern Art di New York, in occasione della mostra The Artists and the Book in Twentieth-Century Italy (1992). In questa, come in altre opere coeve, si osserva un deciso distacco da ogni accademismo di maniera, in un linguaggio caratterizzato sia da una moderna sintesi grafica, condotta tramite l'essenzialità del segno, che dal fluire di intrecci vegetali e fiammeggianti, che inviluppano la figurazione, non mancando talvolta gli accenti espressionisti, rimarcati dal segno più spigoloso. In quegl'anni esegue (in collaborazione) anche il disegno per la tovaglia in pizzi e ricami donata dalle donne giuliane alla regina Elena (Sestan 1920). Per conseguire il titolo accademico italiano, con l'abilitazione all'insegnamento delle discipline del disegno, non scelse Venezia, ma Bologna, che prediligeva e che, proprio in quel periodo divenne centro di coagulo e promozione della nuova arte grafica del Novecento. Grazie ai titoli di studio conseguiti, svolse perciò attività didattica in scuole di diverso ordine e grado della sua città natale, dal 1920 fino agli anni '50. Il fervido interesse per i manufatti d'arte, studiati e ricercati presso le mostre, gli antiquari e le aste, lo portò ad accumulare una tale esperienza da essere interpellato per perizie, sia su oggetti d'arredo che su opere pittoriche. Conseguente fu il suo approfondimento sulle diverse espressioni decorative, dagli stili classici alle raffinate stilizzazioni orientali, dai decori floreali gotici agli esiti dell'arte internazionale contemporanea, dalla pittura alla pubblicità. Parallelo l'amore per il libro antico e moderno, incunaboli, edizioni latine, francesi, italiane ed in idioma tedesco, sua seconda lingua, come pure per le pubblicazioni d'arte, le riviste e monografie, sulla grafica, arredamento ed architettura, quali le edizioni Ratta, L'Eroica, Emporium, The Studio ed altre ancora. Altrettanto viva era la sua passione per i classici ed il purismo della lingua italiana, tanto che Boccaccio e Petrarca, ispirarono i nomi delle figlie, cosiccome per la letteratura tedesca (Johann Wolfgang Goethe, Friedrich Schiller), l'epica (la leggenda di Till Eulenspiegel), le saghe nordiche ed in generale le leggende e le tradizioni dei popoli, nelle quali ritrovava la loro più genuina identità, affiancandovi gli studi più propriamente storici, araldici e genealogici. Non gli mancava, inoltre, la curiosità naturalistica: amava gli animali ed i felini in particolare, studiava i minerali, le piante officinali e rare, i funghi, le essenze lignee. Nell'insieme, un importante bagaglio culturale che sfociò nella comunicazione propria della professione di insegnante. Significativo appare il suo abitare ed operare al centro di Trieste, prima, fino al 1923 circa, in uno studio all'ultimo piano della cosiddetta Rotonda dei Pancera, famoso edificio neoclassico eretto dall'architetto Pertsch nel 1804-05, successivamente in via San Michele, sul colle di San Giusto, fino al 1940. Il grande amore per un'allieva, con cui condivideva l'interesse per le scienze esoteriche, lo portò al matrimonio, nel 1922. L'unione accentuò il legame con una borghesia che, alla professione, affiancava vaste e radicate inclinazioni culturali, come la produzione exlibristica in parte evidenzia, per esempio attraverso figure di personaggi che, in ambiti diversi, incisero fortemente nella vita della città. In questi anni emerge nella sua pittura l'adesione ai modi che contrassegnano il Novecento italiano, come nella poetica neorinascimentale che caratterizza un ritratto della moglie con la figlia primogenita (1923), negli ex libris si osservano anche stilemi classici oltre a decori fitomorfi spazianti dal Romanico al Gotico. Le sue xilografie “si impongono per l'esattezza del disegno, per la disinvoltura e l'efficacia del suo taglio con la sgorbia” (Servolini 1930) e dal 1924 modifica i caratteri della tecnica incisoria “ricercando intensamente il chiaroscuro” (Servolini 1955). Sue opere, dipinti, incisioni con tecniche diverse ed illustrazioni per libri d'arte, vengono richieste per esposizioni all'estero (New York, Lisbona) e da committenti privati o pubblici, come il Comune di Trieste. Infatti oltre ad immagini per la rivista cittadina e miniature adornanti pergamene celebrative, realizza, prima delle demolizioni nella città vecchia, iniziate nel 1934, una serie di acquerelli documentanti le atmosfere delle antiche vie destinate per sempre a scomparire. Tali dipinti vengono esposti alle annuali manifestazioni del Giugno triestino, presso il Castello di San Giusto e conservati presso i musei cittadini. Un ciclo di vedute su tavola, dal medesimo tema, viene esibito nel 1937, nella nota Galleria Michelazzi di Trieste. Nel periodo intercorrente tra le due guerre mondiali lavorò, inoltre, nell'ambito della grafica pubblicitaria (industrie Vernici Veneziani, Modiano, Vernici ICASA), illustrò alcune edizioni musicali, come i libretti del musicista Michele Eulambio (1881-1974) e costruì plastici cartografici, su commissione della Provincia di Trieste. Negli anni '20 modellò, in collaborazione con il padre, il Carroccio ed una serie di figure storiche lignee, commemorative della Battaglia di Legnano. Di grandi dimensioni (50-60 cm) e con articolazioni snodate per i movimenti, vengono esposte, forse nel 1923, alla Prima Mostra Internazionale delle Arti Decorative presso la Villa Reale di Monza, nel cui catalogo è presente con una dozzina di oggetti. Nel medesimo anno espone ed ottiene un riconoscimento, alla prima Esposizione Nazionale d'Arte decorativa e dell'Artigianato di Firenze, come era accaduto l'anno precedente all'Esposizione d'Arte decorativa delle Tre Venezie ed Orafa Nazionale di Vicenza. Dal 1924 al 1938 l'editore Cesare Ratta (1857-1938) di Bologna pubblicò numerosi suoi lavori grafici, nelle proprie famose e preziose edizioni d'arte. L'artista collaborò con altri editori o stampatori: Licinio Cappelli di Bologna, Giovanni e Vanni Scheiwiller di Milano, Smolars Arti grafiche e Dino Brasioli di Trieste, Corrado Ban attivo a Gorizia e Padova. Tra le figure del mondo della cultura e dell'arte, con le quali ebbe rapporti di stima, amicizia e lavoro, si possono poi citare: lo storico triestino Silvio Rutteri, i giornalisti e critici Alfredo Algardi, Silvio Benco, Rino Alessi (1885-1970), Mario Nordio, il collezionista Eugenio Garzolini, i pittori Dudovich, Marussig, Vittorio Gussoni (1893-1968), Argio Orel (1884-1942), Alberto Sirk (1887-1947), Cesare Sofianopulo (1889-1968), Giove ed Orfeo Toppi (1893-1975), Carlo Walcher (1905-72), Remo Wolf. Spirito caustico, nella vita come nell'espressione artistica, dove non disdegnava la caricatura, il suo approccio all'attività creativa ebbe un imprescindibile, inevitabile riferimento estetico nella figura del sommo artista Albrecht Dürer (1471-1528). Vivere il mondo dell'arte se portò ai frequenti rapporti, sia epistolari che diretti, con pittori, editori, critici e collezionisti, al contempo, possiamo affermare, creasse quasi un microcosmo alternativo idealizzante, che purtroppo trovò il drammatico contrappeso delle tragiche vicende belliche del conflitto mondiale, che lo videro ufficiale di un reparto di contraerea. Nel 1945 la famiglia dell'artista si trasferì a Venezia, ma dalla fine degli anni quaranta fino all'età del pensionamento, egli ritornò a lavorare a Trieste, sia nell'ambito dell'insegnamento che in quello artistico, partecipando a mostre cittadine (Circolo Artistico, Galleria Ierco). In questo periodo il pittore triestino Adolfo Levier (1873-1953) eseguì un suo ritratto di grandi dimensioni, che espose alla XXVII Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia del 1954. Contemporaneamente, Alberto Zanverdiani dipinge acquerelli ed oli di vedute veneziane, scorci caratteristici e poco noti, appositamente ricercati, della cosiddetta Venezia minore, non mancando le ambientazioni notturne che riprendono i colori e le atmosfere di un dipinto già ideato in occasione del viaggio di nozze nella città lagunare. Prosegue inoltre la produzione di raffinati lavori di miniatura, d'intaglio in legno ed avorio, cosiccome l'esecuzione di modelli in cera persa per gioielli. Dai primi anni '60, risiede prevalentemente presso Vienna, più precisamente a Klosterneuburg, dedicandosi alla pittura ad olio con soggetti raffiguranti i dintorni della capitale austriaca. Egli tratta tuttavia anche temi veneziani e nature morte, trascorrendo gli ultimi due anni a Venezia. |
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AZ, fine XIX secolo
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AZ, 1923
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AZ, anni '20
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Ritratto di AZ, eseguito da Adolfo Levier (1954).
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I diritti sulle immagini appartengono ai discendenti dell'artista. |
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