Buona lettura .. e buona avventura!
Giorno n 6 il deserto comincia a farsi sentire
L’asfalto, che ci ha permesso di abbandonare velocemente la costa,
atlantica è ormai un ricordo lontano. Per quattro giorni abbiamo
viaggiato su una pista che va avanti a zig-zag, per evitare rocce taglienti
che emergono da una distesa di pietre piccole, aguzze come lame.
Oggi abbiamo forato 2 volte. Sempre una pietra, che incide il fianco del
copertone, come un colpo di coltello netto e profondo.
Nessuno se la prende più di tanto, ma lo stop per il campo
avviene alle 17,25, così, dove ci troviamo.
Verifico sulla mappa che ho tracciato sulla base di una foto
satellitare sovietica, la posizione più probabile del nostro campo.
Intanto Nanù armeggia alle tende, si sente il profumo
dell’acacia che brucia, la cucina cammina. Come faremo a riparare i due
copertoni? Nessuno sembra preoccupato, è routine. La tecnica: si
mette, in posizione corrispondente alla rottura, una pezza di qualsiasi
natur, un fazzoletto di tappetino interno o di paraspruzzi in gomma
(quei quadrati che scendono dietro i passaggi ruota per evitare la proiezione
di sassi da parte dei pneumatici) poi si cuce il tutto, si mette la camera
d’aria e si riparte.
Ore 18,00 ricerca di “qualcosa” tra le dune. direzione due-zero-sette
dal campo.
Mi sono allontanato con il mio diario, in cerca di “qualcosa
“ in una pianura di sabbia ocra interrotta da isole di rocce nere.
Pochi minuti e il silenzio è diventato assoluto, i colpi di
martello sui cerchioni si sono persi nel cielo, senza eco, scomparsi.
Ore 19,31 esplorazione del territorio in direzione due-zero-sette dal
campo.
Alla base di una duna ho trovato un manufatto, un’ascia in pietra,
di fattura neolitica, intatta, come se fosse stata appena finita
dall’antenato che l’ha scolpita. È dimensionata per essere
brandeggiata da una mano grande, impugnandola, concludo
che poteva essere di dimensioni doppie rispetto alla mia. Ha un filo
senza dentelli, quasi tagliente. Più che un’ascia potrebbe essere
un utensile usato per raschiare carne e grasso dalla parte interna
delle pelli di animali. Cerco intorno, il terreno mostra residui di lavorazione
della selce, rozzi coltelli e perfette punte di freccia.
Tornare indietro nel tempo porta lontano dal reale, si
perde la cognizione del “trascorrere”. Sono passate due ore
o sono qui da sempre? Sono ancora io o mi ha invasato l’uomo
sconosciuto che ora mi guida? Si è fatto buio, dopo un tramonto
che ha spento in un attimo il sole in una poltiglia di sabbia (l’incubo
delle tempesta annunciata) che sovrasta l’orizzonte di un pugno giusto.
Sento la voce di Selim . E’ venuto a cercarmi seguendo orme
che ormai il vento ha quasi cancellato dalla sabbia. Mi porta al campo,
in una direzione che è a 180 gradi da quella che avrei preso
io, tanto sicuro da non consultare la bussola che ho portato con me. “Succede
sempre così quando ci si allontana troppo dal campo -mi rimprovera
sorridendo - ti perdi… e più cammini più ti allontani. Quando
viene giorno sono dolori…”
Mentre parlava stringevo la mia ascia nella mano. In qualche modo sentivo
che d’ora in poi mi avrebbe guidato. Aveva di nuovo un padrone. E
adesso avevo bisogno di lei
Giorno 14 ore 5.30. risveglio al campo, direzione zero-nove-tre
La lunga linea grigia che ieri ha inghiottito il sole (mi ricorda le
descrizioni di Joseph Conrad nei mari tropicali) oggi è rossa,
sottile, cresce velocemente. Sto gustando un triangolo di “aish” (pane),
fresco di forno. Lo ha cotto Selim, adagiandolo come una frittella
sotto la sabbia, alla base del fuoco e poi lo ha riempito di
marmellata di fichi. Ieri sera sono crollato nel sacco a pelo
e mi ha risvegliato la preghiera del mattino, modulata in coro, come
il richiamo di un Muezzin. Oggi mi sento un leone, ma niente toilette,
l’acqua è scarsa, bisogna tagliare i consumi. Si riparte, ricostruisco
ossessivamente la rotta zero-nove-tre. Ma i conti non tornano perfettamente,
indicano una direzione che incrocia un terreno impraticabile,
più si avanza, più rocce emergono come coltelli… non possiamo
cucire copertoni all’infinito…. Cambiano CAP, ma mi rendo
conto che ormai sono fuori controllo del territorio, la cartografia non
corrisponde a quel che vedo.
Giorno 18 0re 17.00 sul dome del Galb El Richat
La luce del giorno è ancora alta quando iniziamo a salire nel
cono centrale del cratere di Galb el Richat. Niente di eroico, sudiamo
abbondantemente, come sempre, ma il sudore evapora in questo secco infernale,
lasciando solo geroglifici di sale sulle camicie.
Raccogliamo campioni di minerale non incastonato, o picconiamo
rocce grandi poco più di un pugno, in cui si distinguono formazioni
cristallizzate, scure e di aspetto vetroso.
Dopo aver formato una catena di avanzamento passo-per-passo, raccogliamo
e cataloghiamo quattro sacchi di minerali.
Eseguo rilevamenti dal punto centrale del Dome, con riprese
circolari “in bolla” che mi confermano che quelle colline nere, che posso
osservare oltre la depressione coperta di sabbia, non sono catene
montuose, ma i bordi del cratere.
Ore 21.00
Questa notte il vento è fastidioso, entra nella depressione
e forma mulinelli, impossibile difendersi, come di solito facciamo
con le tende mauritane, presentandogli le spalle. Niente fuoco, prepariamo
un riparo e mettiamo in moto una Camping Gas, che scoppietta, ma
tiene duro.
Una scatoletta di tonno, la poltiglia di un pomodoro troppo
maturo che mescolo e rigiro nel piatto di plastica, poi un paio di
formaggini schiacciati nella fessura del pane di ieri, dopo averlo sbattuto
sui pantaloni per togliere la sabbia che ancora vi aderisce. La cena è
finita, la stanchezza è mortale. Tutti dormono prima che io finisca,
a fatica, questa pagina.
Giorno 27 ore 21.00 campo in zona Ghallouia, pozzo prosciugato CAP uno-sette-zero
Sono ormai sette giorni che la nostra marcia prosegue in un ambiente
sempre più desolato, arido, invivibile. Il nostra Cap (uno-sette-zero)
è puntato verso il secondo obbiettivo della spedizione, un
lago neolitico che un tempo si estendeva su gran parte del deserto
che ora ricopre la Mauritania. Oggi abbiamo incrociato una transumanza
di cammelli, ne ho contati 150. Li segue una piccola tribù di allevatori.
Nonno, figli e nipoti, con un nucleo di 8 rampolli, il più grande
di 15anni, l’ultimo nato perennemente attaccato al seno avvizzito di una
donna eccezionale. Il primogenito viaggia separato, precede
il baldacchino ondeggiante di Amina, 13 anni, una speranza
di nuove braccia, che, sera per sera, diventa un dovere ineluttabile. Parlo
con il padre, in un francese invidiabile, appreso durante il servizio militare.
Porta uno “shesh” (turbante) arrotolato infinite volte. Sul volto,
un intrico di cicatrici tribali, che induriscono i suoi tratti
regolari, un segnale di esperienza e determinazione che nel
deserto vale molto più di quell’Enfield, residuato di guerra,
nascosto tra due tappeti, indispensabile per difendersi dai
predoni, ladri di bestiame , gente resa crudele dalla necessità
di sopravvivere. Dai suoi occhi socchiusi partono sguardi indagatori e
taglienti, sempre in cerca delle mie reazioni ad ogni suo racconto, ad
ogni affermazione. “Siamo partiti dal nostro pozzo (il pozzo, nel deserto,
è il nucleo di ogni famiglia) perché la falda dell’acqua
è scesa a 80 metri. Ci vuole un giorno intero per tirar su una quantità
di acqua sufficiente a metà mandria. Abbiamo liberato gli animali,
ripiegato le nostre tende e li stiamo seguendo, dovunque essi vadano. Qui
dove ci siamo fermati, dopo tredici giorni di marcia, traspira acqua, bisognerà
vedere se è salmastra o amara, se ci sono le condizioni per
sopravvivere. Mentre parla la moglie allatta tenendo il piccolo
al riparo dalle mosche, avvolto nel velo di cotone nero.
Gli altri bimbi aspettano in silenzio il loro turno, una bevanda
che la mamma mescola davanti al fuoco, un grumo di latte di capra
e uova. Si servono intingendo, a turno, del pane secco.
Giorno 30 ore 08, 00 al riparo dalla tempesta di sabbia, a Bir Oumarrick
Riposo, cerco il vuoto mentale, respingo sul nascere la domanda
di Chatwin, primo passo verso la depressione “….cosa
ci sono venuto a fare qui?…”. Sento un sibilo ondulante, come se
il vento avesse preso una dimensione reale, comunicabile. Ha iniziato con
un tremore indistinto, scendendo e salendo sulla scala dei toni come la
nenia ipnotica degli incantatori di serpenti. Nasce, ma nessuna eco
lo amplifica, rimbalza nella nostra cittadella come una emanazione
virtuale della nostra mente. E’ solo un pezzo di canna con quattro
fori, reso vivo da dita callose e agili, “ Suono con la bocca e recito
le Sure del Corano con la mente” dice Abdel, accortosi del mio interesse.
Giorno 34- ore 22,00 campo nel deserto, CAP uno-zero-tre
Il vento è cessato, di colpo, nella notte. Siamo partiti
alle prime luci dell’alba, con noi c’è ora anche Bachir, il capovillaggio
che ci fa da guida.
L’umanità sembra scomparsa da questa parte del continente,
per la mancanza di acqua e di pascolo, ma non è così.
Dopo un tratto di circa 250 chilometri, che ha richiesto quattro giorni
di marcia, abbiamo sostato sotto un’acacia isolata, individuata
da molti chilometri di distanza, ingigantita come un miraggio dalla calura
tremolante. Il tempo di fare campo, accendere rami secchi sparsi a terra,
preparare scatolette e terribili surrogati del break di mezzogiorno, quando
lei è apparsa.
Camminava sulla duna sollevando una nube leggera di pulviscolo come
se galleggiasse su una nube, il suo velo nero rigonfio di vento ne
sbilanciava l’equilibrio, la figura appariva asimmetrica, dilatata
come una vela nera sull’oceano di sabbia.
A dieci metri da noi si è accucciata, ha estratto da un sacchetto
una decina di oggetti, ponendoli ad arco attorno alla sua persona, in bella
mostra, da una parte i più grandi, davanti i più piccoli.
E’ rimasta in silenzio, forse recitava una
preghiera mentale perché qualcuno si accorgesse del suo arrivo.
Mi sono accomodato di fronte a lei ed ho iniziato a interessarmi
agli oggetti, mentre Bachir traduceva le domande
e mi passava informazioni. Era nomade, con la famiglia accampata
dietro le grandi dune alla nostre spalle. Questi oggetti trovati sul terreno
o costruiti con le sue sorelle, servivano per barattare cotone,
tè e zucchero, qualche dattero e quella dolcissima marmellata di
fichi che anche noi conoscevamo ogni mattina.
Offriva la sua merce senza aspettare favori, tanto meno elemosina.
Ho detto a Bachir di trattare il prezzo di una piccola perla
locale, una pallina non più grande di un centimetro, in cui ho riconosciuto
inclusioni di piccoli cristalli vetrosi, lucenti. Una lacrima di
quella breccia formatasi nel Galb el Richat ?
Ho pagato il prezzo richiesto. Ho rispettato il suo comportamento,
da pari a pari. Mi ha sorriso. Le ho regalato un golf di lana.
Ore 2.35
Nel campo c’è movimento, un branco di iene ride e ringhia troppo
vicino alle nostre tende, attirato forse dall’odore di carne e dal sangue
della macellazione. Vengono ravvivati i fuochi, ne accendiamo altri due,
in modo da formare un semicerchio davanti alle tende, alle spalle la roccia.
Penso al cane che ho visto dominare i graffiti nella caverna. Forse era
un avviso per la presenza di queste iene. Fingo di crederci, il tempo che
ci separa dall’opera di quel lontano antenato mi sembra immenso. Eppure
la conservazione dei colori dimostra che… Rientro nel sacco a pelo. Delle
iene ormai si sentono solo echi, sempre più lontani.
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