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Queste sono alcune pagine del diario di Viaggio. Il reportage completo, sull’Europeo di dicembre, ha un’estensione
di 20 pagine ed è corredato da 50 fotografie,
scattate giorno per giorno.
Durante la spedizione ho realizzato, con testi e regia, due documentari per Geo & Geo ( RAI TRE ).
Salvo disponibilità, si può avere una copia gratuita di un  episodio, su CD. Richiederla a schalb@tiscali.it

Buona lettura  .. e buona avventura!

Giorno n 6  il deserto comincia a farsi sentire
L’asfalto, che ci ha permesso di abbandonare  velocemente la costa, atlantica è ormai un ricordo lontano. Per quattro giorni abbiamo viaggiato su una pista che va avanti a zig-zag, per evitare rocce taglienti che emergono da una distesa di  pietre piccole, aguzze come lame. Oggi abbiamo forato 2 volte. Sempre una pietra, che incide il fianco del copertone, come un colpo di coltello netto e profondo.
Nessuno se la prende  più di tanto, ma lo stop per il campo avviene alle 17,25, così,  dove ci troviamo.
Verifico  sulla mappa che ho tracciato sulla base di una foto satellitare sovietica, la posizione più probabile del nostro campo.
Intanto Nanù  armeggia alle tende, si sente il profumo dell’acacia che brucia, la cucina cammina. Come faremo a riparare i due copertoni? Nessuno sembra preoccupato, è routine. La tecnica: si mette, in posizione corrispondente alla rottura, una pezza di qualsiasi natur, un fazzoletto  di tappetino interno o di paraspruzzi in gomma (quei quadrati che scendono dietro i passaggi ruota per evitare la proiezione di sassi da parte dei pneumatici) poi si cuce il tutto, si mette la camera d’aria e si riparte.
Ore 18,00 ricerca di “qualcosa” tra le dune.  direzione due-zero-sette dal campo.
 Mi sono allontanato con il mio diario, in cerca di  “qualcosa “  in una pianura di sabbia ocra interrotta da isole di rocce nere.
Pochi minuti e il silenzio è diventato assoluto, i colpi di martello sui cerchioni si sono persi nel cielo, senza eco, scomparsi.
Ore 19,31 esplorazione del territorio in direzione due-zero-sette dal campo.
Alla base di una duna ho trovato un manufatto, un’ascia in pietra, di fattura neolitica, intatta, come se fosse stata appena finita  dall’antenato  che l’ha scolpita. È dimensionata per essere brandeggiata  da una mano grande,  impugnandola, concludo   che poteva essere di dimensioni doppie rispetto alla mia.  Ha un filo senza dentelli, quasi tagliente. Più che un’ascia potrebbe essere un utensile usato per raschiare  carne e grasso dalla parte interna delle pelli di animali. Cerco intorno, il terreno mostra residui di lavorazione della selce,  rozzi coltelli e perfette  punte di freccia.
Tornare indietro nel tempo  porta lontano  dal reale, si perde la cognizione del “trascorrere”. Sono passate   due ore o sono qui da sempre?  Sono ancora io o mi ha invasato  l’uomo sconosciuto che  ora mi guida? Si è fatto buio, dopo un tramonto che ha spento in un attimo  il sole in una poltiglia di sabbia (l’incubo delle tempesta annunciata) che sovrasta  l’orizzonte di un pugno giusto. Sento la voce di Selim .  E’ venuto a cercarmi seguendo  orme che ormai il vento ha quasi cancellato dalla sabbia. Mi porta al campo, in una direzione che è  a 180 gradi da quella che avrei preso io, tanto sicuro da non consultare la bussola che ho portato con me. “Succede sempre così quando ci si allontana troppo dal campo -mi rimprovera sorridendo - ti perdi… e più cammini più ti allontani. Quando viene giorno sono dolori…”
Mentre parlava stringevo la mia ascia nella mano. In qualche modo sentivo che d’ora in poi  mi avrebbe guidato. Aveva di nuovo un padrone. E adesso avevo bisogno di lei

Giorno 14 ore 5.30. risveglio al campo, direzione zero-nove-tre
La lunga linea grigia che ieri ha inghiottito il sole (mi ricorda le descrizioni di Joseph Conrad nei mari tropicali)  oggi è rossa, sottile, cresce velocemente. Sto gustando un triangolo di “aish” (pane),  fresco di forno. Lo ha cotto Selim,  adagiandolo come  una frittella sotto la sabbia, alla base del fuoco  e  poi lo ha riempito di marmellata di fichi.  Ieri sera sono crollato  nel sacco a pelo e mi ha risvegliato la preghiera del mattino, modulata  in coro, come il richiamo di un Muezzin. Oggi mi sento un leone, ma niente toilette, l’acqua è scarsa, bisogna tagliare i consumi. Si riparte, ricostruisco  ossessivamente la rotta  zero-nove-tre. Ma i conti non tornano perfettamente, indicano una direzione che incrocia un terreno  impraticabile,  più si avanza, più rocce emergono come coltelli… non possiamo cucire  copertoni all’infinito….  Cambiano CAP,  ma mi rendo conto che ormai sono fuori controllo del territorio, la cartografia non corrisponde a quel che vedo.

Giorno 18 0re   17.00  sul dome del Galb El Richat
La luce del giorno è ancora alta quando iniziamo a salire nel cono centrale del cratere di Galb el Richat. Niente di eroico,  sudiamo abbondantemente, come sempre, ma il sudore evapora in questo secco infernale, lasciando solo geroglifici di sale sulle camicie.
Raccogliamo campioni di minerale non incastonato, o picconiamo  rocce  grandi poco più di un pugno, in cui si distinguono formazioni cristallizzate, scure e  di aspetto vetroso.
Dopo aver formato una catena di avanzamento passo-per-passo, raccogliamo  e cataloghiamo quattro sacchi di minerali.
Eseguo rilevamenti dal punto centrale del Dome,  con riprese  circolari “in bolla” che mi confermano che quelle colline nere, che posso osservare  oltre la depressione coperta di sabbia, non sono catene montuose, ma i bordi del cratere.
Ore 21.00
Questa notte il vento è fastidioso, entra nella depressione  e  forma mulinelli, impossibile difendersi, come di solito facciamo con le tende mauritane, presentandogli le spalle. Niente fuoco, prepariamo un riparo e mettiamo in moto una  Camping Gas, che scoppietta, ma tiene duro.
Una  scatoletta di tonno, la poltiglia di un pomodoro troppo  maturo che mescolo e rigiro nel piatto di plastica, poi  un paio di formaggini schiacciati nella fessura del pane di ieri, dopo averlo sbattuto sui pantaloni per togliere la sabbia che ancora vi aderisce. La cena è finita, la stanchezza è mortale. Tutti dormono prima che io finisca, a fatica,  questa pagina.

Giorno 27 ore 21.00 campo in zona Ghallouia, pozzo prosciugato CAP uno-sette-zero
Sono ormai sette giorni che la nostra  marcia prosegue in un ambiente sempre più desolato, arido, invivibile.  Il nostra Cap (uno-sette-zero) è puntato verso il secondo obbiettivo della spedizione,  un lago neolitico che un tempo si estendeva su gran parte del  deserto che ora ricopre la Mauritania. Oggi abbiamo incrociato una transumanza di cammelli, ne ho contati 150. Li segue una piccola tribù di allevatori. Nonno, figli e nipoti, con un nucleo di 8 rampolli, il più grande di 15anni, l’ultimo nato perennemente attaccato al seno avvizzito di una donna eccezionale.  Il primogenito  viaggia separato, precede il baldacchino ondeggiante di    Amina, 13 anni, una speranza di nuove braccia, che, sera per sera, diventa un dovere ineluttabile. Parlo con il padre, in un francese invidiabile, appreso durante il servizio militare. Porta uno “shesh” (turbante)  arrotolato infinite volte. Sul volto, un  intrico  di cicatrici tribali, che induriscono i suoi tratti regolari, un segnale di esperienza e determinazione   che nel deserto vale molto più di  quell’Enfield, residuato di guerra,  nascosto  tra due tappeti, indispensabile  per difendersi dai predoni, ladri di bestiame , gente resa crudele dalla necessità di sopravvivere. Dai suoi occhi socchiusi partono sguardi indagatori e taglienti, sempre in cerca delle mie reazioni ad ogni suo racconto, ad ogni affermazione. “Siamo partiti dal nostro pozzo (il pozzo, nel deserto, è il nucleo di ogni famiglia) perché la falda dell’acqua  è scesa a 80 metri. Ci vuole un giorno intero per tirar su una quantità di acqua sufficiente a metà mandria. Abbiamo liberato gli animali, ripiegato le nostre tende e li stiamo seguendo, dovunque essi vadano. Qui dove ci siamo fermati, dopo tredici giorni di marcia, traspira acqua, bisognerà vedere se è salmastra o amara, se ci sono le condizioni per  sopravvivere.   Mentre parla la moglie allatta tenendo il piccolo al riparo dalle mosche, avvolto  nel  velo  di cotone nero. Gli altri bimbi aspettano in silenzio il loro turno, una bevanda  che la mamma mescola davanti al fuoco, un grumo di  latte di capra e uova. Si servono intingendo,  a turno, del pane secco.

Giorno 30 ore 08, 00 al riparo dalla tempesta di sabbia, a Bir Oumarrick
Riposo, cerco il vuoto mentale, respingo sul nascere la  domanda di Chatwin, primo passo verso la  depressione   “….cosa ci sono venuto a fare qui?…”. Sento  un sibilo ondulante, come se il vento avesse preso una dimensione reale, comunicabile. Ha iniziato con un tremore indistinto, scendendo e salendo sulla scala dei toni come la nenia ipnotica degli incantatori di serpenti. Nasce, ma  nessuna eco lo amplifica, rimbalza nella nostra cittadella  come una  emanazione virtuale della nostra  mente. E’ solo un pezzo di canna con quattro fori, reso vivo da dita callose e  agili, “ Suono con la bocca e recito le Sure del Corano con la mente” dice  Abdel, accortosi del mio interesse.

Giorno 34-  ore 22,00 campo nel deserto, CAP uno-zero-tre
 Il vento è cessato, di colpo, nella notte. Siamo partiti alle prime luci dell’alba, con noi c’è ora anche Bachir, il capovillaggio che ci fa da guida.
L’umanità sembra scomparsa da questa parte del continente,  per la mancanza di acqua  e di pascolo, ma non è così. Dopo un tratto di circa 250 chilometri, che ha richiesto quattro giorni di marcia,   abbiamo sostato sotto un’acacia isolata, individuata da molti chilometri di distanza, ingigantita come un miraggio dalla calura tremolante. Il tempo di fare campo, accendere rami secchi sparsi a terra, preparare scatolette e terribili surrogati del break di mezzogiorno, quando lei è apparsa.
Camminava sulla duna sollevando una nube leggera di pulviscolo come se  galleggiasse su una nube, il suo velo nero rigonfio di vento ne sbilanciava l’equilibrio, la figura  appariva asimmetrica, dilatata come una vela nera sull’oceano di sabbia.
A dieci metri da noi si è accucciata, ha estratto da un sacchetto una decina di oggetti, ponendoli ad arco attorno alla sua persona, in bella mostra, da una parte i più grandi, davanti i più piccoli.
E’ rimasta  in silenzio,  forse recitava   una preghiera mentale perché qualcuno si accorgesse del suo arrivo. Mi sono accomodato di fronte a lei  ed ho iniziato a  interessarmi agli oggetti,  mentre Bachir   traduceva le  domande e mi passava informazioni. Era nomade, con la famiglia  accampata dietro le grandi dune alla nostre spalle. Questi oggetti trovati sul terreno o costruiti con le sue sorelle,  servivano per barattare  cotone,  tè e zucchero, qualche dattero e quella dolcissima marmellata di fichi che anche noi  conoscevamo ogni mattina.
Offriva la sua merce senza aspettare favori, tanto meno elemosina.
Ho detto a Bachir  di trattare il prezzo di una piccola perla locale, una pallina non più grande di un centimetro, in cui ho riconosciuto inclusioni di piccoli cristalli vetrosi,  lucenti. Una lacrima di quella breccia formatasi nel Galb el Richat ?
Ho pagato il prezzo richiesto. Ho rispettato il suo comportamento, da pari a pari. Mi ha sorriso. Le ho regalato un golf di lana.
Ore 2.35
Nel campo c’è movimento, un branco di iene ride e ringhia troppo vicino alle nostre tende, attirato forse dall’odore di carne e dal sangue della macellazione. Vengono ravvivati i fuochi, ne accendiamo altri due, in modo da formare un semicerchio davanti alle tende, alle spalle la roccia. Penso al cane che ho visto dominare i graffiti nella caverna. Forse era un avviso per la presenza di queste iene. Fingo di crederci, il tempo che ci separa dall’opera di quel lontano antenato mi sembra immenso. Eppure la conservazione dei colori dimostra che… Rientro nel sacco a pelo. Delle iene ormai si sentono solo echi, sempre più lontani.