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Editoriale

L’Associazione AIPAC (Associazione Italiana di Psicologia Applicata e della Comunicazione) è membro accreditato e
riconosciuto dalla SICO (Società Italiana di Counseling) e dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca ( Decreto Ministeriale del 18 luglio 2005 Direttiva Ministeriale n. 90)

EDITORIALE

Franco Nanetti

IL COUNSELING INTERPERSONALE INTEGRATO
ad orientamento umanistico transpersonale

Il Counseling (termine inglese non perfettamente traducibile in consulenza) è un processo dialogico attivo tra un counselor e un cliente (o più clienti in caso di counseling di coppia, familiare o di gruppo) caratterizzato su principi di empatia, autenticità, congruenza e sull’integrazione di molteplici modelli psicologici e di abilità comunicative, con lo scopo in diversi campi di applicazione (relazione di aiuto, formazione, ambito aziendale e comunitario) di aiutare il cliente (non nella ristrutturazione di quadri psicopatologici definiti, semmai solo nei dis-adattamenti di personalità e nei disturbi di sottosoglia) ad analizzare, chiarire sistemi di pensiero, risolvere situazioni di crisi, stati di sofferenza in rapporto ad eventi erlebniss determinanti specifici, forme di disagio esistenziale e relazionale, a prendere decisioni e ad elaborare conflitti, e ad affrontare problemi specifici, nonché il raggiungimento in un tempo concordato di obiettivi responsabilmente negoziati, atti a promuovere itinerari di consapevolezza e conoscenza di sé, il benessere personale, migliorare il rapporto con gli altri, e l’implementazione di risorse funzionali ad incrementare l’autostima e il sentimento di autoefficacia, a riappropriarsi della propria vita e ritrovare una propria armonia interiore.

 

Il counseling è una pratica alla relazione d’aiuto e di sostegno individuale e di gruppo che si propone con sempre maggiore frequenza in questi anni in diversi ambiti professionali: da quello psicologico, pedagogico e socio-sanitario a quello aziendale e della formazione. Il counselor è un esperto di comunicazione e relazione, capace d’intervenire con competenza nella mediazione familiare per affrontare problemi di coppia e come supporto alla genitorialità, nell’orientamento scolastico, nel case management, nella formazione alla leadership e alle tecniche di gestione del conflitto, nel sostegno psicologico con malati oncologici e presso comunità terapeutiche, e in tutte le forme di disagio e di difficoltà esistenziale dove il soggetto necessita di un aiuto per riprendere consapevolmente la trama della propria vita, cambiare e rimettere in gioco scelte evitate o dimenticate.

IL CAMBIAMENTO AUTENTICO

Il cambiamento autentico è un processo di conversione esistenziale, che implica una trasformazione del soggetto nei pensieri, nelle emozioni, negli affetti, nelle intenzioni e nel corpo, nel modo d’amare e di credere, nel modo di vivere la distanza, l’intimità e la passione, la meraviglia e la nostalgia.
C’è un cambiamento che procede dal basso, liberando ciò che è coartato, e un cambiamento che procede dall’alto, come ricerca e apertura verso nuovi valori, possibilità e alternative. Entrambi ci segnalano la necessità che il cambiamento avvenga a più livelli, nella direzione del Sé interpersonale, del Sé transpersonale, del Sé corporeo.

Il processo di cambiamento non può che avvenire attraverso un rifluire verso l’esterno dell’energia bloccata, ossia attraverso l’apertura e il superamento di uno stato di ristagno emozionale.
Ogni emozione imprigionata nel corpo può essere liberata solo facendo ricorso al corpo.
Attraverso il corpo è possibile diventare consapevoli sia delle nostre emozioni sia dei nostri fondamentali atteggiamenti esistenziali. I nostri pensieri-guida, le nostre fondamentali posizioni esistenziali, sono degli automatismi corporei.
L’astenotonotrofia del depresso è la fondamentale risposta del corpo alla convinzione automatica, metafisica (perché difficile da dissacrare sul piano empirico): “Io non posso farcela”. Quando la rassegnazione è nel corpo, quando i pensieri votati all’impotenza s’imprigionano nel corpo, il soggetto rimane sempre più ingabbiato nell’apatia e nella convinzione che non ci sia proprio più “nulla da fare”.
Il corpo rivela il nostro stare al mondo e lo vincola. Quando sperimentiamo un’emozione negativa, ad esempio la paura, una parte del corpo può reagire bloccandosi o irrigidendosi. Se l’emozione negativa tende a reiterarsi, la risposta corporea diventa un body-script, una risposta stabile nel corpo che sollecita il riemergere dell’emozione negativa, pur allontanandola dalla coscienza. Tutto ciò è positivo e dannoso nello stesso tempo. Se temo di essere rifiutato, posso decidere di allontanarmi dalla paura del rifiuto assumendo la maschera corporea dell’autosufficiente, rendendomi inautentico e conflittuale.

Dare corpo al cambiamento significa renderlo reale, cambiare nel corpo significa cambiare il nostro modo abituale di pensare e di sentire.
Alcuni approcci cercano il cambiamento solo attraverso la riflessione, ma ciò non porta a nessun’evidente trasformazione, poiché se non ricontattiamo la nostra vita emozionale, difficilmente siamo nelle condizioni di potere realmente modificare anche le nostre convinzioni più profonde. Per fare ciò occorre che sperimentiamo fino in fondo la sofferenza.
La nostra conoscenza tacita, ossia la conoscenza che guida i nostri atteggiamenti esistenziali, necessita di un lavoro sui nostri stati emozionali, che a tutti gli effetti abitano in profondità il corpo.

SUPERARE LA CULTURA DEL NARCISISMO: PLURALISMO ED INTEGRAZIONE

 

Ogni modello offre prospettive teoriche ed operative, orienta la ricerca d’ipotesi, descrive la realtà, ma non è la realtà: è una sua semplificazione. Per questo possiamo affermare che la tendenza ad assolutizzare un modello a discapito degli altri, come molte scuole di formazione tendono a fare, è un retaggio di una cultura di quel narcisismo che cerca potere nella direzione di una chiusura culturale completamente estranea a qualsiasi ricerca di verità.
Ogni modello presenta intrinseci limiti, e pertanto può risultare veritiero solo se si confronta con altri modelli con i quali, senza giustapporsi, può integrarsi.
Da qualche tempo è emerso in modo sempre più evidente che i feudi chiusi e conclusi del sapere clinico, formativo e pedagogico hanno alimentato la nascita mode culturali provvisorie, di solito estranee alle effettive necessità del soggetto cui è rivolto l’intervento educativo o terapeutico.
Tutti i modelli, se rimangono nell’ipostasi della loro configurazione senza rendersi disponibili al dialogo e al dibattito culturale, presentano intrinseci limiti sia sul piano euristico sia sul piano operativo. Tale dialogo tuttavia non può esaurirsi con la semplice accettazione delle differenze e neppure con l’approdo ad uno sterile eccletismo, oggi frequente espressione di quanti affermano di essere aperti ad ogni prospettiva senza approfondirne nessuna, ma ad un faticoso percorso d’integrazione che richiede impegno nella direzione di una ricerca di connessioni, convergenze, denominatori comuni, differenziatori semantici, punti di forza, divergenze, nuove finalità e funzioni.
Da qui il mio impegno in questi anni volto ad indagare epistemologie diverse e diversi quadri concettuali e formativi al fine di ritrovare nell’evidenza soggettiva di un metamodello improntato alla pratica dialogica, la dimensione di un sapere orientato al “pensiero debole” come superamento d’ogni forma di dogmatismo e alla complessità come superamento d’ogni forma di riduzionismo culturale.
Crescere, evolvere, cambiare comporta un arricchimento di prospettive e un processo di flessibilizzazione delle nostre visioni di mondo. Tutto ciò può accadere in una cornice di apertura, rispetto e libertà.

 

Associazione Italiana di Psicologia Applicata e della Comunicazione
Via Mazza, 12 – 61100 Pesaro
Tel. e fax. 0721/30783 – aipac.scuola@virgilio.it
www.aipac-counseling.it