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LA STATUA DELLA MADONNA DEL PASSO

La leggenda afferma: "Siamo verso la fine del XVII secolo, l'anno di preciso è sconosciuto, quando una carovana di statue sacre transita sotto Agosta. Essi hanno con sé una bellissima statua, che rappresenta la Vergine Maria che tiene in braccio suo figlio Gesù. Questi Madonnari per rifocillarsi e far abbeverare i propri cavalli alle fresche sorgenti della "Fonte", sostano nei pressi della sacra edicola della Madonna del Passo. Venuti a sapere che gli Agostani sono particolarmente devoti alla Madonna decidono di proporre al parroco l'acquisto della bellissima statua. Il prezzo però non è accessibile alle scarse possibilità finanziare del sacerdote e quindi l'affare per il momento non è concluso. Questi allora riprendono la via per Subiaco dove sperano di essere più fortunati dai monaci di San Benedetto. Ma appena fanno per avvicinarsi al fosso di Tostini, che è subito fuori il paese, vengono investiti da un violento nubifragio, che li costringe a tornare indietro. Appena però arrivano nell'abitato di Agosta quasi per incanto torna il sereno. Ripartono quindi ancora una seconda e una terza volta, ma appena arrivati al fosso di Tostini torrenti d'acqua li costringono a tornare indietro. Decidono allora di vendere la Madonna ad Agosta e cosi possono finalmente proseguire il loro cammino.

IL PRODIGIOSO INTERVENTO DELLA MADONNA DEL PASSO

Tra gli avvenimenti di storia religiosa di Agosta spicca quello che accadde nei mesi di marzo, aprile, maggio del 1615, quando la Madonna del Passo prodigiosa­mente intervenne a favore di una povera creatura, posseduta dal Maligno. Ecco come l'episodio viene narrato nell'Inventario, conservato nell'Archivio Parrocchiale e scritto dall'Arciprete don Luigi Urbani. Il capitolo porta il titolo di "Prodigiosa Apparizione della Vergine Santissima del Passo. "Era il 3 marzo dell'anno 1615, ed una giovane di Agosta per nome Elisabetta D'Andrea era molestata da spiriti maligni, i quali non le davano mai un'ora di tregua, impe­dendole il lavoro non solo campestre, ma ancora famigliare. I genitori insieme allo sposo erano talmente afflitti che risolvevano portarla in Trevi, onde esorcizzarla alla ven. Chiesa della Madonna del Riposo. Andarono infatti, e furono accolti dal Reverendo Sac. D. Domenico Cera con quella carità cristiana che è propria di un buon sacerdote. Cominciarono gli esorcismi, e, duravano un mese continuo senza ottenere alcun risultato buono come si sperava. Infine uno spirito maligno, il quale rispondeva in lingua latina disse: che per giusto giudizio di Dio, egli sareb­be uscito se gli fossero fatti gli esorci­smi alla Madonna del Passo dell'Ago­sta. Il R. Sac. D. Domenico Cera che era l'Esorcista, domandò al padre di Elisabetta se realmente esisteva questa Madonna del Passo in Agosta. Il genitore rispose che non esisteva chiesa alcuna sotto tal titolo; ma che vi era una casa diroccata, dove appena si scorgeva un'antica pittura, la quale era venerata sotto il titolo della Madonna del Passo; ma che a lei si dava quel culto che è proprio delle immagini rurali. Il sacerdote Cera licenziò intanto i tre forestieri e li rimandò ad Agosta, dicendogli che tra giorni sarebbe venuto in paese ad esorcizzarla. Il cinque, infatti, del mese di Maggio venne in Agosta il Sac. Cera; ed essendo andato per varie mattine a fare gli esorcismi in questa immagine rurale, ottenne la desiata guarigione con ammirazione e gioia dell'intero popolo Agostano. Il maligno spirito uscendo disse queste parole, a cui io non aggiungo ne tolgo "Questa Madonna è il nostro flagello". La fama del miracolo si diffuse come in un baleno in tutto il circonda­rio, da ogni paese vicino accorsero fedeli, per chiedere aiuto alla Vergine del Passo. Per sua intercessione altri indemoniati furono liberati come Magnifica di Biagio e Attilla di Filippo, entrambe di Marano Equo, Giulia di Luzio, Caterina di Giandomenico, Maria Camilla di Crescenzio, Giovanna di Quaresima, lillà di PietroPaolo, Fiore di Venanzio, Clemenzia di N.N., quest'ultimi erano tutti di S.Vito Romano. Sempre D. Luigi Urbani nel sovracitato Inventario afferma: "La fama dei miracoli,   operati  da Maria S.S. del Passo, era ormai nota non pure alla nostre Badia ma le Diocesi  limitrofe accorre vano con devota pompa a venerare questa cara immagine,  per essere liberati non pure dai mali del corpo, ma ancor da quelli dello spirito. Fu allora che 1a liberalità dei  credenti, volendo  innalzare una piccola   chiesa   alla Vergine del Passo;   si   raccolsero delle elemosine e ad onore della Madre di Dio fu eretto i modesto tempio vicino alle acque d fiume Aniene, e precisamente in quel luogo dove l'ossessa Elisabetta D'Andrea fu liberata dagli spiriti maligni. La piccola Chiesa fu benedetta la prima volta Monsignor Ippolito Corsetti, Vicario Generale del Vescovo di Tivoli, nella cui Diocesi  rimaneva allora ilf castello di Agosta. La   sacra cerimonia avvenne il giorno 8 maggio. All'epoca, cui   fu   scoperta   la Vergine S.S. Passo (anno 1615), era Arciprete in questa Parrocchia il sacerdote D.   Antonio Cimaglia. Questi in seguito allo strepitoso miracolo, operato per intercessione della Vergine ad Elisabetta D'Andrea sua parrocchiana,   tanto   si   diede ogni impegno, con ogni zelo a raccogliere elemosine dai suoi parrocchiani. Onde fabbricare una  decente  chiesa  precisamente  in  quel  luogo,  dove  la Vergine volle che si operasse il miracolo. "Ma lo zelo dell'Arciprete   Cimaglia non si ferma qui; poiché non contento di costruito   l'edicola   ad   onore Madre  di Dio;  volle  fondarvi una pia unione  o sodalizio di uomini e donne onde aumentare sempre più nel suo popolo la devozione verso la Gran Madre di Dio....". Nel corso dei secoli e fino ai nostri giorni il Santuario della Madonna del Passo è stato il luogo dove gli Agostani, pressati da qualche neces­sità o minacciati da qualche grave perico­lo, si sono recati per mettersi sotto la pro­tezione della Gran Madre e per chiederle il suo aiuto. E mai essi sono rimasti delusi, anzi sempre hanno ottenuto tutto quello che avevano richiesto. E quando fu istituita la festività dell'otto settembre, in cui la Chiesa ricorda la Natività della Madonna e che è per Agosta la festa mariana per eccellenza, le solenni processioni che vengono organizzate si recano tutte nel Santuario della Madonna del Passo.

MARIA, LA CASTELLANA DI AGOSTA


Se vi domandassi: "Secondo voi per gli Agostani qual' è l'oggetto più prezioso, che oggi si trova in paese?" E' forse un quadro d'autore o un raro gioiello o ancora un cimelio della permanenza nel nostro territorio degli Equi o dei Latini, oppure dei Romani? Niente di tutto ciò. Oggi, come sempre, per la comunità agostana la cosa, che supera ogni preziosità è la STATUA LIGNEA DELLA MADONNA DELL'OTTO SETTEMBRE, così chiamata, perché venerata in occasione della festa della Natività, che cade appunto in questo giorno.
Tutti conoscete la storia o leggenda che si narra sull'arrivo ad Agosta di questa statua. Essa afferma: "Siamo verso la fine del XVII secolo, l'anno preciso ci è sconosciuto, quando una carovana di venditori di statue sacre transita sotto Agosta. Essi hanno con sé una bellissima statua lignea, che raffigura la Vergine, che ha in braccio il figlio Gesù. Questi, per rifocillarsi e per abbeverare i loro cavalli alle sorgenti della Fonte, sostano nei pressi della sacra edicola della Madonna del Passo. Venuto a sapere che gli Agostani sono particolarmente devoti della Madonna, decidono di salire in paese, per proporre al parroco l'acquisto della loro statua. Il prezzo proposto è però inaccessibile alle scarse risorse finanziarie del sacerdote, che si vede purtroppo costretto a rinunciare alla bella statua offertagli.
L'affare per il momento non è concluso. Questi allora riprendono la via per Subiaco, dove sperano di essere più fortunati. Ma, appena fanno per avvicinarsi al fosso di Testini, vengono investiti da un violento nubifragio, che li costringe a tornare indietro. Appena però arrivano nell'abitato di Agosta, quasi per incanto, ritorna il sereno. Essi allora ritentano nuovamente per una seconda e terza volta, ma il risultato è sempre Io stesso: torrenti di acqua li costringono a tornare sui loro passi. Decidono allora di vendere la loro statua ad Agosta e così possono finalmente proseguire il loro cammino".
E' una bella storia, vero? Ma sull'argomento ve n'è un'altra ancora più affascinante: state a sentire.
Una sera d'inverno dì molti anni fa con mia madre capitai nella casa di un nostro parente, che abitava al rione Castello. Questi, che aveva letto molti libri e che conosceva molti segreti, quando tutti erano seduti intorno al grosso focolare, che illuminava quasi a giorno la grande cucina, essendo andata via quella sera la corrente elettrica, prese a narrare a noi bambini una sua storia, che aveva come soggetto appunto la venuta ad Agosta della statua della Madonna dell'otto settembre. Questa è diversa da quella più conosciuta e sopra ricordata. Il vecchio cominciò a raccontare: "Cari bambini" dicono che la Madonna dell'otto settembre sia stata venduta al parroco da alcuni madonnari, provenienti da Roma. Non è vero, ve lo assicuro. La storia è più complessa ed è accaduta molto tempo prima di quella che voi già conoscete. State a sentire...
Correva l'anno 1526 e a Roma il papa Clemente VII era in lotta con la nobile famiglia dei Colonna. II motivo del loro contrasto era l'appoggio concesso da questo all'imperatore Carlo V, quando era sceso in Italia, per restaurarvi l'impero. J Colonna avevano radunato per l'occasione un grande esercito. Anche il papa allora, per fronteggiare i suoi nemici, era stato costretto ad organizzare delle truppe scelte, con l'aiuto delle quali costrinse i Colonna a condurre le loro milizie fuori dello Stato della Chiesa. Lo scontro armato fu evitato solo grazie alla mediazione del cardinale Andrea Velleio.
Passato il pericolo, Clemente VII aveva inviato le sue truppe a Milano contro Carlo V. Pompeo Colonna allora, approfittando di questa situazione, marciò contro l'indifesa città di Roma, affidando il comando dell'impresa ad un valoroso capitano di ventura, Io spagnolo Ugone Moncada, che risiedeva nel Regno di Napoli. L'esercito dei Colonna entrò in Roma, senza trovarvi la benché minima resistenza. Il Moncada, trucidate le sentinelle del Sacro Palazzo, tentò di catturare Io stesso pontefice, ma questi, segretamente preavvertito, si era rifugiato a Castel Sant'Angelo. II Colonna, molto contrariato da quest'insuccesso, fece allora saccheggiare la Basilica di S. Pietro, che fu spogliata della suppellettile, degli arredi sacri e delle immagini sacre, di cui era ricca. Tra queste ultime al condottiero spagnolo, nella divisione del bottino, toccò una bellissima statua lignea della Vergine con il Bambino, che si diceva fosse stata donata al papa qualche secolo prima, da un paese della Calabria, per essere scampato alla distruzione per opera dei Saraceni. Ugo Moncada assediava la fortezza dì Castel Sant'Angelo, quando all'improvviso stipulò un armistizio con il papa, quindi abbandonò i Colonna e con le sue truppe, come stabilito con Clemente VII, si diresse verso Subìaco, dove avrebbe dovuto saccheggiare i 14 castelli della Commenda, il cui Abate Commendatario era appunto Pompeo Colonna.
Ugone, quando lasciò Roma, si portò dietro anche la bellissima Madonna, con il preciso intento di restituirla ai Calabresi al suo ritorno al Regno di Napoli. Giunto nella Valle dell'Amene, il Moncada trovò però una forte resistenza da parte dei castelli della zona. Questi avevano radunato un agguerrito esercito, deciso a contrastare con ogni mezzo l'invasore spagnolo.
I due eserciti erano accampati nella pianura sottostante il castello di Agosta in attesa dello scontro finale, che si preannunciava rovinoso per i castelli della Commenda Sublacense.
E' notte fonda, l'orologio del campanile ha appena battuto i dodici colpi della mezzanotte, un gruppo di guerrieri, usciti dal castello di Agosta, hanno deciso di intro-dursi nell'accampamento nemico, per studiarvi più da vicino le forze, le armi e le macchine da guerra, che l'invasore ha in dotazione. Attraversato a nuoto il fiume Aniene, il piccolo drappello si trova davanti ad una grande tenda. Entrati vi trovano il tesoro del Moncada, frutto del bottino di guerra, venutogli con il saccheggio di Roma: vi sono molte casse stracolme di gioielli, di calici, di candelabri preziosi e di stoffe pregiate. L'attenzione però dei guerrieri agostani è attratta da una bellissima statua lignea della Madonna, che è abbandonata in un angolo della tenda stessa. Uno dei soldati, quasi folgorato da un'improvvisa visione, esclama: "Compagni, portiamo questa Madonna all'interno del nostro castello, essa sarà la nostra difesa. Con Lei il nostro castello diverrà inespugnabile". Un altro soldato senza indugiare si carica sulle spalle la statua, che non è poi tanto pesante e via tutti verso il castello. Qui la sacra immagine viene collocata sulla torre più alta, che domina tutta la pianura sottostante, che già pullula di armati e di macchine da guerra, pronti per la battaglia.
Alcuni giorni dopo ha luogo Io scontro: è cruento oltre ogni immaginazione. E' di un'inaudita violenza, vi sono morti da ambo le parti. L'Aniene si gonfia ed è rosso per il molto sangue, versato dai combattenti. Cadaveri di guerrieri e carogne di cavalli, spinti dalla corrente del fiume, corrono verso il mare. La battaglia, che è iniziata fin dalle prime luci dell'alba, verso mezzogiorno è ancora di esito incerto. Nessuna delle due parti contendenti sembra avere il sopravvento sull'altra. All'interno dei due eserciti le forze dei combattenti cominciano a cedere, quando da Roma giungono in aiuto del Moncada delle truppe, inviate dal papa. Grazie al ioro intervento l'esercito del Moncada ha la meglio e ai castelli della Commenda non rimane che la fuga. A loro non resta che rifugiarsi entro le mura delle loro fortezze e prepararsi ad un lungo assedio.
Anche l'esercito del castello di Agosta precipitosamente si rinchiude dentro la cerchia delle mura, che subito vengono assediate da Ugone, che, non volendo perdere altro tempo, decide che il giorno successivo le avrebbe assaltate ed espugnate. Come stabilito, al sorgere del sole con catapulte, con torri semoventi e con lunghe scale, gli assalitori si avvicinano alle mura, ma ecco che all'improvviso avviene un prodigio: non appena sotto gli spalti del castello e stanno per sferrare l'assalto, gli assaltatori vengono investiti da un violento uragano, accompagnato da un fortissimo vento, dal quale sono scaraventati lontano insieme con i loro cavalli e con le loro macchine da guerra.
Dopo un primo momento di smarrimento essi tentano di riavvicinarsi, ma il fenomeno si ripete e con maggior forza. La stessa cosa avviene anche per una terza volta: le macchine da guerra sono ridotte a pezzi e le torri capovolte rovinando rotolano giù per la china. II condottiero spagnolo allora, preso da forte timore, ordina ai suoi soldati di togliere immediatamente l'assedio al castello di Agosta, convinto che essa doveva essere protetta da qualche potente forza soprannaturale. Ed è proprio così: Agosta in quel frangente è protetta dalla sua nuova Madonna. Nei giorni successivi l'esercito spagnolo, radunate in fretta e furia le poche cose rimastegli, parte frettolosamente, per raggiungere il Regno di Napoli, passando attraverso Subiaco e Fresinone. Gli abitanti di Agosta, riconoscenti alla loro nuova protettrice, conducono la statua della Madonna processionalmente dalla torre alla cappella del castello, dove viene collocata in una nicchia, che è ancora vuota. E' l'otto settembre, festa della Natività della Madonna. In quel giorno il popolo di Agosta pronuncia un voto solenne e perpetuo cioè che, da quel momento e nel corso dei secoli futuri, nel giorno dell'otto settembre avrebbe onorato la sua Madonna con solenni processioni e feste grandiose.
II vecchio aveva finito il suo racconto, fuori anche la natura aveva partecipato ad esso, infatti, un forte vento percorreva gli stretti vicoli del castello, turbinando e creando sibilanti vortici. Nessuno di noi ragazzi si era accorto che era trascorso molto tempo, presi come eravamo da quel racconto così affascinante. Nessuno ora ardiva parlare, un silenzio sacrale dominava tutta la stanza, noi bambini poi continuavamo a pendere dalle labbra del vecchio parente ed aspettavamo che egli continuasse il suo narrare, che ci aveva trasportati in un mondo così fantastico. Egli riprese a dire: "Ora posso anche morire, finalmente ho trasmesso a voi quello che i miei antenati avevano affidato a me, voi Io consegnerete ai vostri figli e così nei secoli futuri. A voi consegno questo inestimabile tesoro, attenti a non sciuparlo, custoditelo gelosamente, siatene fieri e non permettete che esso sia distrutto. Con mia madre me ne tornai a casa. Quella notte non riuscii a chiudere occhio, davanti a me sempre più nitide roteavano le immagini che il vecchio ci aveva presentato con il suo racconto.

LA LEGGENDA DI AGOSTA - Da "LA LEGGENDA DI AGOSTA, di Mario Lupi

Era pomeriggio, ma sembrava una notte d'inferno. L'acqua scrosciante si abbatteva violentemente sui tetti delle case e sulle strade. Il cielo s'era completamente oscurato: fulmini e lampi, seguiti da terrificanti tuoni, rischiaravano a tratti, sinistramente, l'interno buio della casa.
Stavo rincantucciato, tutto tremante, davanti al focolare. Di fronte a me un vecchio, debolmente illuminato dalla fiamma, era appoggiato con le mani su uno degli alari; sulle mani aveva adagiato il mento che una lunga barba bianca gli copriva quasi completamente. In quella semioscurità il suo aspetto appariva maestoso, anche se il palpitare della fiamma creava degli strani effetti sul suo volto: pareva un fantasma misterioso ed affascinante.
Il violento rumoreggiare della pioggia ritmava il senso arcano che regnava in quella casa: avevo l'impressione che qualcosa di insolito stesse per accadere.
Gli occhi spenti del vecchio mi guardavano fisso. Lo conoscevo bene, per questo sorpreso dalla pioggia, mentre percorrevo via Castello, avevo bussato al suo uscio.
Avevo soltanto sette anni, lui doveva averne oltre novanta. Era sempre stato un tipo ritirato, parlava raramente, immerso, come era, in un mondo tutto suo, remoto e sconosciuto. Viveva solo da più di vent'anni, da quando, cioè, gli era morta la moglie. L'unico figlio l'aveva perduto in Russia. In paese lo guardavano tutti con diffidenza e paura.
Ora mi fissava pensoso. Ad un tratto i suoi occhi si illuminarono, sembrò che dal profondo della sua vecchiaia fosse venuta una forza vitale a ravvivarglieli. Mi sorrise e poi sottovoce mi disse: "Debbo confidarti un grande segreto. Per secoli ce lo siamo trasmesso a voce, di padre in figlio. Mio padre me lo rivelò pochi giorni prima di morire. Io speravo di poterlo affidare a mio figlio, ma purtroppo è morto!". "Ma... perché proprio a me?" risposi: cominciai quasi ad aver paura di lui.
"Perché sei capitato nel momento opportuno: questo segreto bisogna rivelarlo quando si è immersi nell'oscurità d'una tempesta, tra il fragore dei tuoni ed il violento scrosciare della pioggia. Nessuno deve udirlo! Ormai io sento venirmi meno la vita, forse vivrò soltanto qualche giorno, ma non voglio che questo segreto muoia con me!
Quando io non sarò più e tu sarai un uomo, ricordati di quello che sto per dirti, è molto importante! Ma avvicinati, perché devo confidartelo a bassa voce, come mio padre fece con me, e mio nonno con mio padre".
Col piccolo tronco d'albero che mi serviva da sedile m'accomodai vicino al vecchio, poggiai la mia testolina sulle sue ginocchia. Lui mi posò una mano sopra una spalla, come per proteggermi, poi. con molta calma e solennità cominciò: "Fra non molti anni sorgeranno delle strane dicerie sulle origini di Agosta, trarranno fuori da vecchi archivi, papi, monaci, imperatori, tribuni, tiranni; sentirai parlare di bolle, di lasciti, di privilegi, di "mons augustum", di "castellimi Augustae". di "Aqua Augusta", ecc.. Non badarci, sono tutte fandonie: mai nessuno ha avuto notizie certe sulle origini di questo piccolo paese: costituisce il grande segreto che ci tramandiamo gelosamente nella nostra famiglia".
Si fermò un attimo.
La misera stanza, piena di ragnatele, con il pavimento di ruvidi mattoni qua e là smossi, parve trasformarsi in una reggia: persino le ragnatele si mutarono in morbide volute di finissima seta messe li a bella posta per rendere più meraviglioso lo scenario.
Il vecchio, intanto, aveva alzato le braccia e la faccia al ciclo, come per chiamarlo a testimone di quanto stava per dire, quindi proseguì: "Ma, vedi? Ho urgenza di rivelare questo segreto perché dovrà servire un giorno a smantellare la montatura storica che verrà appositamente inventata. Per questo ascolta attentamente.
Quando Dio nella notte dei tempi creò il mondo ed abbellì la volta del ciclo con tutti quei punti luminosi che noi chiamiamo stelle, pensò che, per mantenerli sempre vividi e lucenti, fosse necessario mettervi un guardiano che li custodisse e li spolverasse. E così chiamò universo, un mastodontico vegliardo che dormiva in fondo agli oceani, gli consegnò uno gigantesco scrigno di oro e madreperla e gli disse: "D'ora in poi sarai tu il responsabile di tutti questi astri luminosi: ad evitare che si rovinino o che si smarriscano tu, ogni mattino
prima del sorgere dell'alba, li raccoglierai e li porrai dentro questo scrigno: la sera, poi, quando le prime ombre cominceranno a scendere sulla terra, con lo stesso ordine li sistemerai di nuovo nel cielo, perché presiedano alla vita notturna degli uomini".
Da allora Universo ogni mattino ed ogni sera ha sempre compiuto puntualmente il suo dovere. Sono trascorsi milioni di anni senza che sia accaduto nulla di particolare. E mentre Universo ha accudito ai suoi compiti celesti, Madre Natura, dal cuore immenso, ha provveduto ai bisogni degli esseri viventi sulla terra, intervenendo or qua or là a seconda delle necessità degli uomini, degli animali e delle piante. E lo ha fatto con la tipica premura di un'amorevole madre.
Certo, Universo ha cercato di adempiere nel migliore dei modi il suo incarico, anche se talvolta nella fretta di riseminare quei punti scintillanti capitava che qualcuno gli scivolasse e, spostandosi rapidamente da un punto all'altro del cielo, creasse un arco luminoso; comunque era riuscito sempre a riacciuffarlo in tempo ed a rimetterlo al suo posto. Questi inconvenienti si verificavano per lo più nel periodo estivo, allorché, per l'eccessiva calura, Universo indugiava un pò più del dovuto nel pisolino pomeridiano.
Noi uomini, ignari delle realtà celesti, chiamiamo tali fenomeni, più frequenti nella notte di San Lorenzo, stelle cadenti. Tuttavia, trattandosi di incidenti di lieve entità, non hanno mai creato eccessive preoccupazioni al buon vegliardo.
Un giorno, o meglio una notte, Universo per un certo malore che lo tormentava, non riuscì a dormire che molto tardi. L'indomani, all'ora indicatagli da Dio, non si svegliò. Si destò soltanto quando l'Alba tutta rosea ed azzurrina era sorta sorridente dal deserto ed andava facendo l'occhiolino ai monti ancora tutti assonnati. Anzi, fu proprio il suo splendore a destarlo. Di scatto si alzò dal suo umido letto e, tutto trafelato, raggiunse il cielo. Col suo immenso scrigno cominciò a raccogliere le stelle con mano frenetica e tremante. Era riuscito a recuperarle quasi tutte, quando la più piccina e la più vivida, sfuggendogli di tra le sue enormi dita, scivolò giù dal cielo e si diresse verso la terra. Lì per lì Universo non se ne accorse, occupato come era a riempire il suo scrigno. Quando se ne avvide, era ormai troppo tardi: pur avendo delle braccia infinite, non riuscì a riacciuffare la stellina. Sulla terra Madre Natura s'era appena destata e andava ancora stropicciandosi gli occhi mezza insonnolita quando vide scendere dalcielo questa stupenda perla scintillante. Per proteggerla da sguardi indiscreti fece uscire dal suo grembo un enorme strato di soffice bambagia, composta di minutissime goccioline d'acqua, che noi umani chiamarne nebbia, e la nascose. La stellina andò a posarsi morbidamente sopra un'amena collinetta.
L'espediente escogitato da Madre Natura impedì a tutti di accorgersi dell'accaduto. Dopo alcune ore, però, la nebbia si sciolse al calore d'el sole ed apparve in tutto il suo splendore un nuovo grazioso paesino: l'astro celeste a contatto con la terra s'era trasformato in una diafana ed avvenente perla terrestre.
Anche i paesi appollaiati sulle creste dei monti circostanti scoprirono il nuovo paesino e furono presi da un pizzico di invidia. 11 fiume Aniene che scorreva sinuoso a "Tostini" s'accorse della novità e ne rimase affascinato: somigliava ad una stupenda ragazza adagiata su un verdeggiante poggio con le morbide vesti delicatamente sparse all'intorno pei circostanti pendii.
Da allora Madre Natura ogni sera fa levare densi strati di nebbia per avvolgere Agosta e meglio custodirla, proprio come fanno i gioiellieri con i loro pezzi più pregiati.
Universo, dall'alto dei cicli, rimase a lungo a contemplare la stellina che precipitava giù e, quando non la vide più, dai suoi vasti occhi azzurri uscirono degli immensi lacrimoni che inondarono la nostra vallata dando origine a quella ricchezza di acque che tutti ci invidiano. E così accade ogni volta che Universo viene sopraffatto dall'emozione al ricordo della sua cara stella perduta.
La pioggia, frutto del nostalgico rimpianto, penetra nel cuore della terra e, come sospinta da una forza misteriosa, si avvia verso quel punto di uscita che è la "Fonte". Appena sgorgata, si dirige frettolosamente verso la "Muricella" dove sì incontra con il fiume Aniene. La fusione delle due acque produce un magico portento musicale. Ma, per poterlo ascoltare, devi attendere che tutto all'intorno sia avvolto nel più profondo silenzio: allora se accosti l'orecchio alla superficie dell'acqua sentirai quel lugubre e monotono rumore del fiume trasformarsi in una soave e malinconica serenata. È la dolce canzone che Universo ancora bisbiglia ad Agosta, che per millenni è stata la sua più splendida stella che non è mai riuscito a dimenticare. Putroppo la semplicità e la genuinità, indispensabili per percepire questa misteriosa canzone d'amore, vanno scomparendo da Agosta, perciò sono sempre meno le persone che riescono a sentirla. Fino a quando durerà questo misterioso fenomeno? Chissà!... Tu fa in modo che esso non svanisca completamente!".
Detto questo, il vecchio ammutolì. S'era scaricato d' un peso secolare, il suo volto aveva acquistato una serenità sovrumana. Persino il putiferio che aveva investito il paese, era sparito: un chiarore solare aveva invaso la stanza in cui stavamo.

UNA LEGGENDA DI NATALE

Si racconta che molti anni la al Rione Castello e precisamente agliu sepporteco (portico) 'e Mozzecone, reto (dietro) agli monaci, abitava una famiglia, che viveva nella più squallida miseria. Questa era composta dalia nonna, da "tatau', cioè il nonno, dal padre, dalla madre e da ben 10 figli, di cui il maggiore aveva solo 15 anni, mentre il più piccolo ne aveva appena uno.
Tutte queste bocche insaziabili sono sfamate, in modo molto precario, dal solo lavoro saltuario del padre. La madre ogni tanto è chiamata a lavare i panni presso la famiglia benestante di quissi 'e Morone.
La casa si compone di due camere da letto, usate dalla famiglia in promiscuità e da un grosso e fumoso cucinone. Il bagno...che cos'è il bagno? Non è una cosa indispensabile, perché per ogni bisogno fisiologico si va nel vicino cancillittu. E di notte? C'è "i rinale" II "piccolo" si butta subito dalla finestra. Sfortunato chi vi capita sotto!! Il "grosso" si deposita in un secchio e la mattina successiva si porta nei campi, dove fungerà da concime. E la fame? Essa è la compagna fedele di ogni giorno. Può ritenersi veramente beato chi riesce a riempirsi lo stomaco, che ogni giorno si restringe sempre di più, con pizza di granoturco, con erbe, con polenta, cavoli, "fasori" o con qualche "saraga, a dire il vero più vista che gustata. Il pane e la carne sono riservati solo per le grandi ricorrenze: Natale, Pasqua e l'otto settembre per la resta della Madonna. Quella di Franciscu 'e Mittenobis, cne abita appunto agliu sepporteco 'e Mozzecone, ad Àgosta è tra le ramiglie povere torse la più miserabile.
Ma torniamo al nostro racconto....
È appena trascorsa la resta della Madonna e Luritu (10 dicembre) ed il Santo Natale s'avvicina a grandi passi. La famiglia 'e Franciscu già pregusta i frittelli che la mamma preparerà la vigilia di Natale. Anche questi però non saranno molti, ma ci si sazierà se non altro con l'odore di olio fritto, che inonderà la cucina e tutti gli ambienti circostanti. Anche la temperatura abbassandosi preannuncia che il Natale è a alle porte. I monti di Cervara e delle Rocche si velano ogni tanto di una spruzzata di neve. Ma l' atmosfera natalizia diventa più palpabile, solo quando le campane della chiesa parrocchiale, suonate a martello, avvertono che iniziano le novene. Ed ecco finalmente la tanto, attesa Vigilia... i frittelli... i ficurigli...'e le castagne bianche.
Dopo il Vespro la famiglia è tutta riunita intorno al povero, ma sereno desco. Minicuccetta, la penultima delle figlie, legge emozionata la sua letterina di auguri. Chissà se poi avrà una piccola mancia? finita la cena, con lo stomaco ancora quasi vuoto, tutti sono vicino al fuoco, dove arde un gigantesco ciocco. Alla fioca luce di lumino si aspetta un pò sonnecchiando, pregando o cantando qualche nenia natalizia, che arrivi la mezzanotte, per recarsi tutti insieme alla Santa Messa.
Fuori qualche fiocco di neve birichino e giocherellone intreccia con il vento una danza circolare, mentre il sottofondo musicale è dato da lamentose e stridule zampogne.
Tutto intorno regna un silenzio, una pace ed una serenità, che ben si addicono al lieto evento della nascita del Salvatore. All'improvviso si Lussa alla porta. Un toc... toc..., molto energico e deciso, colpisce ripetutamente il vecchio e logoro portone di casa.. Chi può essere a quest'ora? Chi è quel pazzo che osa sfidare il freddo della notte e la tormenta? La mamma curiosa corre verso l'uscio, l'apre e si trova dinanzi un vecchio scuro di pelle, con una lunga ed incolta barba bianca, sommessamente vestito. Nella mano sinistra egli ha un nodoso bastone, mentre con la destra sorregge un bambino, gracile e smunto, che sotto un sudicio berretto di panno, nasconde dei bei riccioli d'oro e degli occhi color del mare. "Sorella, prorompe il vecchio, veniamo dall'oriente, da un paese molto lontano, al di là del mare, chiediamo la tua carità. Il bambino, che ho qui con me, quasi non riesce più a stare in piedi per la lame, mentre mia moglie è stata costretta a fermarsi giù a San Nicola, perché non ce l'ha fatta a salire, tanta è la sua debolezza. Ti scongiuro sorella, dacci qualcosa da mangiare, con cui riempire la pancia, che da giorni è piena solo di aria .
Nella mente della buona Francesca rotolano pensieri discordanti: Ma questo che cosa vuole da noi? Con tante famiglie che ci sono ad Agosta, viene a chiedere l'elemosina proprio a noi che siamo poveri come non si può nemmeno immaginare. Ma oggi è Natale!! Bisogna essere più buoni e più caritatevoli!!! Ma se quei pochi frittelli che ci sono rimasti ora li do a lui, domani noi che cosa mangeremo...? Che compassione mi fa questo povero bambino...! Sembra il fanciullo di Nazareth... ! Si decide, va agl' arcone, prende i frittelli che ci sono e li da' al veccbio. Questi, dopo averne dati prima due al bambino, ne divora in un baleno quattro o cinque. Francesca gli offre anche del vino ed al piccolo un bicchiere di acqua.
I due forestieri, cosi rifocillati, dopo aver ringraziato la loro benefattrice, si avviano a ridiscendere il colle augusto. La donna chiude l'uscio, ma ecco che si accorge che sulla sedia, dove è stato seduto il vecchio, vi è rimasta una vecchia sciarpa, la prende e s'affretta verso l'uscio, per raggiungere i due sconosciuti, quando sullo scalino di casa per terra scorge una grossa borsa. Per non calpestarla, la salta. "Chi ha lasciato questa borsa? Forse il vecchio? ' La donna prende anche questa e corre verso la Porta di Santa Maria. "Il vecchio forse ora sta percorrendo Via San Marcello, oggi Via Magenta", ella pensa. Corre giù a perdifiato, ma del vecchio e del bambino neppure l'ombra.
Giunge in un attimo a San Nicola e domanda ad una sua conoscente che è lì: "Crucifi, si vistu un vecchio co un varzittu? "Francé, è tantu tèmpo che stongo ecco, ma 'nn è passatu nisunu". "Comme, replica molto meravigliata Francesca, n'so passati? E mica mi gli so' sonnati? Questa bursa e questa scialletta allora di chi so'?
Francesca, frastornata da quanto è accaduto, riprende a risalire verso il castello. La corsa è molto pesante, chissà che cosa contiene!! Certo qualcosa di consistente. Ma che cosa? Arrivata a casa, ella decide di aprirla e con sua grande meraviglia che cosa vi trova dentro? Delle sfavillanti monete d'oro. Monete d'oro? E quante sono...! Come risplendono! " Ma in questa corsa c'è un vero e proprio tesoro! Siamo ricchi!!! La fame è finalmente sconfitta!!!" Urla Francesca. Tutti in un baleno le sono intorno, non credono ai loro occhi, intatti, esterefatti ammirano all'interno della borsa le scintillanti monete Una domanda subito si fa strada nella mente di tutti: "Chi è il vecchio? Forse...Giuseppe di Nazareth? Ed il bambino? Gesù? E la donna, rimasta a San Nicola? Forse Maria? Essi non lo sapranno mai.... Ma certo la loro vita da quel momento mutò e il merito tu senza dubbio di quella piccola buona azione, compiuta nel Rione Castello, agliu sepporteco 'e Mozzecone in una qualsiasi vigilia di Natale.

IL PRANZO DI PIO II AD AGOSTA: OCCASIONE PER LA PRIMA SAGRA DELLA TROTA NELLA STORIA

Eventi straordinari in certi luoghi non capitano! Si susseguono semmai episodi marginali, avvenimenti, date alle quali non si pensa mai: momenti che rimangono nella memoria locale, e spesso neanche in quella, banalizzati solitamente come cronache accidentali, inaspettati episodi di costume, corollario di altri situazioni, quelle sì nobili e importanti.
Una situazione simile si presentò anche ad Agosta nel 1461: in onore di papa Pio II, fermatosi in paese per una pausa pranzo, la popolazione diede seguito ad una gara di pesca inaugurando, per la prima volta nella storia, una tradizione dal largo seguito: la Sagra della Trota!
Alla metà del settembre del 1461 Pio II era stato invitato dal primo Commendatario dell'Abbazia di Subiaco a visitare il celebre monastero. Il papa, in quei giorni in vacanza a Tivoli, ritenne politicamente opportuno accettare l'invito.
Si trattava infatti di un segnale importante: di fatto il viaggio serviva a sancire la rappacificazione tra le diocesi di Subiaco e Tivoli a lungo ostili per via della giurisdizione spirituale e del possesso di alcuni territori della Valle dell'Aniene, tra cui anche Agosta.
Durando un paio di giorni, il papa aveva dato indicazioni precise circa il viaggio: avrebbe trascorso la notte del 14 a Vicovaro, presso la potente famiglia degli Orsini e sostato il giorno seguente presso il Convento di S. Cosimato (detto allora di S. Clemente). Aveva inoltre espresso il fermo desiderio di godere della bellezza del territorio, consumando un pasto all'aperto, preferibilmente vicino a una sorgente d'acqua.
Così avvenne: giunti la mattina del 15 verso l'ora di pranzo nei pressi di Agosta, agli occhi di tutti fu evidente l'incanto del luogo; al papa e alla sua corte venne immediatamente apparecchiato un sontuoso banchetto nei pressi del laghetto sottostante al castello.
Sparsasi la notizia, la popolazione di Agosta e del circondario si radunò lungo le rive; non fu certo la carenza di cibo -che anzi il papa ne aveva in abbondanza per sfamare la sua corte e tutta la folla! - a spingere alcuni ad entrare nelle acque del fiume per pescare controcorrente!
Fu piuttosto la voglia di rendere omaggio al pontefice, assolutamente divertito dalla gara improvvisata, a inaugurare questa nuova festa.
L'anonimo cronista che cita con ricchezza di particolari questo episodio della vita di Pio II ricorda come il papa venne allietato da questa inusuale pesca lungo il fiume per un buon tratto di percorso ancora dopo la sosta ad Agosta. Non soddisfa però, ed è un peccato, la nostra maggiore curiosità: che fine fecero le trote?


Le leggende provengono da libri e opuscoli, e possono contenere qualche errore.